mercoledì, settembre 03, 2008

Considerazioni dopo un viaggio in Europa

Due parole sulle vacanze...
Ho trascorso una quindicina di giorni in Austria con il camper e le biciclette, pedalando senza fretta attorno ai laghi del Salisburghese e lungo la pista ciclabile sul Danubio fino a Bratislava.

Che sensazione strana, stare in una Europa che sa essere ricca senza essere arrogante, che sa di essere privilegiata senza per questo farsi cogliere dalla paura dell'altro...
Stare in una Europa dove quel che è di tutti viene tutelato, invece che violato imbrattato stuprato distrutto, fosse pure un cartello stradale, dove puoi guardare nelle case e nei giardini senza che lo sguardo venga fermato da recinzioni, telecamere, cani feroci, dove ogni paesino ha strutture meravigliose per far giocare i bambini, e servizi per i viandanti (wc, acqua, panchine) che ti spingono a fermarti, sorridere, curiosare, dove sei sicuro che TUTTI si fermano per farti passare sulle strisce (e se tu esiti a passare perchè non ti fidi, qualcuno ironizza: "italiano, eh?", facendoti arrossire di vergogna).
Dove dormi dove ti pare, con la tenda e la bici, senza che nessuno venga a dirti che te la sei cercata se ti derubano e ti stuprano.
Un'Europa dove "il mercato" fa sì che se crolla il prezzo del petrolio del 30% in un mese, cali anche il prezzo dei carburanti. Dove il latte fresco in fattoria costa 40 centesimi il litro, dove tutto è più o meno normale, non esasperato, non febbrile o isterico: o almeno l'isteria è sotto controllo, non è il sentimento principale che si respira nell'aria.

Dal 2002, quando ci siamo finalmente potuti permettere l'acquisto del primo vecchio camper scassato per riprendere le vacanze itineranti che facevamo in tenda prima del lungo stop per metter su casa, abbiamo girato l'Europa facendo più o meno sessantamila chilometri: Bulgaria, Grecia, Romania, Ungheria, Croazia, Francia, Germania, Austria, Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia, Repubblica Ceca, Gran Bretagna...
Non solo le capitali, ma soprattutto i centri minori, raggiunti con le strade secondarie, spesso persino troppo:-), dando al viaggio la stessa importanza e la stessa attenzione dei piccoli "obiettivi" e delle cose "assolutamente da vedere".

(Nota divertente: quando a Plovdiv, seconda città della Bulgaria, ci fermammo - involontariamente - vicino ad un quartiere di zingari stanziali, fummo da questi riconosciuti e quasi festeggiati come "parenti ricchi":-)))

Beh, in tutta questa strada, in tutte queste esperienze, in tutti i maldestri tentativi di comunicazione in uno stentato inglese o a gesti con la gente normale, noi ci siamo sempre sentiti tranquilli, accettati, riconosciuti come persone, invitati in casa con cordialità da perfetti sconosciuti, e gli episodi "critici" sono stati pochissimi, mai drammatici.

Questo per dire che il clima orribile che si respira qui è peculiare e caratteristico di un paese che ha perso completamente il senso di sè, e sempre più spesso rivelare di essere italiani all'estero è imbarazzante (e meno male che siamo andati in Romania molto prima delle sparate xenofobe governative), e ti fa guadagnare - se va bene - un sorriso di compassione...

Ritorno quindi più depresso e disgustato che mai, avvilito dal permanente trionfo della menzogna (su Alitalia, sulla crisi tra Georgia e Russia...su tutto), ma convinto che si debba ripartire a ricostruire, a rifondare, a ricreare un paese civile (perchè persino "democratico", nello stato attuale, sembra un termine utopistico) partendo dalle relazioni tra le persone per bene, che non possono più abdicare al proprio ruolo e devono affrontare il male, guardarlo negli occhi, giudicare, prendere posizione, rischiare, litigare, incazzarsi.

Fatico a trovare le parole, temo di cadere nell'invettiva, nel rancore malmostoso, nel "vada tutto a ramengo", ma mi sforzo, combatto, resisto, evito di scrivere post sfiduciati e incazzati: cerco una via oltre l'indignazione, una mia personale via per avviare la ricostruzione.

Non sono solo, e questa è un'immensa consolazione: non siamo soli, perbacco.

Ci sono le persone che amiamo, ci sono gli amici in rete (e con Angela inizia la costruzione di un evento che tra un paio di mesi potrà anche consentirci di toccarsi, abbracciarsi, sorridersi e guardarsi negli occhi).
C'è tanto di buono, di giusto, di vero, di semplice, che va riscoperto, valorizzato, curato, accudito, affinchè diventi forte e rigoglioso, affinchè la lotta contro il male abbia anche solo una speranza di essere combattuta.

Se perdiamo la speranza, ci hanno già vinti, ci hanno già battuti.
Un mondo migliore non solo è possibile, ma è obbligatorio. Ed oggi, in questo paese, senza fari e senza leader, dobbiamo sognarcelo da noi, insieme, e condividere il sogno con altri, e crederci, e inseguirlo.
Mica ci sono alternative.

martedì, settembre 02, 2008

Si riapre...

Difficile ripartire e dire cose sensate, dopo tutto questo tempo: dipanare e rendere comprensibili le singole emozioni di questo periodo, numerose, intense, aggrovigliate e incastrate insieme, è faticoso.
Ma da qualche parte occorre iniziare: per non perdere la capacità di analisi, di introspezione, di comprensione.
La fatica di capirsi e raccontarsi è un dovere morale, per non affondare nella palude delle parole senza senso e non perdersi nel rumore del chiacchiericcio fine a se stesso.

Partiamo dunque dalla fine, e da una cosa semplice semplice: una gita in montagna. Poi, il resto verrà...spero:-)
Sabato scorso, nelle Valli di Lanzo: a due passi da Torino, la montagna vera e aspra con vette che stanno poco sotto i quattromila; la culla dell'alpinismo torinese e delle sue "guide" storiche.
In fondo ad una della tre valli, quella di Ala (in cui scorre la Stura che a Torino si tuffa nel Po), esiste un lungo pianoro, caro ai torinesi, che si chiama Pian della Mussa, che si distende per tre chilometri attorno a quota 1700-1800.
Da qui, luogo di fresche e chiare sorgenti, giunge, storicamente, l’acqua migliore che bevono i torinesi: qui, da sempre, si viene in tenda a pernottare, accendere fuochi (il rischio è minimo, parola di ex guardia ecologica) e fare il barbecue sulle rive della Stura nascente, teatro di antichi riti iniziatici di quella genie - strana e quasi perduta in Italia - che sono i campeggiatori.
Da qui, inoltre, si dipartono innumerevoli sentieri ed escursioni, alla portata di ogni gamba e di ogni polmone.
Una delle più classiche e brevi è al Rifugio Gastaldi, a 2679 m: circa 800 metri di dislivello che si percorrono normalmente in due ore e mezza.
Da qui, un’escursione semplice e tranquilla porta al Lago della Rossa, a quota 2759: un grande lago naturale la cui estensione è stata raddoppiata negli anni 50 da una diga dell’Enel. Calando di quota, e risalendo poi per il Passo delle Mangioire (2780), si ridiscende finalmente (e brutalmente, per ben 1000 metri) al Pian della Mussa.
Questo giro “circolare”, che un escursionista normale compie in circa sei ore e mezza, a noi famiglia di viandanti e nomadi - poco allenati ed assai inclini alla distrazione ed al cazzeggio - ne ha richieste quasi dieci, con il consumo di quasi tutte le energie disponibili.
Ma ovviamente le visioni accumulate in quota ripagano ampiamente dello sforzo compiuto: i dolori passeranno, i ricordi mai.
Vallate immense, cinte a perdita d'occhio da montagne aguzze. Nessuna traccia dell'uomo: ed è bello sentirsi così piccoli, così indifesi di fronte ad una natura così possente, ed al contempo stupefatti, incantati, emozionati. Laghi di un blu cobalto, su cui si allungano lingue residue di ghiacciai).
Marmotte grasse e grosse come cinghiali, che ci guardano curiose e stupite dalle rocce. Nevai residui, sporchi ed un po' tristi, vaghi ricordi di quando queste valli erano ricoperte di candore per 11 mesi l'anno...
Canaloni arditi, pericolosi, aspri.
Quassù le differenze (di razza, di classe, di età, di censo) si annullano: i pochi viandanti si incontrano e si riconoscono, e con tre-quattro ore di cammino alle spalle si dicono contenti: "bene, siamo già a metà!"...più si sale e più la concentrazione di imbecillismo fatuo ed arrogante diventa rarefatta per poi scomparire definitivamente, a meno che non ce la porti un elicottero...il sacrificio, la fatica, la (relativa) sofferenza sono nemici mortali dell'inconsistente.

La fatica è immensa, ma non c'è altro da fare che andare avanti, con i propri piedi e con le proprie forze: non si può far altro che uscirne, scendere, spararsi questi mille metri di dislivello lungo sentieri e canaloni che fanno gridare e scricchiolare tutte le giunture. Non serve nessun'altra tecnologia al di fuori dei propri scarponi:-), non serve nient'altro che la propria testa ed i propri piedi.
Una metafora della vita: si fatica, si suda, si soffre per raggiungere un panorama straordinario, meraviglioso e si fatica anche per abbandonarlo e tornare alla normalità:-)

E arrivare finalmente a valle (mille metri di discesa ripida e senza tregua, tre ore immersi nelle nuvole, dopo sette ore di sole delizioso), un quarto d'ora prima che faccia buio, rende felici quasi come essere arrivati in cima...
Dopo, tutto sembra più facile. Più semplice. Più comprensibile. Mettere impegno e fatica per raggiungere una meta, e poi riposare, rifocillarsi, godersi il giusto riposo. Per poi ripartire, appena ci saranno le condizioni: appena ci sarà tempo, e si sarà di nuovo in forma, e sarà smaltita la stanchezza.
Il giorno dopo le nuvole coprono tutte le vette, e pensiamo che sarebbe stato impossibile andar su: troppo freddo e nulla da vedere, e sentiamo di aver avuto fortuna, per aver potuto – al momento giusto - far qualcosa che ci ha messo alla prova, e ce l'abbiamo fatta a superarlo con le nostre forze, ancora una volta.

E come ci si sente bene, poffarre, dopo una cosa del genere.

lunedì, agosto 04, 2008

Chiuso per ferie...

Vado a riposare un po'...ci rivediamo dopo il 20 agosto.
Fate i bravi...:-)

venerdì, agosto 01, 2008

Cattivi e stupidi, stupidi e cattivi/3

Davvero, bisogna smetterla di leggere le notizie, perchè ormai la volontà del governo di rendere sempre più di merda la nostra vita supera non solo la nostra capacità di sopportazione, ma anche quella di comprensione.
Mi riferisco a questa ennesima bella nuova (eh, si, vorrai mica non colpire a morte anche la scuola, eh...c'è il rischio che qualche residua forma di intelligenza critica aleggi ancora in questo paese morente!), nascosta tra le righe del famigerato decreto legge 112, che ormai possiamo appellare anch'esso come "decreto stupido e cattivo" o "norme efficaci per l'infelicità del popolo".
Come diceva quell'aforisma? "Uno stupido è molto peggio di un cattivo, perchè il cattivo almeno ogni tanto si riposa".
Ma cosa c'è di peggio degli stupidi&cattivi?

Cattivi e stupidi, stupidi e cattivi/2

Volevo proprio evitare, di parlare di questo caso.
Detesto farmi dettare l'agenda dei sentimenti dai media, e mi son tenuto per me la solidale vicinanza al padre di questa ragazza: ho letto le sue interviste sobrie, misurate, sofferte, ed ho pensato che verso quel dolore, verso quel percorso si dovesse avere il massimo del rispetto, del silenzio. Astenersi dal parlarne, perchè non si ha diritto di entrare in nessuno modo nel dolore degli altri, se non per fare sentire la propria - silenziosa, rispettosa - condivisione di quel dolore.

E invece no, invece non c'è verso, in questo paese, di rispettare ancora qualcosa.

Contro la famiglia Englaro (una signora famiglia) si sono messe in moto le forze oscene della propaganda e dell'ipocrisia.
Hanno deciso di non lasciarli in pace, di usare questo dolore per i soliti scopi osceni e rivoltanti.
Parlano di diritto alla vita, e non sanno quel che dicono, perchè mai si sono preoccupati della vita di qualcuno se non per qualche scopo occulto.
Della gente che muore, al potere, non interessa nulla, mai.
Scajola dice esattamente, nella sua sincerità naif, quel che costoro pensano di noi: siamo cose, oggetti, strumenti per costruire potere, soldi, privilegio. Sacrificabili, ignorabili, immolabili senza rimpianti.

Facciamo la guerra, nei luoghi indicati dai nostri padroni, e vedo Frattini di fianco alla Rice annuire servile quando lei dice di fatto "adesso basta fare gli ipocriti, i soldati italiani devono fare quel che fanno gli altri": cioè dispensare morte e dolore per garantire all'occidente il proprio osceno tenore di vita.

Ed allora scoppio, mi incazzo, e dico che quando VOI (voi al potere, voi ipocriti, voi infami, voi che detestate il prossimo, l'umanità, le persone) usate il dolore degli altri per i vostri scopi infami non fate che aumentare il mio odio, la mia voglia di essere diverso, distante, incompatibile, inconciliabile con quel che siete e fate.

Meme'nto

Io sono un blogger pauperistico, lo sapete...penso di avere uno dei blog meno attraenti al mondo per estetica e capacità di seduzione. Pochissime foto ed immagini, lunghi post iracondi fanno di questo blog un oggetto abbastanza grigio e poco visibile sugli scaffali scintillanti della blogosfera. E' un oggetto che avrei visto bene sugli scaffali monoprodotto e pressochè vuoti di un minimarket a Sofia o a Bucarest prima della caduta del Muro, per dire.

'nzomma, a leggere quel che scrivo ci va un bel pelo (ed io, da lupo, me ne intendo), soprattutto da quando c'è 'sto governo e mi sento un po' come i due vecchietti acidi ed iracondi che commentano dal loggione lo spettacolo dei Muppets.

Grande stupore e imbarazzato rossore ha quindi generato in me il Premio (Meme) ricevuto da Viviana con la seguente motivazione:
"perché è il primo blogger che mi ha accolto con calore nei miei primi passi e perché da quel momento la sintonia e la condivisione è rimasta immutata".

Di Viviana ho grande stima e rispetto, ammiro la sua capacità di gettarsi con entusiasmo a sostenere iniziative per impedire che da questo paese, pericolosamente posto un piano inclinato, scivolino via per primi nel dirupo i valori di laicità, democrazia ed antifascismo: e quindi, anche se per regolamento non posso votarla, sappia che di fatto è come se fosse accaduto.

Ah, il regolamento, dicevo: eccolo qui.
"Il Brillante weblog è un premio assegnato ai siti e i blog che risaltano per la loro brillantezza sia per quanto riguarda i temi che per il design. Lo scopo è quello di promuovere tutti nella blogosfera mondiale!
  1. al ricevimento del premio, bisogna scrivere un post mostrando il premio e citare il nome di chi ti ha premiato mostrando il link del suo blog;
  2. scegli un minimo di 7 blog (o di più) che credi siano brillanti nei loro temi o nel loro design. Esibisci il loro nome e il loro link e avvisali che hanno ottenuto il Premio “Brillante Weblog”.
  3. (facoltativo) esibire la foto (il profilo) di chi ti ha premiato e di chi viene premiato nel tuo blog."
Adesso, dunque, toccherebbe a me applicare il punto 2, e già sono nei guai.
Perchè, da pigro matricolato quale sono, io leggo pochissimi blog, che sono quelli citati qui a fianco nella colonnina "Clic abituali", e quindi la scelta l'avrei già fatta, visto che come numero ci siamo.
Ma devo togliere Artemisia, che ai meme non partecipa (scelta legittima, anche se io fino ad ora un meme neppure sapevo esattamente cosa fosse), e Viviana perchè premiare chi ti premia non vale...
E dunque riconfermo l'elenco a fianco fatte queste due eccezioni, però ci aggiungo due citazioni speciali perchè ci tengo.

Citazioni speciali.
Al blog di Angela: perchè in ogni suo post ritrovo, con parole immensamente più efficaci e belle delle mie, il senso della Resistenza a questo smarrimento collettivo, al dilagare della stupidità e della cattiveria, alla perdita di umanità, di speranza, di senso di questo paese.
Perchè mi consola sapere che riesco a "sentire" esattamente, con precisione, quel che comunica una persona con una storia così diversa dalla mia (non credere, Angela, che un ateo rozzo e dalla cultura incerta e raffazzonata come la mia sia insensibile, ad esempio, alle tue considerazioni sull'obbedienza: mi sono sempre astenuto dal "dire" qualcosa su argomenti che non sento di "possedere", ma anche questi son semi che germogliano piano in me, e mi portano a cambiare. E non vedo l'ora che lo si organizzi, questo raduno di blogger nel 2009. Ho voglia di voi.).

Al blog di Mirumir (ma qui siamo già nelle alte vette della blogosfera, e fa abbastanza ridere che un albero parli bene di una foresta): per la sua impagabile ironia, per la capacità di strappare un sorriso intelligente, per le "storie di famiglia", per l'obiettivo puntato sulla nuova Russia...

Mi fermo qui, perchè è ingiusto non citare tutti gli altri che contribuiscono, ogni santo giorno con le loro parole, ad impedirmi di essere superficiale, approssimativo, indifferente.
Faccio fatica a impormi di continuare ad essere un cittadino consapevole di questo mondo e di questo paese, ma per mia immensa fortuna sono avvolto e coinvolto in una rete di affetti straordinaria, meravigliosa, e conservo intatte tutte le ragioni per lottare, resistere, affermare con tenacia l'esigenza di un mondo diverso, di una vita diversa.

Si, sono una persona estremamente fortunata, e continuo ad affermare il mio diritto/dovere di essere felice, e di contribuire alla felicità delle persone che mi stanno intorno.

PS: ieri mi è finalmente giunta, dalla mia sezione di appartenenza, la mia prima tessera dell'ANPI, a cui mi sono iscritto il 25 aprile. E' un piccolo, ulteriore gesto di resistenza. Poco più di un simbolo, ma a cui assegno una grande importanza. E sarò lieto se, con Viviana, riusciremo a rimettere in piedi una idea ed una iniziativa al riguardo che si è arenata ma non dimenticata.



martedì, luglio 29, 2008

Cattivi e stupidi, stupidi e cattivi.

Leggete questo articolo e rabbrividite (nulla di nuovo rispetto alle tendenze di questi giorni, ma l'evento in questione mi sembra segni un salto di qualità).

In sintesi: il deputato della Lega Nord Bragantini (mi scuso se non lo chiamo onorevole) rivela, senza pudore alcuno: "Erano le cinque di mattina: io avevo presentato un emendamento per limitare l'accesso agli assegni sociali degli extracomunitari, imponendo una residenza minima di 10 anni. L'onorevole Karl Zeller (Svp) aveva posto il limite di aver lavorato con un reddito pari all'importo dell'assegno sociale. Nella formulazione finale la frasi sono state unite".

I due criteri si sono sommati facendo sì che per accedere allo strumento minimo di sostegno ai poveri bisogna aver lavorato e soggiornato 10 anni nel nostro paese: il che significa, secondo Repubblica, che se questa norma antistranieri resta in piedi dal 1° gennaio 2009 il 95% delle persone che ne hanno diritto (circa 800.000 persone...di tutte le razze, inclusa l'italiana) perderanno l'assegno sociale di 400 euro.
Il che non è poi incoerente: questo governo odia gli stranieri ed i poveri in egual misura, anche se si prostra oltreTevere appena può a baciare mani ingioiellate.
Già se l'era presa con i malati terminali ed i precari, ma non passa giorno che azioni cattive e stupide si aggiungano alla lista delle nefandezze commesse da questa classe dirigente.

Oh, non temete, l'errore (cioè colpire i poveri sparando agli stranieri) verrà corretto in fretta, come dice il ministro Brunetta:
"Non vogliamo far torto a nessuno ma evitare gli abusi, perché è ora di dire basta ai furbastri che vengono qui per togliere la pensione a chi ne ha bisogno".

Riepiloghiamo: la Lega Nord ammette ormai esplicitamente di proporre norme antistranieri. Nello specifico, questa ha lo scopo (odiosissimo) di impedire il ricongiungimento familiare. Di impedire che le persone che lavorano qui (non i clandestini, attenzione: i lavoratori stranieri regolari!) possano vivere qui, in futuro, con le loro famiglie.
Brunetta conferma che lo scopo è "dire basta ai furbastri che vengono qui".

Ormai il fumoso equivoco relativo al "ce l'abbiamo solo con gli stranieri irregolari" si è dissolto: abbiamo un governo spudoratamente ed orgogliosamente xenofobo.
Possibile che nessuno di quelli che le ha votate, queste liste, senta ancora il bisogno di vergognarsi?
Possibile che l'italiano medio assomigli così tristemente, così irrimediabilmente a questa politica xenofoba, cattiva e stupida?

lunedì, luglio 21, 2008

Blog temporaneamente chiuso...

...per abituale e ciclico sfinimento psicofisico.
Questo minipost non serve dunque ad un fico secco, se non a raggiungere il numero 100 di quest'anno, 'che fermarmi a 99 mi dava un senso di incompiutezza ed almeno su questo posso far finta di aver raggiunto un obiettivo...:-)

Ma non gioite troppo, che come al solito poi torno.:-)

lunedì, luglio 14, 2008

Vajont e Bolzaneto: la giustizia e l'oblio

Vedere le cose con i propri occhi è cosa ben diversa dal sentirle raccontare.
Erano decenni che non tornavo nella valle del Vajont: allora ero un ragazzo, e gli imprecisi ma terrificanti racconti di mio padre su quel che avvenne nel 1963 fecero su di me un effetto strano, acuito dalla visione di quella gola stretta e di quella diga arditissima e solida.

Vidi poi, in tempi nemmeno troppo recenti, l'orazione civile di Paolini, e lessi il testo dello spettacolo scritto da lui con Gabriele Vacis.

Nella valle ci sono tornato due sabati fa, grazie ad una amica carissima.
Il tempo sembra essersi fermato a quell'autunno del '63. La diga è ancora lì, ardita ed inutile. E' ancora lì la frana, quei duecentosessanta milioni di metri cubi che hanno cambiato radicalmente la fisionomia del luogo: dove il Vajont aveva pazientemente scavato, nei millenni, il suo corso, facendosi strada attraverso una antica frana, ora giace - da oltre quarant'anni - una montagna di detriti, dall'aspetto lunare.
Che, nonostante i decenni, ancora non è diventata parte del tutto, ma resta lì, estranea, ostile, diversa.
Ed è ancora lì, visibilissima, la ferita del Monte Toc, lucida e scura: quel taglio netto che mi riporta alla mente - chissà poi perchè - quando mio nonno usava un filo attaccato al tagliere di legno, per asportare le fette dalla polenta appena versata dal paiolo.

Dalla diga ci siamo spostati a Erto, il paese della valle che fu schiaffeggiato da una delle due spaventose onde prodotte dalla frana (quella che scese su Longarone, superando la diga, alla partenza era alta 70 metri: ed io cerco inutilmente, da sempre, di immaginarmi un simile muro d'acqua alto come un palazzo di venti piani).
158 morti, lì, sugli oltre 1900 provocati dal disastro, di cui solo 15 corpi ritrovati.

Il vecchio paese è silenzioso e vuoto: la vita si è spostata sopra quota ottocento di altitudine, dove è stata costruita la parte nuova del paese.
In un palazzo che ospita la sede del Parco vi è la mostra permanente sul disastro. Se avete il tempo di visitarla, conoscerete e ricorderete un sacco di cose (molte le raccontò Paolini, ma molte sicuramente si sono perse negli anfratti della memoria, e conviene ricordare, ricordare, ricordare).
Ricorderete lo spirito ardito degli imprenditori e l'orgoglio degli ingegneri della SADE, che progettarono ed innalzarono quell'opera unica al mondo, la più grande diga a doppia curvatura.
Ricorderete la reazione rozza e diffidente dei valligiani, che vennero subito bollati come oscurantisti e contrari al progresso.
Ricorderete le perizie geologiche, che da subito rivelarono una frana lunga 2 km sul Toc, a sua volta relitto di una antica frana: una cosa che tutti sapevano, senza dubbi, sin dall'inizio. E che divenne evidente, dopo gli allarmi lanciati dalla coraggiosa Tina Merlin sull'Unità, con la prima frana del 1960.
Ricorderete come, in nome del progresso che non si può fermare, e per vendere alla neonata Enel la diga che non era ancora stata collaudata, nel 1963 si procedette al riempimento dell'invaso nonostante le scosse di terremoto del quinto grado della scala Mercalli, nonostante i brontolii continui e le fessure che si aprivano sul Toc, nonostante la strada costruita attorno al lago artificiale fosse ormai inagibile a causa dei disassamenti che la laceravano.
Ricorderete come al sindaco di Longarone nessuno disse che le prove fatte con un modellino della diga e della valle avevano dimostrato la possibilità che, in seguito alla frana prevedibile e prevista, un'onda alta 20 metri avrebbe potuto superare la diga ed abbattersi sul paese: e sappiamo, dalla storia, che l'onda vera fu tre-quattro volte più spaventosa di quella prevista.
Ricorderete il dopo: il dolore, il disastro, la valle del Piave spazzata dal vento e dall'acqua. I corpi recuperati con gli uncini dai ponti, le case rase al suolo, gli oggetti sugli alberi.
Ricorderete le prestigiose penne di Dino Buzzati e Giorgio Bocca che parlano di fatalità, e le Commissioni di inchiesta (del governo e dell'Enel) che lo confermano, così come una perizia dell'Università di Padova.
E ricorderete un giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, che da solo contro tutti afferma che sia la frana che l'onda erano prevedibili, e che si tratta di omicidio colposo, e chiede 158 anni di pena per i responsabili.
Nessuna Università italiana osa produrre una perizia che smentisca i colleghi padovani, e Fabbri deve rivolgersi in Francia.
Dove gli confermano che tutto era prevedibile e previsto.
Ricorderete che, in primo grado, la tesi della prevedibilità della frana non viene accolta: in appello ed in cassazione (nel 1971, 15 giorni prima della prescrizione) finalmente si, ma porta alla condanna di soli due imputati per una pena complessiva (inclusi i condoni) di DUE ANNI E OTTO MESI.
Due anni e otto mesi di galera per oltre 1900 morti.

Ricorderete, ancora, che il comune di Longarone avvia anche una causa civile, che nel 1997 si conclude con l'Enel costretta a risarcire i danni ai comuni colpiti: ci sono voluti 34 anni. Ingiustizia è fatta.

Ricorderete. Almeno questo, è importante. Sempre.

UPDATE: Mi giunge adesso notizia che anche il processo per le violenze di Bolzaneto del 2001, una delle orrende code sudamericane al G8 di Genova con decine di persone ferite, umiliate, maltrattate dai poliziotti, si è concluso con pene lievi, e grazie all'indulto nessuno andrà in galera.
In galera, per ora e per altri motivi, c'è andato Ottaviano del Turco, Presidente della Regione Abruzzo, sorpreso a ricevere mazzette. Ma non tema, perchè il nostro Presidente del Consiglio ha molto a cuore la sorte dei ladri e dei corrotti, ovviamente solo se potenti, e troverà presto il modo di liberarlo dalla solita congiura della magistratura.

mercoledì, luglio 09, 2008

L'arte ipocrita della dissociazione

E' buffa, questa corsa alla dissociazione che si è scatenata dopo le parole di Grillo e delle Guzzanti alla manifestazione di Piazza Navona. Buffa ed un po' scema: posso ancora capire che si dissoci chi l'ha organizzata, ma perchè diavolo deve intervenire dicendo la sua chi alla manifestazione non c'è andato?

Per quale motivo uno dovrebbe sentire il bisogno di dissociarsi da parole pronunciate da altri in un contesto al quale ha deciso di non aderire?

E' ovvio che Grillo e la Guzzanti, se e quando dicono cazzate, rappresentano se stessi e si assumono la responsabilità di quello che dicono. Perchè mai il PD dovrebbe affrettarsi a marcare le distanze? Perchè mai uno dovrebbe misurare le proprie idee sulla base di quello che dice uno che dovrebbe essergli assolutamente indifferente?

Perchè mai il Presidente della Repubblica dovrebbe offendersi con qualcuno di diverso da Grillo per le parole da lui pronunciate?

Non capisco, non capisco questo gioco stupido. Invece di parlare dell'argomento della manifestazione, della motivazione per cui sono scese in piazza migliaia di persone, tutti a commentare le parole più deficienti ed inutili, purchè siano state pronunciate da uno famoso e mediaticamente rilevante. Prestandosi al solito, squallido giochetto mediatico, cadendo nella trappola, si manca di rispetto a chi lì c'è andato perchè è seriamente preoccupato dello stato di salute di questa democrazia.

Che lo facciano Bondi e Berlusconi è ovvio, che lo faccia il PD è davvero stupido. Vedremo prima o poi qualche segno di miglioramento, nella salute mentale dell'opposizione?

(Penso anche alle infinite bandiere delle fazioni della sinistra a sinistra della sinistra del PD, ieri a Torino: che subito si sono raccolte davanti alla prima telecamera che passava, e pur non essendoci nemmeno un megafono per parlare al migliaio di scarrafoni che eravamo, con qualcuno che ha rilasciato interviste alle TV su non si sa bene cosa rappresentando non si sa bene chi...ed io mi sono sentito sgradevolmente usato, in questo caso.)


martedì, luglio 08, 2008

Io ci sono...

...intendo oggi pomeriggio alle 17 in Piazza Castello, a Torino, alla manifestazione promossa in concomitanza con quella di Roma sulla base di questo appello:

"Care concittadine e cari concittadini, il governo Berlusconi sta facendo approvare una raffica di leggi-canaglia con cui distruggere il giornalismo, il diritto di cronaca e l’architrave della convivenza civile, la legge uguale per tutti.
Questo attacco senza precedenti ai principi della Costituzione impone a ogni democratico il dovere di scendere in piazza subito, prima che il vulnus alle istituzioni repubblicane diventi irreversibile.
Poiché il maggior partito di opposizione ancora non ha ottemperato al mandato degli elettori, tocca a noi cittadini auto-organizzarci. Contro le leggi-canaglia, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti, ci diamo appuntamento a Torino l’8 luglio in piazza Castello alle ore 17, per testimoniare con la nostra opposizione – morale, prima ancora che politica – la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana nata dai valori della Resistenza antifascista.
Vi chiediamo l’impegno a “farvi leader”, a mobilitare fin da oggi, con mail, telefonate, blog, tutti i democratici. La televisione di regime, ormai unificata e asservita, opererà la censura del silenzio.
I mass-media di questa manifestazione siete solo voi."

Si, la sento, ahimè, la canea autolesionista che monta attorno a queste manifestazioni...le stupidaggini dette un po' da tutti, dal PD in primo luogo (Di Pietro in questo caso mi sembra la persona che ha fatto le dichiarazioni più assennate e rispettose delle posizioni altrui), ma anche da parecchi organizzatori.
Si, confermo che non sopporto Grillo, e l'idea di vedere associata la mia presenza alle sue dichiarazioni mi irrita assai.
Ma in piazza ci vado lo stesso, come elettore e militante del PD, perchè mi sembra importante esserci. I miei rapporti col mio partito, poi, me li regolo io nelle sedi giuste:-)

mercoledì, luglio 02, 2008

Ossigeno

Per fortuna, non esistono solo le parole stuprate da un potere violento e dai suoi squallidi vassalli. Esistono parole che vengono posate con semplicità e dolcezza, a descrivere ambienti e mondi in cui l'uomo non è un essere livido, assatanato, impaurito, ma un soggetto che appartiene al mondo e lo rispetta, e lo ascolta.
Boschi, gelo, neve...silenzio, attesa. Fatica. Confronto, rispetto, consapevolezza. Equilibrio, anche nella competizione di una caccia che può essere leale.
Ossigeno, aria pulita. Parole lievi, eppure dense di immagini che danno pace, che parlano di una vita anche difficile ma in armonia con se stessi e con gli altri. Di amicizia, di umiltà, di apprendimento, di competenze mirabili (e ormai in estinzione, ahimè).

In questi giorni, sto usando spesso Rigoni Stern come antidoto al veleno inoculato nelle arterie del paese ed alla mia conseguente, irrefrenabile irritazione.
Funziona, sapete.

Delirio eversivo

"Il documento è di una gravità straordinaria: una sfida non solo al dettato costituzionale ma anche al quadro istituzionale del paese".

"Una scelta inaudita che pone fuori dalla Costituzione, dalla logica e dalla stessa legalità repubblicana un gruppo di attivisti di partito. E' evidente che un atto così grave determinerà prevedibili conseguenze".

No, non è come sembra: non sono le opinioni di persone di buon senso sulle ultime mosse del Presidente del Consiglio, lo scandaloso decreto salvapremier e il lodo Schifani.
Sono le parole eversive di due ultras della maggioranza sul documento del CSM che dice cose ragionevolissime sulle porcherie tentate dal governo, stando bene attento a non invadere terreni che non sono di propria competenza dopo il richiamo del Presidente della Repubblica.

Se il Ministero della Difesa fosse ancora fedele alla Repubblica, mi aspetterei che i Carabinieri venissero subito mandati a fare due chiacchiere con chi ha pronunciato queste parole.

Sblam! (un racconto)

La porta scura e lucida si chiude per sempre davanti alla piccola palla di pelo che rotola, per un poco ancora, sul gradino, e lentamente si ferma.

La palla sta lì, ferma, e quasi non si vede nella notte poco illuminata. C’è solo uno spicchio di luna, appeso lassù nel buio, una luna timida e giovane.

Per qualche minuto non accade nulla, o quasi. La palla di pelo è davanti alla porta della casa, la casa ha davanti un piccolo prato ben curato, il piccolo prato si affaccia su una strada asfaltata da poco.

La casa, il prato e la strada si trovano in un quartiere residenziale della città, popolato di altre case basse e piccoli prati ben curati e strade asfaltate bene, e a quest’ora di notte non c’è traffico, non ci sono pedoni.

Dopo lo SBLAM! che ha rotto il silenzio tipico di questo quartiere, in questa tipica notte di estate, soltanto il rombo sguaiato di un motore che passa qualche via più in là ritarda il momento in cui il silenzio, pian piano, si ricucirà da sé.

Sul gradino, la palla di pelo sembra ascoltare il silenzio.

Poi, d’un tratto, la palla sembra aprirsi, nel buio, e compare nella parte superiore prima un triangolo, poi un altro che completa il profilo di una coppia di orecchie.

Poi si solleva, cauto, un musetto impaurito mentre, dietro, si srotola timida una piccola coda, che prende ad agitarsi con un movimento lento.

Silenzio.

Alcuni attimi dopo, il piccolo gatto si leva ritto sulle zampe, inarca la schiena. Si rilassa, si ferma, e punta lo sguardo verso l’alto, verso quella porta che non si aprirà più.

SBLAM!

Quel rumore secco e spaventoso gli riecheggia ancora nella mente, e per un attimo lo paralizza.

Poi, lentamente, si volta, flessuoso, e si lascia alle spalle la porta, inoltrandosi sul vialetto che taglia in due il prato. Per sempre.

Cammina lentamente, perché è assai giovane e le sue zampe sono ancora corte. E’ guardingo e preoccupato: uscito dal vialetto ha svoltato a destra sul marciapiede, come se avesse in testa una direzione precisa in cui andare, e lo percorre piano ma con sicurezza. Quando passa sotto un lampione il suo pelo grigio tigrato diventa visibile, lancia bagliori d’acciaio, e se a volte alza il muso la luce gli accende le pupille: poi esce dal cerchio luminoso, e ritorna ad essere un’ombra scura e silenziosa che scivola verso l’ignoto.

*

Emma, seduta sull’unica panchina di quel giardino spelacchiato, sente i brividi di freddo che la percorrono dall’alto al basso, fino a toccare le sue ciabatte di plastica.

E’ estate, la temperatura questa notte è mite, ma Emma si sente sempre così quando esce dall’appartamento in cui le voci dei suoi genitori, come tutte le sere, iniziano ad alzarsi, ed a diventare aspre, ed affilate come coltelli.

Lei esce piano, di nascosto, tanto non se ne accorge nessuno. Scende dal quinto piano, scende per le scale, con i suoi otto anni che le scivolano via dal vestito leggero e troppo corto, e dagli occhi sotto forma di lacrime trattenute.

Dovrebbe essere a nanna, a quest’ora: ma lei ci va sempre vestita, perché sa che tanto le loro voci presto iniziano a non farla dormire, e appena accade lei fugge fuori, piano, facendo attenzione a non far sentire lo scatto della porta che si chiude.

Quando arriva sotto, nell’androne di cemento che le correnti rendono inospitale anche d’estate, inizia a sentirsi meglio, e a volte sorride, sorride solo per se stessa.

Esce fuori, ed i palazzoni intorno sembrano guardarla con qualche occhio acceso qua e là, mentre arriva alla panchina.

Davanti al suo palazzo c’è un piccolo giardinetto, corroso dall’incuria e dall’abbandono, ma lei non fa più caso alle cose tristi.

Le basta il silenzio, e allora va a sedersi sullo schienale della panchina come vede fare di giorno ai ragazzi grandi, quando si affaccia alla finestra sognando di volare via.

Si mette lì, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia nude, e appoggia la testa fra le mani, con i lunghi capelli neri che le scivolano scomposti lungo le dita.

Chiude piano gli occhioni color nocciola, e ascolta con la mente ogni brivido di freddo, seguendolo nel suo percorso verso le ciabatte.

Ad ogni brivido che parte, il suo corpo sembra diventare più piccolo.

*

Palladipelo non ha la nozione del tempo, ma sente che i polpastrelli sotto le zampe iniziano a fargli male: il che vuol dire, lo capisce, che ha camminato tanto, e che i marciapiedi lisci del quartiere da cui è partito hanno pian piano lasciato il posto a percorsi più ruvidi, a lampioni più radi e case sempre più alte.

Lo SBLAM! nella sua mente ancora lo fa sobbalzare, a tratti, ma qui il silenzio è diverso da casa sua: è come se avesse un suono ed un odore diverso, lo sente più pericoloso, è costretto ad essere più attento. Non sa che cosa sia una periferia, ma ne sente il respiro ostile.

*

La panchina su cui Emma sta seduta da tempo volge lo schienale al palazzo, e se lei avesse gli occhi aperti vedrebbe il vialone che parte dal suo palazzo e taglia in due la schiera di condomini come una ferita, e che se lo segui fino in fondo, camminando per ore – dicono gli altri ragazzini – ti porta nell’altra periferia, quella dei ricchi, quella che profuma di fiori, quella dove ogni ragazzino vive in case comode dove non ci sono voci affilate che li inseguono negli angoli spingendoli a scappare.

Qualcuno dice che dentro quelle case c’è troppo silenzio e presto vien voglia di scappar fuori, e che persino questo prato spelacchiato è più divertente di una vita comoda, se la si vive da soli.

Forse lassù, a casa sua, le voci si saranno abbassate, forse sarà tornato quel silenzio pesante, greve, che per Emma è quasi peggio di un urlo.

Ma Emma non ha ancora voglia di tornare su: tanto nessuno si accorge mai che non è nel suo letto, nessuno dopo una guerra ha voglia di andare a distribuire carezze a chi dovrebbe dormire.

*

Palladipelo è stanco. Questa strada è troppo lunga, i palazzi che la chiudono troppo alti ed opprimenti, ed inizia a sentire la stanchezza, il freddo, la fame.

Laggiù in fondo la strada finisce, c’è qualcosa a chiuderla, e Palladipelo si dice che deve arrivare lì, poi basta, poi si troverà un posto sicuro e si fermerà, si riposerà.

E cammina ancora, con la coda verso il basso, trascinando i polpastrelli doloranti.

*

Emma tiene gli occhi chiusi. Le braccia sono fredde, a causa dell’umidità che inizia a pervadere la notte, ma lei resiste, immobile, come se dovesse sfidare il tempo.

Quindi non lo vede, il piccolo felino esausto che si dirige lento verso di lei, lei che è l’unica fonte di calore rimasta in questa notte poco illuminata.

*

Palladipelo ci mette tutta la forza che gli è rimasta, per fare il balzo che lo porta su quella panchina. Non sa bene cosa fare, adesso che è di fianco a questa piccola donna che sembra una statua, che forse è davvero una statua come quella dei giardini in cui viveva lui.

Non sa bene cosa fare, e l’unica cosa che gli viene in mente è appoggiare il piccolo naso triangolare, gelido e stanco, su un polpaccio di lei, anch’esso gelido e stanco.

Emma, a quel contatto, apre gli occhi e china la testa verso la sorgente di quella strana sensazione. Lo vede lì al suo fianco, Palladipelo, con quel suo muso incerto e timoroso della sua reazione. Lei lo guarda stupita, e lui non sapendo bene cosa fare emette un miagolio stonato. Lei lo guarda sorridendo, e lui miagola di nuovo.

Allora lei alza la testa, allarga le braccia e lo afferra dolcemente, e se lo posa in grembo.

Palladipelo le aderisce come fosse un pezzo di Emma, ed Emma e Palladipelo – se uno li vedesse adesso - sembrano una cosa sola.

Stanno così per un po’, sulla panchina, a godersi per un po’ il calore l’uno dell’altra, ed a scambiarselo pian piano.

Poi, Emma se lo stringe forte al petto. Si alza, con le braccia e le gambe che le comunicano il dolore della lunga immobilità, e lasciando la panchina si inoltra verso l’androne, nel silenzio più assoluto. Sale le scale due gradini alla volta cercando di non fare rumore, ed al suo piano gira piano la maniglia della porta ed entra al buio nel corridoio di casa sua. Palladipelo tace complice.

Emma ritrova in silenzio la sua stanza, entra, tasta il letto e si infila finalmente sotto il lenzuolo: Palladipelo dal petto cerca una posizione più comoda, e la trova sulla pancia di lei che ben presto si muove sempre più lentamente, nel ciclico su e giù del sonno.

E anche Palladipelo finalmente chiude gli occhi, rasserenato.

E chi li vedesse ora, addormentati e sorridenti, direbbe che davvero stanno sognando lo stesso, identico sogno.

*

lunedì, giugno 30, 2008

Aver la faccia come almeno dieci culi

(ANSA)- ROMA, 30 GIU -'Profonderemo ogni sforzo perche' l'interesse di pochi non prevalga su quello di quasi tutti', assicura il presidente del Consiglio Berlusconi. In un messaggio al convegno della Federazione italiana tabaccai, il premier fa riferimento agli ultimi accadimenti sottolineando come 'tante polemiche strumentali finiscono col mettere in secondo piano l'interesse collettivo'. Berlusconi assicura quindi che si proseguira' nella direzione che era indicata nei programmi e che 'si incarna nella nostra azione'.

Oltre

Mi piace e mi riscalda il cuore, questa piccola rete di persone che usa questo ed altri blog affini come un luogo dove lasciare tracce, pensieri, segnali.
Tracce che sedimentano e creano piccoli percorsi comuni, che portano a sentirsi più ricchi e meno soli.
E' un momento difficile, ma questo incessante bisogno di capire e di non arrendersi ad una realtà che non piace è importante.
Stiamo vicini, dai, non smettiamo di parlare.
Passerà anche questa. E tutte le parole che ci stiamo dicendo, tutte le emozioni che ci stiamo scambiando saranno il tesoro che avremo messo da parte e di cui avremo bisogno per ricominciare a costruire, quando saremo oltre la notte, oltre il deserto, oltre il buio di un paese impaurito, ripiegato su se stesso, offeso e offensivo, attraversato dal vento della tristezza e dalla aridità d'animo.

"Per arrivare all'alba, è sempre necessario attraversare la notte".
Non ricordo dove l'ho letto, ma sono d'accordo.

domenica, giugno 29, 2008

(Piccolo) bilancio

Sono trascorsi ormai quasi otto mesi da quando ho cambiato la mia vita.
Quando mi apprestai a lasciar tutto per ricominciare da capo ed inseguire un sogno, ero preoccupato di coinvolgere gli altri in questa scelta.

Uno si dice sì, io riparto da capo, ma perché devo “impoverire” anche i miei figli, che colpa ne hanno loro, “porelli”, se io non ne posso più di questa vita e voglio farmene un’altra diversa, semplice, francescana, basata su quello che provo davvero?

Poi il tempo passa, e ti accorgi che più ti allontani dai finti bisogni, dalle merci, dal rassicurante potere delle cose, e più costruisci una libertà ed una ricchezza che è solo tua, che nasce da te e da quello che senti, che è sempre meno precaria, che resisterà – paradossalmente - ad ogni avversità e ad ogni rovescio finanziario.

Senti che quel che dai non è affatto poco, e vale moltissimo perché ti appartiene davvero, non è appiccicato temporaneamente a te dalle tue disponibilità economiche: è una ricchezza umana, fortemente tua, che nessuno potrà più toglierti, mai, nemmeno se vai a vivere sotto un ponte.

Ma all’inizio è normale, questa paura. E’ paura di sbagliare, è – fortemente condizionati dai modelli dominanti – paura che “semplicità” sia sinonimo di “sconfitta”, paura che “aver poco” corrisponda con “incapacità di essere”.

La casa più piccola (in affitto, e non in proprietà), l’auto che non puoi più cambiare (e che quando morirà sostituirai con quel che trovi in giro a poco prezzo, inutile lustrarsi gli occhi dai concessionari), tutte le cose che non puoi più comprare sembrano all’inizio un arretramento, un ritorno indietro.

E’, ancora, paura di lasciarsi andare, di giudicare troppo severamente quella vita vissuta anche da noi fino ad un attimo prima: è ancora il sintomo di una situazione in bilico.

Quel che lasciai era rassicurante, conosciuto, comodo. Sì, sapeva ormai di plastica e sembrava freddo, ma era “quel che tutti fanno”: non poteva essere completamente sbagliato. Sentivo di aver ragione, ma nulla sembrava darmela.

Poi, solo andando avanti, ti accorgi di quanto davvero i soldi e le cose abbiano sostituito, nel tempo, dentro di noi, non solo la fiducia, ma anche la conoscenza delle nostre capacità.

Non ci conosciamo più e non sappiamo valutarci da soli, ed il metro per capire cosa siamo è diventata la quantità di cose di cui ci attorniamo, la loro aderenza ai modelli di “modernità e moda”, lo spazio privato di cui disponiamo. Il rumore, la frenesia, la quantità di cose da fare attenuano il senso di solitudine, e la sgradevole impressione di essere uomini e donne dannatamente simili, come prodotti standardizzati: che dicono le stesse cose, vivono gli stessi eventi, agiscono secondo gli stessi comportamenti attesi.

Il percorso per liberarsi da questa schiavitù è lungo, difficile. Allontanarsi dalle cose e dalla sicurezza che danno fa paura, all’inizio. Esse sono ormai non solo la nostra intelligenza, la nostra forza, la nostra corazza, ma rassicurano il prossimo rispetto alla nostra appartenenza allo stesso identico sistema: ci rendono uguali alla massa, e dunque ci proteggono.

Reimparare ad aver fiducia in sé, a lasciare spazio alle emozioni che non nascono dalle cose, ma dall’essere, richiede davvero un grosso sforzo.

La rieducazione di sé è un processo lungo e faticoso: ma io ho forza, fiducia, e continuerò ad andare avanti.

giovedì, giugno 26, 2008

Ci mancherebbe pure questa...

...e poi dicono che i magistrati sono tutti di sinistra!:-)


Dal sito di Manlio Cammarata

Internet e stampa

Blog e stampa clandestina: aspettiamo la sentenza

17.06.08
La sentenza del tribunale di Modica, con la quale un blogger è stato condannato per "stampa clandestina" in forza dell'art. 16 delle "disposizioni sulla stampa" del 1948, potrebbe essere formalmente corretta. E' la legge che non va bene.
Un coro di proteste si leva nell'internet italiana in seguito alla condanna di uno studioso siciliano, Carlo Ruta, perché con il suo blog avrebbe violato l'art. 16 della legge sulla stampa del 1948.
Secondo quanto si legge nei commenti che circolano in questi giorni, il tribunale di Modica avrebbe equiparato il blog alla stampa periodica, contestando la violazione dell'art. 5 della legge, che impone: "Nessun giornale o periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi".

Da qui lo scandalo: come si può confondere un blog, che per sua natura e nella sostanza non ha una periodicità predeterminata, con un periodico di informazione? Se ne deduce un intento persecutorio nei confronti del blogger e della libertà di espressione on line.
L'indignazione è giustificata, ma probabilmente non per il motivo addotto dai primi, anche autorevoli commentatori. Cerchiamo di capire perché.

La sentenza non è reperibile on line e quindi si deve procedere per ipotesi e con molta prudenza. Il che significa, prima di tutto, leggere con attenzione, e per intero, la norma incriminatrice:
Art. 16 - (Stampa clandestina)
Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall'art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000.
La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell'editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero
".

Dunque la violazione contestata a Ruta potrebbe non essere quella contemplata dal primo comma (pubblicazione di un periodico senza la preventiva registrazione), ma quella prevista dal secondo: omessa o falsa indicazione delle informazioni essenziali (nome dell'editore e dello stampatore) in una pubblicazione non periodica.
Poiché la famigerata legge 62/01 mette sullo stesso piano tutti i "prodotti editoriali", cartacei e digitali, se nel blog non erano indicati i due nomi la decisione del tribunale sarebbe corretta, anche se frutto di una lettura miope e pedante della norma. Ma...

Un blog, di solito non ha editore, poiché la sua figura coincide con quella dell'autore. E, non essendo stampato, non ha neanche uno stampatore. Dunque come si possono applicare le norme del '48 a questo tipo di "prodotto editoriale"? Ma è accettabile l'equiparazione di una pubblicazione personale a un prodotto editoriale?
E, soprattutto, si può qualificare "stampa clandestina" una pubblicazione firmata con nome e cognome dell'autore, facilmente verificabili anche in considerazione della sua notorietà? Su questa base il giudice avrebbe potuto facilmente pronunciare un'assoluzione "perché il fatto non sussiste".

Dunque la sentenza (fatte salve le valutazioni che si potranno fare dopo averla letta) appare comunque liberticida. Come liberticida appare oggi la legge del '48, anche se emanata dalla stessa Assemblea Costituente che aveva scritto l'articolo 21: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

domenica, giugno 22, 2008

Camminando...

Sono stati, questi ultimi, mesi di camminate lunghe e solitarie.

Mesi in cui mi sto riappropriando di me, e di tempi liberati dalle incombenze che mi possedevano e mi svuotavano dandomi solo piccoli brandelli di soddisfazione.

Mi rendo conto che sto da poco iniziando a recuperare appieno la capacità di usare i miei sensi: non ero quasi più capace di vedere, di sentire, di provare sensazioni elementari.

La mia mente era giunta a livelli spaventosi di percezione, ma il mio corpo era dissociato, completamente dimenticato: un ingombro, più che la mia manifestazione fisica.

Scivolavo sul mondo senza toccarlo: via, rapido, sempre protetto ed isolato in scatole d'acciaio e di cemento. Sempre di corsa, di fretta, sempre con una destinazione da raggiungere, sempre con qualcosa di definito da fare. Il tempo vuoto mi faceva quasi paura, un tempo, avevo l'ansia di riempirlo a tutti i costi – anche dormendo, se necessario. Così fan tutti, no?

Ora che i chilometri fatti a piedi iniziano ad accumularsi in modo sensibile nelle mie gambe, ora che i paesaggi non sono più uno sfondo su cui sfugge la mia vita ma sono qualcosa dentro cui vivo, ora che il tempo assume una dimensione diversa – non più qualcosa da consumare, ma qualcosa da vivere - sento che finalmente la mia vita comincia davvero a cambiare.

Rallentare, cambiare prospettiva, riacquisire una conoscenza che non sia funzionale solo al mio ruolo nella società – e l'unico ruolo che mi vogliono lasciare è quello di consumatore, e io non ci sto – è pian piano quello che sto facendo, dopo decenni di progressiva accumulazione di sovrastrutture inutili.

La semplificazione a cui anelavo, quando ho deciso di ripartire da zero, sta finalmente diventando una cosa che sento non solo necessaria, ma davvero liberatoria.
Non baratterei mai più questa deliziosa sensazione di libertà dalle cose con lo stato di relativo benessere che avevo prima.

Mi accorgo che, con la pratica, il potere rassicurante delle merci ha perso ogni attrattiva su di me.
Non guardare più la tv da sette mesi probabilmente ha aiutato, ma in realtà quello che è stato determinante è stato uscire, uscire, uscire.
Uscire con la mente da una prigione che mi ero costruito da solo, con il tempo, adattandomi ad una vita in cui non mi riconoscevo più.
Uscire, fisicamente, e stare il più fuori possibile da tutte le prigioni materiali in cui tendiamo a rinchiuderci: le case, le automobili, i nostri giardini.
Perché alla fine l'esperienza che offrono è limitata, angusta, sempre uguale. Non siamo fatti per questo, per usare il cervello ed i sensi per fare solo quelle trecento cose e basta, di cui duecento imposte dal sistema di vita che condividiamo con il prossimo.

I viaggi sono stati sempre un modo straordinario, per me, per riprendere ossigeno e piacere per la vita. Distruggere il solito ed il prevedibile, mettermi alla prova con nuovi paesaggi, linguaggi, abitudini, comportamenti, con persone con cui è necessario fare uno sforzo di comunicazione non abituale, non banale, mi ha sempre fatto bene, mi ha sempre fatto stare bene.

Ora ho imparato che posso intraprendere un viaggio ogni volta che esco di casa, senza dover fuggire via lontano, senza limitarmi a qualche settimana l'anno.

Lo posso fare di continuo, tutti i giorni.

Quando le scatole magiche si accendono nelle case, e nelle strade non resta più nessuno, io mi godo il giorno che sta finendo, e la notte che sta arrivando.

Percorro lento i sentieri, le strade. Ascolto, mi ascolto, osservo, tocco, annuso l'aria. Mi riconosco, piano piano, e riconcilio questa mente e questo corpo. Sento i miei passi andare sicuri sulla strada. Mi sento, da solo lungo il sentiero. Sento lo sforzo e la fatica, e poi la dolce abitudine che mi consentirebbe di camminare per ore, preso il ritmo.

Ad ogni passaggio, la stessa strada si arricchisce di particolari che non avevo notato prima. La pioggia, la neve, la nebbia, il sole, trasformano ogni volta lo stesso luogo in qualcosa di nuovo.

Le stagioni danno il senso del tempo vero, così distante da quello artificiale e schizofrenico in cui siamo immersi: ed anche il tempo necessario a coprire gli spazi diventa esperienza, diventa vita, non solo il trasferimento più veloce possibile tra due destinazioni.

Mi capita di fermarmi a mangiare le fragole, o le ciliegie, o a riconoscere (poco alla volta: la nostra ignoranza delle cose reali è sterminata!) alberi, piante, fiori, in un processo lentissimo in cui mi sembra pian piano di tornare a vedere quel che mi circonda dopo secoli di cecità. Risento finalmente gli odori – l'erba tagliata, i profumi dei fiori…

Inizio a saper valutare quanto ci vuole a piedi per andare da un posto all'altro: muovermi a piedi da un paese all'altro è una cosa che solo un anno fa avrei ritenuto inconcepibile - in quanto inutile.

Ora so bene cosa c'è su ogni percorso, e sapere come arrivare senza alcun mezzo da un posto all'altro – pur in un raggio di soli cinque-sei chilometri da casa, per ora – mi da un senso di potenza e di conoscenza che mi rendono orgoglioso: ecco, posso andare fino a lì, che sembra distantissimo, ed invece arrivarci è facile, e non ho bisogno di nient'altro che di tempo (sempre meno di quel che uno teme) e dei miei piedi. Niente mezzi meccanici, niente gasolio, niente inquinamento. Posso fare una cosa che non fa male a nessuno, che non peggiora il mondo, e mi da un immenso piacere.

Perché dopo mesi, sto finalmente iniziando a farla mia, questa terra. Conosco i nomi dei luoghi, dei torrenti, delle valli. Inizio a riconoscerle con sicurezza, quando le guardo da lontano o dall'alto di un bricco. Sento mio, sempre di più, quel che percorro e scopro. So orientarmi, ed ogni tanto provo a "perdermi" non guardando la cartina, e scoprendo con piacere che so benissimo dove andare, e so benissimo quanto ci metterò ad arrivare.

Partendo attrezzato (semplicemente, con gli scarponi e con il mio zainetto con qualcosa da bere, la giacca di goretex, un taccuino, la inseparabile Parker, e un libro nel caso trovassi un luogo che invoglia alla sosta: l'essenziale del viandante), mi godo ogni condizione atmosferica senza ansia.

La pioggia è una piacevole emozione, e se non è troppo fitta aspetto pure un po' a coprirmi: tanto nel resto del cammino mi asciugherò, che problema c'è…tocco l'erba bagnata, mi impiastriccio con il fango, mi rimescolo con quell'ambiente da cui abbiamo disperatamente cercato di allontanarci nei secoli.

Man mano che cammino, e che mi libero dalle vecchie sovrastrutture opprimenti, mi sento più sicuro, più autonomo, più leggero. Recupero le mie capacità perdute, mi fido della mia resistenza, sia fisica che psichica: cambio sempre più il mio punto di vista sulla vita, e raffino il mio sistema di valori.

Quel che provo assume sempre più valore rispetto a quel che possiedo, e quel che provo è sempre più svincolato da quel che possiedo.

Ora salverei, tra le merci, solo quelle che consentono di raccontare e riprodurre esperienze ed emozioni: i libri, la musica, il cinema. E poi il buon cibo ed il buon vino. Tutto il resto, più o meno, è secondario, o non merita comunque soverchio impegno. L'auto tocca averla, il telefono pure, ma alla fine se uno si muove e telefona ha raggiunto lo scopo, non è che bisogna avere chissachè.

Ora, quando sto con i miei ragazzi, sento che il nostro tempo è un tempo che vale molto di più di prima, perché io sono una persona diversa, più interessante, più singolare, più originale: parlo di me e di quel che faccio, non di quel che accade in un mondo che non conosco.

Quel che dico, quel che racconto, le cose che faccio vedere sono mie, sono le mie esperienze, e visto che le faccio quasi tutte vicino a casa posso condividerle, portarli a vedere il panorama da un luogo specifico e condividere l'emozione di quel che si vede, farla capire, goderla insieme, così come scoprire e mangiare insieme le fragole al limitare di un sentiero.

Raccontare – che so - di un viaggio in Canada, per quanto emozionante e meraviglioso e straordinario, non consente di fare questo: di condividere davvero, appunto, di "vivere insieme" e non in solitudine. E quindi mi sento paradossalmente più ricco io, che "possiedo" tutto il territorio che ho esplorato e conosco attorno a me, e posso donarlo a chi amo, rispetto ad un viaggiatore economicamente ricco e fortunato che può soltanto offrire un eco delle emozioni provate in quei posti meravigliosi.

Depurato dalle emozioni finte, sto iniziando a godere davvero di quelle autentiche.

Ogni giorno esco dal mio piccolo nido, che mi protegge solo per dormire, per mangiare e per leggere, e mi impadronisco di questo mondo che gli altri trascurano: un mondo immenso, ricchissimo, di cui posso godere per sempre, in cui non smetto di scoprire ogni giorno qualcosa, di stupirmi, di eccitarmi, di sorridere.

Non lo perderò mai, perché non lo possiedo: lo vivo, ed è una cosa diversa.

venerdì, giugno 20, 2008

L'euro scarlatto

Sulla manovra economica del governo c'è moltissimo da dire e da scrivere, e probabilmente lo farò. Ma la cosa che mi colpisce di più, per ora, è questa "carta di credito prepagata" per i poveri, che sarà inviata in forma riservata a chi non arriva alla fine del mese (1.200.000 persone?); da alcune indiscrezioni, sembra che si tratti di un valore annuo di circa 400 euro.
Ora, io lo vorrei vedere in faccia, l'imbecille a cui è venuta questa idea (gli imbecilli che l'hanno approvata, purtroppo, li conosciamo tutti).
Io capisco che, tra costoro, il buonsenso non sia di casa: ma potevano, in questo caso, farsi aiutare da qualcuno: uno psicologo, magari.
Esistono persino nella sanità pubblica, per ora: so che chi ci governa non lo sa, e che la parola "pubblico" gli provoca solo allergie ed appetiti, ma se gli fa schifo appoggiarsi a professionisti pagati con i soldi di tutti potevano almeno sganciare un duecento euro a quel Crepet che infesta i salotti televisivi.
Persino lui avrebbe potuto dire che la propria povertà non è proprio una cosa che faccia piacere esibire a nessuno, neppure sotto forma di un pezzo di plastica colorato e decorato con ologrammi scintillanti.

Che tirar fuori quel pezzo di plastica in un supermercato (il panettiere sotto casa, col cavolo che accetta le carte di credito!) è così umiliante, ed anche così ostico per un anziano che con 'ste cose non ci ha mai avuto a che fare, che alla fine uno per dignità rinuncerà ad usarla (e così, tra un anno, si dirà trionfalmente che i poveri non esistono!).
(Senza contare che il piccolo supermercato sotto casa mia espone da mesi il cartello "Non è TEMPORANEAMENTE disponibile il pagamento con carte di credito").
Poi, per chi non può muoversi di casa, la beffa della carta "personale" è ancora più bruciante: al nipote o al vicino od al volontario che ti va a fare la spesa devi dare i dieci euro sonanti, quel pezzo di plastica che devi firmare tu "di pirsona pirsonalmente", come direbbe il Catarella di Camilleri, è inutile e costituisce un'ulteriore schiaffo alla tua condizione.
Esisteva un modo più semplice per fare la carità: mettere 'sti quattrocento euro direttamente sulla pensione e sullo stipendio, 'che almeno uno se li sparava tutti subito per un suicidio come si deve, dopo una bella cena di ringraziamento al Governo.
Alla fine, 'sto insultante pezzo di plastica è paragonabile ad un euro di stoffa scarlatta da applicare sulla giubba, e ricorda - come tante altre cose di questi tempi - momenti storici da cui i nostri governanti sembrano trarre sempre più ispirazione.
I poveri "nostrani" (di cui tra un po' andremo in molti ad aumentare il numero, io sono in prossimità della categoria) diventano dunque categoria sociale specifica come i rumeni e gli zingari, e come loro vanno riconosciuti e classificati. Una forma di nazismo gentile. Per ora.

'nzomma, saprei bene io dove potrebbero infilarseli, 'sto milione e duecentomila pezzetti di plastica rigida...ma non lo dico perchè è un blog che tenta di non lasciarsi sedurre dalla volgarità dilagante, neppure da quella governativa:-)

mercoledì, giugno 18, 2008

Ciao, Mario!

Rigoni Stern se ne è andato, ieri mattina.
E siamo tutti un po' più soli. Non solo perchè il "Sergente" era una delle memorie storiche del paese, e da lui - come da molti altri - conoscemmo la reale dimensione di una delle più assurde tragedie generate dal fascismo - la campagna di Russia.

Ma perchè Rigoni Stern aveva occhi e cuore per vedere, nei suoi boschi, e parole e sensibilità per raccontare, nei suoi libri, tutto quello che piano piano è diventato invisibile agli abitanti di questo paese.

Le albe, la montagna, i boschi. La natura. La fatica, il silenzio, il confronto muto e stupefatto dell'uomo con quello che ha intorno, con quello che non può ne comprare nè conquistare ma può solo ammirare, se la sua anima esiste ancora.

Seguendo le tue parole e le tue storie abbiamo camminato con te, Mario, lassù sull'Altipiano, invidiando la tua capacità di capire davvero le cose che contano, ascoltando in rispettoso silenzio le verità che raccontavi, pacato e autentico.

Ci piace pensare che hai preso lo zaino e gli scarponi, ancora una volta, e picchiettando il bastone sulle rocce stai camminando laddove l'aria non si sporca mai, laddove nessuno può contaminare il mondo con favole e bugie, laddove il paesaggio esige silenzio, rispetto, umanità.

Grazie di tutto.

martedì, giugno 17, 2008

Fermiamolo.

Ecco qui, non è durata molto la recita di Berlusconi nel ruolo di "statista". Come spiega qui Ezio Mauro assai meglio di me, è bastato poco per veder riafforare il personaggio che conosciamo benissimo: personaggio che nutre un disprezzo profondo per lo Stato, per le istituzioni, per i poteri fondanti di questa democrazia.
Le sue dichiarazioni di ieri a supporto del vergognoso e ributtante emendamento al pacchetto sicurezza che consentirà di sospendere il processo a suo carico, ottenendo un anno di tempo per affossare definitivamente ogni tentativo di applicare la legge nei suoi confronti con una riedizione del tristemente noto "Lodo Schifani", sono semplicemente eversive.
Mi aspettavo che qualcuno mandasse i carabinieri ad arrestarlo, mentre proclamava le sue usuali sconcezze contro la Magistratura e dichiarava di non voler sottostare a nessun potere, a nessun equilibrio che non sia il suo.
Invece no: laddove quel che in un paese normale sarebbe una pustola, un'escrescenza che si sarebbe rimossa da tempo, in una democrazia estenuata e offesa da decenni di aggressione mediatica non genera neppure più gli anticorpi per difenderci da quel che, nato come un'influenza pittoresca, è diventato nel tempo un male incurabile.
Veltroni, forse dire "Se continui a fare il birichino non ti parlo più" non è ancora essere consapevoli della gravità della situazione.
Veltroni e Di Pietro, dite e fate qualcosa non dico di sinistra, ma qualcosa di DEMOCRATICO. Chiamateci in piazza, a percuotere le casseruole. Ad accatastare i nostri televisori davanti a Palazzo Chigi e sfasciarli a martellate, con la musica dei Pink Floyd al massimo del volume: "We don't need no education, we don't need no thought control...".
Se non lo facciamo ora, quando più riprenderemo il coraggio di reagire? Cosa dobbiamo ancora aspettare?
Che il funerale della democrazia - di cui il berlusconismo è l'esecutore materiale, ma di cui il mandante morale è questo popolo irreversibilmente rimbambito - sia almeno fragoroso, rutilante. Che ricordi almeno gli immensi sforzi dei Padri Costituenti per costruirla, e omaggi lo sforzo del Presidente Napolitano per salvarla.

lunedì, giugno 16, 2008

Come a Bogotà

A me, 'sti duemilacinquecento soldati in giro per le città, non si sa a far bene cosa, non mi piacciono per nulla.
Duemilacinquecento soldati a fronte di centomila poliziotti e centomila carabinieri già presenti sul territorio (e che spesso sanno fare benissimo le veci di un esercito sudamericano, come racconta il G8 di Genova del luglio 2001): non servono a nulla, se non a dare l'idea di un paese militarizzato. Appunto.
Come dice Chiamparino, non siamo a Bogotà: ma probabilmente Bogotà è il modello urbano e sociale a cui si vuol tendere nei prossimi anni.

C'è nell'aria un bruttissimo vento di rivalsa, di vendetta. La destra vittoriosa, forte dell'ampio consenso del popolo più rimbambito d'Europa, vuol saldare tutti i conti subito: dopo il panem et circenses, è arrivato finalmente e quasi subito il tempo del "facciamoci-i-cazzi-nostri", le leggi per rendere impunita la casta ed i suoi adulatori.
Niente più intercettazioni, niente più processi. Via libera agli appetiti economici legati alle grandi infrastrutture, per rendere sazi gli amici. Via libera all'insana ed ipocrita commistione con il clero più retrivo.

Non possiamo fare granchè, per ora: solo definire, conservare e alimentare questa lucida indignazione, per capire come trasformarla in azione, per capire come salvare quel che si può, prima che costoro ci trasformino in prigionieri politici nella nostra stessa casa.

venerdì, giugno 13, 2008

Avviso di incendio

Ripubblico l'editoriale di Parlato e Rossanda sul "nuovo" manifesto uscito in edicola il 6 giugno, perchè le loro riflessioni sono in gran parte le mie (e non posso qui non esternare la mia nostalgia per il grandissimo Luigi Pintor, la cui mente lucida e realista sarebbe oggi estremamente utile per chiedersi almeno insieme "che fare").
Ma c'è l'invito a non mollare nonostante il comune senso di smarrimento.
E quello, nonostante mi manchino le parole, lo accolgo con tutto il mio essere.
Salviamoci: ma poi facciamogliela vedere, a questa gente.
(Il caso della clinica privata di Milano, dove avidi epigoni di Mengele mutilavano la gente per rubare i soldi della collettività, mi sta scatenando dentro una indignazione ed un furore che non immaginate, uguale e contrario a quello del popolo stupido che odia i poveri e i diversi: al punto da farmi dire che se fossi una delle persone violentate da questi bastardi, da questi infami, da questi farabutti, che subito vengono difesi e coperti dalla casta di appartenenza invece di essere accompagnati in cella per buttar via subito dopo le chiavi, assumerei la vendetta - feroce e spietata, perchè qui si è valicata ogni umanità, ogni normalità - come obiettivo di vita.
Rovinarli, come già lo sono dentro, indegni di condividere i nostri stessi spazi, la nostra stessa vita, il nostro stesso tempo, la nostra stessa aria).




Avviso d'incendio
Valentino Parlato
Rossana Rossanda

Oggi il manifesto si è vestito di nuovo, più pulito, più ordinato, più elegante. Non che a indossarlo sia un bel ventenne, abbiamo i nostri 37 anni, difficile definirci splendidi quarantenni, abbiamo più che rughe qualche livido. Viviamo nell'incubo di un debito pesante e siamo persino in «stato di crisi» con la cassa integrazione a rotazione. Ma siano inossidabili, questo è certo. E rilanciamo. Diceva un adagio spagnolo che un gentiluomo dev'essere sempre in condizione di incontrare il suo amore, la sua morte, il suo re. Eccoci pronti. Il nostro amore lo abbiamo un poco perduto di vista ma sta qui intorno da qualche parte. Con la nostra morte siamo avvezzi a batterci un paio di volte all'anno. L'attuale re si tratta di sbalzarlo da cavallo prima che lui sbalzi noi. Non ce la faremo da soli, ma dobbiamo metterci più sprint. A questo ci attrezziamo.
L'Italia va incontro ai tempi più oscuri da quando è nata la repubblica. Ha mandato spensieratamente a Palazzo Chigi un governo di fascistoidi, bugiardi e corruttori. Fascistoidi non solo perché siamo il solo paese in Europa la cui Camera è presieduta da un ex missino e la capitale idem, ma perché il peggio della destra - razzismo, superomismo, arroganza, disprezzo per la democrazia, vaghe idee ma ostili alla Costituzione, populismo, «noi tireremo diritto», balle tipo trecentomila fucili pronti a sparare, il ricatto come metodo dei rapporti - sta dilagando senza fare scandalo, come se un po' di fascismo quotidiano fosse ovvio e comunque disinnescato. E poi, bugiardi, una cosa dicono oggi e ritirano domani, nella persuasione che basti affermarla due volte ergendo il petto perché sia vera. E corruttore il loro leader, scampato alla giustizia solo in grazia alle prescrizioni perseguite dai suoi avvocati, il più vanesio e ridicolo dei capi di stato del continente - e non è che ne manchino.
Al potere da poche settimane, questo governo ogni giorno ne tira fuori una - ha già ridetassato chi ha una casa per ingraziarsi chi qualcosa possiede e va strillando in tv che le pensioni costano il 60 per cento della spesa pubblica mentre sono pagate dai lavoratori fino all'ultimo euro. Agita la galera per l'affamato che riesce ad aggrapparsi fino alle nostre sponde e per chi non si presenta al lavoro nel pubblico impiego. Il premier vagheggia l'uso dell'esercito per le popolazioni del sud strette fra la discarica sotto casa e le forze armate che gli impongo di lasciarvela mettere, mentre dopo la prima devastazione voluta da Veltroni delle povere baracche di un campo romeno, abbiamo un pogrom spontaneo alla settimana. Alemanno ha giurato di far fuori da Roma tutti gli immigrati clandestini, cioè tutti quelli che non sono venuti con un contratto in mano, e Maroni insiste che chi non lo ha vada dentro da sei mesi ai quattro anni. Già succede in Francia, ha detto - e tutti zitti. Finché Sarkozy ha spiegato a Berlusconi che questa è una disposizione mai applicata una volta, non essendosi trovato un Pm che abbia la faccia di chiederla. E poi, osservano coraggiosamente i democratici, è più facile cacciare gli immigrati senza processo che con, e cacciarli in fretta è quel che conta. Con l'amico Sarkozy il nostro presidente avrebbe già cambiato a fine settimana le nostre cosiddette missioni di pace in esplicite missioni di guerra per far contento l'amico Bush se proprio l'altro ieri Obama non avesse vinto le primarie dei democratici e va a capire se non lascia Iraq e Afghanistan per primo. E sempre Berlusconi avrebbe già fissato il viaggio dall'amico Olmert se questi non fosse sulla via dell'uscita anche lui per corruzione.
Sarebbe un governo pessimo come altri, se ci fosse una opposizione come altre, che non si felicitasse con il premier ogni due giorni, ricevendo in cambio congratulazioni per le sue buone maniere. Ratzinger, che da giovane ne ha viste altre, fa sapere di essere tutto contento per il «clima» che vige oggi in Italia. Trovarne uno che alle prodezze della Lega sbotti: Ma questa è una vergogna! No, uno c'è, Massimo Cacciari, ora che i serenissimi vogliono impedire un quartiere per i sinti, ancorché siano italiani e paghino le tasse da decenni. Ma non c'è una società civile che scenda in piazza a dire: Questo è troppo. Basta qualche decina di leghisti a Mestre per bloccare un cantiere, perché Venezia dorme, non vede, non sente.
Questo è il guasto profondo, e in atto da tempo. La tempesta elettorale ha solo reso evidente un processo di egoismo, e incarognito, che ha portato l'Italia a essere il solo paese d'Europa che ha tutta la destra al governo e tutta la sinistra fuori dal parlamento. Non ce ne sono altri. E se questo è successo, qualche responsabilità l'avremo avuta pure noi nel nostro piccolo. Per distrazione, per sufficienza, perché «rivoluzione o niente», per stanchezza - siamo in campo da quasi quarant'anni, troppo modesto distributore di contravveleni.
Il peggio che avviene nelle situazioni simili alla nostra è il pensare di non farcela, che tanto tutto è inutile, vero motivo della disaffezione di chi scrive e di chi legge, mentre le piccole ferite che ognuno si sente bruciare sulla pelle a forza di tirare la carretta non aiutano a liberarsi dai vecchi vizi e dai vecchi vezzi. Come potrebbe essere diverso con l'aria che tira? Anche il manifesto ha avuto le sue linee d'ombra, i suoi momenti di spleen.
Ma non c'è più tempo per lo spleen. Si sente puzza di fuoco, mettiamo fuori il cartello «Avviso di incendio!» come Walter Benjamin nella repubblica di Weimar, era il 1926. Non fu molto ascoltato. Noi abbiamo meno genialità ma più lettori di quel profetico infelice. E avvertiamo compagni ed amici - si diceva una volta - che chi ha adesso le redini del paese non farà prigionieri, come ebbe a dire Previti. A lui non è andata bene. Perché non vada bene ai suoi consoci, il manifesto riparte ancora una volta.
Dateci una mano.

martedì, giugno 10, 2008

Parole prima di rimanere senza

Silvio Berlusconi (Presidente del Consiglio):
"L'attività del governo non può che compiacere il Papa e la sua Chiesa. Siamo dalla parte della Chiesa. Crediamo nei valori della tradizione cristiana, nel valore irrinunciabile della vita, nel ruolo della famiglia e nella difesa dei diritti umani".
“Fra Italia e Santa Sede c'è forte comunanza di vedute, le priorità sono la sacralità della persona e la famiglia".
"Nel prossimo Consiglio dei ministri introdurremo il divieto assoluto per le intercettazioni telefoniche tranne che per la criminalità organizzata, la mafia, la camorra e il terrorismo. Cinque anni per chi le fa e anche una forte penalizzazione economica per gli editori che le pubblicano"

Claudio Scajola (Ministro delle Attività Produttive):
"Dobbiamo collaborare con Francia e Inghilterra per l' avanzamento del progetto sui reattori di quarta generazione e intanto partecipare alle centrali nucleari in paesi vicini al nostro e preparaci a costruire le nostre. La produzione del nucleare è destinata a sostituire petrolio e gas quando andranno a esaurirsi"

Maurizio Sacconi (Ministro del Lavoro):
"Vogliamo deregolare tutto ciò che attiene alla flessibilità dell'orario di lavoro, come il contratto di part-time che è stato irrigidito". "Serve una poderosa operazione di deregolazione, qualcosa di più di una semplificazione dei procedimenti, che spesso si risolve in un nulla di fatto". "Metteremo mano al Testo unico sulla sicurezza perchè sanzioni sproporzionate distolgono l'attenzione delle imprese dallo sforzo di aumentare la sicurezza, spingendole ad adempiere a comportamenti formalistici per evitare le sanzioni".

Francesca Guidi (Presidente dei Giovani Industriali):
“Il nuovo contratto dovrebbe essere sempre meno collettivo e sempre piu' 'taylor made', fatto su misura, tagliato attorno al singolo individuo.''
''La contrattazione collettiva distrugge opportunita', impedendo un libero accordo. Questo sistema di normazione corporativa ostacola la stipula di contratti; e poiche' ogni contratto (come ogni scambio) e' per definizione produttivo di benessere per quanti lo sottoscrivono liberamente, questa congerie di norme si rende responsabile dell'impoverimento complessivo della società''.

Renato Brunetta (Ministro della Funzione Pubblica):
''Il nuovo modello di contrattazione deve essere di tipo adattivo, quindi, adattarsi in maniera efficiente al cambiamento tecnologico, scegliendo di volta in volta, facendo shopping, la centralizzazione o la decentralizzazione. Quello che e' sbagliato comprarsi e' la via di mezzo''. ''Il modello efficiente e' quello variabile, quello che si adatta in modo esogeno alle tecnologie. L'impatto delle tecnologie e' piu' o meno efficiente se il sistema di relazioni industriali e' piu' capace di adattarsi ai cambiamenti tecnologici in fretta e in maniera intelligente''.

Vari:
Con un emendamento al decreto sicurezza i relatori del provvedimento in Senato hanno inserito fra le categorie «pericolose per la morale» le prostitute. In questo modo possono essere allontanate con foglio di via.
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Quel che esce da questa “offensiva culturale”, a guardarlo bene, è qualcosa di vecchio, di consunto, un assemblaggio di idee che si pensavano già condannate dal tempo e dallo sviluppo “culturale” che il paese ha vissuto negli ultimi decenni.
Sotto la vernice fresca del decisionismo, ecco collocate sugli scaffali le “offerte speciali” che sembrano nuove solo ad un popolo rimbambito dalla TV, ma sono merce scaduta da tempo, ammuffita, putrefatta.

Le solite grandi opere. Ponti, centrali, ferrovie. La Compagnia Aerea Nazionale. Mentre il 94% dei pendolari è insoddisfatto del servizio offerto e le Ferrovie dicono che senza soldi taglieranno proprio le linee meno redditizie, i famosi “rami secchi”, il Governo butta via valanghe di soldi (attesi golosamente dalla mafie, già pronte al banchetto) in opere insensate, ma che possano farlo ricordare per sempre (una cosa assai simile alla Statua d’oro del defunto Presidente Nyiazov in Turkmenistan, né più né meno). Una costosa riedizione di panem et circenses.

Il solito ipocrita moralismo cattolico: che finge di sentire l’offesa non nella mortificazione dell’essere umano, ma nel fatto che essa sia visibile agli occhi sensibili del popolo. Via le prostitute dalle strade, e gli zingari, e i poveri: non importa dove e come si arrangino, basta che non si vedano. Più soldi alle scuole cattoliche, maggiori ostacoli all’aborto legale e pubblico: poi ognuno si comporti come gli pare, specie se è ricco e potente, specie se è protagonista e complice di un sistema che i poveri li crea, li genera incessantemente. Ma non importa, basta baciare le mani inanellate per rifarsi una verginità.

La vecchia, solita, balzana idea che il mercato e l’iniziativa privata, lasciati liberi, liberino “energie” miracolose che migliorino il mondo. Non si leggono i giornali internazionali, non si ascoltano le istituzioni internazionali, e dunque non giunge, in questo piccolo paese dimenticato l’eco, – dal mondo – dei danni della speculazione sui cereali, sul petrolio: eccolo lì, il capitalismo liberato, che fa morire la gente di fame, esattamente come fa da quando è nato. Eccolo lì, il capitalismo vincente, che ha portato da 800 a 900 i milioni di persone che “vivono” con meno di un dollaro al giorno. Ma non importa, son quisquiglie: ed ecco dunque i “giovani industriali” che sognano il ritorno all’Ottocento, alla barbarie dello sfruttamento senza regole, alla libertà di impresa intesa come dominio e sopraffazione, all’epoca precedente lo sviluppo del movimento operaio.

Tutto quello che viene proposto come nuovo è dunque vecchio, putrido, già vissuto, già superato, già provato, già clamorosamente fallito.

Ma ha l’immenso vantaggio di non chiedere, alle masse rimbambite, annichilite dalla TV e avvelenate dalla schiavitù delle merci, lo sforzo di pensare e di assumersi responsabilità. Raccontare la verità è difficile, ed assai impopolare in un mondo costruito sul consenso. Meglio dunque continuare a dire che tutto va bene, che si può vivere così per sempre, che avremo sempre quel che abbiamo e assai di più, che lo sviluppo perpetuo è un mito che bisogna continuare a venerare senza cedimenti. Che la ricchezza ed il potere sono ancora alla portata di tutti, purchè si faccia ben attenzione a “tener fuori” gli estranei, i “non aventi diritto”.

Il popolo, assetato di bugie rassicuranti e assai poco propenso a rinunciare ad aspettative alimentate per decenni, ovviamente gradisce assai, e il livello di fiducia nel Presidente del Consiglio e nei suoi ministri aumenta sensibilmente. (Resta un po' indietro la Gelmini, ma presto potrà iniziare a disfare in senso populista la scuola pubblica - che ognuno scelga la scuola confessionale che preferisce! Libertà per le famiglie, o morte! - , ed anche lei avrà il suo momento di gloria).

L’idillio – tra un popolo rimbambito ed un governo che lo asseconda nella sua regressione ad un infantilismo civile che sembra irreversibile – sembra poter durare a lungo, con reciproca ed intensa soddisfazione.
Inutile pensare che, in questo contesto, le voci che instillano dubbi e propongono ragionevolezza possano ricevere ascolto: non è tempo di cassandre, non è tempo di dubbi, ma solo di gioiose e semplicissime certezze.

Inutile sprecare fiato, parole, byte per contrastare una corrente così impetuosa.
Intorno a me, oggi, le persone normali parlano con passione di una partita di calcio; e io mi stupisco che si possa provare così tanta passione per cose così stupide, e così tanta indifferenza per il nostro presente e per il nostro futuro.
Meglio dunque ritrarsi, conservare le forze, le parole. Coltivare, in piccole isole al riparo dalla esuberante corrente che tutto travolge - pensieri, ragioni, realtà -, i semi che ancora restano di una razza in via di estinzione.
Salvarsi, prima di tutto.
Al resto ci penseremo poi.

“Non mi piace il mercato globale
che è il paradiso di ogni multinazionale
e un domani state pur tranquilli
ci saranno sempre più poveri e più ricchi
ma tutti più imbecilli.
E immagino un futuro
senza alcun rimedio
una specie di massa
senza più un individuo
e vedo il nostro stato
che è pavido e impotente
è sempre più allo sfascio
e non gliene frega niente
e vedo anche una Chiesa
che incalza più che mai
io vorrei che sprofondasse
con tutti i Papi e i Giubilei.

Ma questa è un'astrazione
è un'idea di chi appartiene
a una razza
in estinzione."

(Gaber/Luporini: “La razza in estinzione”, 1981).