sabato, novembre 22, 2014

Mitico Peter!

Giovedì 20 novembre, Torino, PalaAlpitour: primo concerto italiano di Peter Gabriel per il Back To The  Front Tour 2014.



Sono passati 25 anni da "SO", e il vecchio Peter (siamo a 64 primavere) ne ha fatta molta, di strada. 

Noi ci ricordiamo persino di quando era la voce dei Genesis che abbiamo amato di più, ma sarebbe ingeneroso non riconoscere che Gabriel non è mai campato di rendita: non ha mai smesso di esplorare, di percorrere sentieri musicali innovativi, di cercare e offrire cose in sintonia con i tempi. 

Allora, ha senso un'operazione che riporta sul palco, dopo 25 anni, la stessa band a rifare (per la parte finale del concerto) tutte le canzoni di quel vecchio disco?

Domanda leziosa: non so la risposta, e mi è anche indifferente:-)
E penso che non fregasse granchè nemmeno agli altri diecimila che riempivano il pala, tutti posizionati anagraficamente tra i cinquanta ed i sessanta...
So che quando Gabriel ripercorre la sua esperienza musicale, nessuna di quelle canzoni è invecchiata o è diventata opaca. 

La band è mostruosa, perfetta, senza una sbavatura: Tony Levin, uno dei migliori bassisti e suonatore di qualsiasicosaproducaunsuono del mondo; David Rhodes alle chitarre, Manu Katchè a tastiere e fisarmonica, David Sancious alle percussioni,  Jennie Abrahamson alla voce, una altra fatina bionda di cui non so il nome al violoncello e voce...

Gli arrangiamenti sono deliziosi (la versione acustica di "Shock the Monkey": che sballo!!!), gli effetti tecnologicissimi ma mai invadenti (quelle cinque torri di luci e camere, un po' giraffe un po' dinosauri, che inseguono la band in giro per il palco, sono una gran bella idea...)



Quando Gabriel intona la struggente "Don't give up", anche se al suo fianco non c'è Kate Bush ma una deliziosa corista dalla voce giusta, la svedese Jennie Abrahamson, la lacrima è li in agguato, il cuore scaldato da vibrazioni antiche, buone e giuste. 

E quindi si fa poi il coro nel tripudio di luci di Red Rain, in Solsbury Hills, In Your Eyes, SlegdeHammer...

Un torrente di musica ed effettoni fino al grande, ovvio finale con Biko, prima del quale Gabriel ricorda (leggendo in italiano) i 43 studenti scomparsi da poco in Messico. 

E poi, in una luce rosso sangue, si ritornella insieme il nome di Biko, fin quando la band scompare, elemento dopo elemento, lasciando solo il batterista a tenere il ritmo...

Concerto bellissimo, perfetto, emozionante.




La scaletta:
? (sconosciuta)
Come Talk To Me
Shock The Monkey
Family Snapshot
Digging In The Dirt
Secret World
The Family And The Fishing Net
No Self Control
Solsbury Hill
Why Don’t You Show Yourself?
Red Rain
Sledgehammer
Don’t Give Up
That Voice Again
Mercy Street
Big Time
We Do What We’re Told (Milgram’s 37)
This Is The Picture (Excellent Birds)
In Your Eyes
The Tower That Ate People
Biko


venerdì, novembre 21, 2014

I 100 anni di "Cabiria": la mostra.

In questo manifesto di "Cabiria", il Moloch la cui copia troneggia oggi al Museo del Cinema presso la Mole Antonelliana, e il nome di Gabriele D'Annunzio che servì a dare al kolossal una fama mondiale.
"Cabiria" ha compiuto 100 anni: il più famoso film kolossal della storia primigenia del cinema italiano debuttò in prima nazionale il 18 aprile 1914 al Teatro Vittorio Emanuele, in Via Rossini, a Torino (quello che ora è l'Auditorium RAI, dove ha casa l'Orchestra Sinfonica Nazionale).

Per festeggiarlo, la Biblioteca Nazionale Universitaria ed il Museo del Cinema hanno promosso una piccola, ma deliziosa e preziosa mostra che rimarrà aperta fino al 30 novembre presso il locale espositivo della stessa Biblioteca.

Il bel catalogo della mostra.
(Se avete in programma una visita cinefila a Torino, magari in concomitanza con il 32° Torino Film Festival, è consigliato accoppiarla alla visita al Museo del Cinema...)


"Cabiria", che è il secondo kolossal cinematografico al mondo dopo l'americano "Quo Vadis", rappresenta il culmine della stagione gloriosa del cinema italiano che nasce a inizio Novecento, ha il suo momento di gloria nella stagione dei "peplum" e delle dive del muto, e decade allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con il fallimento ed il tracollo delle numerose case cinematografiche nate tra Torino (capitale del cinema europeo con Parigi, a quei tempi), Firenze, Roma, Napoli e la Sicilia.

L'artefice di questo capolavoro lungo 3 ore e 3400 metri di pellicola, che fonda la narrazione cinematografica moderna con le riprese in movimento dal carrello, i continui cambi di visione e prospettiva al posto dei precedenti "quadri fissi", è un genio a tutto tondo che risponde al nome di Giovanni Pastrone.

Un personaggio eclettico, nato ad Asti nel 1882: figlio di commercianti, trasferitosi a Torino sarà violinista di fila, progettista di un biplano, contabile, prima di innamorarsi del cinema e acquistare quella che diventerà la Itala Film, di cui sarà non solo proprietario ma deus ex machina, sceneggiatore, regista, tecnico, eccetera eccetera.

Con Cabiria tenta l'operazione di elevare il cinema da spettacolo popolare ad arte: e ci riesce, perbacco se ci riesce.

Sganciando cinquantamila lire dell'epoca a Gabriele D'Annunzio, a cui si attribuì la sceneggiatura del film (ma in realtà prestò solo il nome, scrisse le pompose didascalie e inventò i nomi dei personaggi), e rimanendo nell'ombra, Pastrone, che era in toto il padre del film, riuscì a sdoganare per la prima volta un'opera cinematografica come oggetto di culto anche per la maggior parte degli intellettuali, allora come oggi un po' restii ad occuparsi di ciò che è anche popolare.

Sia ben inteso: non sarebbe certo bastato il nome di D'Annunzio a creare il mito di Cabiria, se il film non fosse stato davvero un capolavoro.
Una storia lunga, complessa ed avvincente ambientata ai tempi delle guerre puniche, nel III secolo avanti Cristo.: effetti speciali come se piovesse (l'eruzione dell'Etna, i sacrifici umani, Annibale che valica le Alpi, le battaglie...), e poi personaggi finalmente in grado di assumere una dimensione propria e durature, come Maciste (un camallo genovese che lascerà definitivamente le banchine per dedicarsi a tempo pieno al cinema, con un personaggio duraturo, il buono fortissimo che lotta contro i cattivi).

Il film, per questi motivi, conoscerà un meritato trionfo di livello mondiale:  sei mesi fisso a Parigi, un anno continuo di proiezioni a New York, poi l'Est, fino alla Russia ed al Giappone: piacerà agli intellettuali ed al popolo, pronto a identificarsi con Maciste.
"Cabiria" costituirà ispirazione per la nascita del moderno cinema hollywoodiano, ed anche Fritz Lang gli renderà omaggio  nel mitico "Metropolis" con una aperta citazione del Moloch divorapersone.

Negli anni '30 del Novecento, quando i fasti del cinema italiano sono ormai un lontano ricordo ed egli stesso ha abbandonato il cinema per attività più remunerative, Pastrone rimetterà mano alla sua opera per farne una versione sonorizzata (quella del 1914 è muta, e le sue  proiezioni avvenivano con l'accompagnamento in diretta di orchestre da 80-90 elementi ed un cantante solista).

Pastrone morirà nel 1959, non prima di aver donato la maggior parte delle reliquie della sua avventura cinematografica a Maria Adriana Prolo, autentica vestale del cinema e prima ad aver avuto l'idea del Museo (se potesse vedere quale meraviglia si è sviluppata oggi, nella Mole, a partire dalla sua idea originale, quell'appunto sul suo diario: "Pensato al Museo"..!).

La pellicola, recuperando a Torino e in giro per il mondo le copie ancora reperibili, viene sottoposta ad un profondo restauro nello scorso decennio e riportata all'onor del mondo nel 2006, con una proiezione al Teatro Regio.

La mostra alla Biblioteca esibisce i meravigliosi manifesti, i costumi originali dell'epoca miracolosamente conservati, partiture ed oggetti di culto. E' stato predisposto inoltre un delizioso catalogo, dal quale sono state reperite quasi tutte le informazioni di questo post.
Una parte dei costumi originali utilizzati nel 1914.
Qui una mia piccola galleria fotografica della Mostra:

mercoledì, novembre 19, 2014

Nove anni...

Questo blog, proprio in questi giorni, compie nove anni di vita.

Anche se da molto tempo non porto più su queste pagine la passione e l'ardimento, l'indignazione e la rabbia, a questo vecchio amico sono affezionato.

Non seguo più la politica. Le poche notizie al riguardo, che ogni tanto incautamente lascio passare per le orecchie, mi danno la nausea, come il profumo del vino ad un alcolista che si è disintossicato.

Non esprimo più opinioni al riguardo: e conto, se la cura prosegue bene, di smettere proprio di averne.

Sono molto più interessato, oggi, a capire cosa può accadere nel futuro, e mi è abbastanza chiaro che gli strumenti di analisi della realtà che ho usato fino a ieri sono insufficienti e superati.

Sono molto più distaccato dalle emozioni, anche. Quasi tutto ciò che un tempo mi faceva incazzare, oggi mi è sostanzialmente indifferente. Godo molto, di tante piccole e deliziose cose, ma relativizzo anche moltissimo.

Ho cambiato moltissimo la mia vita, nel corso di questi ultimi anni. L'ultimo grande cambiamento, pochi mesi fa, è stato tornare a vivere nella mia città, Torino. Questo ha significato un incredibile miglioramento della qualità della vita: basta pendolarismo, pochi minuti per andare al lavoro a piedi. Basta traffico, stress, e soprattutto il centro a 15 minuti di cammino. Con i musei, le mostre, i palazzi, i cinema, gli eventi... tutto a portata di cammino o di bicicletta.

Ho perso anche amici ed amiche importanti, in questi anni. Persone splendide, profonde, generose, positive, portate via dalla malattia. Non averle più accanto è triste, molto triste.

I miei figli sono diventati grandi, molto in fretta. I miei vecchi sono diventati molto vecchi, e devo iniziare ad accettare l'idea che tra non molto sarò io a rappresentare la generazione che si affaccia sulla fine. Ho un amore solido, importante, irrinunciabile, anche se forse il mio modo di amare oggi è troppo austero, troppo minimalista per rendere felice chi amo.

Inevitabilmente, devo prendere atto che invecchio. Che le mie risorse sono sempre più limitate, che sono sempre più stanco, che devo gestirmi bene, trattarmi bene, rispettare il corpo e l'anima per farli durare il più a lungo possibile. Prendo ormai atto con serenità che non sono riuscito a superare nessuno dei miei limiti storici, per pigrizia e incapacità, e rinuncio a pormi l'obiettivo di farlo domani. Galleggio, ma non ho mai imparato a nuotare. Stavo imparando a suonare, ma tralasciando per mesi di allenarmi ho dimenticato tutto. Ho smesso di scrivere e di disegnare (e non è che il mondo abbia perso chissà quali talenti). La mia memoria inizia a mostrare falle preoccupanti. Il cervello funziona ancora e reagisce bene, per fortuna.

Così, conduco una vita semplice. Continuo a camminare, ad andare avanti: a piccoli passi, come posso e riesco. Continuo ad essere curioso, attento, ad ascoltare e a guardare. Cerco di non rompere le palle al prossimo, di essere piacevole ed empatico, sperando di essere contraccambiato con la stessa moneta. Non penso più di cambiare il mondo con i miei pensieri e le mie parole. E' già tanto se riesco ancora a cambiare un pochino me stesso, per stare in piedi nel presente e non restare ancorato al passato.

Dunque auguri, mio vecchio blog. E grazie per avermi fatto da specchio, e di aver sopportato in questi anni le mie inutili esternazioni. Mi sei stato utile, a volte persino indispensabile nei  momenti che un tempo avrei definito difficili.

Ora, se non ti parlo più come un tempo, perdonami.

Ma non ti abbandono, no. E tu non abbandonare me, ti prego.

Restiamo ancora un po' insieme, qui, sotto questo albero. Lo so che Godot non arriverà più.
Ma aspettiamo lo stesso insieme e scambiamoci ancora due parole ogni tanto, dai...




domenica, novembre 09, 2014

E ancora Lucilla (Giagnoni)...

Ma quanto adoro questa piccola, immensa attrice, e la sua capacità di condurci dentro la parola, ed usarla per farci emozionare, per farci capire, per farci continuare il Viaggio?


Avevo visto Vergine Madre sei anni fa, in un contesto particolare. In questi anni lo spettacolo è cresciuto e cambiato, forse per renderlo sincrono con il percorso che ha sviluppato Lucilla negli spettacoli successivi (dall'Apocalisse, a Big Bang, fino a Ecce Homo).

Ed è sempre bellissimo.


Al termine, Lucilla ha lanciato una sfida: una notte intera di teatro con i quattro spettacoli in sequenza. Notte che potrebbe durare una decina di ore. Dimmi quando, cara, che preparo thermos e copertina:-)))

PS: lo spettacolo "Vergine Madre" è interamente visionabile su You Tube.

Cyrano, o della commozione romantica che ci piace provare

Del Cyrano di Rostand, lo ammetto, ne ho sempre saputo poco, e quel poco lo sapevo "ad orecchio".
Lo spadaccino col nasone non aveva mai incrociato compiutamente la mia strada.
Poi, qualche mese fa, ho visto Eugenio Allegri che lo recitava da solo al Teatro Espace di Torino (si, facendo tutti lui, da Rossana a Cristiano agli amici agli sfidanti), ed è stata una rivelazione.

Quello di Jurij Ferrini (che ho adorato lo scorso anno con Natalino Balasso nel più sgangherato e divertente degli "Aspettando Godot") è un Cyrano simpatico ed ironico, e l'effetto è che il finale (terribile da un punto di vista emotivo) mi ha fatto piangere persino più della prima volta.
Bravissimi (e belli il giusto, per contrastare il nasone) tutti gli attori della compagnia. 




Falstaff, o del passato ingombrante che un re deve cancellare

Un soldato iperobeso, volgare, eccessivo, dedito all'alcool ed al libertinaggio è il miglior educatore possibile per il futuro re?
Oh, si, lo è, fino a quando il potere è retto dal padre, sino a quando la vita è un susseguirsi di giorni oziosi e senza responsabilità.

Poi giunge il tempo in cui la responsabilità chiama. Il potere esige una spietata serietà.

Ed ecco che il vecchio Falstaff, il compagno di sbronze, diventa un peso, un ingombro intollerabile a vedersi, Da dimenticare, allontanare, nascondere agli occhi del mondo - per cancellare il ricordo di quella imbarazzante amicizia.

L'inizio di questo Falstaff modernista è aggressivo, "sparato", a tratti volutamente provocatorio e disturbante.
Ma nel gioco delle parti, in cui Falstaff ed il giovane principe recitano a turno la parte del Re, il figlio di Enrico IV preannuncia che da quel mondo libero e travolgente dovrà per forza un giorno uscire, e ripudiarlo...

La fine, più classica, che rappresenta il tradimento e l'abbandono, e lo spegnersi del "senso della vita" che ha spinto Falstaff a esplorare con sincerità ogni eccesso, vede un Battiston convincente ed assai bravo.

Bellissima la scenografia, che accompagna il mutamento di orizzonti del finale con simbolismi riusciti.

A Torino la prima nazionale: seguirà tourneè che toccherà molti teatri di provincia.



venerdì, settembre 19, 2014

L'ISTAT vince il premio IG Nobel per l'economia! (e The Guardian fa il furbetto:-()

E son belle soddisfazioni, per il Paese...

qui l'elenco completo dei vincitori del mitico IG Nobel 2014 con le motivazioni (come sempre spassosissime)...


ECONOMICS PRIZE [ITALY]: ISTAT — the Italian government's National Institute of Statistics, for proudly taking the lead in fulfilling the European Union mandate for each country to increase the official size of its national economy by including revenues from prostitution, illegal drug sales, smuggling, and all other unlawful financial transactions between willing participants.

REFERENCE: "European System of National and Regional Accounts (ESA 2010)," Luxembourg: Publications Office of the European Union, 2013.

PS: in un primo momento questo post si è intitolato: "Il governo Renzi vince il premio IG Nobel per l'economia", perchè ho letto la notizia sul Guardian che era scritta così:

"The entire Italian government won the economics prize for being the first European nation to increase its economy by factoring in revenues from prostitution, smuggling and the sale of illegal drugs."

Mi stavo fidando, e stavo facendo male. Il cattivo giornalismo impera, anche nelle perfida Albione, e bisogna sempre controllare le fonti delle notizie.
Infatti sul sito dell'IG Nobel il vincitore in questione è l'ISTAT, e non l'intero governo italiano.

sabato, settembre 13, 2014

Tra poco si ricomincia...

...con la stagione del Teatro Stabile di Torino. Paolini, Pirandello, i fratelli Servillo, il Falstaff di Shakespeare e Battiston, Mozart, Starnone, Jack London, Moliere, Cyrano de Bergerac, Teennessee Williams, Iaia Forte, Gaber, L'amore ai tempi del colera?
Non importa, purchè la magia abbia di nuovo inizio.
Non vedo l'ora!!!

venerdì, settembre 12, 2014

"The look of silence": un pugno allo stomaco che non possiamo evitarci.


Indonesia, 1965: un colpo di stato effettuato da Suharto rovescia il governo legittimo.
I "comunisti" (nome con cui vengono designati non solo i militanti del Partito Comunista Indonesiano, ma chiunque sia "diverso", poco zelante nella pratica religiosa o libero nei costumi sessuali) vengono presi di mira, incarcerati, torturati, massacrati: non solo dall'esercito, ma dai bravi indonesiani, la "brava gente" che va in chiesa ed in moschea, con la protezione del governo ed il plauso degli Stati Uniti.

In un solo anno, le vittime saranno UN MILIONE.
Gli assassini sono tutti impuniti, e i più importanti sono ancora tutti al potere. 
Chi parla di quegli eventi, ancora oggi, rischia di essere ammazzato (è il motivo per cui, nel titolo di coda, buona parte dei collaboratori, dei produttori e dei tecnici sono designati come "anonimo").

Nel film, il protagonista (nato nel 1968) incontra ed intervista gli assassini del fratello Ramli che non ha mai conosciuto (è stato ucciso nel 1965).

Questi vecchietti, dall'aspetto normale e dimesso, raccontano divertiti quell'allegra stagione in cui massacrare il prossimo senza esser puniti ha ravvivato esistenze altrimenti insignificanti.
E che risate nel ricordare i ventri squarciati, i peni tagliati col coltello ed i seni col machete.
Orgogliosi di quell'epoca eroica, su cui hanno addirittura scritto libri con le illustrazioni realistiche fatte da sè medesimi.

La banalità e l'orrore del male, nelle interviste a questi repellenti uomini comuni, raggiungono vertici spaventosi.

Guardatelo. E' la storia dell'uomo: sempre uguale, nel Reich e in Uganda, in Ruanda e in Cina, in URSS e nelle "guerre democratiche" americane.

Garantitegli l'impunità, e probabilmente vi taglierà la gola solo per farsi due risate.

UPDATE.
In una intervista rilasciata in questi giorni a Venezia, il registra Joshua Oppenheimer ha dichiarato che, nel 1965, non solo le potenze europee e gli Stati Uniti sapevano e approvavano quel che accadeva in Indonesia, ma inviavano armi e liste di persone da uccidere.