giovedì, agosto 21, 2014

Caro semaforo...hai i decenni contati!

Sapete chi ha compiuto cento anni in questi giorni?
Il semaforo. Sì, quell'oggetto che amiamo ed odiamo a seconda del colore di cui si accende...
Il primo esemplare, infatti,  è stato installato a Cleveland il 5 agosto 1914. 
E può darsi che gli restino, ormai, pochi decenni di vita.

Le automobili del futuro, che ci sono già nel presente, saranno in grado di scambiarsi informazioni e decidere autonomamente come comportarsi, rispetto alla situazione del traffico.
(Per ragioni di sicurezza, avranno un protocollo di comunicazione proprio: se non parte un sms non è un guaio, ma se l'auto di cui attraverseremo la rotta al prossimo incrocio non lo sapesse...brrr!!) 
E nel network della mobilità saranno riconosciuti anche pedoni, ciclisti, bambini, perchè ognuno di noi avrà di certo indosso un dispositivo (uno smartphone, che non è assolutamente detto esista anche solo tra dieci anni, o un orologio, o un paio di occhiali, o un orecchino o un bracciale o un anello...) connesso e in grado di fornire la nostra posizione. 
Quindi saremo, noi ed i veicoli, oggetti mobili ma connessi di cui sarà possibile prevedere itinerari (Google lo sa già benissimo oggi, che ogni mattina alle 8 dei giorni feriali faccio quel percorso:-) e posizione esatta e puntuale.
Se guideremo ancora noi (e mica è detto che sarà indispensabile: magari lo faremo solo per puro diletto) avremo sensori e immagini HD e allarmi sonori, e un'auto intelligente e reattiva, che ci permetteranno di avere la situazione sotto controllo...nulla di molto di più di quanto abbiamo già ora, ma molto più sicuro ed efficiente.

E allora tra venti, trenta, cinquanta anni, guarderemo i semafori come oggi guardiamo le cabine telefoniche per strada (ammesso che le notiamo ancora, visto che sono ormai fuori dal nostro orizzonte delle cose utili: eppure, a Torino ce ne sono ancora 200 attive, di cui i tre quarti funzionano anche con le monete. Non l'avreste detto, eh? Beh, la Telecom ne dismette una trentina all'anno. In meno di dieci anni, puff. Addio.)

Andremo in quel paesino a fotografare l'ultimo semaforo appeso e dondolante al centro dell'incrocio tra le due vie principali.
Nasceranno, in tutto il paese, comitati di difesa del semaforo, che sapranno argomentare con dovizia il motivo per cui mantenere questo oggetto che ci ha accompagnato per un secolo e un pezzo,  e che sembrava eterno. 
Siiii, lo so:ci sarà sempre qualcuno con la Panda del 1996, euro zero ma perfettamente funzionante perchè "il nonno la teneva sempre in garage come un gioiellino".
Così come ci sarà sempre qualcuno che legittimamente si rifiuta di avvicinarsi ad oggetti sconosciuti come lo smartphone, ed esige che ci sia sempre e per tutto uno sportello con una persona dietro che gli porga delle carte da firmare e dei contanti da contare.

"Non vorrai mica obbligare tutti a comprare l'automobile nuova?", mi obietterete. 
Io,  veramente, spero che nel 2060 NESSUNO si compri più un'auto propria, e che il car sharing - con un numero di auto adeguato alla richiesta e sempre nuove - possa sopperire alle necessità del trasporto individuale, in aggiunta ad un trasporto pubblico ripensato sulla base delle nuove tecnologie.
(Anche qui, sogno che per ogni linea si sappia già con sufficiente anticipo - grazie alle prenotazioni via dispositivo - quanti passeggeri ci siano alla partenza e lungo il percorso, e si possano utilizzare mezzi diversi a seconda delle necessità, senza far partire sempre lo stesso pullman da 54 posti, con la gente in piedi nel periodo scolastico e un passeggero nel mese di agosto: e questo si potrebbe fare molto prima che tra cinquant'anni!). 

Ma torniamo al semaforo, anno 2060.
Qualcuno lo comprerà e se lo metterà in giardino, facendolo funzionare per un po' di tempo con la sequenza verde-giallo-rosso, per stupire gli amici durante le grigliate (poi, dopo qualche anno, finirà in soffitta o in fondo al fienile, e i nipoti lo venderanno ad un antiquario).
E i figli che nasceranno attorno al 2050 lo ricorderanno come una cosa strana di quando erano bambini...

Oh, io non ho il benchè minimo dubbio che queste cose accadranno, anche se  probabilmente non le vedrò perchè sarò già morto.
(E, oltre all'età già avanzata, c'è anche il pericolo di trovarsi, in questa contingenza storica, nel paese sbagliato rispetto all'innovazione che verrà:-)))
Il post è stato stimolato da questo articolo (e da altri sui temi della self-driving car e delle smart cities).


venerdì, luglio 11, 2014

Rebel without a cause

"Gioventù bruciata" è di fatto un film sulla (e direi contro) la famiglia americana degli anni '50.
Ognuna delle quali, per dirla con Tolstoi, è infelice a modo suo.
James Dean è l'improbabile figlio diciassettenne di una di queste.  
Benestante ed annoiato, ancora privo di un retroterra di valori o di idee su cui canalizzare l'insoddisfazione e la ribellione contro la generazione dei genitori, il ragazzo sbatte sulla vita nello stesso modo insulso in cui una falena si ostina a relazionarsi con una lampadina accesa.
Dean aveva studiato all'Actor Studio, il cui motto era "Do it, dont show it": recitando, mostra semplicemente quello che sei.
Tormentato e fragile, sembra che nei film fosse semplicemente se stesso - un ragazzo dall'adolescenza tormentata dalla solitudine, a causa della morte della madre quando aveva 9 anni e abbandonato poi dal padre, di cui scoprirà - in età adulta - che non è nemmeno il suo vero padre.
Dean, come noto, morirà a 24 anni schiantandosi con la sua Porsche, dopo aver girato soltanto tre film (oltre a questo, "La Valle dell'Eden" - sempre nel 1955 - e "il Gigante").

La sceneggiatura di questo film non riesce a trattare in modo credibile i due eventi tragici che segnano il film, a meno che non volesse dare della gioventù americana di quegli anni un ritratto di assoluta vacuità: sta di fatto che ai momenti tragici seguono momenti grotteschi o umoristici.

Dean, nel film, è un buono, un sensibile. Che viene a confliggere con i "duri" di una scuola (un "istituto tecnico" nella traduzione italiana)che tutti frequentano ma in cui non vanno praticamente mai.
Duri un po' da operetta anch'essi, visto che - a parte l'atteggiamento arrogante - nei fatti sono quasi innocui.

Terrà testa ai ragazzacci, manterrà intatto il suo onore; si innamorerà, ricambiato, della ragazza del capo, e darà amicizia ad un giovane nerd che tutti snobbano.

Trama esilina, ma James fa la sua porca figura, indubbiamente, soprattutto con le magliette bianche ed il suo famoso giubbottino rosso.

Visto nella suggestiva cornice del cortile di Palazzo Reale, a Torino.



lunedì, luglio 07, 2014

Nosferatu il vampiro

Ieri notte ho finalmente visto per la prima volta in vita mia questo capolavoro dell'espressionismo tedesco, che ormai ha già 92 anni di vita (peraltro, stiamo parlando di gente potenzialmente immortale. Quindi, anche il film....-).

Come forse sapete, è una versione derivata da "Dracula" di Bram Stoker per non pagare i diritti. Tentativo fallito: gli eredi di Stoker costrinsero il povero regista a distruggere tutte le copie del film (ovviamente una si salvò, clandestina...forse nascosta in una bara piena di terra:-))

Il film è molto bello e "spacca" il giusto, considerata la veneranda età.

Però ci sono alcune cose che non mi tornano e avrei voluto chiedere allo sceneggiatore, Henrik Galeen:

1. Quando Hutter va in Transilvania a trovare il conte, viene da questi morsicato e succhiato per più notti: perchè non diventa un vampiro?

2. Il lupo che scorrazza fuori dalla locanda in cui Hutter si ferma per la notte, è striato e somiglia più a una jena o a uno sciacallo che a un lupo: che razza di animale volevi rappresentare, in realtà?

3. Hellen si offre spontaneamente a quel succhiasangue di Nosferatu, per far finire il massacro a Wisborg, perchè su un libro legge che il mostro potrà essere fermato solo da una vergine che, di sua sponte, si faccia succhiare sul collo distraendo il vampiro, affinchè non si accorga del primo canto del gallo e dell'alba incombente. Ma come fa Hellen a essere ancora vergine, se è sposa felice ed innamorata di Hutter?

4. Nosferatu è un genio del male, lo si vede da ogni azione che compie e dalla strategia maligna che mette in atto. Come può, uno intelligente così, "distrarsi" rispetto alla cosa più importante che gli può capitare, cioè non accorgersi che l'alba lo sta sorprendendo fuori da "casa"? Capisco che ciucciare il collo di Hellen è una cosa assai goduriosa, ma santiddio, mettiti una sveglia, buonuomo...:-)

Vabbè, a parte questo e altri piccoli dettagli (che non potrò chiedere al buon Henrik) il film vale ancora la visione...adesso cerco di vedere il remake con di Herzog con Klaus Kinski.





domenica, luglio 06, 2014

Elizabeth...

Un paio di giorni fa sono andato a Palazzo Chiablese a vedere la mostra sui Preraffaelliti:

Corrente pittorica inglese del XIX secolo, ha prodotto opere di grande bellezza ed interesse, la più nota delle quali è certamente Ofelia (1852) di John Everett Millais, scelta come icona della mostra:

Il quadro è splendido, sia per i precisi dettagli botanici che per la modella scelta per Ofelia, la pittrice e poetessa Elisabeth Eleanor Siddal (1829-1862).
Si racconta che, per realizzare il dipinto, Millais costrinse la Siddal a stare per quattro mesi, per diverse ore al giorno, in una vasca colma d'acqua e riscaldata da lampade e candele.
Un giorno in cui la vasca non fu riscaldata, ma modella si ammalò gravemente, al punto che suo padre chiese un indennizzo al pittore, ma soprattutto la sua salute rimase minata per sempre.

Bella, geniale, dal forte carattere e dai lunghi capelli rossi, la Siddal rappresentò l'ideale femminile per i Preraffaelliti, e fu moglie del fondatore della Confraternita, Dante Gabriel Rossetti, che la ritrasse in "Beata Beatrix", presente alla mostra e considerato uno dei capolavori del Simbolismo:


Alla mostra sono presenti due opere di Elisabeth Siddal. 

Nel 1862, caduta in depressione per la nascita di un figlio morto, decise di suicidarsi ingerendo una grande quantità di laudano.
Il marito, seppellendola, 
"fece porre accanto al corpo anche l'unica copia dei manoscritti d'amore che lo stesso Rossetti aveva dedicato alla Siddal, scritti nel corso degli anni: il quaderno che li conteneva venne infilato fra i suoi capelli rossi.
Nel 1869 Rossetti, piegato da alcool e droga e convinto di diventare cieco, fu ossessionato dal desiderio di pubblicare le proprie poesie accompagnate da quelle della moglie. Insieme al proprio agente C. Howell, ottenne il permesso di aprire la tomba della Siddal per recuperare il quaderno di poesie: il tutto venne svolto di notte, per evitare lo sdegno della gente. Howell (che viene ricordato come noto mentitore) raccontò che il corpo della Siddal aveva mantenuto intatta la propria bellezza, e che i capelli avevano continuato a crescerle a dismisura." (Wikipedia)

Alla vita della Siddal (ed al contesto artistico in cui si svolse) è stato dedicato un fumetto di Marco Tagliapietra ("Elizabeth").

Vedasi anche, qui, il post che il blog "Lande di Carta" ha dedicato alla biografia di Elisabeth Siddal scritta da Lucinda Hawskley.

La mostra è aperta fino a domenica 13 luglio: qui i dettagli su orari e prenotazioni.

domenica, maggio 04, 2014

Sta arrivando l'intelligenza artificiale e non ho niente da mettermi...

Johnny Depp è online...
In questo breve ma interessante articolo sull'Indipendent Stephen Hawking fa notare come siamo terribilmente impreparati a quel che sta arrivando nel futuro prossimo venturo.
Ci stiamo comportando, dice Hawking, come se una civiltà aliena ci avesse inviato il messaggio:"ehi, tra qualche decennio arriviamo!" e noi rispondessimo:"ok, venite pure, vi lasciamo la luce accesa...":-)
Intelligenza artificiale e stampa 3D porteranno a cambiamenti su cui dobbiamo iniziare a fare valutazioni di rischi ed opportunità senza più attendere troppo.
Il futuro reale della democrazia si gioca ormai su quei terreni.

E vale la pena di prepararsi un po' leggendo quel che si scrive su luoghi virtuali bellissimi come Medium, dove la parola e la riflessione acquistano di nuovo tempo e spazio adeguato.
E   - per capire cosa si muove in Italia - si può leggere con continuità Chefuturo! , che racconta il Paese dalla prospettiva dell'innovazione,  dei fablab e dei makers...ma anche della tecnologia che ci permette di praticare la "sharing economy", che è già una pratica di vita parzialmente alternativa a quella che ci viene imposta...

(Ad esempio, uso da qualche tempo blablacar per viaggiare...poi vi racconterò come funziona...)

mercoledì, marzo 12, 2014

Entrare nel presente...



Quello a destra è proprio lui: Baxter!


Il testo di un intervento scritto per (e presentato a) un congresso provinciale della CGIL.


Care compagne e cari compagni,
oggi voglio parlarvi un attimo di Baxter e di Watson.
Baxter è un tipo molto pacato, pesa 75 chili e non si stanca mai.
E’ un robot, e oggi costa soltanto 22.000 dollari, più o meno un anno di salario di un operaio. Tu lo programmi, e lui è in grado di lavorare 24 ore su 24 producendo in modo standard e con ritmo costante. Ha soltanto bisogno di una  manutenzione elettrica e ingegneristica, che è l’unico costo di gestione per il suo mantenimento.
Non mangia, non dorme, non ha sentimenti, non va in ferie, non protesta, non fa sciopero e non pianta grane.
Di Baxter, nell’industria dell’auto e dell’elettronica americana, ce ne sono già un milione e mezzo, perfettamente efficienti e funzionanti.
E poi c’è Watson.
Watson è un genio: nel 2011, ha battuto senza pietà tutti i concorrenti del quiz televisivo americano Jeopardy, rispondendo con la sua voce calda e naturale a tutte le domande che gli sono state poste, a voce, dal conduttore del programma.
Watson è un sistema di intelligenza artificiale creato da IBM: capisce il linguaggio naturale quando gli parli, comprende le domande, e poi è capace di consultare 200 milioni di pagine in poche frazioni di secondo per risponderti con una voce umana.
Watson, se gli metti sotto una bella potenza di calcolo che ormai costa sempre meno, può sostituire senza colpo ferire (e operando molto meglio) decine, centinaia di operatori di contact center, anche quelli che operano dalla Albania o dall’India per costare meno.
Se Baxter è un po’ difficile da immaginare, i fratellini minori di Watson ce li abbiamo già tutti pronti sui nostri iphone e sui nostri smartphone: è che ci fa un po’ paura ammetterlo, ma già oggi noi possiamo parlare con questi oggetti con la nostra voce, fare domande e ricevere risposte vocali, o dare ordini come “portami a casa”, per attivare il navigatore, o “metti la sveglia alle 7”.
Perché vi ho parlato di Baxter e di Watson?
Perché rappresentano la realizzazione concreta, immediata, presente di ciò che a sinistra abbiamo perseguito e desiderato da sempre: la liberazione dell’uomo dal lavoro.
La tecnologia sta crescendo in un modo così rapido e così imprevedibile che, se solo fossimo in grado di vederlo, probabilmente dovremo rivedere completamente le nostre priorità di azione sindacale.
Ma non le vediamo in modo molto nitido, le cose che ci capitano intorno.
Un po’ perché siamo travolti dalle conseguenze della crisi, dalle migliaia di persone che perdono il lavoro e chiedono una risposta immediata, qui e subito, ai propri bisogni ed alla propria disperazione. E allora è naturale che cerchiamo di turare le falle, di conservare quel che c’è, di ragionare come abbiamo fatto sempre, conservando dieci posti qui, ed è un successo perché salvi la vita di dieci famiglie, e mettendo la cassa integrazione lì, e ne hai salvati altre dieci, di famiglie, e senti che hai fatto una cosa giusta.
Eppure, ce l’abbiamo chiara questa sensazione che il mondo ci stia sfuggendo di mano, come sabbia tra le dita, e per quanto stringiamo il pugno l’impressione è che il grosso ci sfugga.
Ed è proprio così, compagne e compagne. Sentite qui: due ricercatori di Oxford si sono messi a calcolare la probabilità che i Baxter e i Watson si mettano, nel futuro, a svolgere le occupazioni più routinarie che svolgono gli umani, ed hanno provato ad ipotizzare quante professioni di oggi possono scomparire da qui a vent’anni.
Attenzione: i robot, in USA, negli ultimi quarant’anni ne hanno già fatti perdere 10, di milioni di lavoro. Non stiamo parlando di un futuro lontano, eh, ma di una cosa che capita già, e capiterà anche qui, che a noi piaccia o meno.
Dunque, secondo i due ricercatori, da qui a vent’anni i posti di lavoro in Italia diminuiranno, grazie o per colpa dell’automazione, di altri DODICI MILIONI. Dodici milioni di posti in meno in vent’anni.
Scompariranno ragionieri e autisti, tassisti, librai, programmatori…per fortuna avremo ancora bisogno di maestri e di psicologi,  e di competenze di alto livello tecnologico in grado di guidare la transizione delle attività dall’uomo alle macchine.
Sabbia che sfugge tra le dita, dicevo.
Vertenze e ammortizzatori sociali non risolveranno PIU’ questo problema. Se il sindacato non affronta questo argomento con un approccio ed una immaginazione totalmente nuovi, è condannato a diventare il lobbysta irrilevante di una nicchia di lavoratori che assomiglieranno agli indiani pellerossa oggi chiusi nelle riserve.
Un atteggiamento di resistenza o luddista contro le nuove tecnologie è impensabile.
La robotica e l’automazione avanzeranno malgrado noi: chi oggi possiede la ricchezza finanzia questo tipo di ricerca, investe, non solo per moltiplicare i suoi profitti, ma perché è in corso quella che l’Economist definisce una nuova rivoluzione industriale. Non si tratta solo di soldi, ma anche di realizzare il futuro dell’umanità con mezzi nuovi.
Google, per dire, ha appena acquisito quattro aziende americane di robotica. L’incrocio tra informazione e automazione è al centro di tutti gli investimenti mondiali.
Oltre agli automi e ai costosissimi robot, il prossimo decennio sarà quello della stampa 3D: delle stampanti che, sulla base di un disegno 3D, creano oggetti reali. Delle dimensioni che volete, perché queste stampanti che già esistono, vanno dai mille al milione di euro, e possono stampare dal bicchiere ad una intera automobile.
Per il film di 007 “Skyfall”, con una stampante 3D che poteva stampare oggetti  di dimensioni fino a otto metri cubi, sono stati realizzati tre modelli in scala 1/3 della Aston Martin di James Bond.
In 3D si può stampare plastica, ABS, titanio, tessuto, ormai qualsiasi cosa. E la cosa più spaventosa è che ormai chiunque di noi può comprarsi una stampante del genere a mille euro, ordinandola oggi sul sito della COOP (non sto scherzando!) e iniziare a prodursi in casa oggetti di qualsiasi dimensione, immediatamente, perché sono immediatamente disponibili a tutti i file, gratis, per produrre qualsiasi tipo di oggetto, intero o nelle sue componenti.
Inclusa una pistola, interamente in plastica, che può sparare fino a sei colpi prima di rompersi: se volete vi do l’indirizzo per scaricare i file.
Immaginate come anche questo cambierà il futuro dell’industria manifatturiera: se avrai bisogno di un oggetto di uso comune, tra due-tre anni partirai con la tua chiavetta e andrai a fartelo stampare in un centro servizi 3D, senza nessun bisogno che ci sia una fabbrica che produca diecimila bicchieri o piatti.
Si potrà – si può già oggi! - stampare qualsiasi oggetto in qualsiasi parte del mondo, replicandolo all’infinito, inviando semplicemente un file.
Tutto quello che conosciamo, sta cambiando in un modo velocissimo.
E ci sta rendendo obsoleti.
E ci sta rendendo testimoni di un mondo peggiore di quello di ieri, dove alla liberazione dal lavoro non corrisponde più felicità, ma maggior schiavizzazione del lavoro (fino a quando potremo competere con i robot?), un impoverimento progressivo e inesorabile di chi non ha mezzi e potere, e una sempre maggiore emarginazione degli esseri umani. Divisi in due: chi è dentro e chi è fuori. Come sempre, ma con la differenza che siamo noi e i nostri figli, per la prima volta, a rischiare di essere fuori.
E allora, per chiudere: che fare?
Quel che è certo è che sarà sempre più difficile ed anacronistico lottare semplicemente per la “difesa del posto di lavoro”, quando il lavoro umano tende a ridursi inesorabilmente. Forse dobbiamo ritornare a sognare, a lottare per redistribuire il tempo che le macchine rendono libero, e trasformare il profitto immenso che queste macchine offrono in reddito per tutti, in felicità, in vite degne di essere vissute, fatte di relazioni umani, di scambi, di libertà dalla alienazione.
Forse dobbiamo lasciar perdere la difesa a tutti i costi del posto che si sta perdendo, e dedicare le nostre energie a capire come rifare la battaglia per il reddito di cittadinanza, che garantisca a ogni persone il diritto ad una vita dignitosa INDIPENDENTEMENTE dal lavoro, che ormai non sarà più il centro della vita per un numero sempre crescente di persone.
L’unica cosa che sappiamo con certezza è che contrastare questo processo sul piano delle lotte tradizionali è inefficace, anche se ci rassicura e ci piace. Quel che abbiamo di fronte è un potere fluido e sfuggente, non più immediatamente riconoscibile. Gli eventi macroscopici, come le grandi rivoluzioni del passato, probabilmente non capiteranno più (e le rivolte auto organizzate con lo smartphone, ad oggi, non sembrano aver ancora raggiunto la forza di resistere nel tempo e darsi un indirizzo di cambiamento generale).
Bisogna avere immaginazione, essere creativi, ripensare il nostro modo di essere e di agire come sindacato, in una società che sta rimettendo radicalmente in discussione il nostro ruolo insieme a tutte le modalità di relazione che conoscevamo.
Rimettersi a studiare e partire dalla conoscenza del presente e del prossimo futuro è sicuramente un buon nuovo inizio, e se lo facciamo insieme magari ci verranno idee nuove ed adeguate.
L’importante è non rimanere chiusi nel recinto, nella nostra riserva indiana, a vederci invecchiare in un tempo che non è più quello della vita reale. 

Grazie per la pazienza.

giovedì, marzo 06, 2014

"La politica è corrotta perchè la società è corrotta"




Il Console Bernick, deus-ex-machina della città portuale norvegese in cui vive,  è un personaggio modernissimo, nonostante l’opera di Ibsen "I pilastri della società" sia datata al 1877, ed i temi che pone (con la sua vita ed il suo comportamento) sono estremamente attuali.
Perché sono quelli – perennemente irrisolti – che derivano dal rapporto tra l’uomo ed il potere.
Bernick è rispettato e onorato, ed è considerato il caposaldo morale di una città fortemente puritana e moralista, che si oppone strenuamente alle innovazioni ed al progresso (come, ad esempio, la ferrovia).
Nel suo passato c’è un vulnus scandaloso, che potrebbe distruggerlo, ma è stato sapientemente occultato a suo tempo.
Ma, come spesso capita,  d’improvviso il passato si riaffaccia sulla vita di Bernick e minaccia di travolgere tutto quello che ha costruito con fatica nei decenni: reputazione, futuro, successo economico.
Bernick non può permetterlo, tanto  più nel momento in cui ha cambiato idea sulla  ferrovia: poichè non passerà più sulla costa, danneggiando gli interessi dei traghetti che gli appartengono, ma all’interno, e sui terreni che sapientemente ha comprato a poco prezzo attraverso una società straniera, ora può presentarla come fattore di sviluppo e benessere per la collettività.
Il ragionamento di Bernick è il seguente: è vero, ho mentito, sono stato indegno, ho fatto pagare ad un innocente lo scandalo che ho provocato io; ma su quella menzogna si è costruito non solo il mio successo, ma il benessere e il rigore morale di questa comunità. Quindi dire la verità ora non costituirebbe solo la mia rovina, ma la rovina di tutta la città.
Peraltro, ragiona Bernick, sono ormai così potente e ricco che posso anche permettermi di rivendicare di aver avuto, nel passato, il diritto di mentire.
E così farà, nella grande serata di festa che la città dedica alla costruzione della nuova ferrovia.
Confessa e rivendica quel che ha fatto, perché il successo e la ricchezza mòndano a posteriori tutti i peccati.
E i cittadini applaudono, condividono, ammirano il suo coraggio.
(Nel testo originale dell’opera, Bernick nella sua orazione finale ai cittadini fa anche opera di pentimento ed espiazione: nello spettacolo, resta invece fortissimo il senso dell’impunità dei potenti).
Grandissimo Lavia e bravissima la compagnia, in una rappresentazione scenograficamente ricca e magniloquente.


I pilastri della società


Teatro Carignano di Torino,  dal 18/2 al 2/3/14

di Henrik Ibsen
traduzione Franco Perrelli
con Gabriele Lavia,Giorgia Salari, Ludovica Apollonj Ghetti, Viola Graziosi, Graziano Piazza, Federica Di Martino, Mario Pietramala, Andrea Macaluso, Mauro Mandolini, Alessandro Baldinotti, Massimiliano Aceti, Camilla Semino Favro, Michele De Maria, Carlo Sciaccaluga, Clelia Piscitello, Giovanna Guida, Giulia Gallone, Rosy Bonfiglio
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
Teatro di Roma / Fondazione del Teatro Stabile di Torino / Fondazione Teatro della Pergola

Mogadishow!

Mogadiscio, Somalia...
la storia di una famiglia un po' etiope, un po' italiana e un po' somala...
Negli anni sessanta la capitale somala è un paradiso, e assomiglia a tutte le città... italiane di quel periodo (con la topografia ortogonale di Torino, il duomo di Cefalù, le pizzerie e le cucine romagnole).
Poi arrivano i nazionalismi, i leghismi neri e tribali, e la pace finisce.
Il colpo di stato di Siad Barre, l'orgoglio etiope del Re dei Re Haile Selassiè...e tutto va progressivamente a ramengo, perchè l'essere umano sa essere un cretino violento e razzista a qualsiasi latitudine lo si ponga.
Spettacolo autobiografico (la famiglia di cui si racconta la storia è quella della attrice), emozionante e coinvolgente.
La Anglana (da sola in scena con una scenografia minimalista e musiche a cura del compagno Fabio Barovero, ex Loschi Dezi/Mau Mau) è brava, bella, simpatica e attrice completa.

Mogadishow


Teatro Gobetti, Torino dal  25/2 al  9/3/14

di e con Saba Anglana
riduzione drammaturgica Domenico Castaldo e Saba Anglana
regia Domenico Castaldo
musiche e supervisione al progetto Fabio Barovero
scene e luci Lucio Diana
LabPerm / Acti Teatri Indipendenti
progetto realizzato con il contributo della Città di Torino e della Provincia di Torino con il sostegno di Sistema Teatro Torino e Provincia


(prima nazionale)