martedì, aprile 26, 2016

Una bella giornata con TEDx, a Verona...


Non so voi, ma io…vado matto per i TED TALKS!

Per chi non lo sapesse: si tratta di conferenze, di una durata massima di 18 minuti, in cui persone che hanno qualcosa di interessante da raccontare provano a comunicarlo al prossimo. Si tratta in genere di persone che eccellono nel loro campo di azione: ma in realtà una qualsiasi idea innovativa o curiosa, che apra nuovi orizzonti di pensiero o nuovi punti di vista, può diventare oggetto di una conferenza.
E’ un format americano che riscuote particolare fortuna, ed è collaudato da vent’anni.
Sul sito ted.com potete trovarne oltre 2000. Molti sono sottotitolati, da bravissimi volontari, in una infinità di lingue del mondo (ed ovviamente anche in italiano). Io ne sono avido! Uso ascoltarli con i sottotitoli in inglese, in modo da utilizzarli anche come strumento di apprendimento/consolidamento della lingua.
Un insieme di conferenze, quando sono tenute nello stesso luogo e nello stesso spazio temporale, diventa un “evento TED”. L’evento padre, quello serio, dura anche una settimana, e parteciparvi costa anche un sacco di soldi (ma, se uno li ha, sono ben spesi).
Gli eventi TED hanno generato delle filiazioni in tutto il mondo, con eventi satelliti che si chiamano TEDx (dove la “x” indica che sono eventi “autorizzati” da TED, che ne rispecchiano la filosofia, ma che sono organizzati da una comunità locale”).
Domenica 24 ho assistito al TEDx organizzato dal Team di Verona; evento che si chiama TEDxVerona, ovviamente, ed ormai si svolge da qualche anno. 


Gli organizzatori sono dei giovani “volontari” che lavorano alacremente, da parecchi mesi prima dell’evento, esibendo una professionalità straordinaria sia nella preparazione che nello svolgimento della giornata.
Deciso il “tema” dell’evento, gli organizzatori contattano i possibili relatori, ovviamente, ma soprattutto si occupano delle decine di aspetti che costituiscono la complessità dell’evento: trovare il luogo adatto, predisporlo (immagine dell’evento, aspetti pratici), organizzare la comunicazione, la logistica, immaginare gli inconvenienti e prevenirli o gestirli, documentare l’evento in modo che sia storicizzato in modalità TED, e – mica da ridere – trovare i soldi (tramite biglietti, sponsor e patrocini) per dare gambe a tutto ciò!!!
Aggiungeteci che, visto che l’evento è durato per tutta la giornata, hanno deciso di rifocillarci e sostenerci con colazione, pranzo e merenda (il tutto di qualità, abbondante e piacevolissimo).
Una missione quasi ciclopica, insomma: ma gli organizzatori sono stati tostissimi. Nel caso di Verona, tutto ha funzionato alla perfezione, e per noi “pubblico”, composto da settecento entusiasti, la giornata è stata bellissima. Quindi è sacrosanto tributare all’organizzazione un sacco di applausi virtuali, in misura almeno eguale a quelli che hanno ricevuto dal vivo, dalla platea, a fine giornata.
Descrivere tutte le emozioni della giornata sarebbe davvero difficile. I relatori erano tutti bravi ed interessanti, ognuno a modo suo, quindi ho riportato più in basso una selezione molto soggettiva (senza alcuna volontà di “fare classifica”) degli “speech” che mi hanno colpito di più.
(Sul canale Youtube di TEDxVerona dovrebbero poi apparire i video di tutti gli interventi.)
Diciamo che serve a darvi l’idea di cosa potete trovare in un TEDx: e farvi capire, se già non lo sapete, che in realtà avrete molto, molto di più in termini di suggestioni, idee, proposte, punti di vista innovativi.
Tanto per non sapere né leggere né scrivere, io vado anche al TEDxUniTO che si svolgerà al Campus Einaudi di Torino il pomeriggio di sabato 7 maggio. (I biglietti sono già esauriti, praticamente da subito).
E voi, cosa aspettate per vedere se e quando ci sarà un TEDx nella vostra città (ed iniziare ad organizzarlo se non esiste?:-)))

Francesco SAURO, lo speleologo/geologo. Uno che ha avuto il coraggio di infilarsi nei buchi più oscuri, profondi e umidi di tutto il mondo (evitate le battute, su, siate seri!:-)). Ci invita a superare l’idea che “esplorare” significhi soltanto andare in luoghi lontani, mentre intorno a noi (e soprattutto sotto di noi) abbiamo ancora un’immensità di luoghi sconosciuti. Ad esempio, possiamo esplorare le grotte per le quali esiste un accesso esterno, ma ci sono cose che non scopriremo mai perché resteranno per sempre inaccessibili (la famosa grotta messicana dove si trovano cristalli di quarzo lunghi fino a 13 metri è stata scoperta per caso, negli anni 2000, grazie ad una galleria mineraria). Un grande.

Tamara LUNGER, l’alpinista. Bellissima e contemporaneamente semplice, empatica e simpatica, Tamara per prima cosa si è tolta le scarpe sul palco e ha ironicamente detto di sentirsi un po’ Heidi, anche per via dell’accento marcatamente tedesco. Poi ha raccontato della ascensione invernale al Nanga Parbat di febbraio 2016, a cui ha partecipato con Simone Moro, non raggiungendo però la cima. Un breve video la mostra in lacrime e semicongelata, al campo base a 7100 metri di quota,  la mattina in cui alle 6,30 è partita per gli  ultimi 1000 metri di dislivello: la temperatura percepita è di -58, lei non sta bene e sa che sarà difficile farcela. A 70 metri dalla cima, capisce che se arrivasse in cima non avrebbe mai la forza di tornare indietro. E rinuncia. E il racconto di questa rinuncia consapevole è umano e bellissimo.

Simona ATZORI, la pittrice/ballerina. Nata senza braccia, da bambina veniva accolta da un silenzio eloquente quando rispondeva alla domanda “cosa vorresti fare da grande?” con un entusiastico “la pittrice e la ballerina”. Il silenzio era lo stesso anche quando la risposta era più “normale”: la maestra, ad esempio. Presto Simona capisce che, secondo gli altri, lei non avrebbe potuto fare praticamente nulla. E allora capisce che i limiti non sono quelli che ha lei, ma quelli presenti negli occhi delle persone. Se ne infischia, e infatti diventa pittrice (usando i piedi) e ballerina (usando il suo corpo e il contributo di quello altrui). E sul palco, per sé e per noi, dipinge e balla. Emozionante.

Giovanni Andrea PRODI, lo scienziato. Sembra il mite vicino di casa che ti aspetti lavori come impiegato in banca: ma non bisogna fidarsi delle apparenze, quest’uomo che lavora a Trento ha un cervello gigantesco. Insieme ad altri mille scienziati di tutto il mondo, ha scoperto le onde gravitazionali. Prima di crederci davvero, ci hanno messo parecchio ed hanno messo in fila tutte le ragioni per cui avrebbero potuto avere preso un abbaglio. Invece avevano ragione, ed ora questa scoperta – nata da un’intuizione di Einstein, coltivata come teoria per 100 anni e indimostrabile per ragioni tecnologiche per altri 50 annni - potrebbe costituire un punto di svolta per la scienza. Ora che ho capito di cosa si tratta, sono estremamente dispiaciuto di non poter essere qui tra 100 o 200 anni per vedere cosa accade sul piano della conoscenza delle leggi dell’universo!


Linda AVESANI, la ricercatrice. Ricavare vaccini dalle piante consentirebbe di diminuire incredibilmente i costi, rispetto a quelli ricavati dalle proteine animali e dalla costruzione di molecole artificiali specifiche. Si salverebbero un sacco di vite! Quindi pensiamoci bene, prima di dire “no OGM”…Linda sta studiando come impiantare bio-fabbriche dal 1999, e non è ancora arrivata al traguardo, anche se i risultati sono molto incoraggianti. Il suo cervello non è emigrato, si ostina a rimanere qui come precaria e come “giovane ricercatrice” (nelle università, dice, la giovinezza dei ricercatori dura un’era geologica!:-)). Battutona: è l’unica donna a cui piace sentirsi dire “Piantala!”J

venerdì, aprile 08, 2016

I robot arrivano, e noi non abbiamo nessun abito mentale da metterci...

La notizia è che Google ha deciso di vendere Boston Dynamics, la società di robotica che aveva comprato lo scorso anno (quando peraltro aveva deciso di cambiare il proprio nome in "Alphabet", anche se poi non ha promosso il nuovo brand e noi tutti continuiamo a chiamarla Google).

Boston Dynamics, che ora potrebbe essere acquistata da Toyota o Amazon per aumentare l'automazione nei propri processi produttivi, è una società che crea robot "pazzeschi" come questi:

La notizia nella notizia, però, è il motivo per il quale Google ha deciso di disfarsi di questa tecnologia verso cui aveva appena manifestato un forte interesse.
Secondo una sorta di Googleleaks, ripresi da un rapporto di Bloomberg, tra i dipendenti di Google serpeggia una sorta di inquietudine profonda, ai limiti dell'avversione, verso questo tipo di macchine che - anche nell'aspetto - sono così smaccatamente progettate per sostituirci.

Ora guardate questo video:

Se anche voi, come me (e non solo), mentre lo guardate, iniziate a pensare:
"ehi, tu...smettila di maltrattare quel robot!!!"...

Se cioè iniziate, come me (e come i dipendenti di Google) a provare compassione per un insieme di hardware e software, solo perchè ha un aspetto vagamente antropomorfico...

Ecco, potete capire perchè in futuro avremo grossi problemi psicologici con i robot (ma non solo per questo: per un'altra colossale quantità di ragioni su cui cercherò di ragionare con altri post).

martedì, aprile 05, 2016

Amleto a Gerusalemme

Questi ragazzi, italiani e palestinesi, sono molto espressivi e hanno voci bellissime.
Marco Paolini rinuncia al ruolo di mattatore. Fa uno, due, tre passi indietro e diventa mentore e maestro.

Ci si emoziona, si viene colpiti a fondo.

Gerusalemme. Una città rifatta mille volte. Dove giapponesi, senegalesi e veronesi recitano la Via Crucis, ognuno a modo suo.
Con il miglior caffè, il miglior ristorante del mondo. E quella vecchina che vendeva i dolci per strada.
Così diceva tua madre, che obbligò la famiglia a tornare a Gerusalemme dagli USA, per paura che l'Occidente corrompesse i suoi figli e suo marito e li portasse alla rovina.
Ma tu non le trovi e non le vedi, queste cose: nemmeno con la droga migliore, comprata alla Porta di Damasco. Niente vecchine, solo megere israeliane che ti urlano addosso.

L'amore dei nostri vecchi è ingannevole.

La dolcezza, il furore. La magia.
Gli 800 km di muro che, per arrivare a vedere il mare, ti costringono a passare per le fogne (pagando).

Il muro, il bianco muro, l'insormontabile muro.

Loro - i ragazzi palestinesi - hanno partecipato a un seminario di teatro a Gerusalemme, con Paolini e Vacis,
Recitando l'Amleto in arabo, e scoprendo che si potrebbe tranquillamente ambientare nella Gerusalemme di oggi. Dove ognuno pensa di avere una verità propria e assoluta, ed altrettanti chiedono soltanto di essere lasciati andare, verso una vita colma di noiosissima normalità.

Loro sono venuti fino a qui, per raccontarci quella storia. Vale la pena di ascoltarli.


sabato, aprile 02, 2016

Maria Giuana: storia di una canzone popolare.

Questo post torna finalmente a casa sua, dopo essere stato migrante, in una nuova versione aggiornata (aprile 2016).

Maria Giuana è una canzone popolare molto cantata nelle osterie e nelle “piole”, ancora oggi (in quelle poche osterie e piole che restano), dai piemontesi di ogni età.
Come tutte le canzoni, ha avuto delle ave e delle nipoti, ha conosciuto contaminazioni e versioni diverse, ha avuto l’onore di essere interpretata, oltre che da orde di piemontesi alticci, anche da grandi interpreti.
Questo testo vuole ripercorrerne la storia, per narrarla in modo più o meno organico e tentare di lasciarne una memoria storica (per quando ce ne sarà bisogno).
Verrà quindi aggiornato ogni volta che verranno raccolte nuove informazioni.
Ultimo aggiornamento: aprile 2016.
AVVISO E RINGRAZIAMENTI
Questo testo nasce da un post (“Maria Giuana”) pubblicato originariamente sul mio vecchio blog nel 2009. Nel 2012 il post viene riaggiornato (“Maria Giuana, il ritorno”) con pubblicazione in piemontese sul sito di Gianni Davico, che ringrazio per la traduzione.
Il post è stato aggiornato nel 2013 e nel 2014 con successive integrazioni, prima di essere completamente rivisto per la pubblicazione su Medium. 
Ad aprile 2016, in coincidenza con la scomparsa di Gianmaria Testa (uno dei migliori interpreti di questa canzone), il post ritorna a casa, sul suo blog di origine.
Per le preziosissime informazioni fornite e per il tempo impiegato nelle ricerche, si ringraziano sentitatamente Walter Pistarini, curatore del blog “Via del campo — Omaggio a Fabrizio De Andrè”, e Dino Tron, fisarmonicista dei Lou Dalfin.
Per la versione veneto/trentina, ringrazio per la segnalazione ed il video Jimi Trotter.
Poichè il testo è di discreta lunghezza, probabilmente è utile disporre di un…
INDICE
LA CANZONE (E I SUOI INTERPRETI ILLUSTRI).
COSTANTINO NIGRA E “ZIA GIOVANNA”.
LE VERSIONI DEL XIX SECOLO.
LE VERSIONI “MODERNE”.
LE VERSIONI DEI LOU DALFIN.
MARIA GIUANA DA ESPORTAZIONE.
MARIA GIUANA E’ ARRIVATA DALLA PERSIA?

LA CANZONE (E I SUOI INTERPRETI ILLUSTRI)

Prima di raccontarne la storia, ASCOLTIAMOLA.
Giusto iniziare con la (breve) versione cantata da Fabrizio De Andrè:recuperata da vecchi nastri incisi ai tempi della passione del cantautore per la canzone popolare, negli anni sessanta, è stata pubblicata nella doppia raccolta “Effedia” (2008):




C’è anche una versione cantata nel 1974 da Orietta Berti (perdonate l’ignoto fan della Berti che ha scelto le immagini per il video:-()




Ma la più fedele alla versione che si cantava nelle osterie, un po’ lenta e melanconica, è questa splendida e struggente questa versione dal vivo degli Amemanera:




Un’altra bellissima versione dal vivo è stata cantata da Gian Maria Testa (scomparso il 30 marzo 2016: ci manca moltissimo!!), ma su Youtube il video è al momento andato perduto.

“Maria Giuana” è anche la canzone cantata dal padre alcolizzato dell’alunno Precossi, nello sceneggiato RAI “Cuore“ di Luigi Comencini (1984), quando torna a casa la notte, completamente ubriaco. Il frammento si sente distintamente nella trasmissione “Il tempo e la storia” dedicata a Edmondo De Amicis e trasmessa da RaiStoria nella serata del 1 gennaio 2016 (verso il minuto 10).

COSTANTINO NIGRA E “ZIA GIOVANNA”

“Maria Giuana” ha una storia che dura da oltre 150 anni, ed il primo che ne trova le tracce e ne testimonia una “lezione” è Costantino Nigra.
Nigra fu una curiosa figura di poeta e politico: “massone, alto,e di bel portamento”,come direbbe Gaber. Divise il suo tempo tra la segreteria di Cavour, di cui fu un diplomatico di punta e di eccellenza, e la ricerca sul campo di tradizioni e canzoni popolari.
Nel 1854 Nigra iniziò a raccogliere testi di canzoni popolari piemontesi, andando per i villaggi della regione a farsele cantare e raccontare, e studiando la origine e la diffusione degli stessi canti in Europa, consultando una immensa bibliografia e scambiando informazioni con, chi, contemporaneamente a lui, compiva la stessa ricerca.
Iniziò nel 1854, dunque, e terminò l’opera nel 1888, con la pubblicazione del volume “Canti Popolari del Piemonte”, un’opera che ancora oggi stupisce per la profondità e la meticolosità della ricerca (l’edizione Einaudi del 1957, che ho consultato io, consta di 774 pagine in cui vengono descritte origini e varianti di circa 150 canzoni popolari, a cui si aggiungono ninna nanne, stornelli, strambotti, giochi di parole e conte).
Il libro è stato ripubblicato nel 2009, e costava a quel tempo la bellezza di 95 euro, ma comprende anche due CD con tutte le canzoni, tra cui — ovviamente — quella al centro di questa storia. Credo che oggi sia introvabile.
Una delle canzoni che, a quei tempi, Nigra rileva dalla voce di Domenica Bracco (una anziana signora residente nello stesso paese canavesano di cui è originario l’autore) è per l’appunto “Zia Giovanna” (avviso: la trascrizione non riporta fedelmente la grafia delle vocali piemontesi):
Magna Giuvana l’era ‘n su l’uss/l’era ‘n su l’uss ch’a n’u’n filava.
J’e’ passa-je sur medichin: — Magna Giuvana, cum’a la và-la?
- La mi và-la pa vaire bin, m’è tacà-me tant mal di testa.
- Magna Giuvana, mesceisse ‘l vin, a la matin saria guaria.
- Ma se mi mesceissa ‘l vin, a la matin saria morta.
A l’è morta che mi sarè, sutarè-me ant una crota,
con la testa suta al butal e la buca sut la spinela.
Tuta la gent ch’a vniran per vin, mantniran la buca fresca.
La traduzione in italiano di questa versione è la seguente:
Zia Giovanna era sull’uscio/era sull’uscio che filava.
Ci passò sor medichino: — Zia Giovanna, come la va?
- Non mi va molto bene, m’è venuto gran mal di capo.
Zia Giovanna, se mesceste il vino il mattino sareste guarita.
- Ma se io mescessi il vino, il mattino sarei morta.
Morta che sarò, sotterratemi in una cantina,
con la testa sotto la botte e la bocca sotto lo spillo.
Tutta la gente che verrà per vino mi manterrà la bocca fresca.
In questa versione, “Sur Medichin” consiglia a Giovanna di bere, per farsi passare il mal di testa: e Giovanna sembra dapprima schermirsi, salvo poi dare disposizioni per la sua morte alcolica.:-)
Nigra, nella sua raccolta, cita una variante recuperata presso Alba e afferma:
“Questa canzone esiste pure in Provenza ed in Francia. Rolland ne ha recentemente pubblicate 4 lezioni, tre francesi ed una provenzale (Linguadoca). In quest’ultima la donna si chiama Giovanna, come nella piemontese. L’origine comune è fuor di dubbio”.
“Rolland” è Eugene Rolland, un ricercatore e studioso del folklore francese che tra il 1882 ed il 1887 pubblicò i sei volumi delle sue “Recueil de chansons populaires”: ma di questo parliamo a valle, per ora continuiamo a trattare della versione piemontese.
La versione che è giunta a noi, e che si canta ancora oggi nelle piole e nelle sagre quando il livello alcolico si è sufficientemente elevato, si è arricchita ed ha leggermente mutato il senso del dialogo tra i due personaggi (il secondo, in quasi tutte le versioni a noi note, è un dottore, un medico, o più probabilmente un paesano “esperto in cose di salute” come indica il suo soprannome che spesso è “medichin”, “midighin”).
Giovanna non è più zia ma diventa semplicemente “Maria Giuana” (ma in alcune versioni ritorna “Magna Giuana”, cioè “Zia…”), ed il suo interlocutore ora le consiglia di smettere di bere per guarire dal mal di testa: e lei risponde che, se smettesse di bere, sarebbe già morta.
Ma le disposizioni testamentarie che fornisce per la sua morte da “ciucca” (il termine piemontese che indica sia l’ubriacarsi che l’ubriaca) sono ora molto più ricche e dettagliate: voglio una damigiana per cuscino e quattro bottiglie aperte per candele, voglio che chi mi sotterra canti “la Violeta”, voglio che il prete sia ciucco di grappa (di “branda”), o almeno di barbera. In una aggiunta blasfema, si desidera anche le monache presenti all’evento siano quattro prostitute.
Il finale, aggiunto in epoca decisamente più recente rispetto alle versione del Nigra, ci comunica che alla fine Maria Giuana, all’altro mondo, c’è andata tramite una “ciucca” di grignolino.

LE VERSIONI DEL XIX SECOLO.

Torniamo dunque al nostro Eugene Rolland, citato da Nigra.
Walter Pistarini, curatore del blog “Via del campo — Omaggio a Fabrizio De Andrè”, seguendo le tracce date dal Nigra è riuscito a scoprire un sacco di cose:
  • che in rete sono disponibili, a questo indirizzo, i 5 (e non 6, ma ci accontentiamo!:-)) volumi della “Recueil de chansons populaires” in formato PDF (c’è anche il formato epub, per chi possedesse un lettore, ma è oggettivamente pessimo ed incompleto);
  • che tra le pagine 49 e 51 del volume 4 Rolland ha pubblicato tre versioni di questa canzone, che in francese ha questo titolo (e direi che non servono traduzioni:-): “LA VIEILLE A QUI LE MEDECIN ORDONNE DE NE PLUS BOIRE DE VIN”.






Il libro di Rolland (versione cartacea, che credo comprenda tutti i volumi, di una edizione anteriore al 1923) è acquistabile anche da qui.
Ecco dunque il testo della prima versione, la cui nota recita “Chanson du Finistère(e quindi suppongo giunga dalla Bretagna, NdB), communiquée par M. E. GuiCHOUX.”
C’est la vieille Mathurine
Qui a tant aimé le vin ;
{bis)
Elle a été si malade
Qu’il lui faut un médecin.
Tintin , tirlitintine ,
Tintin, tirlitintm.
Le médecin lui ordonne
De ne plus boire de vin. {bis) —
J’en ai bu toute ma vie,
J’en boirai jusqu’à la fin. Tin..
Si je meurs, que l’on m’enterre
Dans la cave où est le vin ;
{bis)
Les pieds contre la muraille
La tète sous le robin. Tin..
.
Qu’on écrive sur ma tombe
En caractères bien fins :
C’est la vieille Mathurine
Qui a tant aimé le vin !
Tintin, tirlitintine,
Tintin, tirlitintin.
*
E’ evidente la forte sorellanza della bretone Mathurine con la nostra Maria Giuana!
Ma non basta, ecco che arriva un’altra sorella: Catherine (e questa versione risale al 1812, tratta dal “Chansonnier de société, Paris”).
Catherine s’est coiffée
De six bouteilles de vin :
Elle en est au lit malade ;
Il lui faut le médecin
,
Tin, tin, tin, relm, tin, tin.
Le médecin la visite,
Lui a défendu le vin.
« Oh ! va-t-en à tous les diables
» Vilain chien de médecin ! »
Tin, tin, tin, relin, tin, tin.
Si je meurs, que l’on m’enterre
Dans la cave où est le vin,
Les pieds contre la muraille
La tête sous le robin.
Tin, tin, tin, relin, tin, tin.
On dira que Catherine
A fait une bonne fin.
Tin, tin, tin, re.lin, tin, tin.
Impressionante, nevvero?
Ed ecco una versione cantata nei Vosgi (Chanson des Vosges. — L. Jouve, Chansons en patois vosgien, 1876, p. 93). Qui è il marito a chiamare il dottore, e il dottore dà il peggior consiglio possibile: metter l’acqua nel vino (e concordiamo con la moglie di Colas: questo è autentico sacrilegio!:-)))
Quand Colas ervint(1) do bô {bis)
Trouva sa femm’ malade
{Parlé :) — Tiè ! tiè ! ce qu’ c’a!
Rnnatiè voir in pô (2) , —
Trouva sa femm’ malade,
Malade de maladie
De maladie grave.
Faut aller au médecin
Au médecin à Rome.
. Quand le méd’cin fut venu
Trouva la maladie. — Mettez d’ l’eau davec (3) son vin
Ou d’main eli’ sera morte. — S’en met d’ l’eau davec mon vin
Demain je serai morte.
1 Revint. 2 Tiens ! tiens ! ce que c’est, regardez voir un peu. 3 Avec.
Nella versione che segue (occitana), è specificato anche il mestiere del marito della donna che vuol farsi seppellire in cantina: è un “bouvier”, cioè un contadino, o meglio ancora un allevatore, un mandriano, una sorta di cow boy…(F. SOLEVILLE, Chants pop. du Bas-Quercy (dans Bull, de la Soc. arch. de_,Tarn-et Garonne, 1883, p. 25).
Quand lou bouyè(1) ben de laura [bis.)
Planto soun agullado,
Ho!
{Parlé en imitant les inflexions du bouvier excitant ses boeufs)
Plante soun agullado.
Trobo sa fenno al pè del foc
Touto descourdelado, — Se ses malauto, digas oc,
To faren un poutatge,
Amb’ uno rabo, amb’ un caulet,
Une lauseto- magro (2). — Quand seray morto, reboun-me,
Al pu priu de la cabo,
Met-me lous pès à la paret,
Lou cap joust la canèlo,
Et lous roumius (3) que passaran
Prendran aygo senhado (4),
Et diran : quel es morto ayssi ? — Aco’ s la pauro Jano
Ho!
Aco’ s la pauro Jano.
1 Le bouvier. 2 Une alouette. 3 Les pèlerins. 4 Eau bénite.
Il testo trascritto da Rolland è un pò diverso da quello di Soleville: l’occitano usato è diverso in alcuni dettagli, per cui troviamo bouyè al posto di bouiè, agullado al posto di agulhado, Ho! al posto di Hou!, fenno al posto di femno, poutatge al posto di poutatje, seray al posto di serei…
Anche il libro di Emanuel Soleville, del 1889, è disponibile in rete, scansionato, in versione PDF, e l’autore racconta cose molto interessanti su questa canzone (traduco dal francese a orecchio, quindi perdonate eventuali imprecisioni):
“Credo che questa canzone sia una delle più antiche della collezione.
Il testo supporta, del resto, questa ipotesi. Tralasciando l’espressione “digas oc” (dite sì), traccia della antica lingua d’oc, il termine “roumius” (pellegrini di Roma) risale evidentemente all’epoca dei pellegrinaggi così frequenti, nel Medio Evo, verso la Città Eterna.
Testo e melodia sono sicuramente anteriori al XVI secolo.”
Soleville, in questa versione occitana, riporta il grido di incitamento del mandriano (“Hou!”), ma indica anche due varianti a questo grido: “Yè!” e “A, e , i, o, u”.
Ed esistono anche due varianti interessanti al verso in cui il mandriano “trobo sa femno al pè del foc, touto descordelado”, ovvero “trova la sua donna ai piedi del fuoco, tutta triste”:
1. Trobo Marioun al pè del foc
Touto despandroulhado
2. Trobo Margot al pè del foc
Tristo, descounsolado
Marioun, Margot…quanto ci stiamo avvicinando alla nostra Maria Giuana, eh?
Inoltre Soleville fa notare che il verso “quando sarò morta, seppellitemi nel più profondo della cantina, ho! mettetemi con i piedi alla parete, e la testa sotto la cannella, ho!” si ritrova pressochè identico nella commedia francese “Chevilles de Maitre Adams”, rappresentata per la prima volta nel 1805 (anche il testo di questa, digitalizzato, è reperibile in rete).

LE VERSIONI “MODERNE”.

Leggiamo cosa ci ha gentilmente scritto al riguardo Dino Tron, il fisarmonicista dei LOU DALFIN:
“Nelle Valli Pinerolesi,ne esistono alcune lezioni, sia in lingua francese, sia in “patois”, le varianti locali della lingua occitana.
Lou Dalfin ne pubblicò una, raccolta da Robert Tagliero dit “Le Diable” (cantore valdese originario di Topioun di Villar Pellice) sul disco del 1982 “En Franso i eroda granda guera” (1982) e, riarrangiata, sul CD “Lo Viatge” (1998). Il gruppo”La Cantarana” di Pinerolo ne raccolse, nella prima metà degli anni ’80, unavariante dalle sorelle Ilda e Liliana Tron, originarie della Borgata Campo Clot di Rodoretto (Prali), pubblicata in originale nella audiocassetta “La Bello a la fenetro”, e reinterpretata dal gruppo stesso più tardi, nel CD “Le Joli Moulin”. Un’altra importante lezione transalpina é “Lo Boier”, la quale mi risulta essere (o meglio, potrebbe essere) uno dei rarissimi canti di origine trobadorica sedimentatosi nella tradizione popolare dei paesi d’OC”.”
Già, “Lo Boier”
Qui Wikipedia francese dice che, insieme a “Se Canta”, è una dei brani occitani più noti e cantati. (Più propriamente, “Lo Boier” è un inno dei Catari -ma qui apriremmo un’altra lunga storia, che esula da Maria Giuana).
E ne propone sei versioni diverse, anche se molto simili: in tutte, Joana dice“se morirò, seppellitemi in fondo alla cantina, i piedi alla parete, la testa sotto la sorgente”. Ci ritroviamo?
Si e no, come vedremo dopo il testo.
Il testo corrente in occitano è questo: sostanzialmente identico, ancora oggi, a quello raccolto dal Soleville nel 1889, con poche varianti.
Al fondo del testo, alcune note esplicative, che non traduco dal francese per no rovinarne il senso. Molto curioso il riferimento all’acronimo asburgico AEIOU …qui un approfondimento.
Lo boier (1)
Quand lo boier ven de laurar (bis)
Planta son agulhada
A.E.I.O.U.
Planta son agulhada (2).
Tròba sa femna au pè dau fuòc (bis)
Tota desconsolada
A.E.I.O.U.(3)
Tota desconsolada(4)
Se sètz malauta digatz-o (bis)
Vos farem un potatge
A.E.I.O.U.
Vos farem un potatge
Am’una raba, am’un caulet (bis)
Una alauseta (5) magra
A.E.I.O.U.
Una alauseta magra
Quand sarai mòrta enterratz-me (bis)
Au pus fons de la cròta (6)
A.E.I.O.U.
Au pus fons de la cròta
Lei pès virats a la paret (bis)
Lo cap sos la canèla(7)
A.E.I.O.U.
Lo cap sos la canèla
E lei romieus que passaràn (bis)
Prendràn l’aiga segneda
A.E.I.O.U.
Prendràn l’aiga segneda

E diràn quala es mòrta aicí (bis)
Aquò’s la paura Joana (8)
A.E.I.O.U.
Aquò’s la paura Joana
Se’n es anada au Paradís (bis)
Soleta amé sei cabras(9)
A.E.I.O.U.
Soleta amé sei cabras
- (1)”Lo boier” Constelacion dins la carta occitana dau ciel.
- (2) Agulhon dau boier, baston que sierve a ponher li bèstias per li faire avançar e/ò a netejar l’araire.
- (3) AEIOU : es curios de veire que li inicialas son la devisa dei Hasbourg e de l’emperi Austro-Ongrés : Austria Est Imperare Orbi Universo.
- (4) Privada dau “consalamentum” dei Catares.
- (5) Rabesten (bèu-fiu d’Esclarmonda de Foix) Caulet-Lavenant e Lauseta de Puei-Laurens, tres familhas que sostenion lu Catares.
- (6) Au mai fonds d’una cròta, mai segurament d’una bauma.
- (7) la tèsta sota lo luquet (sorgent rustic), lu Catares cercavan lu sorgents, simbòlos de la conoissença e de la puretat.
- (8) Joana, nom donat per lu Catares a la sieu gleia(cf: l’evangeli segon Sant Joan).Si tròva tanben dins d’autri versions : Margòt, Bernarda, Antoineta.
- (9)”Lei cabras” li planetas en libertat.Lo boier (1)
Se cercate su YouTube, ne troverete diverse versioni.
Una versione molto suggestiva è ascoltabile qui.
Interessante il simbolismo proposto nel commento al testo in occitano:
“Questa canzone, forte del suo successo e del suo simbolismo, viaggia nello spazio e nel tempo. Come per tutte le canzoni popolari, è conosciuta in molte varianti (ne risultano almeno 40).I quattro elementi della biosfera visti dagli anziani sono presenti in questo canto: l’uomo per la Terra che lavoro, l’aria in cui vola l’uccello, la donna che mantiene il fuoco e la sorgente d’acqua necessaria per sopravvivere.”
Quindi, in “Lo Boier” l’orizzonte è completamente diverso da quello insano e “alcolico” della nostra Maria Giuana: la canzone diventa pura e mistica, la cannella del vino diventa sorgente di acqua fresca, simbolo di conoscenza e di purezza…e “Joana” non è qui una semplice popolana ubriacona, ma simboleggia la chiesa catara ed eretica del Medioevo, cancellata con il sangue dalla Chiesa Cattolica durante la crociata contro gli Albigesi.
Si trattò di un terribile genocidio compiuto all’inizio del XIII secolo all’interno dei confini europei, principalmente in Occitania, il cui atto finale fu la messa al rogo, nel 1277, di “170 fra vescovi, preti e perfetti catari che furono imprigionati e posti al rogo a Verona”.
Visto fin dove siamo arrivati, seguendo le tracce di una canzone?:-)

LE VERSIONI DEI LOU DALFIN

Come ha scritto Dino Tron, i Lou Dalfin hanno inciso due versioni (ovviamente in occitano) di questa canzone: La femno lourdonell’album En Franso i ero de grando guero (1982), poi riproposta e riarrangiata nell’albumLo viatge (1998) con il titolo La frema lorda.




La traduzione del testo è la seguente, praticamente identica alla versione cantata nei Vosgi nel 1876 (con una piccola differenza: il marito torna dal mercato invece che dal bosco, come faceva il buon Colas…):
Quando Il suo uomo torna dal mercato
Trova la moglie ubriaca
“olà, moglie, che cos’hai?”
“Ho tanto mal di testa”
Vado subito a cercare il medico
Che venga a vedere la malattia
Quando il medico arriva
Riconosce la malattia
“Quanti litri hai bevuto,
Che hai tanto mal di testa?”
“Ne ho bevuti quattro o cinque,
Il rosso mi piaceva”
“Se mettete acqua nel suo vino,
Domani è bell’è guarita”
“Se mettete acqua nel mio vino,
Domani sarò già morta”

MARIA GIUANA DA ESPORTAZIONE…

Jimi Trotter, “musico e pittore” trentino di cui vi consiglio il bellissimo sito,mi segnala una versione “da esportazione” di Maria Giuana che si canta in Trentinto/Veneto, e che si intitola “Ciucca anca ‘ncoi” (Ubriaco anche oggi:-)).
Ecco la presentazione del brano:
“’CIUCCA ANCA ‘NCOI’ è un canto popolare del territorio di Primiero, comprensorio alpino in provincia di Trento. La canzone venne importata dai boscaioli di ritorno dalle trasferte lavorative nelle zone montane del Piemonte, negli anni ’50. La melodia ricalca quella dell’antico brano ‘Maria Giuana’, già noto appunto in terra piemontese almeno fin dai primi anni dell’800. Anche il testo in strofa è molto simile, ma a Primiero la canzone diventa una specie di testamento del bevitore.”
Ve ne proponiamo qui l’interpretazione (in forma breve) della band trentina MIXTECA, liberamente arrangiata nella struttura armonica da Jimi Trotter e improvvisata nell’esecuzione, in una registrazione del 21 dicembre 2012 effettuata a Imer (TN).




E’ bello segnalare anche il testo di questa versione in Sinti, tradotta da don Renato Rosso (era tratta da un sito sui Sinti Piemontesi di cui purtroppo si sono perse le tracce):
I María Džuána
María Džuána sas pren o vudár
sas-li koj ke bitravélas-li
sas-li koj ke bitravélas-li
tru la la la …
Nakjás koj o gadžó Menegín
“sar čal tu María Džuána ooh
sar čal tu María Džuána ooh”
tru la la la…
Menegín, na džála mištó
o šeró dukól ma but, aohh
o šeró dukól ma but, aohh
tru la la la…
Te na pjéssa but but mol
duk o šnóro manakélas tu
duk o šnóro manakélas tu
tru la la la…
Te na pjáva but but mol
na džanés ke me meráva ooh
na džanés ke me meráva ooh
tru la la la…
O divés ke me som mulí
indžarén ma ndren i kéltra ooh
indžarén ma ndren i kéltra ooh
tru la la la…
Durialí telál o šeró
štar tusnjá sar momoljá aohh
štar tusnjá sar momoljá aohh
tru la la la…
O tonólo pren le piré
kun i mol ke véla telé aohh
kun i mol ke véla telé aohh
tru la la la…
Me kamáva o rašáj piló
nínge jóu di xačardí aohh
nínge jóu di xačardí aohh
tru la la la…
Me kamáva le rašanjá
nínge jon piljá sar jamén aohh
nínge jon piljá sar jamén aohh

tru la la la…
(parodas le láu in sinto o rašáj don Renato Rosso).

MARIA GIUANA E’ ARRIVATA DALLA PERSIA?

La domanda potrebbe sembrare peregrina, ma…
Guardate cosa c’è scritto di fianco alla tomba del grande poeta persiano Hafez, che ho visitato a Shiraz, in Iran, a ottobre 2015:





Iscrizione presso la tomba di Hafez a Shiraz, Iran

Si, lo so che non si capisce un tubo perchè è scritto in Farsi… un attimo di pazienza:-)… la traduzione di alcuni dei versi è più o meno questa:
“Visto che morirò da bevitore,
seppellitemi come si fa con un bevitore.”
“Costruitemi un sarcofago
con il legno della vigna,
e seppellitemi in una taverna.”
“Innaffiate la mia tomba solo col vino
e sedetevi muniti di vino, musica e rose,
così potrò unirmi a voi e risorgere!”
Siamo nel XIII secolo, a Shiraz (terra di un meraviglioso vino, di cui è rimasta traccia nel nostro Shira e che si produce ancora clandestinamente sotto il naso dei mullah), a 5000 km da qui…non è straordinario?:-)))

Altri contributi.

La mia amica Stefi mi segnala una versione consolidata da don Renato Rosso:
“Me la insegnò nella metà degli anni ’60 mia madre, che era di Torre Pellice, quindi potrebbe aver acquisito la versione valligiana non in “patois”. Per noi è sempre stata “Magna Giuana” cioè “Zia Giovanna”.”
Magna Giuana a l’era ‘n sl’üss
A l’era ‘n sl’üss che la filava oh
l’era ‘n sl’üss che la filava oh
trula la la.
Pasa da li an duturin
aj ciama:”cos’i l’eve Magna Giuana oh?
cos’i l’eve Magna Giuana oh?”
trula la la.
Se saveisa me duturin,
mi l’aj tanta mal-a-la testa oh
mi l’aj tanta mal-a-la testa oh
trula la la.
“Se beveisa nen tant vin
mal a la testa au paseria oh
mal la testa au paseria oh”
trula la la.
Se i beveisa nen tant vin
A st’ura si mi saria gia morta oh
A st’ura si mi saria gia morta oh
trula la la.
E quand che i möira mi
vöi c’am sutru ‘n ti na crota oh
vöi c’am sutru ‘n ti na crota oh
trula la la.
Con la spineta ‘nt la buca
E quat bute per candeile oh
E quat bute per candeile oh
trula la la.
E la gent ca i venirà
vöi ca i cantu la Violeta oh
vöi ca i cantu la Violeta oh
trula la la
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