mercoledì, marzo 12, 2014

Entrare nel presente...



Quello a destra è proprio lui: Baxter!


Il testo di un intervento scritto per (e presentato a) un congresso provinciale della CGIL.


Care compagne e cari compagni,
oggi voglio parlarvi un attimo di Baxter e di Watson.
Baxter è un tipo molto pacato, pesa 75 chili e non si stanca mai.
E’ un robot, e oggi costa soltanto 22.000 dollari, più o meno un anno di salario di un operaio. Tu lo programmi, e lui è in grado di lavorare 24 ore su 24 producendo in modo standard e con ritmo costante. Ha soltanto bisogno di una  manutenzione elettrica e ingegneristica, che è l’unico costo di gestione per il suo mantenimento.
Non mangia, non dorme, non ha sentimenti, non va in ferie, non protesta, non fa sciopero e non pianta grane.
Di Baxter, nell’industria dell’auto e dell’elettronica americana, ce ne sono già un milione e mezzo, perfettamente efficienti e funzionanti.
E poi c’è Watson.
Watson è un genio: nel 2011, ha battuto senza pietà tutti i concorrenti del quiz televisivo americano Jeopardy, rispondendo con la sua voce calda e naturale a tutte le domande che gli sono state poste, a voce, dal conduttore del programma.
Watson è un sistema di intelligenza artificiale creato da IBM: capisce il linguaggio naturale quando gli parli, comprende le domande, e poi è capace di consultare 200 milioni di pagine in poche frazioni di secondo per risponderti con una voce umana.
Watson, se gli metti sotto una bella potenza di calcolo che ormai costa sempre meno, può sostituire senza colpo ferire (e operando molto meglio) decine, centinaia di operatori di contact center, anche quelli che operano dalla Albania o dall’India per costare meno.
Se Baxter è un po’ difficile da immaginare, i fratellini minori di Watson ce li abbiamo già tutti pronti sui nostri iphone e sui nostri smartphone: è che ci fa un po’ paura ammetterlo, ma già oggi noi possiamo parlare con questi oggetti con la nostra voce, fare domande e ricevere risposte vocali, o dare ordini come “portami a casa”, per attivare il navigatore, o “metti la sveglia alle 7”.
Perché vi ho parlato di Baxter e di Watson?
Perché rappresentano la realizzazione concreta, immediata, presente di ciò che a sinistra abbiamo perseguito e desiderato da sempre: la liberazione dell’uomo dal lavoro.
La tecnologia sta crescendo in un modo così rapido e così imprevedibile che, se solo fossimo in grado di vederlo, probabilmente dovremo rivedere completamente le nostre priorità di azione sindacale.
Ma non le vediamo in modo molto nitido, le cose che ci capitano intorno.
Un po’ perché siamo travolti dalle conseguenze della crisi, dalle migliaia di persone che perdono il lavoro e chiedono una risposta immediata, qui e subito, ai propri bisogni ed alla propria disperazione. E allora è naturale che cerchiamo di turare le falle, di conservare quel che c’è, di ragionare come abbiamo fatto sempre, conservando dieci posti qui, ed è un successo perché salvi la vita di dieci famiglie, e mettendo la cassa integrazione lì, e ne hai salvati altre dieci, di famiglie, e senti che hai fatto una cosa giusta.
Eppure, ce l’abbiamo chiara questa sensazione che il mondo ci stia sfuggendo di mano, come sabbia tra le dita, e per quanto stringiamo il pugno l’impressione è che il grosso ci sfugga.
Ed è proprio così, compagne e compagne. Sentite qui: due ricercatori di Oxford si sono messi a calcolare la probabilità che i Baxter e i Watson si mettano, nel futuro, a svolgere le occupazioni più routinarie che svolgono gli umani, ed hanno provato ad ipotizzare quante professioni di oggi possono scomparire da qui a vent’anni.
Attenzione: i robot, in USA, negli ultimi quarant’anni ne hanno già fatti perdere 10, di milioni di lavoro. Non stiamo parlando di un futuro lontano, eh, ma di una cosa che capita già, e capiterà anche qui, che a noi piaccia o meno.
Dunque, secondo i due ricercatori, da qui a vent’anni i posti di lavoro in Italia diminuiranno, grazie o per colpa dell’automazione, di altri DODICI MILIONI. Dodici milioni di posti in meno in vent’anni.
Scompariranno ragionieri e autisti, tassisti, librai, programmatori…per fortuna avremo ancora bisogno di maestri e di psicologi,  e di competenze di alto livello tecnologico in grado di guidare la transizione delle attività dall’uomo alle macchine.
Sabbia che sfugge tra le dita, dicevo.
Vertenze e ammortizzatori sociali non risolveranno PIU’ questo problema. Se il sindacato non affronta questo argomento con un approccio ed una immaginazione totalmente nuovi, è condannato a diventare il lobbysta irrilevante di una nicchia di lavoratori che assomiglieranno agli indiani pellerossa oggi chiusi nelle riserve.
Un atteggiamento di resistenza o luddista contro le nuove tecnologie è impensabile.
La robotica e l’automazione avanzeranno malgrado noi: chi oggi possiede la ricchezza finanzia questo tipo di ricerca, investe, non solo per moltiplicare i suoi profitti, ma perché è in corso quella che l’Economist definisce una nuova rivoluzione industriale. Non si tratta solo di soldi, ma anche di realizzare il futuro dell’umanità con mezzi nuovi.
Google, per dire, ha appena acquisito quattro aziende americane di robotica. L’incrocio tra informazione e automazione è al centro di tutti gli investimenti mondiali.
Oltre agli automi e ai costosissimi robot, il prossimo decennio sarà quello della stampa 3D: delle stampanti che, sulla base di un disegno 3D, creano oggetti reali. Delle dimensioni che volete, perché queste stampanti che già esistono, vanno dai mille al milione di euro, e possono stampare dal bicchiere ad una intera automobile.
Per il film di 007 “Skyfall”, con una stampante 3D che poteva stampare oggetti  di dimensioni fino a otto metri cubi, sono stati realizzati tre modelli in scala 1/3 della Aston Martin di James Bond.
In 3D si può stampare plastica, ABS, titanio, tessuto, ormai qualsiasi cosa. E la cosa più spaventosa è che ormai chiunque di noi può comprarsi una stampante del genere a mille euro, ordinandola oggi sul sito della COOP (non sto scherzando!) e iniziare a prodursi in casa oggetti di qualsiasi dimensione, immediatamente, perché sono immediatamente disponibili a tutti i file, gratis, per produrre qualsiasi tipo di oggetto, intero o nelle sue componenti.
Inclusa una pistola, interamente in plastica, che può sparare fino a sei colpi prima di rompersi: se volete vi do l’indirizzo per scaricare i file.
Immaginate come anche questo cambierà il futuro dell’industria manifatturiera: se avrai bisogno di un oggetto di uso comune, tra due-tre anni partirai con la tua chiavetta e andrai a fartelo stampare in un centro servizi 3D, senza nessun bisogno che ci sia una fabbrica che produca diecimila bicchieri o piatti.
Si potrà – si può già oggi! - stampare qualsiasi oggetto in qualsiasi parte del mondo, replicandolo all’infinito, inviando semplicemente un file.
Tutto quello che conosciamo, sta cambiando in un modo velocissimo.
E ci sta rendendo obsoleti.
E ci sta rendendo testimoni di un mondo peggiore di quello di ieri, dove alla liberazione dal lavoro non corrisponde più felicità, ma maggior schiavizzazione del lavoro (fino a quando potremo competere con i robot?), un impoverimento progressivo e inesorabile di chi non ha mezzi e potere, e una sempre maggiore emarginazione degli esseri umani. Divisi in due: chi è dentro e chi è fuori. Come sempre, ma con la differenza che siamo noi e i nostri figli, per la prima volta, a rischiare di essere fuori.
E allora, per chiudere: che fare?
Quel che è certo è che sarà sempre più difficile ed anacronistico lottare semplicemente per la “difesa del posto di lavoro”, quando il lavoro umano tende a ridursi inesorabilmente. Forse dobbiamo ritornare a sognare, a lottare per redistribuire il tempo che le macchine rendono libero, e trasformare il profitto immenso che queste macchine offrono in reddito per tutti, in felicità, in vite degne di essere vissute, fatte di relazioni umani, di scambi, di libertà dalla alienazione.
Forse dobbiamo lasciar perdere la difesa a tutti i costi del posto che si sta perdendo, e dedicare le nostre energie a capire come rifare la battaglia per il reddito di cittadinanza, che garantisca a ogni persone il diritto ad una vita dignitosa INDIPENDENTEMENTE dal lavoro, che ormai non sarà più il centro della vita per un numero sempre crescente di persone.
L’unica cosa che sappiamo con certezza è che contrastare questo processo sul piano delle lotte tradizionali è inefficace, anche se ci rassicura e ci piace. Quel che abbiamo di fronte è un potere fluido e sfuggente, non più immediatamente riconoscibile. Gli eventi macroscopici, come le grandi rivoluzioni del passato, probabilmente non capiteranno più (e le rivolte auto organizzate con lo smartphone, ad oggi, non sembrano aver ancora raggiunto la forza di resistere nel tempo e darsi un indirizzo di cambiamento generale).
Bisogna avere immaginazione, essere creativi, ripensare il nostro modo di essere e di agire come sindacato, in una società che sta rimettendo radicalmente in discussione il nostro ruolo insieme a tutte le modalità di relazione che conoscevamo.
Rimettersi a studiare e partire dalla conoscenza del presente e del prossimo futuro è sicuramente un buon nuovo inizio, e se lo facciamo insieme magari ci verranno idee nuove ed adeguate.
L’importante è non rimanere chiusi nel recinto, nella nostra riserva indiana, a vederci invecchiare in un tempo che non è più quello della vita reale. 

Grazie per la pazienza.

giovedì, marzo 06, 2014

"La politica è corrotta perchè la società è corrotta"




Il Console Bernick, deus-ex-machina della città portuale norvegese in cui vive,  è un personaggio modernissimo, nonostante l’opera di Ibsen "I pilastri della società" sia datata al 1877, ed i temi che pone (con la sua vita ed il suo comportamento) sono estremamente attuali.
Perché sono quelli – perennemente irrisolti – che derivano dal rapporto tra l’uomo ed il potere.
Bernick è rispettato e onorato, ed è considerato il caposaldo morale di una città fortemente puritana e moralista, che si oppone strenuamente alle innovazioni ed al progresso (come, ad esempio, la ferrovia).
Nel suo passato c’è un vulnus scandaloso, che potrebbe distruggerlo, ma è stato sapientemente occultato a suo tempo.
Ma, come spesso capita,  d’improvviso il passato si riaffaccia sulla vita di Bernick e minaccia di travolgere tutto quello che ha costruito con fatica nei decenni: reputazione, futuro, successo economico.
Bernick non può permetterlo, tanto  più nel momento in cui ha cambiato idea sulla  ferrovia: poichè non passerà più sulla costa, danneggiando gli interessi dei traghetti che gli appartengono, ma all’interno, e sui terreni che sapientemente ha comprato a poco prezzo attraverso una società straniera, ora può presentarla come fattore di sviluppo e benessere per la collettività.
Il ragionamento di Bernick è il seguente: è vero, ho mentito, sono stato indegno, ho fatto pagare ad un innocente lo scandalo che ho provocato io; ma su quella menzogna si è costruito non solo il mio successo, ma il benessere e il rigore morale di questa comunità. Quindi dire la verità ora non costituirebbe solo la mia rovina, ma la rovina di tutta la città.
Peraltro, ragiona Bernick, sono ormai così potente e ricco che posso anche permettermi di rivendicare di aver avuto, nel passato, il diritto di mentire.
E così farà, nella grande serata di festa che la città dedica alla costruzione della nuova ferrovia.
Confessa e rivendica quel che ha fatto, perché il successo e la ricchezza mòndano a posteriori tutti i peccati.
E i cittadini applaudono, condividono, ammirano il suo coraggio.
(Nel testo originale dell’opera, Bernick nella sua orazione finale ai cittadini fa anche opera di pentimento ed espiazione: nello spettacolo, resta invece fortissimo il senso dell’impunità dei potenti).
Grandissimo Lavia e bravissima la compagnia, in una rappresentazione scenograficamente ricca e magniloquente.


I pilastri della società


Teatro Carignano di Torino,  dal 18/2 al 2/3/14

di Henrik Ibsen
traduzione Franco Perrelli
con Gabriele Lavia,Giorgia Salari, Ludovica Apollonj Ghetti, Viola Graziosi, Graziano Piazza, Federica Di Martino, Mario Pietramala, Andrea Macaluso, Mauro Mandolini, Alessandro Baldinotti, Massimiliano Aceti, Camilla Semino Favro, Michele De Maria, Carlo Sciaccaluga, Clelia Piscitello, Giovanna Guida, Giulia Gallone, Rosy Bonfiglio
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
Teatro di Roma / Fondazione del Teatro Stabile di Torino / Fondazione Teatro della Pergola

Mogadishow!

Mogadiscio, Somalia...
la storia di una famiglia un po' etiope, un po' italiana e un po' somala...
Negli anni sessanta la capitale somala è un paradiso, e assomiglia a tutte le città... italiane di quel periodo (con la topografia ortogonale di Torino, il duomo di Cefalù, le pizzerie e le cucine romagnole).
Poi arrivano i nazionalismi, i leghismi neri e tribali, e la pace finisce.
Il colpo di stato di Siad Barre, l'orgoglio etiope del Re dei Re Haile Selassiè...e tutto va progressivamente a ramengo, perchè l'essere umano sa essere un cretino violento e razzista a qualsiasi latitudine lo si ponga.
Spettacolo autobiografico (la famiglia di cui si racconta la storia è quella della attrice), emozionante e coinvolgente.
La Anglana (da sola in scena con una scenografia minimalista e musiche a cura del compagno Fabio Barovero, ex Loschi Dezi/Mau Mau) è brava, bella, simpatica e attrice completa.

Mogadishow


Teatro Gobetti, Torino dal  25/2 al  9/3/14

di e con Saba Anglana
riduzione drammaturgica Domenico Castaldo e Saba Anglana
regia Domenico Castaldo
musiche e supervisione al progetto Fabio Barovero
scene e luci Lucio Diana
LabPerm / Acti Teatri Indipendenti
progetto realizzato con il contributo della Città di Torino e della Provincia di Torino con il sostegno di Sistema Teatro Torino e Provincia


(prima nazionale)

domenica, febbraio 02, 2014

Mein Strunz

L'escalation violenta del M5S mi preoccupa assai.
Mi riferisco più al post "cosa faresti se avessi in auto la Boldrini" che all'assalto ai banchi del Governo avvenuto qualche giorno fa.
L'assalto fisico almeno comporta qualche rischio che si paga di persona, come è accaduto con la gomitata che si è presa l'onorevole Lupo (se metti in moto un meccanismo violento, poi dopo non puoi lamentarti se trovi uno che ti colpisce. Quando metti in moto la violenza, uno più scemo e violento di te lo trovi sempre: e visto che sei tu che hai scelto il campo di gioco, son tutti cavoli tuoi.).

Ma il post @in auto con la Boldrini@ è stato volutamente pensato per attivare ed attirare il peggio.
E' assolutamente prevedibile che, in quel contesto, tu autorizzi la gente peggiore a dare il peggio di sè.
Non puoi nasconderti dietro il fatto che tu hai detto una cosa innocente, e sono "loro", il popolo, a pensarla così.
 A desiderare lo stupro di una donna (in quanto donna ed in quanto potente), ad evocarlo, a firmarlo con nome e cognome (quando inizieremo a perseguirla, questa violenza che non è più virtuale, ma realissima, minacciosa, pericolosa?).

Ora, dentro ogni uomo ed ogni donna si cela probabilmente un lato oscuro e criminale. Un istinto di sopraffazione e violenza contro il proprio simile che è tenuto a bada dalle leggi, dalle regole, dalla cultura e dalla avversione sociale.
Però la storia ci insegna che spesso e volentieri il tabù viene progressivamente allentato, a forza di parole, e si giunge ad un punto pericolosissimo in cui si supera un punto di non ritorno.
Poi, dopo, noi esseri umani scriviamo migliaia di libri e compiamo studi per spiegarci come mai onesti e pacifici padri di famiglia si dedicano al genocidio, perchè la loro nazione ha detto e scritto che non c'è colpa nell'uccidere gli inferiori; o come mai pacifici contadini si alzano la mattina col machete per fare a pezzi i vicini di casa con cui hanno lavorato fino a ieri.
(E, in assenza di punizioni, prima di uccidere si stupra. Da sempre.E' il primo modo in cui si manifesta l'istinto criminale liberato dai vincoli.)
Non bisogna mai sottovalutare la forza malvagia delle parole. Mai.
Salvini (per fortuna lo filano in pochi) e Grillo giocano con le parole e con l'odio come novelli piccoli Hitler.
Approfittano di uno Stato in stato preagonico e privo di fiducia per giocare con il Male, e sono così cretini o irresponsabili da non capire quanto sia pericoloso.
In un paese ignorante e rimbecillito come questo, non solo devono poi assumersi la responsabilità morale delle eventuali azioni (crimini e reati) provocate dalle loro parole, ma vanno combattuti con tutte le leggi e le regole possibili.
Prima che diventi troppo tardi.

giovedì, gennaio 30, 2014

Aspettando, Godo.


Un Beckett in chiave farsesca, quello proposto da Natalino Balasso e Jurij Ferrini (che cura anche la regia).
Però, funziona!

Anche se ci siamo sganasciati dalle risate, non si è perso un grammo del messaggio di Beckett sulla insensatezza della vita.

E poi, il finale è comunque giustamente e dolorosamente tragico.

Consigliatissimo per avvicinare i giovani a Beckett (due di fianco a noi si rotolavano letteralmente dalle risate).
Ma adatto anche ai vecchi cazzari come me, che possono ridere sguaiatamente continuando a pensare.

"Aspettando Godot"
 Di Samuel Beckett,
Con Natalino Balasso, Jurij Ferrini, Angelo Tronca, Michele Schiano di Cola.

Alle Fonderie Limone di Moncalieri (TO) fino al 2 febbraio 2014.

lunedì, gennaio 06, 2014

Dedicato a...


2013: cronaca di un anno da lettore.

Quando arriva la fine dell'anno, riscopro la bellezza di anobii (sito ormai invecchiato male e un po' acciaccato, forse, ma a cui sono affezionato come a un vecchio zio).
Nonostante la mia pigrizia, riesco in qualche modo a tracciare quello che leggo, e visto che mi impongo di recensire tutto quello che mi ha colpito, alla fine mi resta qualcosa che assomiglia ad una memoria storica (e ben sapete quanto sia importante, alla mia età:-))
Nel 2013, oggettivamente, ho battuto un po' la fiacca, e ho letto la metà rispetto all'anno precedente.

Qui la tabellina relativa agli ultimi 4 anni:
Anno Libri letti Pagine lette
2013 081 21.685
2012 156 38.165
2011 128 35.255
2010 115 30.913

Le cause? Beh, in realtà sono gli anni precedenti che mostrano una impressionante bulimia di parole... 81 libri letti in un anno fanno più o meno un libro ogni 5 giorni, con più di 50 pagine al giorno di media...corrispondono, secondo le statistiche, ad un bel numero di italiani medi messi insieme!:-)

Ma lasciamo gli aridi numeri e veniamo ai contenuti.

Tra i libri più impegnativi dell'anno, sono contento di essere riuscito a leggere finalmente "Le benevole" di Jonathan Littel e "Vita e destino" di Vasilij Grossman: entrambi libri duri e difficili,  che hanno prodotto in me un discreto nuovo numero di riflessioni (amare ma anche positive) sull'essere umano.

I più dolorosi: "Sonderkommando Auschwitz", di Schlomo Venezia, e "ZeroZeroZero" di Saviano: l'unico modo per superare queste letture è dimenticarle, e... mi sono accorto che l'ho fatto.

La scoperta dell'anno: Hans Fallada con i suoi capolavori "Ognuno muore solo" (che Primo Levi definì come il più bel romanzo sulla resistenza tedesca al nazismo) e "E adesso, pover'uomo?".
(Per il 2012, la mia personale palma d'oro è andata al bellissimo capolavoro sommesso "Stoner" di Jonh Williams).
Ex aequo, il grande svizzero Friedrich Dürrenmatt con "La panne" (ma di lui adoro tutto quel che ho letto).

Il gioiello che riscalda il cuore, come un ceppo di faggio a bruciare lentamente nel camino: "Un eremo non è un guscio di lumaca", di Adriana Zarri.

La storia raccontata in modo divertente: "Il divano di Istanbul", di Alessandro Barbero (complice l'innamoramento per Istanbul dopo averla finalmente vista).

Il libro più antipatico ed irritante: "Limonov" di Emmanuel Carriere (la storia di uno stronzo scritta da un vanesio).

Delusioni:  gli ultimi di Erri De Luca, esili fregnacce scritte apparentemente a solo scopo di recupero pecunia.

Conferme: gli ultimi due gialli di Nesbo, "Lo spettro" e "Polizia", con il malconcio ma adorabile Harry Hole (le cose migliori nel genere poliziesco).

E ancora, di rimarchevole, qualche immancabile (e mai deludente) Maigret, e qualche nobile rilettura (Fenoglio, Camus, Steinbeck).

Apprezzatissimo "Il seggio vacante" della Rowling "after Potter".

(il tutto lo trovate recensito tra il biblioblog ed Anobii...)

Ah, ultima notazione: quest'anno il libro cartaceo è stato in netta ripresa sull'ebook, con un rapporto nella modalità di lettura 70 a 30...è che gironzolare in biblioteca e libreria e prendere libri a caso e a naso è sempre più bello che scaricare file (anche se ho una biblioteca digitale sufficiente, a questi ritmi, per i prossimi 15 anni...)

mercoledì, gennaio 01, 2014

"Ecce homo", di e con Lucilla Giagnoni


Teatro Astra di Torino, 14 dicembre 2013
ECCE HOMO
Di e con 
Lucilla Giagnoni

E la Lucilla conduce magistralmente lo spettacolo sul...
 come siamo diventati quello che siamo, mettendo in connessione Pinocchio e il Libro dell'Esodo.

E come è potente, emozionante e commovente la sua esortazione finale alla figlia!

Spettacolo bellissimo e intenso, come sempre.

#ILLUSTRI: La cosa più bella che ho visto di recente...


...è la splendida mostra
ILLUSTRI
alla (splendida anch'essa) Basilica Palladiana di Vicenza.

Organizzata da Ale Giorgini e dalla Associazione Culturale YOURBAN (yourban.org), presenta i lavori di 11 illustratori italiani under 40, noti ed apprezzati all'estero.
Inutile tentare di descrivere la bellezza, la freschezza, la modernità, l'ironia delle opere di Shout, Emiliano Ponzi, Olimpia Zagnoli, Bomboland, Ale Giorgini, Mauro Gatti, Riccardo Guasco, Francesco Poroli, Umberto Mischi, Jacopo Rosati e Rubens Cantuni: bisogna proprio vederle, e lasciarsi andare al dovuto entusiasmo.
Perchè lì si, che si ritrova davvero la famosa "creatività e genialità italiana" di cui tanto si blablabla in giro senza sapere di cosa si parla. E gli stranieri, che invece la capiscono quando la vedono, la vogliono e la usano senza troppi decreti e pipponi sullo stimolo alla crescita.

Se andate lì verso le 15, trovate anche una ragazza carina e simpatica che vi guida e vi racconta chi sono i Nostri.
Poi avete ancora il tempo di riguardarvi le cose che vi piacciono di più, ed ascoltare e vedere i video che parlano delle loro storie (assai interessanti).

E forse avete anche il tempo, se non è un giorno festivo, di fare un salto sulla terrazza della Basilica e godervi Vicenza dall'alto al tramonto.

Pero, mi raccomando,  se potete
ANDATECI!

Chiude il 14 gennaio.
E se non potete andarci, contattate quelli di yourban.org e fatevi mandare il CATALOGO: sono 18 euro di gioia ben spesa.

E se volete cavarvela con meno, prendete almeno 3 euro e correte in edicola a comprare INTERNAZIONALE di questa settimana 
(il prossimo esce tra due settimana, quindi ce la fate). 
C'è il calendario, e le illustrazioni dei mesi sono di 
OLIMPIA ZAGNOLI.

Mica fuffole! 

E, ALMENO, cercate le illustrazioni di questi artisti sulla rete. 
Hanno siti propri, e sono dappertutto sui social network.

Buon godimento!

lunedì, dicembre 02, 2013

"La torre d'avorio": l'arte, la politica, il coraggio, la resistenza...

LA TORRE D'AVORIO
Di Ronald Harwood
Con Luca Zingaretti, Massimo de Francovich
Regia di Luca Zingaretti
Visto al Teatro Carignano  di  Torino il  19 novembre 2013

Dopo un anno di pausa per ragioni economiche, ho riacquistato quest'anno l'abbonamento alla stagione teatrale dello Stabile di Torino (i problemi economici non sono affatto venuti meno, ma diciamo che il teatro è definitivamente entrato nel novero delle cose irrinunciabili anche in tempi duri:-)).
La mia personale stagione di spettatore ha debuttato con "La torre d'avorio" di Ronald Harwood, con Luca Zingaretti e Massimo de Francovich e regia di Zingaretti.
La vicenda è quella (piuttosto nota e già raccontata nel film del 2001 "A torto o a ragione") del processo che gli Alleati aprirono nel 1946 contro il celebre direttore d'orchestra Wilhem Furtwangler per acclarare i suoi rapporti con il regime nazista.
A predisporre l'indagine è un rozzo ufficiale americano, che disprezza la musica classica e non è quindi sensibile al fascino del mito e del personaggio di Furtwangler.
L'ufficiale imputa al Maestro di non essersi mai apertamente ribellato al nazismo per una molteplicità di motivi: per vanità, per non lasciare spazio all'astro nascente Von Karajan (che si iscrisse al Partito Nazista non una, ma due volte), per continuare a godere dei privilegi (anche sessuali) riservati ad un uomo potentissimo.
Il Maestro ribatte che lui fa Arte e non Politica, che quando si dirige Beethoven si entra in un mondo dove non esistono più mostri e carnefici, e che un atteggiamento più ostile al regime avrebbe soltanto provocato  la sua morte o il suo esilio, senza alcun vantaggio per la Germania.
Nessuna delle due legittime e inconciliabili verità risulta convincente, alla fine.
Ancora meno convincente risulta la recitazione di Zingaretti, che dovrebbe imparare a entrare nei personaggi invece di portare dentro di essi il solito Montalbano:-)
Bravissimo invece Massimo de Francovich e gli altri interpreti.
Il testo è straordinario, la regia (anch'essa di Zingaretti) eccellente.

Beckett e il (non) senso della vita



“DA KRAPP A SENZA PAROLE”
Di Samuel Beckett
Traduzioni di Carlo Fruttero e Franco Lucentini
Con Glauco Mauri e Roberto Sturno
Regia di Glauco Mauri
(Visto al Teatro Gobetti di Torino il 26 novembre 2013)

Cinque splendide e angoscianti partiture di Samuel Beckett sulla insensatezza e assurdità della vita.

Glauco Mauri è un grande, splendido vecchio (ha 81 anni).
La sua recitazione, specie ne “L’ultimo nastro di Krapp”, è ruggente e seducente.

Questo è il genere di teatro che entra violentemente nelle questioni della vita, ti pone con brutalità il tema del senso della vita stessa, e ti obbliga a pensare.

La vita è davvero questo cumulo di insensatezza che dice Beckett, dove gli sforzi dell’uomo per darle un senso sono continuamente frustrati da una quotidianità che dimostra esattamente l’opposto?

Davvero ogni nostra azione, alla fine, è inutile rispetto al semplice iter biologico che va dalla nascita alla morte, e siamo solo noi che ci ostiniamo a darle un significato, per non ammettere che viviamo e moriamo e basta, senza un preciso perché?

Davvero le nostre emozioni (l’amore, l’odio, la rabbia, la passione) sono invenzioni e suggestioni che mettiamo in campo per non dirci che tra la nostra vita e quella di un batterio in fondo, in termini di significato, non ci sono differenze?

Belle, forti e suggestive domande. A cui a volte tento spontaneamente di dare risposte.
Per scoprire che, in fondo, la cosa migliore è proprio evitare di porsele, quel tipo di domande, e continuare a sperare che le emozioni continuino a distrarmi ancora abbastanza a lungo da tener lontane le domande sul loro significato.

Poi, dalla visione dell’ultimo atto rappresentato, è nata tra amici una discussione collaterale sulla “conservazione”. (Se avete voglia di leggere il post fino alla fine, ne capirete l’origine).

Nulla di quello che oggi produciamo copiosamente e conserviamo in digitale (foto, testi…) resisterà così a lungo senza corrompersi…il tempo massimo di conservazione sicura sui nostri supporti domestici (ma anche professionali) è di 3-5 anni.

Leggere qui per farsene una ragione e non rinunciare a scrivere ANCHE su carta.
Questa recensione, ad esempio, è stata scritta prima su un taccuino Moleskine e forse quella versione sopravviverà a questo blog…:-)

Di seguito, le trame delle parti dello spettacolo (almeno per come le ho capite io, eh: Beckett non è affatto trasparente…)