lunedì, luglio 14, 2008

Vajont e Bolzaneto: la giustizia e l'oblio

Vedere le cose con i propri occhi è cosa ben diversa dal sentirle raccontare.
Erano decenni che non tornavo nella valle del Vajont: allora ero un ragazzo, e gli imprecisi ma terrificanti racconti di mio padre su quel che avvenne nel 1963 fecero su di me un effetto strano, acuito dalla visione di quella gola stretta e di quella diga arditissima e solida.

Vidi poi, in tempi nemmeno troppo recenti, l'orazione civile di Paolini, e lessi il testo dello spettacolo scritto da lui con Gabriele Vacis.

Nella valle ci sono tornato due sabati fa, grazie ad una amica carissima.
Il tempo sembra essersi fermato a quell'autunno del '63. La diga è ancora lì, ardita ed inutile. E' ancora lì la frana, quei duecentosessanta milioni di metri cubi che hanno cambiato radicalmente la fisionomia del luogo: dove il Vajont aveva pazientemente scavato, nei millenni, il suo corso, facendosi strada attraverso una antica frana, ora giace - da oltre quarant'anni - una montagna di detriti, dall'aspetto lunare.
Che, nonostante i decenni, ancora non è diventata parte del tutto, ma resta lì, estranea, ostile, diversa.
Ed è ancora lì, visibilissima, la ferita del Monte Toc, lucida e scura: quel taglio netto che mi riporta alla mente - chissà poi perchè - quando mio nonno usava un filo attaccato al tagliere di legno, per asportare le fette dalla polenta appena versata dal paiolo.

Dalla diga ci siamo spostati a Erto, il paese della valle che fu schiaffeggiato da una delle due spaventose onde prodotte dalla frana (quella che scese su Longarone, superando la diga, alla partenza era alta 70 metri: ed io cerco inutilmente, da sempre, di immaginarmi un simile muro d'acqua alto come un palazzo di venti piani).
158 morti, lì, sugli oltre 1900 provocati dal disastro, di cui solo 15 corpi ritrovati.

Il vecchio paese è silenzioso e vuoto: la vita si è spostata sopra quota ottocento di altitudine, dove è stata costruita la parte nuova del paese.
In un palazzo che ospita la sede del Parco vi è la mostra permanente sul disastro. Se avete il tempo di visitarla, conoscerete e ricorderete un sacco di cose (molte le raccontò Paolini, ma molte sicuramente si sono perse negli anfratti della memoria, e conviene ricordare, ricordare, ricordare).
Ricorderete lo spirito ardito degli imprenditori e l'orgoglio degli ingegneri della SADE, che progettarono ed innalzarono quell'opera unica al mondo, la più grande diga a doppia curvatura.
Ricorderete la reazione rozza e diffidente dei valligiani, che vennero subito bollati come oscurantisti e contrari al progresso.
Ricorderete le perizie geologiche, che da subito rivelarono una frana lunga 2 km sul Toc, a sua volta relitto di una antica frana: una cosa che tutti sapevano, senza dubbi, sin dall'inizio. E che divenne evidente, dopo gli allarmi lanciati dalla coraggiosa Tina Merlin sull'Unità, con la prima frana del 1960.
Ricorderete come, in nome del progresso che non si può fermare, e per vendere alla neonata Enel la diga che non era ancora stata collaudata, nel 1963 si procedette al riempimento dell'invaso nonostante le scosse di terremoto del quinto grado della scala Mercalli, nonostante i brontolii continui e le fessure che si aprivano sul Toc, nonostante la strada costruita attorno al lago artificiale fosse ormai inagibile a causa dei disassamenti che la laceravano.
Ricorderete come al sindaco di Longarone nessuno disse che le prove fatte con un modellino della diga e della valle avevano dimostrato la possibilità che, in seguito alla frana prevedibile e prevista, un'onda alta 20 metri avrebbe potuto superare la diga ed abbattersi sul paese: e sappiamo, dalla storia, che l'onda vera fu tre-quattro volte più spaventosa di quella prevista.
Ricorderete il dopo: il dolore, il disastro, la valle del Piave spazzata dal vento e dall'acqua. I corpi recuperati con gli uncini dai ponti, le case rase al suolo, gli oggetti sugli alberi.
Ricorderete le prestigiose penne di Dino Buzzati e Giorgio Bocca che parlano di fatalità, e le Commissioni di inchiesta (del governo e dell'Enel) che lo confermano, così come una perizia dell'Università di Padova.
E ricorderete un giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, che da solo contro tutti afferma che sia la frana che l'onda erano prevedibili, e che si tratta di omicidio colposo, e chiede 158 anni di pena per i responsabili.
Nessuna Università italiana osa produrre una perizia che smentisca i colleghi padovani, e Fabbri deve rivolgersi in Francia.
Dove gli confermano che tutto era prevedibile e previsto.
Ricorderete che, in primo grado, la tesi della prevedibilità della frana non viene accolta: in appello ed in cassazione (nel 1971, 15 giorni prima della prescrizione) finalmente si, ma porta alla condanna di soli due imputati per una pena complessiva (inclusi i condoni) di DUE ANNI E OTTO MESI.
Due anni e otto mesi di galera per oltre 1900 morti.

Ricorderete, ancora, che il comune di Longarone avvia anche una causa civile, che nel 1997 si conclude con l'Enel costretta a risarcire i danni ai comuni colpiti: ci sono voluti 34 anni. Ingiustizia è fatta.

Ricorderete. Almeno questo, è importante. Sempre.

UPDATE: Mi giunge adesso notizia che anche il processo per le violenze di Bolzaneto del 2001, una delle orrende code sudamericane al G8 di Genova con decine di persone ferite, umiliate, maltrattate dai poliziotti, si è concluso con pene lievi, e grazie all'indulto nessuno andrà in galera.
In galera, per ora e per altri motivi, c'è andato Ottaviano del Turco, Presidente della Regione Abruzzo, sorpreso a ricevere mazzette. Ma non tema, perchè il nostro Presidente del Consiglio ha molto a cuore la sorte dei ladri e dei corrotti, ovviamente solo se potenti, e troverà presto il modo di liberarlo dalla solita congiura della magistratura.

1 commento:

Tiziano Dal Farra ha detto...

Tiziano Dal Farra

Domenica, 3 Agosto 2008

Ciao.
La seconda versione (aggiornata) del libro “Vajont, l’onda lunga” della Vastano è uscito nelle librerie, ediz. Ponte alle Grazie, euro 14.
Imperdibile.

Te ne consiglio la lettura. è l’UNICO libro sul “dopo”.

mail)inf251k1_at_ud.nettuno.it(

Mi farai sapere