domenica, giugno 22, 2008

Camminando...

Sono stati, questi ultimi, mesi di camminate lunghe e solitarie.

Mesi in cui mi sto riappropriando di me, e di tempi liberati dalle incombenze che mi possedevano e mi svuotavano dandomi solo piccoli brandelli di soddisfazione.

Mi rendo conto che sto da poco iniziando a recuperare appieno la capacità di usare i miei sensi: non ero quasi più capace di vedere, di sentire, di provare sensazioni elementari.

La mia mente era giunta a livelli spaventosi di percezione, ma il mio corpo era dissociato, completamente dimenticato: un ingombro, più che la mia manifestazione fisica.

Scivolavo sul mondo senza toccarlo: via, rapido, sempre protetto ed isolato in scatole d'acciaio e di cemento. Sempre di corsa, di fretta, sempre con una destinazione da raggiungere, sempre con qualcosa di definito da fare. Il tempo vuoto mi faceva quasi paura, un tempo, avevo l'ansia di riempirlo a tutti i costi – anche dormendo, se necessario. Così fan tutti, no?

Ora che i chilometri fatti a piedi iniziano ad accumularsi in modo sensibile nelle mie gambe, ora che i paesaggi non sono più uno sfondo su cui sfugge la mia vita ma sono qualcosa dentro cui vivo, ora che il tempo assume una dimensione diversa – non più qualcosa da consumare, ma qualcosa da vivere - sento che finalmente la mia vita comincia davvero a cambiare.

Rallentare, cambiare prospettiva, riacquisire una conoscenza che non sia funzionale solo al mio ruolo nella società – e l'unico ruolo che mi vogliono lasciare è quello di consumatore, e io non ci sto – è pian piano quello che sto facendo, dopo decenni di progressiva accumulazione di sovrastrutture inutili.

La semplificazione a cui anelavo, quando ho deciso di ripartire da zero, sta finalmente diventando una cosa che sento non solo necessaria, ma davvero liberatoria.
Non baratterei mai più questa deliziosa sensazione di libertà dalle cose con lo stato di relativo benessere che avevo prima.

Mi accorgo che, con la pratica, il potere rassicurante delle merci ha perso ogni attrattiva su di me.
Non guardare più la tv da sette mesi probabilmente ha aiutato, ma in realtà quello che è stato determinante è stato uscire, uscire, uscire.
Uscire con la mente da una prigione che mi ero costruito da solo, con il tempo, adattandomi ad una vita in cui non mi riconoscevo più.
Uscire, fisicamente, e stare il più fuori possibile da tutte le prigioni materiali in cui tendiamo a rinchiuderci: le case, le automobili, i nostri giardini.
Perché alla fine l'esperienza che offrono è limitata, angusta, sempre uguale. Non siamo fatti per questo, per usare il cervello ed i sensi per fare solo quelle trecento cose e basta, di cui duecento imposte dal sistema di vita che condividiamo con il prossimo.

I viaggi sono stati sempre un modo straordinario, per me, per riprendere ossigeno e piacere per la vita. Distruggere il solito ed il prevedibile, mettermi alla prova con nuovi paesaggi, linguaggi, abitudini, comportamenti, con persone con cui è necessario fare uno sforzo di comunicazione non abituale, non banale, mi ha sempre fatto bene, mi ha sempre fatto stare bene.

Ora ho imparato che posso intraprendere un viaggio ogni volta che esco di casa, senza dover fuggire via lontano, senza limitarmi a qualche settimana l'anno.

Lo posso fare di continuo, tutti i giorni.

Quando le scatole magiche si accendono nelle case, e nelle strade non resta più nessuno, io mi godo il giorno che sta finendo, e la notte che sta arrivando.

Percorro lento i sentieri, le strade. Ascolto, mi ascolto, osservo, tocco, annuso l'aria. Mi riconosco, piano piano, e riconcilio questa mente e questo corpo. Sento i miei passi andare sicuri sulla strada. Mi sento, da solo lungo il sentiero. Sento lo sforzo e la fatica, e poi la dolce abitudine che mi consentirebbe di camminare per ore, preso il ritmo.

Ad ogni passaggio, la stessa strada si arricchisce di particolari che non avevo notato prima. La pioggia, la neve, la nebbia, il sole, trasformano ogni volta lo stesso luogo in qualcosa di nuovo.

Le stagioni danno il senso del tempo vero, così distante da quello artificiale e schizofrenico in cui siamo immersi: ed anche il tempo necessario a coprire gli spazi diventa esperienza, diventa vita, non solo il trasferimento più veloce possibile tra due destinazioni.

Mi capita di fermarmi a mangiare le fragole, o le ciliegie, o a riconoscere (poco alla volta: la nostra ignoranza delle cose reali è sterminata!) alberi, piante, fiori, in un processo lentissimo in cui mi sembra pian piano di tornare a vedere quel che mi circonda dopo secoli di cecità. Risento finalmente gli odori – l'erba tagliata, i profumi dei fiori…

Inizio a saper valutare quanto ci vuole a piedi per andare da un posto all'altro: muovermi a piedi da un paese all'altro è una cosa che solo un anno fa avrei ritenuto inconcepibile - in quanto inutile.

Ora so bene cosa c'è su ogni percorso, e sapere come arrivare senza alcun mezzo da un posto all'altro – pur in un raggio di soli cinque-sei chilometri da casa, per ora – mi da un senso di potenza e di conoscenza che mi rendono orgoglioso: ecco, posso andare fino a lì, che sembra distantissimo, ed invece arrivarci è facile, e non ho bisogno di nient'altro che di tempo (sempre meno di quel che uno teme) e dei miei piedi. Niente mezzi meccanici, niente gasolio, niente inquinamento. Posso fare una cosa che non fa male a nessuno, che non peggiora il mondo, e mi da un immenso piacere.

Perché dopo mesi, sto finalmente iniziando a farla mia, questa terra. Conosco i nomi dei luoghi, dei torrenti, delle valli. Inizio a riconoscerle con sicurezza, quando le guardo da lontano o dall'alto di un bricco. Sento mio, sempre di più, quel che percorro e scopro. So orientarmi, ed ogni tanto provo a "perdermi" non guardando la cartina, e scoprendo con piacere che so benissimo dove andare, e so benissimo quanto ci metterò ad arrivare.

Partendo attrezzato (semplicemente, con gli scarponi e con il mio zainetto con qualcosa da bere, la giacca di goretex, un taccuino, la inseparabile Parker, e un libro nel caso trovassi un luogo che invoglia alla sosta: l'essenziale del viandante), mi godo ogni condizione atmosferica senza ansia.

La pioggia è una piacevole emozione, e se non è troppo fitta aspetto pure un po' a coprirmi: tanto nel resto del cammino mi asciugherò, che problema c'è…tocco l'erba bagnata, mi impiastriccio con il fango, mi rimescolo con quell'ambiente da cui abbiamo disperatamente cercato di allontanarci nei secoli.

Man mano che cammino, e che mi libero dalle vecchie sovrastrutture opprimenti, mi sento più sicuro, più autonomo, più leggero. Recupero le mie capacità perdute, mi fido della mia resistenza, sia fisica che psichica: cambio sempre più il mio punto di vista sulla vita, e raffino il mio sistema di valori.

Quel che provo assume sempre più valore rispetto a quel che possiedo, e quel che provo è sempre più svincolato da quel che possiedo.

Ora salverei, tra le merci, solo quelle che consentono di raccontare e riprodurre esperienze ed emozioni: i libri, la musica, il cinema. E poi il buon cibo ed il buon vino. Tutto il resto, più o meno, è secondario, o non merita comunque soverchio impegno. L'auto tocca averla, il telefono pure, ma alla fine se uno si muove e telefona ha raggiunto lo scopo, non è che bisogna avere chissachè.

Ora, quando sto con i miei ragazzi, sento che il nostro tempo è un tempo che vale molto di più di prima, perché io sono una persona diversa, più interessante, più singolare, più originale: parlo di me e di quel che faccio, non di quel che accade in un mondo che non conosco.

Quel che dico, quel che racconto, le cose che faccio vedere sono mie, sono le mie esperienze, e visto che le faccio quasi tutte vicino a casa posso condividerle, portarli a vedere il panorama da un luogo specifico e condividere l'emozione di quel che si vede, farla capire, goderla insieme, così come scoprire e mangiare insieme le fragole al limitare di un sentiero.

Raccontare – che so - di un viaggio in Canada, per quanto emozionante e meraviglioso e straordinario, non consente di fare questo: di condividere davvero, appunto, di "vivere insieme" e non in solitudine. E quindi mi sento paradossalmente più ricco io, che "possiedo" tutto il territorio che ho esplorato e conosco attorno a me, e posso donarlo a chi amo, rispetto ad un viaggiatore economicamente ricco e fortunato che può soltanto offrire un eco delle emozioni provate in quei posti meravigliosi.

Depurato dalle emozioni finte, sto iniziando a godere davvero di quelle autentiche.

Ogni giorno esco dal mio piccolo nido, che mi protegge solo per dormire, per mangiare e per leggere, e mi impadronisco di questo mondo che gli altri trascurano: un mondo immenso, ricchissimo, di cui posso godere per sempre, in cui non smetto di scoprire ogni giorno qualcosa, di stupirmi, di eccitarmi, di sorridere.

Non lo perderò mai, perché non lo possiedo: lo vivo, ed è una cosa diversa.

3 commenti:

Max ha detto...

Questa si che è una riflessione da vero lupo, il vagabondo conoscitore del territorio e conoscendo il mondo in cui vive conosce anche se stesso. Prendono improvvisamente importanza le relazioni con la gente con la natura circostante. Siamo parte anche noi della natura, in punta di piedi, di scarponi. E' la sensazione di libertà la prima emozione che ci penetra nello spirito. La sensazione è quella di avere le ali e osservare se stessi dentro il paesaggio nel quale viviamo. Ho provato qualcosa di simile proprio ieri. Mi sono avventurato con mio figlio in montagna sulle tracce che l'uomo ha lasciato un tempo, baite diroccate, ora rifugio per capre. Strutture di letti e di mobili fatte di legno e fatte a mano. Seniteri segnati da file di pietre che percorrono la montagna che una volta erano pieni di gente che li percorreva e viveva forse più felice, seguendo il ritmo delle stagioni ed il ritmo della natura. Ritmo di una vita difficile in cui non c'era nulla, ma un nulla che riempiva.

Anonimo ha detto...

Grazie Lupo per aver condiviso, con molta apertura, qualcosa di così profondo e personale.
Dalla tua esperienza credo ci sia molto da imparare anche se mi rendo conto che effettivamente non sia facile.
Il mio augurio più sincero è che tu continui a camminare verso la libertà ma anche verso la felicità!!

Stefi

Artemisia ha detto...

Molto bello. Ti invidio un po' perchè quello che fai, io qui in città non lo posso fare. Ne sento davvero la mancanza.
Bravo!