venerdì, dicembre 05, 2014

Le feste comandate e il nostro tempo futuro

Da tempo mi interrogo su quanto la modernità propugnata da Renzi sia, in fondo, qualcosa di vecchio; che passa per la cancellazione dei diritti e il mantenimento della spropositata disuguaglianza tra le persone, accettata come un fatto deterministico, e porta sostanzialmente alla creazione di una nuova classe sociale di schiavi, seppur dotati di iphone e connessione veloce 24h.
E poi, a conferma di quanto sopra, penso che lunedì prossimo, l'8 dicembre, una grande parte del paese si ferma per festeggiare questo ardito dogma cattolico:

« Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell'umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l'assistenza dell'intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l'autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certa ed immutabile per tutti i fedeli. »

Dunque, stiamo a casa per festeggiare il fatto che una ragazzina palestinese, duemila anni fa, è nata, per una decisione del Creatore, senza il peccato originale. Così dicono, appunto, gli interpreti terrestri del Creatore.

Insomma, un tema su cui una persona normale, nel XXI secolo, se non è un teologo, potrebbe argomentare con autentico imbarazzo.

Il mito di Maria è stato, nei secoli,  raccontato splendidamente, con una tale profondità di dettagli e di particolari intelligenti e profondi da renderlo stupefacente. E poi, ha generato opere bellissime ed ispirate in ogni campo dell'arte.



Quindi, un mito che produce cose così belle, in chi ci crede profondamente, può essere anche considerato positivo (ecco, speriamo che nessuno abbia mai fatto del male a qualcun altro "nel nome di Maria". Non lo so e non mi interessa saperlo.)

Però, sinceramente, penso che ormai sarebbe il caso di considerare che quello (come molti altri) non è più un mito collettivo, e quindi non ha forse più senso costringere l'intera popolazione italiana a "festeggiarlo".

Il che non vuol dire assolutamente "proibirlo", sia chiaro, nè tantomeno abolirlo. Ma rendiamo libero questo giorno di festa. I cattolici continueranno a festeggiarlo serenamente, ma credo che non si offenderanno se gli altri cittadini volessero ignorare questo mito e festeggiare qualcos'altro in un altro giorno a propria scelta.

Voi mi obietterete: ma il 25 aprile e il 1° maggio? Quelli non sono miti, semplicemente diversi rispetto all'8 dicembre?

Potrei rispondervi che quello dell'Immacolata Concezione è un dogma, mentre il 25 aprile ed il 1° maggio sono giornate simboliche legate a situazioni che mi appaiono più "reali".

Ma accetto la sfida e dico: si, penso che anche il 25 aprile ed il 1° maggio, così come le feste cattoliche,  non siano più miti collettivi e fondanti del nostro stare insieme. (Forse non esiste nemmeno più, il nostro stare insieme a livello di nazione).
Noi che attribuiamo ancora un valore a queste date dovremmo essere liberi di continuare a festeggiarle, e credo che anche le istituzioni di questo paese dovrebbero dar loro valore, ma non possiamo mica obbligare tutti a festeggiare qualcosa in cui non credono.

Ecco, il "mercato" ha ripensato a questo prima della politica, annullando gli spazi collettivi di riposo partendo dalla domenica e giungendo alle feste collettive: puoi comprare qualsiasi cosa quando vuoi, anche se è festa, ed il lavoro va a coprire non più i soli servizi essenziali (sanità, trasporti...) ma qualsiasi desiderio consumistico non essenziale.

La politica, ipocrita, fa come sempre  finta di nulla: lascia che chi ha la sfortuna di lavorare nella grande distribuzione, per dire, non possa più disporre liberamente dei riposi collettivi, e mantiene le altre "feste" per inerzia ed abitudine, senza preoccuparsi che siano "per tutti".

Anche la domenica di riposo è un mito cattolico, poi estesosi alle rivendicazioni operaie per una vita di relazioni sociali più ricca ed umana.
Ma ora la tecnologia e la scomparsa progressiva del lavoro, e la sua scomposizione e ricomposizione in ambiti che rendono l'8_ore_per_5_giorni sempre più un ricordo del passato, dovranno prima o poi obbligarci a ripensare tutto ciò che davamo per scontato, incluso il modo in cui abbiamo sempre usato il nostro tempo.

Prima che, al nostro posto, lo facciano sempre quelli che interpretano la flessibilità come sinonimo di schiavitù.

venerdì, novembre 28, 2014

Torino Film Festival 32, anche quest'anno (quasi) senza di me...

...il tempo vola, e le cose mi sfuggono.
Mi ero ripromesso di prendermi qualche giorno di ferie per vedermi 3-4 film al giorno al Torino Film Festival, ed invece il festival è arrivato di nascosto e mi ha preso alla sprovvista. :-)
Così ho vissuto solo un paio di eventi, sigh...

Ieri sera "Stake Land", che è un film horror americano del 2010 (vinse il Premio del Pubblico al Festival della Fantascienza di Trieste nel 2011).
Per essere un film di vampiri e zombie, ha una trama solida, una costruzione da road movie ed un massiccio repertorio di citazioni: "Il signore degli Anelli" (per la fuga nei boschi e sulle creste delle colline, ed anche perchè il ragazzo con l'arco ricorda molto Legolas), "The road", "Harry Potter" (il cattivissimo del film è Voldemort sputato!!), "Into the Wild" (per il camper abbandonato nel nulla), "Star Wars" (per l'insegnamento della Forza ed il passaggio dei poteri tra "cavalieri")...
Zombie e vampiri ci sono e sono brutti, crudeli e schifosi come sempre.
I vampiri si combattono come ai bei tempi: un bel paletto di frassino nel cuore, con la punta strofinata nell'aglio.
La brutta notizia è che di fronte ad una croce non fanno nemmeno più una piega.
Forse è dovuto al fatto che, in questa America del futuro devastata dal vampirismo e tornata indietro di quarant'anni (niente comunicazioni avanzate, smartphone, pc...cartine come ai vecchi tempi, radio... per sapere qualcosa vanno bene persino i vecchi giornali), oltre ai mostri ed ai buoni rimasti, a controllare una parte del territorio c'è una confraternita cristiana, che per ottusità e crudeltà fa a gara con i vampiri.
A parte che ammazzano con estrema facilità chi non adora il loro fottuto dio, hanno anche il brutto vezzo di gettare vampiri dagli elicotteri sulle città che non controllano loro, tanto per dire.
Notevole il personaggio del Mister, il cacciatore di vampiri: silente, tenebroso, potente, ma anche vecchio e pronto a confessare la sua vulnerabilità e la sua paura (infatti è seducentissimo).
Nota particolare: il film ha un bel lieto fine, solare e sorridente, che fa rinascere la speranza.

E poi. stasera, omaggio all'immenso Maestro della animazione italiana, Bruno Bozzetto, che ha ricevuto il premio ad una carriera stupenda. Riverito, tra gli altri, anche da Piero Angela (in virtù di una collaborazione di lunga data per Quark), presente in sala.
Preceduto da alcuni cortissimi ormai da culto (Europa-Italia, tra gli altri), è stato quindi proiettato il capolavoro "Allegro non troppo" in edizione restaurata. 

Che meraviglia!! Che fantasia, che genio, che potenza espressiva...anche se è stato realizzato nel 1976 con mezzi non paragonabili a quelli dell'animazione hollywoodiana, il film colpisce ancora oggi per la sua bellezza e la sua poesia (ed anche per il surreale e demenziale "on stage" con un Nichetti già stralunatissimo).
Lo sapevate che il figlio di John Lasseter, boss della Disney e della Pixar, ha fatto la tesi di laurea in cinematografia su questo film? Tanto per dire che personaggio sia il nostro, e che considerazione abbiano di lui quelli che ne capiscono...

mercoledì, novembre 26, 2014

La libertà non è star sopra un albero...

...ma star chiusi in una galera dove finalmente "prendere per le palle il capitalismo", lavorare senza più contaminarsi con il denaro, ed essere finalmente liberi di NON prendere più decisioni?

E' la provocatoria tesi di "Gospodin", il personaggio creato dal tedesco Philipp Lohle e portato sulla scena da un bravissimo Claudio Santamaria.


Gospodin ci prova, a stare "fuori": fuori dal sistema, da un insieme di regole a cui non può assolutamente assoggettarsi, da una vita da "borghesucci".
Lui non vuole la rivoluzione globale, non vuole cambiare il mondo: vuole semplicemente starne fuori, non essere coinvolto.

Purtroppo non ha mai pace: quando sta iniziando a vivere una vita diversa andando a spasso con il suo lama, interviene Greenpeace che glielo fa sottrarre accusandolo di maltrattamenti.
La pragmatica fidanzata Annette, che non ha più voglia di ascoltarlo, lo molla portandosi via persino il letto.
Lui resta in questa casa deserta, dormendo sulla paglia del lama, attorniato da personaggi che lo stressano (l'amico artista che gli porta via il televisore per una installazione denominata "Tempus fuck it", l'amico che lo manda ai funerali al posto suo, l'amica ultraecologista dell'ex fidanzata, la madre alle prese con un altro figlio "che si lascia andare" e con improbabili fidanzati da crociera), che lui accoglie con rassegnazione e distacco.

Anche i suoi rapporti con la città sono stressati e stressanti...

Un "amico" ambiguo gli lascia una valigetta piena di soldi, sapendo che in mano sua è sicura.  
Poi scompare, e Gospodin incautamente finge di fronte alla fidanzata di averli guadagnati per conto suo, grazie al suo nuovo approccio alla vita - ed al suo lama scomparso.
Così inizia la nuova processione degli amici per chiedere soldi, ma Gospodin non vuole usarli nè per sè nè per loro.
Tenta anzi - senza fortuna - di abbandonarli e di farseli rubare, gironzolando di notte nei quartieri malfamati della città con le banconote di grosso taglio sporgenti vistosamente dalla valigetta...

La cosa giunge alle orecchie della polizia, e poichè Gospodin non sa spiegare l'origine - assai furtiva, ma lui non lo sa - di tutto quel denaro, finisce in galera.
Dove, finalmente, è felice e "libero".

Testo duro, acido e provocatorio, sorretto da una scenografia minimale ma assai efficace e da una recitazione sempre brillante e molto "fisica".

Bravissima Valentina Picello, a tratti esilarante nei panni della madre e della amica, e bravissimo anche Marcello Prayer nel ruolo dei numerosi "amici".
(chevvedevodì? erano bravissimi tutti e tre, punto!:-))




Alle Fonderie Limone di Moncalieri fino al 30 novembre.

Gospodin

di Philipp Löhle 

traduzione Alessandra Griffoni
a cura del Goethe Institute
con Claudio Santamaria, Valentina Picello, Marcello Prayer
regia Giorgio Barberio Corsetti
scene Giorgio Barberio Corsetti, Massimo Troncanetti
costumi Francesco Esposito
luci Gianluca Cappelletti
graphics Lorenzo Bruno, Alessandra Solimene
video Igor Renzetti
musiche Gianfranco Tedeschi, Stefano Cogolo
regista assistente Fabio Cherstich



lunedì, novembre 24, 2014

Turista d'arte fai da te a Cremona? ahi ahi ahi....

Immaginate di essere un appassionato di quella forma d'arte rinnovata e bellissima in cui eccellono i giovani autori italiani, l'ILLUSTRAZIONE.

Immaginate di leggere questa notizia (http://www.tapirulan.it/affiche/riccardo_guasco_2014/):


Affiche è una mostra atipica, allestita negli spazi che di norma vengono riservati alle affissioni pubblicitarie o ai manifesti elettorali. Una mostra che si estende su tutto il territorio cittadino di Cremona, attraverso un percorso di circa venti chilometri. Una mostra che si propone direttamente ai passanti, siano essi a piedi, in macchina o in bicicletta. Lo spazio espositivo è la città stessa. Una mostra che si può visitare passando davanti a un’opera per caso, oppure seguendo le indicazioni e il percorso della mappa che indica la disposizione delle opere. I più pigri potranno comunque ritrovare le immagini esposte (non tutte ma quasi.... questo è l'inconveniente della pigrizia) presso lo Spazio Tapirulan (via Voghera 1/a, Cremona). Questa è la terza edizione, l'artista esposto è Riccardo Guasco, che succede a Shout (2012) e Olimpia Zagnoli (2013).
Organizzazione: Associazione Tapirulan
Con il patrocinio di: Comune di Cremona
Con il sostegno di: Lineacom
In occasione di: Festa del Torrone 2014

Riccardo Guasco è uno dei migliori illustratori italiani, e visto che siete appassionati di illustrazione vi si drizzano le orecchie.
Allora reperite il bel foglio illustrativo della mostra suddetta, che sul fronte ha questa bella opera di Guasco:

e sul retro ha questa dettagliatissima mappa della mostra:


Messi insieme tutti gli elementi:
  • Riccardo Guasco vi piace molto;
  • la mostra, a giudicare dalla documentazione, sembra essere ben organizzata (se poi  la mostra è organizzata "in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Cremona, c'è da fidarsi, no?);
  • la mostra dura fino a lunedi 24 novembre, "edizione speciale in occasione della Festa del Torrone"...

...beh, si possono anche affrontare i 200 km in auto tra Torino e Cremona (400 con il ritorno) per onorare un evento simile, no? Se no, poi, non possiamo dire che in Italia quando si organizzano le cose un po' particolari...

Bene. Ci si organizza e si va, domenica 23 (il 16 c'era una biciclettata con Guasco, ma pazienza, farò da solo...)

Partenza alle 8, arrivo a Cremona attorno alle 10. 
Parcheggio nei pressi della stazione. Noto che i parcheggi di Bicincittà hanno molte bici disponibili. Alle 10,20, con una veloce camminata attraverso il centro che si sta riempiendo di turisti, giungo in piazza Stradivari all'ufficio comunale per il turismo.

Entro, e vedo con piacere che in un contenitore sul bancone svettano in evidenza un bel numero di depliant della mostra di Guasco.
Intercetto lo sguardo della signora dietro il banco, che si avvicina gentile, e le chiedo:
"Buongiorno, potrei noleggiare una bicicletta per la giornata di oggi?".
"NO".
"No? Vuol dire che non è prevista una tariffa giornaliera per i turisti, per il bike sharing?".
"Si, certo che esiste, ma oggi gli uffici del bike sharing sono chiusi".
"D'accordo, ma questo è un ufficio comunale, ed oggi è aperto: non potete farlo voi?".
"No, purtroppo no. Sarebbe una bella cosa, ma purtroppo non ci hanno mai dato la password (sic!)".
"Ah...e quindi?"
"E quindi niente."
"Ma c'è questa mostra che è stata organizzata anche dal comune: è sparsa lungo 20 km e qui si consiglia di vederla in bicicletta..."
"Eh..."
"Vuol dire che con tutte quelle belle bici che dormono nei parcheggi, devo andare a piedi o in macchina?"
"Eh."
"Vabbè...Grazie...Buongiorno."
"Buongiorno."

Un po' stordito dal dialogo surreale, esco dall'ufficio e mi ricordo di aver letto che comunque (quasi) tutte le opere sono visibili presso la galleria Tapirulan, che ha organizzato la mostra. In un quarto d'ora sono nei pressi di Piazza della Libertà, dove continuano ad affluire a centinaia i pensionati che scendono dai pullman affluiti in città per la Festa del Torrone (e due pensieri mi attraversano la mente: 1. che mi sembra una manifestazione del sindacato pensionati; 2. ma non c'è una certa incompatibilità tra le dentiere ed il torrone?).

Trovo Tapirulan...ed è chiuso. Chiuso la domenica. Sempre.

Rileggo bene il retro del depliant: 
"I più pigri potranno comunque ritrovare le immagini esposte presso lo Spazio Tapirulan (visita su appuntamento: 328/851...)."

...azz...colpa mia, vabbè.

sabato, novembre 22, 2014

Mitico Peter!

Giovedì 20 novembre, Torino, PalaAlpitour: primo concerto italiano di Peter Gabriel per il Back To The  Front Tour 2014.



Sono passati 25 anni da "SO", e il vecchio Peter (siamo a 64 primavere) ne ha fatta molta, di strada. 

Noi ci ricordiamo persino di quando era la voce dei Genesis che abbiamo amato di più, ma sarebbe ingeneroso non riconoscere che Gabriel non è mai campato di rendita: non ha mai smesso di esplorare, di percorrere sentieri musicali innovativi, di cercare e offrire cose in sintonia con i tempi. 

Allora, ha senso un'operazione che riporta sul palco, dopo 25 anni, la stessa band a rifare (per la parte finale del concerto) tutte le canzoni di quel vecchio disco?

Domanda leziosa: non so la risposta, e mi è anche indifferente:-)
E penso che non fregasse granchè nemmeno agli altri diecimila che riempivano il pala, tutti posizionati anagraficamente tra i cinquanta ed i sessanta...
So che quando Gabriel ripercorre la sua esperienza musicale, nessuna di quelle canzoni è invecchiata o è diventata opaca. 

La band è mostruosa, perfetta, senza una sbavatura: Tony Levin, uno dei migliori bassisti e suonatore di qualsiasicosaproducaunsuono del mondo; David Rhodes alle chitarre, Manu Katchè a tastiere e fisarmonica, David Sancious alle percussioni,  Jennie Abrahamson alla voce, una altra fatina bionda di cui non so il nome al violoncello e voce...

Gli arrangiamenti sono deliziosi (la versione acustica di "Shock the Monkey": che sballo!!!), gli effetti tecnologicissimi ma mai invadenti (quelle cinque torri di luci e camere, un po' giraffe un po' dinosauri, che inseguono la band in giro per il palco, sono una gran bella idea...)



Quando Gabriel intona la struggente "Don't give up", anche se al suo fianco non c'è Kate Bush ma una deliziosa corista dalla voce giusta, la svedese Jennie Abrahamson, la lacrima è li in agguato, il cuore scaldato da vibrazioni antiche, buone e giuste. 

E quindi si fa poi il coro nel tripudio di luci di Red Rain, in Solsbury Hills, In Your Eyes, SlegdeHammer...

Un torrente di musica ed effettoni fino al grande, ovvio finale con Biko, prima del quale Gabriel ricorda (leggendo in italiano) i 43 studenti scomparsi da poco in Messico. 

E poi, in una luce rosso sangue, si ritornella insieme il nome di Biko, fin quando la band scompare, elemento dopo elemento, lasciando solo il batterista a tenere il ritmo...

Concerto bellissimo, perfetto, emozionante.




La scaletta:
? (sconosciuta)
Come Talk To Me
Shock The Monkey
Family Snapshot
Digging In The Dirt
Secret World
The Family And The Fishing Net
No Self Control
Solsbury Hill
Why Don’t You Show Yourself?
Red Rain
Sledgehammer
Don’t Give Up
That Voice Again
Mercy Street
Big Time
We Do What We’re Told (Milgram’s 37)
This Is The Picture (Excellent Birds)
In Your Eyes
The Tower That Ate People
Biko


venerdì, novembre 21, 2014

I 100 anni di "Cabiria": la mostra.

In questo manifesto di "Cabiria", il Moloch la cui copia troneggia oggi al Museo del Cinema presso la Mole Antonelliana, e il nome di Gabriele D'Annunzio che servì a dare al kolossal una fama mondiale.
"Cabiria" ha compiuto 100 anni: il più famoso film kolossal della storia primigenia del cinema italiano debuttò in prima nazionale il 18 aprile 1914 al Teatro Vittorio Emanuele, in Via Rossini, a Torino (quello che ora è l'Auditorium RAI, dove ha casa l'Orchestra Sinfonica Nazionale).

Per festeggiarlo, la Biblioteca Nazionale Universitaria ed il Museo del Cinema hanno promosso una piccola, ma deliziosa e preziosa mostra che rimarrà aperta fino al 30 novembre presso il locale espositivo della stessa Biblioteca.

Il bel catalogo della mostra.
(Se avete in programma una visita cinefila a Torino, magari in concomitanza con il 32° Torino Film Festival, è consigliato accoppiarla alla visita al Museo del Cinema...)


"Cabiria", che è il secondo kolossal cinematografico al mondo dopo l'americano "Quo Vadis", rappresenta il culmine della stagione gloriosa del cinema italiano che nasce a inizio Novecento, ha il suo momento di gloria nella stagione dei "peplum" e delle dive del muto, e decade allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con il fallimento ed il tracollo delle numerose case cinematografiche nate tra Torino (capitale del cinema europeo con Parigi, a quei tempi), Firenze, Roma, Napoli e la Sicilia.

L'artefice di questo capolavoro lungo 3 ore e 3400 metri di pellicola, che fonda la narrazione cinematografica moderna con le riprese in movimento dal carrello, i continui cambi di visione e prospettiva al posto dei precedenti "quadri fissi", è un genio a tutto tondo che risponde al nome di Giovanni Pastrone.

Un personaggio eclettico, nato ad Asti nel 1882: figlio di commercianti, trasferitosi a Torino sarà violinista di fila, progettista di un biplano, contabile, prima di innamorarsi del cinema e acquistare quella che diventerà la Itala Film, di cui sarà non solo proprietario ma deus ex machina, sceneggiatore, regista, tecnico, eccetera eccetera.

Con Cabiria tenta l'operazione di elevare il cinema da spettacolo popolare ad arte: e ci riesce, perbacco se ci riesce.

Sganciando cinquantamila lire dell'epoca a Gabriele D'Annunzio, a cui si attribuì la sceneggiatura del film (ma in realtà prestò solo il nome, scrisse le pompose didascalie e inventò i nomi dei personaggi), e rimanendo nell'ombra, Pastrone, che era in toto il padre del film, riuscì a sdoganare per la prima volta un'opera cinematografica come oggetto di culto anche per la maggior parte degli intellettuali, allora come oggi un po' restii ad occuparsi di ciò che è anche popolare.

Sia ben inteso: non sarebbe certo bastato il nome di D'Annunzio a creare il mito di Cabiria, se il film non fosse stato davvero un capolavoro.
Una storia lunga, complessa ed avvincente ambientata ai tempi delle guerre puniche, nel III secolo avanti Cristo.: effetti speciali come se piovesse (l'eruzione dell'Etna, i sacrifici umani, Annibale che valica le Alpi, le battaglie...), e poi personaggi finalmente in grado di assumere una dimensione propria e durature, come Maciste (un camallo genovese che lascerà definitivamente le banchine per dedicarsi a tempo pieno al cinema, con un personaggio duraturo, il buono fortissimo che lotta contro i cattivi).

Il film, per questi motivi, conoscerà un meritato trionfo di livello mondiale:  sei mesi fisso a Parigi, un anno continuo di proiezioni a New York, poi l'Est, fino alla Russia ed al Giappone: piacerà agli intellettuali ed al popolo, pronto a identificarsi con Maciste.
"Cabiria" costituirà ispirazione per la nascita del moderno cinema hollywoodiano, ed anche Fritz Lang gli renderà omaggio  nel mitico "Metropolis" con una aperta citazione del Moloch divorapersone.

Negli anni '30 del Novecento, quando i fasti del cinema italiano sono ormai un lontano ricordo ed egli stesso ha abbandonato il cinema per attività più remunerative, Pastrone rimetterà mano alla sua opera per farne una versione sonorizzata (quella del 1914 è muta, e le sue  proiezioni avvenivano con l'accompagnamento in diretta di orchestre da 80-90 elementi ed un cantante solista).

Pastrone morirà nel 1959, non prima di aver donato la maggior parte delle reliquie della sua avventura cinematografica a Maria Adriana Prolo, autentica vestale del cinema e prima ad aver avuto l'idea del Museo (se potesse vedere quale meraviglia si è sviluppata oggi, nella Mole, a partire dalla sua idea originale, quell'appunto sul suo diario: "Pensato al Museo"..!).

La pellicola, recuperando a Torino e in giro per il mondo le copie ancora reperibili, viene sottoposta ad un profondo restauro nello scorso decennio e riportata all'onor del mondo nel 2006, con una proiezione al Teatro Regio.

La mostra alla Biblioteca esibisce i meravigliosi manifesti, i costumi originali dell'epoca miracolosamente conservati, partiture ed oggetti di culto. E' stato predisposto inoltre un delizioso catalogo, dal quale sono state reperite quasi tutte le informazioni di questo post.

Una parte dei costumi originali utilizzati nel 1914.
Qui una mia piccola galleria fotografica della Mostra:

mercoledì, novembre 19, 2014

Nove anni...

Questo blog, proprio in questi giorni, compie nove anni di vita.

Anche se da molto tempo non porto più su queste pagine la passione e l'ardimento, l'indignazione e la rabbia, a questo vecchio amico sono affezionato.

Non seguo più la politica. Le poche notizie al riguardo, che ogni tanto incautamente lascio passare per le orecchie, mi danno la nausea, come il profumo del vino ad un alcolista che si è disintossicato.

Non esprimo più opinioni al riguardo: e conto, se la cura prosegue bene, di smettere proprio di averne.

Sono molto più interessato, oggi, a capire cosa può accadere nel futuro, e mi è abbastanza chiaro che gli strumenti di analisi della realtà che ho usato fino a ieri sono insufficienti e superati.

Sono molto più distaccato dalle emozioni, anche. Quasi tutto ciò che un tempo mi faceva incazzare, oggi mi è sostanzialmente indifferente. Godo molto, di tante piccole e deliziose cose, ma relativizzo anche moltissimo.

Ho cambiato moltissimo la mia vita, nel corso di questi ultimi anni. L'ultimo grande cambiamento, pochi mesi fa, è stato tornare a vivere nella mia città, Torino. Questo ha significato un incredibile miglioramento della qualità della vita: basta pendolarismo, pochi minuti per andare al lavoro a piedi. Basta traffico, stress, e soprattutto il centro a 15 minuti di cammino. Con i musei, le mostre, i palazzi, i cinema, gli eventi... tutto a portata di cammino o di bicicletta.

Ho perso anche amici ed amiche importanti, in questi anni. Persone splendide, profonde, generose, positive, portate via dalla malattia. Non averle più accanto è triste, molto triste.

I miei figli sono diventati grandi, molto in fretta. I miei vecchi sono diventati molto vecchi, e devo iniziare ad accettare l'idea che tra non molto sarò io a rappresentare la generazione che si affaccia sulla fine. Ho un amore solido, importante, irrinunciabile, anche se forse il mio modo di amare oggi è troppo austero, troppo minimalista per rendere felice chi amo.

Inevitabilmente, devo prendere atto che invecchio. Che le mie risorse sono sempre più limitate, che sono sempre più stanco, che devo gestirmi bene, trattarmi bene, rispettare il corpo e l'anima per farli durare il più a lungo possibile. Prendo ormai atto con serenità che non sono riuscito a superare nessuno dei miei limiti storici, per pigrizia e incapacità, e rinuncio a pormi l'obiettivo di farlo domani. Galleggio, ma non ho mai imparato a nuotare. Stavo imparando a suonare, ma tralasciando per mesi di allenarmi ho dimenticato tutto. Ho smesso di scrivere e di disegnare (e non è che il mondo abbia perso chissà quali talenti). La mia memoria inizia a mostrare falle preoccupanti. Il cervello funziona ancora e reagisce bene, per fortuna.

Così, conduco una vita semplice. Continuo a camminare, ad andare avanti: a piccoli passi, come posso e riesco. Continuo ad essere curioso, attento, ad ascoltare e a guardare. Cerco di non rompere le palle al prossimo, di essere piacevole ed empatico, sperando di essere contraccambiato con la stessa moneta. Non penso più di cambiare il mondo con i miei pensieri e le mie parole. E' già tanto se riesco ancora a cambiare un pochino me stesso, per stare in piedi nel presente e non restare ancorato al passato.

Dunque auguri, mio vecchio blog. E grazie per avermi fatto da specchio, e di aver sopportato in questi anni le mie inutili esternazioni. Mi sei stato utile, a volte persino indispensabile nei  momenti che un tempo avrei definito difficili.

Ora, se non ti parlo più come un tempo, perdonami.

Ma non ti abbandono, no. E tu non abbandonare me, ti prego.

Restiamo ancora un po' insieme, qui, sotto questo albero. Lo so che Godot non arriverà più.
Ma aspettiamo lo stesso insieme e scambiamoci ancora due parole ogni tanto, dai...

domenica, novembre 09, 2014

E ancora Lucilla (Giagnoni)...

Ma quanto adoro questa piccola, immensa attrice, e la sua capacità di condurci dentro la parola, ed usarla per farci emozionare, per farci capire, per farci continuare il Viaggio?



Avevo visto Vergine Madre sei anni fa, in un contesto particolare. In questi anni lo spettacolo è cresciuto e cambiato, forse per renderlo sincrono con il percorso che ha sviluppato Lucilla negli spettacoli successivi (dall'Apocalisse, a Big Bang, fino a Ecce Homo).

Ed è sempre bellissimo.



Al termine, Lucilla ha lanciato una sfida: una notte intera di teatro con i quattro spettacoli in sequenza. Notte che potrebbe durare una decina di ore. Dimmi quando, cara, che preparo thermos e copertina:-)))

PS: lo spettacolo "Vergine Madre" è interamente visionabile su You Tube.

Cyrano, o della commozione romantica che ci piace provare

Del Cyrano di Rostand, lo ammetto, ne ho sempre saputo poco, e quel poco lo sapevo "ad orecchio".
Lo spadaccino col nasone non aveva mai incrociato compiutamente la mia strada.
Poi, qualche mese fa, ho visto Eugenio Allegri che lo recitava da solo al Teatro Espace di Torino (si, facendo tutti lui, da Rossana a Cristiano agli amici agli sfidanti), ed è stata una rivelazione.

Quello di Jurij Ferrini (che ho adorato lo scorso anno con Natalino Balasso nel più sgangherato e divertente degli "Aspettando Godot") è un Cyrano simpatico ed ironico, e l'effetto è che il finale (terribile da un punto di vista emotivo) mi ha fatto piangere persino più della prima volta.
Bravissimi (e belli il giusto, per contrastare il nasone) tutti gli attori della compagnia. 




Falstaff, o del passato ingombrante che un re deve cancellare

Un soldato iperobeso, volgare, eccessivo, dedito all'alcool ed al libertinaggio è il miglior educatore possibile per il futuro re?
Oh, si, lo è, fino a quando il potere è retto dal padre, sino a quando la vita è un susseguirsi di giorni oziosi e senza responsabilità.

Poi giunge il tempo in cui la responsabilità chiama. Il potere esige una spietata serietà.

Ed ecco che il vecchio Falstaff, il compagno di sbronze, diventa un peso, un ingombro intollerabile a vedersi, Da dimenticare, allontanare, nascondere agli occhi del mondo - per cancellare il ricordo di quella imbarazzante amicizia.

L'inizio di questo Falstaff modernista è aggressivo, "sparato", a tratti volutamente provocatorio e disturbante.
Ma nel gioco delle parti, in cui Falstaff ed il giovane principe recitano a turno la parte del Re, il figlio di Enrico IV preannuncia che da quel mondo libero e travolgente dovrà per forza un giorno uscire, e ripudiarlo...

La fine, più classica, che rappresenta il tradimento e l'abbandono, e lo spegnersi del "senso della vita" che ha spinto Falstaff a esplorare con sincerità ogni eccesso, vede un Battiston convincente ed assai bravo.

Bellissima la scenografia, che accompagna il mutamento di orizzonti del finale con simbolismi riusciti.

A Torino la prima nazionale: seguirà tourneè che toccherà molti teatri di provincia.



venerdì, settembre 19, 2014

L'ISTAT vince il premio IG Nobel per l'economia! (e The Guardian fa il furbetto:-()

E son belle soddisfazioni, per il Paese...

qui l'elenco completo dei vincitori del mitico IG Nobel 2014 con le motivazioni (come sempre spassosissime)...


ECONOMICS PRIZE [ITALY]: ISTAT — the Italian government's National Institute of Statistics, for proudly taking the lead in fulfilling the European Union mandate for each country to increase the official size of its national economy by including revenues from prostitution, illegal drug sales, smuggling, and all other unlawful financial transactions between willing participants.

REFERENCE: "European System of National and Regional Accounts (ESA 2010)," Luxembourg: Publications Office of the European Union, 2013.

PS: in un primo momento questo post si è intitolato: "Il governo Renzi vince il premio IG Nobel per l'economia", perchè ho letto la notizia sul Guardian che era scritta così:

"The entire Italian government won the economics prize for being the first European nation to increase its economy by factoring in revenues from prostitution, smuggling and the sale of illegal drugs."

Mi stavo fidando, e stavo facendo male. Il cattivo giornalismo impera, anche nelle perfida Albione, e bisogna sempre controllare le fonti delle notizie.
Infatti sul sito dell'IG Nobel il vincitore in questione è l'ISTAT, e non l'intero governo italiano.

sabato, settembre 13, 2014

Tra poco si ricomincia...

...con la stagione del Teatro Stabile di Torino. Paolini, Pirandello, i fratelli Servillo, il Falstaff di Shakespeare e Battiston, Mozart, Starnone, Jack London, Moliere, Cyrano de Bergerac, Teennessee Williams, Iaia Forte, Gaber, L'amore ai tempi del colera?
Non importa, purchè la magia abbia di nuovo inizio.
Non vedo l'ora!!!

venerdì, settembre 12, 2014

"The look of silence": un pugno allo stomaco che non possiamo evitarci.


Indonesia, 1965: un colpo di stato effettuato da Suharto rovescia il governo legittimo.
I "comunisti" (nome con cui vengono designati non solo i militanti del Partito Comunista Indonesiano, ma chiunque sia "diverso", poco zelante nella pratica religiosa o libero nei costumi sessuali) vengono presi di mira, incarcerati, torturati, massacrati: non solo dall'esercito, ma dai bravi indonesiani, la "brava gente" che va in chiesa ed in moschea, con la protezione del governo ed il plauso degli Stati Uniti.

In un solo anno, le vittime saranno UN MILIONE.
Gli assassini sono tutti impuniti, e i più importanti sono ancora tutti al potere. 
Chi parla di quegli eventi, ancora oggi, rischia di essere ammazzato (è il motivo per cui, nel titolo di coda, buona parte dei collaboratori, dei produttori e dei tecnici sono designati come "anonimo").

Nel film, il protagonista (nato nel 1968) incontra ed intervista gli assassini del fratello Ramli che non ha mai conosciuto (è stato ucciso nel 1965).

Questi vecchietti, dall'aspetto normale e dimesso, raccontano divertiti quell'allegra stagione in cui massacrare il prossimo senza esser puniti ha ravvivato esistenze altrimenti insignificanti.
E che risate nel ricordare i ventri squarciati, i peni tagliati col coltello ed i seni col machete.
Orgogliosi di quell'epoca eroica, su cui hanno addirittura scritto libri con le illustrazioni realistiche fatte da sè medesimi.

La banalità e l'orrore del male, nelle interviste a questi repellenti uomini comuni, raggiungono vertici spaventosi.

Guardatelo. E' la storia dell'uomo: sempre uguale, nel Reich e in Uganda, in Ruanda e in Cina, in URSS e nelle "guerre democratiche" americane.

Garantitegli l'impunità, e probabilmente vi taglierà la gola solo per farsi due risate.

UPDATE.
In una intervista rilasciata in questi giorni a Venezia, il registra Joshua Oppenheimer ha dichiarato che, nel 1965, non solo le potenze europee e gli Stati Uniti sapevano e approvavano quel che accadeva in Indonesia, ma inviavano armi e liste di persone da uccidere.  


giovedì, agosto 21, 2014

Caro semaforo...hai i decenni contati!

Sapete chi ha compiuto cento anni in questi giorni?
Il semaforo. Sì, quell'oggetto che amiamo ed odiamo a seconda del colore di cui si accende...
Il primo esemplare, infatti,  è stato installato a Cleveland il 5 agosto 1914. 
E può darsi che gli restino, ormai, pochi decenni di vita.

Le automobili del futuro, che ci sono già nel presente, saranno in grado di scambiarsi informazioni e decidere autonomamente come comportarsi, rispetto alla situazione del traffico.
(Per ragioni di sicurezza, avranno un protocollo di comunicazione proprio: se non parte un sms non è un guaio, ma se l'auto di cui attraverseremo la rotta al prossimo incrocio non lo sapesse...brrr!!) 
E nel network della mobilità saranno riconosciuti anche pedoni, ciclisti, bambini, perchè ognuno di noi avrà di certo indosso un dispositivo (uno smartphone, che non è assolutamente detto esista anche solo tra dieci anni, o un orologio, o un paio di occhiali, o un orecchino o un bracciale o un anello...) connesso e in grado di fornire la nostra posizione. 
Quindi saremo, noi ed i veicoli, oggetti mobili ma connessi di cui sarà possibile prevedere itinerari (Google lo sa già benissimo oggi, che ogni mattina alle 8 dei giorni feriali faccio quel percorso:-) e posizione esatta e puntuale.
Se guideremo ancora noi (e mica è detto che sarà indispensabile: magari lo faremo solo per puro diletto) avremo sensori e immagini HD e allarmi sonori, e un'auto intelligente e reattiva, che ci permetteranno di avere la situazione sotto controllo...nulla di molto di più di quanto abbiamo già ora, ma molto più sicuro ed efficiente.

E allora tra venti, trenta, cinquanta anni, guarderemo i semafori come oggi guardiamo le cabine telefoniche per strada (ammesso che le notiamo ancora, visto che sono ormai fuori dal nostro orizzonte delle cose utili: eppure, a Torino ce ne sono ancora 200 attive, di cui i tre quarti funzionano anche con le monete. Non l'avreste detto, eh? Beh, la Telecom ne dismette una trentina all'anno. In meno di dieci anni, puff. Addio.)

Andremo in quel paesino a fotografare l'ultimo semaforo appeso e dondolante al centro dell'incrocio tra le due vie principali.
Nasceranno, in tutto il paese, comitati di difesa del semaforo, che sapranno argomentare con dovizia il motivo per cui mantenere questo oggetto che ci ha accompagnato per un secolo e un pezzo,  e che sembrava eterno. 
Siiii, lo so:ci sarà sempre qualcuno con la Panda del 1996, euro zero ma perfettamente funzionante perchè "il nonno la teneva sempre in garage come un gioiellino".
Così come ci sarà sempre qualcuno che legittimamente si rifiuta di avvicinarsi ad oggetti sconosciuti come lo smartphone, ed esige che ci sia sempre e per tutto uno sportello con una persona dietro che gli porga delle carte da firmare e dei contanti da contare.

"Non vorrai mica obbligare tutti a comprare l'automobile nuova?", mi obietterete. 
Io,  veramente, spero che nel 2060 NESSUNO si compri più un'auto propria, e che il car sharing - con un numero di auto adeguato alla richiesta e sempre nuove - possa sopperire alle necessità del trasporto individuale, in aggiunta ad un trasporto pubblico ripensato sulla base delle nuove tecnologie.
(Anche qui, sogno che per ogni linea si sappia già con sufficiente anticipo - grazie alle prenotazioni via dispositivo - quanti passeggeri ci siano alla partenza e lungo il percorso, e si possano utilizzare mezzi diversi a seconda delle necessità, senza far partire sempre lo stesso pullman da 54 posti, con la gente in piedi nel periodo scolastico e un passeggero nel mese di agosto: e questo si potrebbe fare molto prima che tra cinquant'anni!). 

Ma torniamo al semaforo, anno 2060.
Qualcuno lo comprerà e se lo metterà in giardino, facendolo funzionare per un po' di tempo con la sequenza verde-giallo-rosso, per stupire gli amici durante le grigliate (poi, dopo qualche anno, finirà in soffitta o in fondo al fienile, e i nipoti lo venderanno ad un antiquario).
E i figli che nasceranno attorno al 2050 lo ricorderanno come una cosa strana di quando erano bambini...

Oh, io non ho il benchè minimo dubbio che queste cose accadranno, anche se  probabilmente non le vedrò perchè sarò già morto.
(E, oltre all'età già avanzata, c'è anche il pericolo di trovarsi, in questa contingenza storica, nel paese sbagliato rispetto all'innovazione che verrà:-)))
Il post è stato stimolato da questo articolo (e da altri sui temi della self-driving car e delle smart cities).


venerdì, luglio 11, 2014

Rebel without a cause

"Gioventù bruciata" è di fatto un film sulla (e direi contro) la famiglia americana degli anni '50.
Ognuna delle quali, per dirla con Tolstoi, è infelice a modo suo.
James Dean è l'improbabile figlio diciassettenne di una di queste.  
Benestante ed annoiato, ancora privo di un retroterra di valori o di idee su cui canalizzare l'insoddisfazione e la ribellione contro la generazione dei genitori, il ragazzo sbatte sulla vita nello stesso modo insulso in cui una falena si ostina a relazionarsi con una lampadina accesa.
Dean aveva studiato all'Actor Studio, il cui motto era "Do it, dont show it": recitando, mostra semplicemente quello che sei.
Tormentato e fragile, sembra che nei film fosse semplicemente se stesso - un ragazzo dall'adolescenza tormentata dalla solitudine, a causa della morte della madre quando aveva 9 anni e abbandonato poi dal padre, di cui scoprirà - in età adulta - che non è nemmeno il suo vero padre.
Dean, come noto, morirà a 24 anni schiantandosi con la sua Porsche, dopo aver girato soltanto tre film (oltre a questo, "La Valle dell'Eden" - sempre nel 1955 - e "il Gigante").

La sceneggiatura di questo film non riesce a trattare in modo credibile i due eventi tragici che segnano il film, a meno che non volesse dare della gioventù americana di quegli anni un ritratto di assoluta vacuità: sta di fatto che ai momenti tragici seguono momenti grotteschi o umoristici.

Dean, nel film, è un buono, un sensibile. Che viene a confliggere con i "duri" di una scuola (un "istituto tecnico" nella traduzione italiana)che tutti frequentano ma in cui non vanno praticamente mai.
Duri un po' da operetta anch'essi, visto che - a parte l'atteggiamento arrogante - nei fatti sono quasi innocui.

Terrà testa ai ragazzacci, manterrà intatto il suo onore; si innamorerà, ricambiato, della ragazza del capo, e darà amicizia ad un giovane nerd che tutti snobbano.

Trama esilina, ma James fa la sua porca figura, indubbiamente, soprattutto con le magliette bianche ed il suo famoso giubbottino rosso.

Visto nella suggestiva cornice del cortile di Palazzo Reale, a Torino.



lunedì, luglio 07, 2014

Nosferatu il vampiro

Ieri notte ho finalmente visto per la prima volta in vita mia questo capolavoro dell'espressionismo tedesco, che ormai ha già 92 anni di vita (peraltro, stiamo parlando di gente potenzialmente immortale. Quindi, anche il film....-).

Come forse sapete, è una versione derivata da "Dracula" di Bram Stoker per non pagare i diritti. Tentativo fallito: gli eredi di Stoker costrinsero il povero regista a distruggere tutte le copie del film (ovviamente una si salvò, clandestina...forse nascosta in una bara piena di terra:-))

Il film è molto bello e "spacca" il giusto, considerata la veneranda età.

Però ci sono alcune cose che non mi tornano e avrei voluto chiedere allo sceneggiatore, Henrik Galeen:

1. Quando Hutter va in Transilvania a trovare il conte, viene da questi morsicato e succhiato per più notti: perchè non diventa un vampiro?

2. Il lupo che scorrazza fuori dalla locanda in cui Hutter si ferma per la notte, è striato e somiglia più a una jena o a uno sciacallo che a un lupo: che razza di animale volevi rappresentare, in realtà?

3. Hellen si offre spontaneamente a quel succhiasangue di Nosferatu, per far finire il massacro a Wisborg, perchè su un libro legge che il mostro potrà essere fermato solo da una vergine che, di sua sponte, si faccia succhiare sul collo distraendo il vampiro, affinchè non si accorga del primo canto del gallo e dell'alba incombente. Ma come fa Hellen a essere ancora vergine, se è sposa felice ed innamorata di Hutter?

4. Nosferatu è un genio del male, lo si vede da ogni azione che compie e dalla strategia maligna che mette in atto. Come può, uno intelligente così, "distrarsi" rispetto alla cosa più importante che gli può capitare, cioè non accorgersi che l'alba lo sta sorprendendo fuori da "casa"? Capisco che ciucciare il collo di Hellen è una cosa assai goduriosa, ma santiddio, mettiti una sveglia, buonuomo...:-)

Vabbè, a parte questo e altri piccoli dettagli (che non potrò chiedere al buon Henrik) il film vale ancora la visione...adesso cerco di vedere il remake con di Herzog con Klaus Kinski.





domenica, luglio 06, 2014

Elizabeth...

Un paio di giorni fa sono andato a Palazzo Chiablese a vedere la mostra sui Preraffaelliti:

Corrente pittorica inglese del XIX secolo, ha prodotto opere di grande bellezza ed interesse, la più nota delle quali è certamente Ofelia (1852) di John Everett Millais, scelta come icona della mostra:

Il quadro è splendido, sia per i precisi dettagli botanici che per la modella scelta per Ofelia, la pittrice e poetessa Elisabeth Eleanor Siddal (1829-1862).
Si racconta che, per realizzare il dipinto, Millais costrinse la Siddal a stare per quattro mesi, per diverse ore al giorno, in una vasca colma d'acqua e riscaldata da lampade e candele.
Un giorno in cui la vasca non fu riscaldata, ma modella si ammalò gravemente, al punto che suo padre chiese un indennizzo al pittore, ma soprattutto la sua salute rimase minata per sempre.

Bella, geniale, dal forte carattere e dai lunghi capelli rossi, la Siddal rappresentò l'ideale femminile per i Preraffaelliti, e fu moglie del fondatore della Confraternita, Dante Gabriel Rossetti, che la ritrasse in "Beata Beatrix", presente alla mostra e considerato uno dei capolavori del Simbolismo:


Alla mostra sono presenti due opere di Elisabeth Siddal. 

Nel 1862, caduta in depressione per la nascita di un figlio morto, decise di suicidarsi ingerendo una grande quantità di laudano.
Il marito, seppellendola, 
"fece porre accanto al corpo anche l'unica copia dei manoscritti d'amore che lo stesso Rossetti aveva dedicato alla Siddal, scritti nel corso degli anni: il quaderno che li conteneva venne infilato fra i suoi capelli rossi.
Nel 1869 Rossetti, piegato da alcool e droga e convinto di diventare cieco, fu ossessionato dal desiderio di pubblicare le proprie poesie accompagnate da quelle della moglie. Insieme al proprio agente C. Howell, ottenne il permesso di aprire la tomba della Siddal per recuperare il quaderno di poesie: il tutto venne svolto di notte, per evitare lo sdegno della gente. Howell (che viene ricordato come noto mentitore) raccontò che il corpo della Siddal aveva mantenuto intatta la propria bellezza, e che i capelli avevano continuato a crescerle a dismisura." (Wikipedia)

Alla vita della Siddal (ed al contesto artistico in cui si svolse) è stato dedicato un fumetto di Marco Tagliapietra ("Elizabeth").

Vedasi anche, qui, il post che il blog "Lande di Carta" ha dedicato alla biografia di Elisabeth Siddal scritta da Lucinda Hawskley.

La mostra è aperta fino a domenica 13 luglio: qui i dettagli su orari e prenotazioni.