martedì, settembre 02, 2008

Si riapre...

Difficile ripartire e dire cose sensate, dopo tutto questo tempo: dipanare e rendere comprensibili le singole emozioni di questo periodo, numerose, intense, aggrovigliate e incastrate insieme, è faticoso.
Ma da qualche parte occorre iniziare: per non perdere la capacità di analisi, di introspezione, di comprensione.
La fatica di capirsi e raccontarsi è un dovere morale, per non affondare nella palude delle parole senza senso e non perdersi nel rumore del chiacchiericcio fine a se stesso.

Partiamo dunque dalla fine, e da una cosa semplice semplice: una gita in montagna. Poi, il resto verrà...spero:-)
Sabato scorso, nelle Valli di Lanzo: a due passi da Torino, la montagna vera e aspra con vette che stanno poco sotto i quattromila; la culla dell'alpinismo torinese e delle sue "guide" storiche.
In fondo ad una della tre valli, quella di Ala (in cui scorre la Stura che a Torino si tuffa nel Po), esiste un lungo pianoro, caro ai torinesi, che si chiama Pian della Mussa, che si distende per tre chilometri attorno a quota 1700-1800.
Da qui, luogo di fresche e chiare sorgenti, giunge, storicamente, l’acqua migliore che bevono i torinesi: qui, da sempre, si viene in tenda a pernottare, accendere fuochi (il rischio è minimo, parola di ex guardia ecologica) e fare il barbecue sulle rive della Stura nascente, teatro di antichi riti iniziatici di quella genie - strana e quasi perduta in Italia - che sono i campeggiatori.
Da qui, inoltre, si dipartono innumerevoli sentieri ed escursioni, alla portata di ogni gamba e di ogni polmone.
Una delle più classiche e brevi è al Rifugio Gastaldi, a 2679 m: circa 800 metri di dislivello che si percorrono normalmente in due ore e mezza.
Da qui, un’escursione semplice e tranquilla porta al Lago della Rossa, a quota 2759: un grande lago naturale la cui estensione è stata raddoppiata negli anni 50 da una diga dell’Enel. Calando di quota, e risalendo poi per il Passo delle Mangioire (2780), si ridiscende finalmente (e brutalmente, per ben 1000 metri) al Pian della Mussa.
Questo giro “circolare”, che un escursionista normale compie in circa sei ore e mezza, a noi famiglia di viandanti e nomadi - poco allenati ed assai inclini alla distrazione ed al cazzeggio - ne ha richieste quasi dieci, con il consumo di quasi tutte le energie disponibili.
Ma ovviamente le visioni accumulate in quota ripagano ampiamente dello sforzo compiuto: i dolori passeranno, i ricordi mai.
Vallate immense, cinte a perdita d'occhio da montagne aguzze. Nessuna traccia dell'uomo: ed è bello sentirsi così piccoli, così indifesi di fronte ad una natura così possente, ed al contempo stupefatti, incantati, emozionati. Laghi di un blu cobalto, su cui si allungano lingue residue di ghiacciai).
Marmotte grasse e grosse come cinghiali, che ci guardano curiose e stupite dalle rocce. Nevai residui, sporchi ed un po' tristi, vaghi ricordi di quando queste valli erano ricoperte di candore per 11 mesi l'anno...
Canaloni arditi, pericolosi, aspri.
Quassù le differenze (di razza, di classe, di età, di censo) si annullano: i pochi viandanti si incontrano e si riconoscono, e con tre-quattro ore di cammino alle spalle si dicono contenti: "bene, siamo già a metà!"...più si sale e più la concentrazione di imbecillismo fatuo ed arrogante diventa rarefatta per poi scomparire definitivamente, a meno che non ce la porti un elicottero...il sacrificio, la fatica, la (relativa) sofferenza sono nemici mortali dell'inconsistente.

La fatica è immensa, ma non c'è altro da fare che andare avanti, con i propri piedi e con le proprie forze: non si può far altro che uscirne, scendere, spararsi questi mille metri di dislivello lungo sentieri e canaloni che fanno gridare e scricchiolare tutte le giunture. Non serve nessun'altra tecnologia al di fuori dei propri scarponi:-), non serve nient'altro che la propria testa ed i propri piedi.
Una metafora della vita: si fatica, si suda, si soffre per raggiungere un panorama straordinario, meraviglioso e si fatica anche per abbandonarlo e tornare alla normalità:-)

E arrivare finalmente a valle (mille metri di discesa ripida e senza tregua, tre ore immersi nelle nuvole, dopo sette ore di sole delizioso), un quarto d'ora prima che faccia buio, rende felici quasi come essere arrivati in cima...
Dopo, tutto sembra più facile. Più semplice. Più comprensibile. Mettere impegno e fatica per raggiungere una meta, e poi riposare, rifocillarsi, godersi il giusto riposo. Per poi ripartire, appena ci saranno le condizioni: appena ci sarà tempo, e si sarà di nuovo in forma, e sarà smaltita la stanchezza.
Il giorno dopo le nuvole coprono tutte le vette, e pensiamo che sarebbe stato impossibile andar su: troppo freddo e nulla da vedere, e sentiamo di aver avuto fortuna, per aver potuto – al momento giusto - far qualcosa che ci ha messo alla prova, e ce l'abbiamo fatta a superarlo con le nostre forze, ancora una volta.

E come ci si sente bene, poffarre, dopo una cosa del genere.

6 commenti:

dario ha detto...

Ciao, Lupo, bentornato...
Cavoli, che bella gita... ma mi sa che per me e' un po' troppo... sai... noi siamo per le quattro... cinque ore di cammino massimo...

Artemisia ha detto...

Ben tornato, Lupo! Splendida la gita che ci racconti. Dieci ore di cammino (pur cazzeggiando) sono tante, caspita! Ci credo che vi abbiano fatto male i muscoli!
Pero' descrivi perfettamente la soddisfazione che danno le escursioni cosi'.
Le Alpi Piemontesi sono gia' da un anno in cima alla lista dei miei desideri. Quest'anno gli ho fatto passare avanti la Svizzera per accontentare mio figlio ma se il prossimo anno lui mi dara' buca, di sicuro verro' in Piemonte.

Hai letto il mio commento nel quale ti ho scritto che mi sono iscritta anch'io all'ANPI, vero?

luposelvatico ha detto...

Grazie per il bentornato!

@dario: beh, se avessimo saputo che era davvero così dura FORSE non ci saremmo cimentati...ma quando ormai sei partito, è giusto e doveroso andare fino in fondo!

@arte: Si, ho letto con piacere che ce l'hai fatta ad avere l'agognata tessera...benvenuta tra noi "nuovi resistenti":-)))...e sul sito dell'ANPI leggiti il bellissimo pezzo del grande e compianto Rigoni Stern "perchè dovete chiamarmi compagno"!

Anonimo ha detto...

Ciao Lupo, e bentornato sì!
Molto bello questo tuo post, carico di fatica fisica ma anche di energia recuperata!!.. e si le vacanze fanno bene! :-)
Grazie per le foto (sono più di mille anni che non vado al Pian della Mussa..) e del rifugio e del lago non ne ero a conoscenza!
ciao
Stefi

Artemisia ha detto...

Ho letto la lettera di Rigoni Stern: bellissima. Riassume tutto in poche parole. Grazie per avermela segnalata. A ottobre ci sara' a Firenze un convegno dell'ANPI. Mi sono gia' segnata la data sull'agenda e spero di poterci portare mio figlio grande che mostra interessa all'argomento.
Ciao,

Blogger ha detto...

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