mercoledì, dicembre 28, 2011

Il sarto di Ulm

"Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo.
Perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso.
Era come… due persone in una.
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita."
("Qualcuno era comunista",Giorgio Gaber, 1992).


Ahimè, lo confesso...
quando ero giovane, di Lucio Magri avevo una immagine abbastanza falsa.
Lo consideravo uno snob a vocazione minoritaria ed elitaria, complice il fatto che fosse un personaggio bello ed elegante e con (allora le giudicavo senza pietà) pericolose frequentazioni con il nemico (l'alta borghesia).
(Il divertente è che allora ero profondamente snob anch'io, frequentando tutti i gruppuscoli possibili pur di non contaminarmi con l'amato/odiato Gran Partito).

Devo anche dire che di lui mi dimenticai, nell'età della maturità, quando l'immensa galassia alla sinistra del PCI si dissolse (appena dopo che Occhetto decise di abbracciare mortalmente i "tempi nuovi" gettando la storia di milioni di persone in un buco nero...)

Il recente suicidio assistito in Svizzera (novembre 2011) me l'ha riportato alla mente. Ho letto prima con semplice curiosità, poi con attenzione le parole di coloro che gli furono amici, e che guarda caso sono persone di cui leggo da sempre con attenzione le parole: Valentino Parlato, Rossana Rossanda, Luciana Castellina...

Ho scoperto solo in questa occasione (come molti, credo) l'esistenza di questo suo libro, redatto nel corso di lunghi anni e pubblicato nel 2009 - ultima sua opera, portata a termine nonostante la scomparsa della compagna e la conseguente depressione.

Un libro che esige attenzione e fatica, ma anche un libro bellissimo, interessante, intrigante, denso di elementi di riflessione ancora stupefacentemente attuali e non privo di elementi di speranza.

Un saggio su una delle vicende più interessanti della nostra storia nazionale: la nascita, la crescita e la morte del più importante partito comunista di massa nell'Europa Occidentale.

Una storia che oggi viene liquidata frettolosamente, e spesso con noncurante disprezzo, come "condannata dalla storia": eppure, una storia che è appartenuta a milioni di persone, e i cui influssi si sono sentiti anche all'esterno del nostro paese.

Storia il cui inizio reale viene simbolicamente indicato da Magri  con il ritorno in Italia di Togliatti dopo l'esilio in URSS, nel marzo 1944. Togliatti che, diversamente da quanto uno possa pensare, decide - pur con ristrettissimi spazi di manovra rispetto a quanto concesso e permesso da Stalin - di perseguire una via nazionale e caratteristica per il raggiungimento della rivoluzione socialista.
Ottenendo due grandissimi risultati: "l’elaborazione di una Carta costituzionale tra le più avanzate d’Europa per ciò che garantisce e per i valori che l’ispirano, che, malgrado l’aspra divisione politica, fu votata a larghissima maggioranza nel 1948 e tuttora resiste, seppure un po’ diroccata da molti assalti; e la nascita di un grande partito comunista, il maggiore in Occidente, la cui sola presenza stimolava quella di altri partiti popolari (e ciò assicurò una permanente e attiva partecipazione di massa alla politica italiana per decenni)."
Nel 1946 il PCI raggiunge i due milioni di iscritti: dopo la svolta della Bolognina, nel 1991, il PDS ne avrà 400.000.

Il saggio esamina con dovizia di particolari il particolare rapporto del PCI con il partito guida, caratterizzato da momenti di tensione a causa della non completa ortodossia italiana ed anche dal profilarsi - appena pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e del fronte antifascista a cui aderirono tutte le grandi potenze mondiali - di un possibile nuovo conflitto tra i due poli di influenza.

E poi la guerra fredda, la destalinizzazione, l'invasione dell'Ungheria...Magri descrive, con fonti di prima mano, i tumulti nel partito e l'intelligenza politica del suo ceto dirigente, a partire da Togliatti, nel comprendere gli errori sovietici - pur non potendo prenderne pubblicamente le distanze, in un clima particolare e di estrema polarizzazione del mondo (giudicare severamente a distanza è facile...ma forse bisognava esserci, no?:-))

Descrive poi l'atteggiamento del PCI di fronte al "miracolo economico", il suo rispetto dell'autonomia sindacale ma anche l'attenzione alla classe operaia come nuovo soggetto politico...e poi il Sessantotto, la Primavera di Praga (il PCI si schierò subito dalla parte di Dubcek, salvo disinteressarsi poi della restaurazione successiva), i rapporti con i nuovi movimenti studenteschi ed operai.

Ed ecco l'arrivo di Berlinguer, e l'espulsione del gruppo del Manifesto di cui Magri faceva parte: qui l'autore non recrimina, anzi ci fornisce una chiave di lettura convincente del perchè le cose non avrebbero potuto andare diversamente...

Poi, in chiave estremamente critica, Magri analizza la scelta del compromesso storico (dal 1975), con la quale un partito che potrebbe ormai scegliere di governare, avendone i numeri, decide invece di appoggiare un monocolore democristiano sulla base di un programma condiviso che si rivelerà ovviamente eluso, e farà fallire la scelta ancora prima della tragedia di Moro.

Dal 1980 in poi, Berlinguer capirà che quella strategia non ha futuro e darà vita ad una svolta che ripone al centro l'obiettivo di arrivare ad una società diversa e socialista in modo indipendente dalle alleanze, e con il supporto dei lavoratori: é questo il senso della sua presenza davanti ai cancelli della Fiat, nella vertenza - impossibile a vincersi - dei 35 giorni.

Giunsero poi Reagan e la Tatcher, e l'incapacità delle sinistra europea di dare una risposta diversa dall'adesione incondizionata al neoliberismo.
Ci provarono Mitterrand (che riesumò un partito socialista agonizzante) e il PC francese, ma durò poco.
Intanto agisce a livello mondiale l'intelligenza politica di Kissinger: violenza spietata in America Latina contro tutto ciò che minaccia gli interessi "imperiali" americani, ma dall'altro lato - astuta mossa che imbarazza l'URSS - opera il riconoscimento della Cina.

Poi, altri eventi dirompenti:l'intervista di Berlinguer a Scalfari nel 1981 che pose la "questione morale", con parole -ahimè - già troppo simili a quelle che non smettiamo di pronunciare oggi:

"I partiti hanno degenerato e questo è all’origine dei guai in Italia. I partiti oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificante conoscenza della vita e dei problemi della gente, ideali e programmi pochi e vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, spesso contraddittori, talvolta loschi, comunque senza rapporto con i bisogni umani emergenti. Senza smantellare tale macchina politica ogni risanamento economico, ogni riforma sociale, ogni avanzamento morale e culturale è precluso in partenza."

E, ancora, il clamoroso strappo con Mosca (dopo l'intervento sovietico in Afganistan, 1979, e la minaccia di intervento in Polonia, 1981).
Berlinguer, in TV, senza consultare preventivamente nessuno e assumendosene in proprio la responsabilità, affermò: "la spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre si è esaurita..." e la Direzione del PCI approvò, con il solo dissenso di Cossutta.
"...Cosa restava dietro questo "esaurimento"? - si chiede Magri - Un capitalismo vincente, cui non si poteva e non si doveva contrapporre un sistema alternativo, o invece si aprivano nuove contraddizioni, emergevano forze, bisogni, finalità per costruire un nuovo tipo di società?"
Questo strappo poteva essere il punto di partenza per un lavoro di rifondazione culturale sul tema del comunismo come obiettivo; le risorse c'erano: Marx e Gramsci, l'esperienza del Sessantotto, la tradizione originale del socialismo italiano...
Lo stesso Berlinguer asserì che il PCI necessitava di una rivoluzione copernicana che coinvolgesse i giovani,i pacifisti, le donne...
Nel mondo, intanto, nuovi rigurgiti di guerra fredda: i Cruise dovrebbero andare a Comiso, puntati sull'URSS di Breznev che si riarma: nasce un grande movimento europeo per il disarmo atomico bilaterale, cui il PCI diede appoggio convinto.

Tra il 1980 ed il 1985 il PCI dunque tentò un convinto rinnovamento di se stesso, e lo tradusse anche in iniziativa politica concreta.
La morte di Berlinguer (1984) condusse il PCI al 33,3%, primo partito italiano.
I voti crebbero fino a vertici mai raggiunti, ma la militanza continuò a ridursi.

Seguì, coraggiosamente, il referendum sulla scala mobile (promosso da Berlinguer, ma svoltosi nel 1985) contro il taglio per decreto operato da Craxi: perso, ma con il 46% dei voti.
Il centrosinistra, intanto, si fece esplicitamente patto di potere (CAF, Craxi- Andreotti-Forlani).
Natta, dopo Berlinguer, non ha la forza nè il carisma per mantenere la rotta del "secondo Berlinguer", e l'azione politica si rattrappisce, ritorna implicitamente al compromesso storico. 
A Natta succede Occhetto, e i dirigenti che lo supportano sposano la retorica del "nuovismo".( e quando uno sente, oggi,  dire che Matteo Renzi è il "nuovo", per forza che gli vengono i brividi...)

Nel 1985, in URSS, alla morte di Andropov (che comprese la gravità delle situazione e tentò azioni di riforma), e dopo la breve parentesi "restauratrice" di Cernenko, Gorbaciov diventa segretario del PCUS.
Ha inizio la Perestrojka: e, in pochi anni, tutto si sgretola per la dispersione degli interessi dovuta alle scosse al sistema, e per la spaccatura nel gruppo dirigente del PCUS su chi pensa che sia doveroso mantenere il carattere socialista del sistema e chi invece lo dà per irrevocabilmente superato.
Infine, l'implosione verticale e orizzontale dei centri decisionali, e il crollo dello Stato.

E poi, dopo il crollo del Muro, arriva la morte (autoprocurata) del PCI.
Occhetto:
"Il PCI si sente figlio della Rivoluzione Francese, non di quella russa." "Togliatti fu incolpevole complice di Stalin".
"Una terza via non esiste, noi non pensiamo di inventare un altro mondo. Questa è la società in cui viviamo e e in questa società vogliamo lavorare per cambiarla". O per starci meglio dentro?:-)

Il resto è storia recente, triste, visibile.
Di un partito "leggero" che decide di "ascoltare" la società e non di proporne una nuova.

Al termine del libro, Magri pubblica un testo del 1987 redatto da lui e fatto proprio da quella parte del PCI che si oppose allo scioglimento, e in parte confluì in Rifondazione Comunista.
Ed è un testo che impressiona per la lucidità dell'analisi, per il rigore delle domande che vengono poste.

Un testo attualissimo, che con vent'anni di anticipo esamina e analizza tutte le cause della situazione attuale - perchè le cose non capitano all'improvviso, e leggendo la realtà si possono intravedere segni e tracce che - anche se non immediatamente comprensibili - vanno doverosamente studiati.

lunedì, dicembre 05, 2011

Cautela


Trascorrerò i prossimi giorni, con la dovuta calma ed attenzione, a leggere le misure adottate dal governo (le misure, non i commenti: tenterò di farmi un'idea indipendente, visto che preferisco in questo momento non delegare più a nessuno, per quanto faticoso sia, il compito di capire).
Due enormi preoccupazioni che avevo (il taglio radicale del Trasporto Pubblico Locale ed il taglio lineare sulla Sanità, entrambi previsti dal governo precedente) sembrano attenuarsi - anche se vedrò meglio i dettagli, il che mi fa sentire colpevole per il post precedente:-)
Una cosa infatti è evidente: la natura di questo nuovo governo obbliga tutti a ripensare anche il proprio atteggiamento di cittadini.
La sguaiatezza, la superficialità, l'approssimazione, l'effetto annuncio sono qualcosa che fa parte di un'era che speriamo si possa cominciare a superare, sia da parte della classe dirigente che - cosa non meno importante - da parte nostra.
Da parte mia, prometto solennemente che su questo blog smetterò definitivamente di fare post con il tono "brutti bastardi, oseranno farci questo?". Era adattissimi alla massa di cialtroni precedente, ma da qui in poi risulterebbero sciocchi.
Il livello di confronto sembra essersi - fortunosamente - alzato, e questo impone obblighi a tutti.
Attenzione, non sto parlando solo di forma. Anche se la considero assai importante.
Non giudico il governo Monti "dallo stile". Direi che il comportamento di questo governo ci stupisce solo perchè, in quest'ultimo quindicennio, ci siamo abituati all'idea che chi governa debba essere come o peggio di noi.
In realtà, una "forma" normale come questa permette, finalmente di parlare delle cose - e di confrontarsi su di esse e sulla loro complessità, senza essere perennemente distratti dalla caotica pirotecnia degli annunci.
(Tra colleghi, in queste settimane, ricordavamo gli infiniti annunci che hanno contraddistinto le ultime "manovre" del governo B.: ed alla fine nessuno di noi è in grado di dire esattamente quali misure fossero state effettivamente adottate, dopo gli "strilli", le smentite, le retromarce...)
Anzi, non solo permette: OBBLIGA.

Obbliga a pensare che qualsiasi azione di governo (ma qualsiasi azione umana, in un mondo ad alto tasso di complessità) richiede tempo.
Ho apprezzato moltissimo il fatto che Monti, nella scelta dei ministri e nell'annuncio della manovra, si sia semplicemente preso il tempo che riteneva giusto e necessario, e non quello "atteso" dal mondo dei media.
Ho apprezzato moltissimo la scelta degli uomini e delle donne chiamate a fare i ministri: per quanto "tecnici", "bocconiani" e "papalini", (ed anche qui faccio ammenda per aver partecipato a una sorta di processo preventivo basato sulla appartenenza) si tratta di persone che hanno una profonda conoscenza delle materie per le quali sono state attribuite loro le funzioni di governo.
(Anche questa dovrebbe essere una cosa normale, ma il fatto che un po' ci stupisca indica che questa percezione ci ha fatto un po' difetto, negli ultimi tempi).
Ho apprezzato moltissimo che la ministra Fornero abbia espresso pubblicamente la propria emozione, nell'annunciare misure che incidono sensibilmente sulla vita reale e quotidiana delle persone: in tempi anche recenti, capitava più spesso di vedere tra i ministri ghigni sadici, maschere deformate dall'odio e dalla mancanza di rispetto verso le persone;  anche questo è un bel passo avanti rispetto "all'indietro in cui eravamo precipitati".

Nessun commento, dunque, per ora, sul contenuto della manovra. Ho ovviamente delle precise reazioni di tipo "emotivo", ma so che non sono più sufficienti nè adeguate al fatto che improvvisamente, nel giro di poche settimane, moltissime cose sono cambiate, e moltissime cambieranno nella nostra vita nel prossimo e nei prossimi anni.

Di fronte a un cambiamento così grande, ci vuole cautela.
E intelligenza, e conoscenza, e umiltà. Perchè tutto quel che c'è fuori sembra dover essere ricompreso, e di conseguenza sembra necessario riprendere le misure di se stessi nei confronti di un mondo che non si può più interpretare con gli strumenti usati fino ad ora.

mercoledì, novembre 16, 2011

"Disponibili" tua sorella!

Come ricorda una interessante inchiesta di Repubblica  (cosa sempre più rara, visto che Repubblica è diventata per me illeggibile ed indigesta), i "sacrifici necessari bla bla bla" ci sono già, per noi, tutti belli pronti dietro l'angolo del 1° gennaio 2012, e si riassumono in questa tabella:

TRASPORTO PUBBLICO LOCALE
2.055.000.000 € Il fondo per il Tpl stanziato dal governo nel 2010
400.000.000 € La cifra prevista per il 2012
25% La percentuale delle entrate delle aziende dei trasporti coperta dal costo dei biglietti

POLITICHE SOCIALI 
1.400.000.000 € I trasferimenti dello Stato nel 2008 per il welfare
211.000.000 € I trasferimenti nel 2011
0 Lo stanziamento previsto nel 2012 per il fondo per la non autosufficienza
1.000.000 Le persone che in Italia ricevono il sostegno dei servizi sociali
90.000 Il numero di disabili assistiti a domicilio
280.000 Il numero di interventi all'anno in aiuto di persone appartenenti a fasce di disagio sociale
50.000 Gli anziani che perderanno il diritto all'assistenza a causa dei tagli del governo
20.000 I nuovi nati che non potranno accedere ai nidi di infanzia
9.000.000.000 € La spesa delle famiglie italiane per pagare le 800mila badanti

LA SANITA'
 2.500.000.000 € Il taglio alla sanità pubblica previsto dalla manovra 2011 per il 2013
5.450.000.000 € Il taglio previsto per il 2014

Quindi, il fatto che secondo Mario Monti "le parti sociali hanno dato la propria disponibilità a contibuti concreti che possano causare sacrifici parziali per il bene comune", mi fa gigantescamente incazzare.

I più deboli (i disabili, i malati, i pendolari, le famiglie con figli piccoli) pagheranno già da subito, e pesantemente, senza alcun bisogno di "sacrifici" ulteriori.
Il nuovo governo (*), insediato sospendendo la democrazia a tempo indefinito per consentire l'attuazione finale del progetto dell'Europa dei banchieri, è per me come una invasione di alieni, che ci puntano alla tempia una pistola chiamata "spread & fiducia dei mercati" dicendo che non hanno responsabilità se gli scappa il dito sul grilletto, trattandosi di fato, destino, fatalità...

Ci faranno molto, molto, molto male, aggiungendolo a quello (irreparabile) che ha già fatto il governo precedente.

Ma essere pure "disponibili", dio mio, no: vuol dire proprio essere fessi fino al midollo.

(*) UPDATE: che il Governo Monti sia composto da persone per bene, rispettabili e competenti, che ne sostituiscono di assolutamente impresentabili, non toglie nulla allo scopo del Governo stesso, che è applicare gli impegni richiesti dalla lettera della BCE: se ci si muove in quel contesto, serve a ben poco esser "per bene" o richiamarsi ad una improbabile "equità sociale" dei sacrifici.

mercoledì, novembre 09, 2011

La salma e Bartleby

La notizia che in un futuro (nemmeno troppo prossimo...ci sono ancora un sacco di cose da sistemare...processi, linee ereditarie...) si provvederà alla rimozione della salma che ancora si aggira per i corridoi di Palazzo Chigi, potrebbe sembrare positiva, a prima vista.
Diciamo che togliere quell'ingombro dalla nostra vita, questo macigno di cui (coscientemente o no) ci si è fatti scudo fino ad ora, può dare almeno la speranza che da domani l'orizzonte libero ci obblighi a parlare di altre cose: ad esempio della nostra vita, o del tema del futuro della stessa.
Elezioni? Governo Tecnico? Non mi appassiona il tema, nè la discussione al riguardo.
Se il progetto per il futuro di questo paese è quello scritto dalla BCE nella sua famosa lettera, tanto vale che resti il macigno: tra frizzi, lazzi, bugie, scorregge e dita nel naso, il suo immobilismo perlomeno rallenta l'avvento della macelleria sociale (che è già iniziata nel 2008 grazie a Tremonti, ad onor del vero, ma ora ci chiedono che tra i corpi emaciati scorra davvero il sangue).

Se il domani è la legge di stabilità imposta dall'Europa, io penso che il PD possa anche evitare di presentarsi alle elezioni.
Se ha condiviso il percorso neoliberista che il Paese ha compiuto negli ultimi anni, perchè accontentarsi di una fotocopia ora che c'è da pagare il prezzo più duro, quando l'originale dovrà finalmente assumersi tutte le responsabilità delle conseguenze di questo percorso?
E se questo percorso non lo condivide, se la lettera della BCE viene considerata da rispedire al mittente, ma "il senso di responsabilità" impone che la si applichi anche se non la si condivide, per quale motivo farlo?
Imporranno che le aziende chiedano scusa prima dei licenziamenti collettivi, o salveranno qualcosina della sanità e della scuola pubblica, o qualche monumento e qualche spiaggia?
Tanto il giudizio finale sarà sempre lo stesso: ed il "senso di responsabilità" servirà solo a dimostrare che il centrosinistra non può fare nulla di meglio di quelli che c'erano prima, e servirà solo a cancellare per altri decenni la speranza che si possa immaginare una società diversa.
Se il 1989 ha sancito la fine del sogno del comunismo, irrancidito in un incubo totalitario fatto di oppressione, stupidità e filo spinato, questi anni hanno dimostrato la inarrestabile putrefazione del capitalismo, che viene tenuto in vita più o meno come accadde al caudillo spagnolo Francisco Franco.

Lasci dunque perdere, il PD, se non ha di meglio da offrire che lo stesso menu' che abbiamo già letto e assaggiato; se ritiene di non avere corresponsabilità, non si faccia fregare dal "senso di responsabilità".
Dica coraggiosamente, come Bartleby lo scrivano, "Preferirei di no"; eviti di presentare liste ed inviti a votare PDL: è giusto che il lavoro lo finisca chi lo ha iniziato.
Usiamo almeno quel che resta degli strumenti della democrazia per fottere chi ci vuole male: e ricordiamoci che l'Europa  ha deciso che la democrazia non ha diritti rispetto alle sue scelte, facendo ritirare a Papandreu il referendum deciso sulle misure economiche.
Chi ci ha portato fino a qui, fino a questo punto, ci porti anche fuori.

E se non ce la fa, se non è in grado...eh, sono i rischi della vita:  si goda i dovuti forconi.





venerdì, ottobre 28, 2011

Visita al Museo...

In una splendida e soleggiata mattina di primavera, le maestre della scuola materna "Raggio di Sole" condussero in visita i bambini al Museo del Potere.
Il vocio festoso ed acuto si quietò, temporaneamente, quando l'allegro corteo entrò nei severi antri del Palazzo, che incutevano soggezione e davano il senso di qualcosa di grande ed importante.
Sfilarono dunque, i colorati bambini, nei lunghi ed ampi corridoi dai sontuosi parati, decorati con enormi quadri raffiguranti buffi signori vestiti con abiti del XXI secolo, e inframmezzati da porte gigantesche e da divani in velluto rosso.
Giunsero infine davanti ad una grande porta color marrone scuro, varcata la quale si trovarono in una immensa sala dotata di poltrone rosse, su più file che sembravano salire fino al cielo, disposte a semicerchio.
Ad un lungo tavolo, e disseminati tra le poltrone della grande sala, trovarono finalmente la principale attrazione del Museo: i Potenti.
*
Parecchi decenni prima, durante la Grande Rivolta, il Movimento del Popolo Furente aveva approfittato di una seduta plenaria del Parlamento per imprigionare i Potenti nel Palazzo.
Giunti a Roma in centinaia di migliaia, ognuno dotato di robuste catene e robusti lucchetti, i manifestanti avevano improvvisamente preso d'assalto il Palazzo, travolgendo le Forze dell'Ordine poste a sua difesa: non per farvi irruzione, ma con l'intenzione di blindarlo definitivamente.
Decine, centinaia, migliaia di catene furono diligentemente poste attorno alle maniglie del Portone; per ore si sentirono i click dei lucchetti che si chiudevano inesorabilmente, mentre una catena umana lunghissima, che giungeva fino al Tevere, si occupava di gettare nel fiume le chiavi dei lucchetti, seppellendole per sempre nella fanghiglia del fondo...
Poi, per giorni, con scrupolo ed ordine i manifestanti accatastarono di fronte al portone ogni sorta di oggetto e cosa ingombrante che potesse impedire persino il passaggio delle voci dei Potenti che, da dentro, urlavano di liberarli: voci che divennero, con il passare delle ore, sempre più fiebili.
Le forze dell'ordine non solo lasciarono fare, ma controllarono che nessuno tentasse di fuggire gettandosi dalle finestre o dalle uscite secondarie del Palazzo (anch'esse rigorosamente e generosamente addobbate di catene).

La folla stazionò pacificamente fuori dal Palazzo per giorni e giorni, fino a quando tutto fu finito.

Poi, il Governo Provvisorio prese alcune decisioni importanti per rimettere in piedi il paese: ma questa è un'altra storia, che racconteremo altrove.
Ai fini di questa narrazione, ci basti sapere che il nuovo  Governo decise, come monito alle generazioni future, di creare nel Palazzo un Museo del Potere: per far sapere alle generazioni future chi furono gli uomini che gettarono il paese nel caos, e perchè la loro storia servisse ad immunizzare la rinascente democrazia da un uso distorto e personale del potere.

Con una spesa notevole, il Governo ingaggiò una equipe specializzata di tassidermisti italiani e britannici.
Che si misero al lavoro (per lunghi, lunghi mesi) per recuperare ed imbalsamare i cadaveri dei Potenti, e ricollocarli nelle pose che resero il nostro Paese ridicolo agli occhi del mondo.

*

I bimbi, con i loro zainetti, si aggirano dunque curiosi tra le salme imbalsamate dei Potenti.
Ognuno di loro, per spregio, è stato privato del nome, e dotato di un numero.

Ecco, seduto al Tavolo del Potere, un Potente di bassa statura, il cui aspetto plasticoso e artificiale - assicurano gli esperti - corrisponde esattamente a quello che aveva assunto al termine della sua esistenza terrena: capelli lisci, innaturalmente neri e traslucidi come quelli di un pupazzetto. Sorriso da squalo, con l'esibizione di un numero esagerato di denti. Doppiopetto blu.
La testa è lievemente piegata da un lato, gli occhi semichiusi indicano una direzione curiosa, che sembra puntare alla parte posteriore ed inferiore di un'altra salma di genere femminile posizionata lì accanto.

L'ologramma digitale al suo fianco consente di rivederlo in azione, vedere le sue espressioni e sentire la sua voce. I bambini ridono come matti a sentire la voce presuntuosa del Potente, e quel ripetuto "Io...io...io..."...

Alla sua sinistra, seduto allo stesso tavolo, è posizionato un altro buffo personaggio, dai capelli bianchi ed arruffati, occhiali storti, la faccia deformata da un immane sbadiglio e un curioso fazzoletto verde marcio nel taschino della giacca. La mano destra, rachitica, mostra in bella evidenza il dito medio sollevato.
Le maestre, ascoltando l'ologramma, chiamano spesso gli inservienti del museo per segnalare la rottura del meccanismo, visto che la parlata di questo potente risulta biascicata e totalmente incomprensibile: ma essi affermano che quanto si ascolta è assolutamente fedele all'originale!

I bambini sono poi attratti da un altro buffo Potente, la cui salma è di dimensioni davvero minuscole. Il gran testone presenta un'espressione gravemente corrucciata. Dall'ologramma escono urla che fanno morire dal ridere i piccoli, che si mettono spesso a correre in cerchio davanti al Tavolo, tenendosi per mano, facendo il verso al tormentone del potente: "Fan-nul-lo-ni! Fan-nul-lo-niiiii!"

Poi i piccoli abbandonano il Tavolo, e si inerpicano su per le scalette che salgono alle poltrone posizionate più in alto nella sala.
Un altro Potente molto visitato  è un simpatico uomo il cui ologramma è evidentemente incantato, visto che ripete ad libitum una sola parola: "Dimissioni...dimissioni...dimissioni..."

I bambini ci passano le ore, a guardare e ad ascoltare tutti i Potenti del Museo, e si divertono come pazzi.

Quando escono, nel primo pomeriggio, nel dilagante e caldo sole romano, sono stanchi ma felici.

Le due maestre, dopo aver ricomposto la fila per riportarli a scuola, si scambiano le ultime impressioni sulla gita.

- Che incubo, questo posto! meno male che noi, a quei tempi, non eravamo ancora nate: dev'essere stato un periodo tremendo, a sentire quel che mi raccontavano i miei nonni!!!







giovedì, ottobre 27, 2011

Se (pillole di curaro)...


Se il mio odio potesse uccidere a distanza, in questi giorni sui quotidiani italiani si parlerebbe a  nove colonne di una strage misteriosa (Cicchitto, Sacconi, Brunetta, Lupi, Reguzzoni...prima ancora dei capibastone...Gasparri no, mi ripugna toccarlo persino con il pensiero).

Se il mio odio potesse uccidere a distanza mediante alcuni automatismi, consiglierei a chiunque di fare attenzione prima di pronunciare le seguenti frasi o gruppi di parole:
"ce lo chiede l'Europa"
"servono misure per la crescita"
"serve più flessibilità"
"vendere il patrimonio pubblico"
"liberalizzare"

Se le borse esprimono soddisfazione quando il governo annuncia che si potrà licenziare con più facilità , significa che è ora di chiudere le borse con le bombe a mano.
Ovviamente facendo uscire prima tutte le persone che ci lavorano: noi non ce l'abbiamo con le persone, ma con i luoghi fisici dove si concentra e si organizza il male.
E nelle Borse, ce n'è ormai quasi quanto se ne percepisce ad Auschwitz: uccidere la gente per fame è un genocidio pianificato che merita il giusto castigo.
A Norimberga, preparate per cortesia una sala per il processo agli uomini della finanza. Quelli che rimarranno vivi dopo la giustizia sommaria.
Perchè Gheddafi sì e quei bastardi no?

Se io fossi il primo ministro danese, dopo aver rivisto le immagini di B. che mi scruta il culo, gli sputerei in un occhio appena lo rivedo. In pubblico, durante un vertice, davanti alle telecamere. Per par condicio.

Se io fossi B. e ricevessi una lettera anonima da un gruppo di merde che ho fatto eleggere in Parlamento, che vogliono che mi dimetta e che non osano rivelare il loro nome, farei di tutto per scoprire chi sono ed incularmeli senza pietà. A meno che non mi sia scritto la lettera da solo.

Se io fossi un miliardario, aprirei un Trony con offerte specialissime: e i quindicimila che accorrono a picchiarsi per prendere un iPhone a prezzo scontato, li chiuderei dentro. E butterei via la chiave.

Se io fossi una persona normale che abita nelle Cinque Terre o in Lunigiana, prima piangerei per tutto quello che è accaduto, per la disperazione di fronte al disastro. Ma poi mi incazzerei con chi non ha impedito lo sfacelo, negli ultimi decenni. E poi con me stesso, che abitando in un paradiso non ho fatto tutto quel che dovevo e potevo per impedire che diventasse un inferno.


Se io fossi il padrone del mondo, farei una legge che impedisce che tra il più ricco ed il più povero di qualsiasi organizzazione produttiva ci sia una differenza di reddito superiore a 50 volte.
Cinquanta volte, in termini di differenza di tenore di vita e di possibilità, è già una cosa assurda, folle.
Eppure, oggi, Marchionne guadagna 435 volte quello che guadagna un suo operaio.
QUATTROCENTOTRENTACINQUE VOLTE.
E nonostante questo rompe il cazzo, "si vergogna di essere italiano".
Ecco, la mia legge non impedirebbe a Marchionne di guadagnare una cifra astronomica e sostanzialmente assurda: alla sola condizione che i suoi operai vengano pagati NOVE VOLTE tanto quello che vengono pagati oggi.
Nessuno si lamenterebbe più, e probabilmente si estinguerebbe anche la FIOM:-) (e ciò renderebbe assai più felici anche gli industriali, no?:-)))

venerdì, ottobre 21, 2011

"E se ci Tiranno che è un destino della terra selezionare i migliori attraverso la guerra..."


Lasciamo perdere i commenti disgustosi ed ipocriti dei leader (e dei lader) occidentali all'assassinio di Gheddafi.
Lasciamo perdere il fatto che "il nemico pubblico numero uno", quello contro cui si sono mossi i più potenti eserciti del mondo, viene incredibilmente catturato e massacrato da un branco di ragazzini urlanti (degli "er pelliccia", nè più nè meno), dalla credibilità militare pari a quella degli asini volanti.
Eserciti e "intelligence" erano al bar?
I soldati dei più tosti eserciti del mondo erano rinchiusi nei bordelli a fumare oppio?
O forse questa fine rapida ed indecente era semplicemente utile, per non ritrovarsi con un prigioniero scomodo che avrebbe potuto domandare pubblicamente al mondo: "ma cazzo, fino a qualche mese fa non eravate tutti amici miei?"


La guerra, questa guerra schifosa come e più delle altre, per la cui partecipazione il nostro paese dovrebbe portare eterna vergogna vista la sua posizione nel Mediterraneo, è evidentemente finita quando si sono firmati i contratti di sfruttamento delle risorse libiche con i nuovi capi, illeggittimi allo stesso modo di Gheddafi perchè  mai eletti da nessuno, perchè giunti al potere con gli stessi metodi del "tiranno" (anzì, assai più vergognosi, visto l'appoggio vistoso e scandaloso e bombarolo di mezzo occidente per un conflitto che - se si fa finta di non vedere che la Libia zampilla gas e petrolio - si potrebbe senza dubbio derubricare a livello tribale).

Tutte le balle raccontate in questo evento (e rilevate in qualche post precedente) forse adesso finiranno.

Ci sono altri fronti da aprire: la nuova arma di distrazione di massa, per rinviare alle calende greche il termine dell'agonia di questo sistema fondalmentalmente marcito, sarà - e sai che fantasia - ...una nuova guerra!
Di certo un cane randagio iraniano sarà andato a depositare escrementi illegalmente oltre il confine, sui terreni di un fedele alleato occidentale...ma se così non sarà, pretesti ne troviamo a mucchi...tanto, come per l'Irak, mica devono essere veri, basta che durino fino alla dichiarazione di guerra.
Dopo, ci pensano retorica e propaganda ad uccidere la ragione ed obnubilare i cervelli.

I "cattivi" non finiscono mai, se servono ad oscurare ed a parare il culo a quelli veri.

mercoledì, ottobre 19, 2011

E meno male che è gente che ha studiato!

L'uomo col maglioncino blu:
Battuta polemica su Confindustria. "Non chiedetemi nemmeno di esprimere un'opinione sulla ex presidente, per quanto riguarda la Fiat, di Confindustria. Elkann ha già dato le dimissioni. La Fiat non c'entra con Confindustria, quindi lasciamola fuori per favore", ha detto Marchionne rispondendo ai giornalisti che chiedevano un commento sulla lettera di Emma Marcegaglia al Corriere della sera.

Dunque, se la Fiat esce da Confindustria, per Marchionne la Marcegaglia diventa "ex presidente di Confindustria": io pensavo restasse quel che era, cioè la Presidente di un'entità di cui non si fa più parte.

Questo vuol dire che se esco dalla CGIL la Camusso diventa "ex segretaria" del sindacato, e se mi dimetto da cittadino italiano Berlusconi diventa "ex Presidente del Consiglio"?

Mio Dio...è proprio vero che certe volte andare a scuola e prendere una laurea non serve a nulla!!!

mercoledì, ottobre 12, 2011

"La storia del PCI è fatta di assassinii..."

Da Il Fatto Quotidiano di oggi:


"Dopo la proposta di cancellazione del 25 aprile, dopo quella di portare i militari a presidiare Bologna per l’anniversario della Strage alla Stazione, dopo la lezione di storia impartita al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, un “ex comunista” innamorato della Resistenza per motivi di parte, il deputato bolognese del Popolo della libertà Fabio Garagnani lancia la sua prossima idea: una contro mostra in opposizione alla mostra sul Partito comunista italiano allestita in questi giorni a Bologna. Oggi alla presentazione lui non c’era, ma i suoi confermano: l’evento anti Pci è farina del suo sacco.
Di che cosa tratterà l’evento non è ben chiaro. Sabato mattina alle 10, nella centralissima Piazza del Nettuno verranno allestiti alcuni pannelli fotografici che smaschereranno quelle che secondo il vice coordinatore cittadino del Pdl, Galeazzo Bignami, sono state le nefandezze del partito. Un partito, quello fondato da Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga 90 anni fa, che secondo Bignami avrebbe sempre negato la stessa idea di patria: “Se si tiene una agiografia del Pci soprattutto nell’ambito delle celebrazioni dell’Unità d’Italia, noi reagiamo, soprattutto perché loro la hanno negata da quando esistono”, ha detto Bignami presentando la contro-mostra.
“La vera storia del Pci – ha spiegato Bignami – è fatta di assassinii, sangue e prelevamenti che avvenivano di notte per tutti i non comunisti. Di una sistematica battaglia alla patria e all’unità nazionale. Ma di queste cose nessuno parla”, ha proseguito il giovane consigliere regionale vicino al ministro della Difesa, Ignazio La Russa."

Incommentabile. Rende evidente il punto (irreversibile) di malvagità, malafede, menzogna, miseria a cui sono giunti costoro.

Da un altro punto di vista, assai più cinico, verrebbe voglia di dargli ragione.

Questa notte stessa.

giovedì, ottobre 06, 2011

Sembrava.

Non avevamo nemmeno sepolto le vittime di Barletta, ragazze madri sotto i quarant'anni che "valevano" 4 euro all'ora, che da Bologna arriva la notizia di una squadra di basket che decide di offrire ad un giocatore americano un compenso compreso tra uno e due milioni di euro per disputare UNA SOLA PARTITA.
Uomini che valgono un milione di euro l'ora, e donne che valgono 4 euro l'ora.
Nello stesso paese, nello stesso momento.
Quella squadra avrà dei dirigenti. Che non si vergognano. E che io mi vergogno di avere come simili nel genere umano.

Ah...è il "mercato", dite?







*

Mah. A vederla così, sembrava merda.

Ciao, Jobs...





Ciao, Steve Jobs.
Non ho mai comprato nessuna delle cose eccitanti e bellissime che producevi tu, ma mi è capitato di usarle, e di goderne.
Non so, forse sei semplicemente riuscito ad incrociare la traiettoria dei nostri bisogni malati.
Ma con i tuoi oggetti si sono prodotti pensieri, musica, grafica: si è potuta manifestare la cultura di questo secolo, per insana che fosse.
Eri un genio moderno.

E tu, Signore: possibile che non ne azzecchi mai, mai una?
Con tutta la scelta che avevi, tra la gentaglia infame che ti ostini a lasciare al mondo, dovevi proprio prendertela con lui?
E sì che bastava chiedere, benedetta creatura...

mercoledì, ottobre 05, 2011

Di qua o di là...

Non faceva senso, ieri, vedere sui siti dei "maggiori quotidiani nazionali" scendere progressivamente verso lo zoccolo della pagina le notizie relative ai 30.000 licenziamenti annunciati tra gli statali greci e alla morte delle operaie sfruttate, a 4 euro l'ora, nel crollo dell'edificio a Barletta?

Questo è il "mercato": in esso, la merce informativa che riguarda i drammi reali  delle persone vale poco. E poi che noia, 'sta crisi: la gente ormai ha bisogno di svagarsi, non può pensare ogni giorno che il giorno dopo potrebbe aver perso tutto quello che ha (o che pensava di avere).

E allora vai, di nuovo, con le merci che rendono di più: le illusioni. Le solite, quelle che sembrano marcite e puzzolenti, ed invece vengono ogni volta rivendute per nuove.

Che ci frega a noi, ad esempio, di UNO SPECIFICO processo per omicidio? In Italia ci sono circa 600 omicidi l'anno .Quanti processi ci siano in corso per questo motivo non lo, le statistiche reperibili sul sito del Ministero della Giustizia non sono capace di interpretarle correttamente: ma se diciamo "alcune centinaia" non dovremmo sbagliare ordine di grandezza.

E allora, perchè dovrebbe interessarcene uno in particolare? Perchè esso in particolare diventa merce vendibile?
Perchè ci sono tutti gli ingredienti necessari a stuzzicare il popolo: la morbosità intrecciata con la bellezza ed la ricchezza (no, non è un processo qualunque, visto il nome ed il cachet degli avvocati coinvolti).

Dunque, 'sta cosa è l'arma di distrazione di massa di questi giorni.

Se non fossimo così futili, e smettessimo di comprare i giornali e leggere i siti che ci vendono merda, forse al centro dell'informazione si metterebbe qualcosa di più serio.
("Siamo così futili che le distrazioni ci possono impedire persino di suicidarci", disse Gaber).

Ad esempio, un paese normale, una comunità, dovrebbe mettere al centro del proprio dibattito una cosa serissima come la famosa lettera della BCE al Governo italiano. Il cui testo è finalmente diventato di dominio pubblico.

Ecco, questa lettera dovrebbe essere pubblicata in prima pagina da tutti i quotidiani e discussa. Discussa non solo sulla stampa, ma nelle strade, dai cittadini, dalle persone, da NOI. Perchè essa costituisce uno spartiacque, un limite, una soglia. Psicologica e politica.
E del superamento di questo limite (o almeno della sua esplicita certificazione) tutti dovremmo almeno essere consapevoli.

Vi spiace se la riproduco qui e poi proviamo a parlarne? Tanto a questi post chilometrici siete abituati...

Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011
Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l'assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). C'è l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet


Eccola qui, dunque.
Proviamo a farne una semplicissima analisi semantica, estrapolando i concetti chiave?
"Il Consiglio direttivo (della BCE) ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori."
Questa è la prima frase assertiva della lettera, ed indica la priorità secondo il Consiglio Direttivo della BCE: "ristabilire la fiducia degli investitori".

Certo: è una banca che parla, e la sua priorità può essere comprensibile.
Ma questa banca (anche se europea) parla ad un governo. Ed un governo non deve necessariamente avere le stesse priorità di una banca. E potrebbe anche considerare non accettabile farsele indicare.

A me sembra che la priorità di un governo italiano qualsiasi sia indicata dall'articolo 3 della Costituzione:
"È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."
Ogni governo italiano, infatti, esercita temporaneamente la sovranità in nome del popolo secondo quanto dice l'articolo 1 della Costituzione:
"La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."

Ora, ottenere la "fiducia degli investitori" è solo uno dei mille modi in cui un governo può decidere di esercitare la sovranità in nome del popolo, ma non è NE' IL SOLO NE' IL PRINCIPALE OBIETTIVO della azione di governo, che l'articolo 3 indica invece in modo così netto e assolutamente non travisabile.

Poi, la BCE passa ad elencare alcune misure che ritiene necessarie per raggiungere il SUO obiettivo.

"Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro."

Puro blablabla relativo al mito marcio della crescita, questo animale fantastico, mitologico ed indefinibile, solo su cui può galoppare la felicità dell'essere umano.

Crescere serve a: "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese." ?

Se si, diteci come.
Se no, andate affanculo voi e la vostra crescita.

"È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala."

Qui non si tratta di credere a miti marci, invece, ma di totale malafede.
E' necessaria la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali.
E perchè? Per cosa? Per chi? Come si fa a dire una stronzata del genere senza motivarla, sperando che stia in piedi da sola?

E poi, porca puttana, solo tre mesi fa questo paese ha votato esattamente contro questa asserzione. Milioni di deficienti, che pensano di possedere "la sovranità del paese", secondo la BCE,  non valgono un'unghia incarnita di un suo direttore.

"C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione."

Ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende.

C'è scritto nella Costituzione della Repubblica Italiana? Nooo?
E allora, please, riandate affanculo un'altra volta.

E se l'accordo del 28 giugno si muove in questa direzione, vada affanculo anche lui.

Ma procediamo.

"Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi."

Accidenti, questo è un passo autenticamente comunista, per una banca!!!
"un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi."

Un cedimento umanitario, si direbbe quasi. Cioè, visto che sono gli investitori gli unici soggetti viventi che stanno a cuore alla BCE, il fatto che ci sia un passaggio che - seppur genericamente - accenna all'importanza che le persone abbiano in qualche modo un posto di lavoro, è importantissimo.

Il governo, infatti, era così sicuro che quelli della BCE si fossero sbagliati o rammolliti, che questa frase ha fatto finta di non averla letta, quando ha confezionato l'articolo 8.

"È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi."


Che minchia vuol dire "se necessario, riducendo gli stipendi"?.
BCE, hai sbagliato casella: fai tre passi indietro, all'articolo 3 della Costituzione: rileggilo bene. E poi rivai affanculo.

"Vista la gravità dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011."

Quel che succede sui mercati finanziari è una vostra priorità, non una priorità del governo. Quindi dare ordini ad un governo e ad un parlamento sovrano dovrebbe meritarvi (e non solo da me) l'ennesima mandata dove sapete.

E poi, vabbè, per chiudere un po' di fuffa riscaldata (abolite le provincie, razionalizzate, fate sinergie blablabla).

Ora, alla fine le possibilità sono soltanto due: o la lettera della BCE rende merda la Costituzione, o la Costituzione rende merda la lettera della BCE.

Tertium non datur.

Il governo ha deciso di dare la prima interpretazione, e quindi dovrebbe dimettersi perchè non è più in grado di rispettare il dettato della Costituzione.

Parte dell'opposizione, le associazioni degli imprenditori ed alcune organizzazioni sindacali hanno attaccato il governo perchè "non dà abbastanza ascolto alle indicazioni della BCE": tutti costoro sono contro la Costituzione, e contro di noi.

Marchionne si è schierato su posizioni ancora più oltranziste e neoliberiste: l'unica reazione sensata verso questo signore sarebbe quella di mettere l'IVA al 40% su tutte le vetture FIAT prodotte all'estero o con componenti che arrivano dall'estero oltre una certa soglia.
Ripeto quel che dico da tempo: io non ho personalmente nulla contro Marchionne. Egli fa i suoi interessi, e quelli dei suoi azionisti. Ma poichè essi (gli interessi di costoro) sono divergenti rispetto a quelli del Paese, mi sembra naturale che il Paese possa difendersi e decida di aprire spazi e mercati a chi, in questo Paese, possa portare ricchezza e posti di lavoro. Chi a questo riguardo fa il furbetto, è pregato di accomodarsi là dove dovremmo mandare la BCE.

Insomma, questa lettera della BCE è estremamente utile.
Perchè traccia, come dicevo, una linea netta che divide in due la nostra società: chi, come me, crede che una simile lettera offenda la Costituzione, e debba quindi essere rispedita al mittente con un po' di polverina per grattarsi.
E chi, invece, la vede come nuova Costituzione.

Se da questa parte si schiera tutta la classe dirigente, buona parte dell'opposizione e della parti sociali, significa che la vecchia cara Costituzione è davvero carta straccia, anche da un punto di vista formale.
Ma significa anche che il patto sociale che regge questo Paese è definitivamente pronto a saltare.
Significa che chi non rispetta le regole, godendo del fatto che la maggioranza degli altri sia in qualche modo tenuto od obbligato a farlo, deve aspettarsi che presto la maggior parte delle persone ritengano che le regole non contino più nulla.

Sembra prossimo, dunque, il Far West.
Non è detto che sia un male assoluto: almeno per me, che sono un accanito lettore di Tex, c'è la speranza che qualche volta le pistole, in nome della giustizia, sparino nella direzione giusta.

lunedì, settembre 26, 2011

Rimpiangeremo B.?

C'è qualcosa di peggio del tramonto (inevitabilmente violento e oscuro) del Satrapo.
E' l'affollarsi di gente peggiore di lui sulle spoglie di questo paese.
Avete letto il "manifesto della Confindustria"?
Pochi punti, sintetizzabili in "affamare, fottere, massacrare il popolo".
Queste le ricette della Marcegaglia per "salvare il paese" (leggasi: salvare una classe imprenditoriale cialtrona e fintamente liberista, a spese di chi non può difendersi):

1) Riduzione della spesa pubblica - Nelle ultime manovre finanziarie "non c'è niente che riduca la spesa dello Stato" ma per Confindustria "la riduzione della spesa pubblica dovrebbe essere il primo punto dell'azione di governo". Per la Marcegaglia non servono però "i tagli lineari ma bisogna guardare alle singole cose, costo per costo".
Insomma, il massacro di scuola, ricerca, sanità, trasporti e servizi sociali che conosceremo quest'anno, dopo gli assaggi dell'anno scorso, non è sufficiente. Bisogna fare di più. La gente deve andare con le pezze al culo, a vivere sotto i ponti e chiedere l'elemosina.

2) Riforma delle pensioni - Viene poi la "riforma delle pensioni". "Non è possibile - ha ribadito - che un Paese con i problemi che abbiamo noi, mandi le persone in pensione a 58 anni, con assegni molto alti, mentre domani i giovani ci andranno a 70 anni se non di più, con assegni pari alla metà di adesso. Non è possibile". Sempre nell'ambito del secondo punto, il rapporto tra fisco e impresa: "dobbiamo abbassare il cuneo contributivo fiscale, a partire proprio dai giovani", ha detto la Marcegaglia, che ha lanciato un appello per "iniziative serie e concrete". La riforma delle pensioni, quindi, "non deve penalizzare i giovani".
Deve penalizzare i vecchi, dunque. E poi la Marcegaglia mente: sa benissimo che, con il lavoro precario che gli industriali vorrebbero estendere a tutti, con gli stipendi da fame che gli industriali vorrebbero estendere a tutti, con il regime di semischiavitù che gli industriali vorrebbero per tutti per continuare a essere vecchi, antiinnovativi e pigri, i giovani la pensione non l'avranno MAI.

3) Vendita del patrimonio pubblico - Per ridurre la spesa pubblica, ha continuato il presidente di Confindustria, "cominciamo a vendere patrimonio pubblico, questo può essere utilizzato per abbassare il debito e levare l'ingerenza del pubblico nell'economia".
E certo. Bisogna vendere le cose che appartengono a tutti. Vorrai mica che paghino gli industriali.
4) Piano di privatizzazioni e liberalizzazioni- E' urgente poi "un piano di privatizzazioni e di liberalizzazioni serio". "Nell'ultima manovra - ha accusato la Marcegaglia - sono stati citati alcuni capitoli sulle liberalizzazioni, ma se andiamo a vedere cosa c'è, non c'è niente". Inaccettabile, per il presidente che esistano ancora "le tariffe minime: non è giusto che ci sia un pezzo del paese che lavora nel libero mercato e un altro pezzo che è protetta e ha le tariffe minime e scarica sugli altri i proprio costi". Quanto alla "liberalizzazione dei servizi pubblici locali, tutto questo aiuterebbe a far crescere l'economica del Paese".
Il mito del "privato è bello ed efficiente" è usuratissimo, non ci crede più nessuno. Non si conosce un solo caso di privatizzazione che abbia prodotto servizi migliori o tariffe più basse  dell'equivalente impresa pubblica. Ma la Marcegaglia è specialista nel vendere miti marci, come quello della "crescita".

5) Infrastrutture - Il quinto e ultimo punto, le infrastrutture. Il presidente di Confindustria ha chiesto di "levare i vincoli burocratici e di testa che impediscono a investimenti magari già finanziati da pubblico e privato".
Cioè, caro Stato, fai tu gli investimenti che dovremmo fare noi. E fai solo quello che ci serve, che noi decidiamo sia utile. I "vincoli di testa" credo siano quelli che ancora impediscono di distruggere quel poco di territorio che in questo paese non è ancora stato distrutto o cementificato.
Insomma, il numero dei nemici del "popolo" cresce di ora in ora, con il peggiorare della situazione.

Un "governo di Confindustria", o guidato da un altro imprenditore miliardario, sarebbe la peggior iattura che potrebbe capitarci dopo B.: forse persino peggiore di una consulenza del Fondo Monetario Internazionale.

Roba da sparare a vista.






giovedì, settembre 15, 2011

Informazione: ma in che mani siamo???

Alcune immagini salvate dalle home page di alcuni grandi quotidiani nazionali, tra le 13,30 e le 16 (Repubblica, Stampa, Fatto Quotidiano...)





Una volta, a scuola, si studiava quante erano le regioni, le province ed i comuni d'Italia
Quindi, almeno per ordini di grandezza, uno più o meno sa che le regioni sono 20, le province un centinaio e i comuni un po' più di ottomila.
Ma se uno non se lo ricorda bene, le fonti per informarsi ci sono ancora, prima di sparare in home page una cazzata come "Novemila primi cittadini restituiscono le deleghe ai prefetti."

Ora i comuni d'Italia sono 8092, secondo tutte le fonti.
Gli altri novecento che indicano Repubblica, Stampa e Fatto sono sindaci di cosa? L'errore rispetto alla realtà è di circa il 10%, mica bruscolini.
Ma il dramma è che la notizia reale è "TUTTI I SINDACI D'ITALIA restituiranno le deleghe ai prefetti", che è una notizia sconvolgente, da nove colonne, perchè un simile livello di conflitto istituzionale in Italia credo non si sia mai visto prima d'ora.

Quindi, notizia non solo errata, ma "incompresa" nelle dimensioni persino da parte di chi l'ha scritta.
Perchè se dici "novemila" senza dire "su quanti" è un po' come dire (e capita spesso di leggerlo, in giro), che una certa cosa è aumentata del 10% (senza sapere rispetto a cosa o a quando).

Anche perchè, in questo caso,  bastava andare sul sito dell'ANCI, invece di copiare TUTTI INSIEME E PEDESTREMENTE da una nota di agenzia tarocca, per leggere quanto segue:

Giovedì prossimo, 15 settembre, tutti i municipi d’Italia riuniranno i propri organi per protestare contro gli effetti della manovra del governo. I sindaci, contestualmente, restituiranno ai prefetti le proprie deleghe sulle funzioni di anagrafe. Si configura così il primo ‘sciopero’ dei sindaci d’Italia, deliberato oggi dal Direttivo dell’Anci.
Alla mobilitazione (hanno aderito anche Conferenza delle Regioni e Upi) si uniranno una serie di altre iniziative, tra le quali il ricorso alla Corte costituzionale contro gli articoli 4 e 16 della manovra, ovvero quelli che obbligano i Comuni alla dismissione delle società partecipate e che intervengono sull’organizzazione istituzionale dei 5800 Piccoli Comuni sugli 8 mila totali.

venerdì, settembre 09, 2011

La dimensione ironica dello stupro

"Sfortunato quel Paese nel quale dovessero prevalere il rifiuto di ogni dimensione ironica e la perdita della capacità di sorridere anche di fronte ai paradossi più' politicamente scorretti. E' ovvio che non intendevo offendere nessuno ripetendo la storiella che Guido Carli mi raccontò per sdrammatizzare un momento critico. Ma offende ancor più' la disonestà intellettuale di quanti, ancora una volta, usano ogni pretesto per criminalizzare chi tocca l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, perfino in relazione ad un semplice atto di fiducia nei confronti della contrattazione collettiva".
(Sacconi)


Dunque, siamo noi che abbiam capito male, non lui che è un minus habens.
Dunque, esiste una "dimensione ironica" dello stupro.
Dunque, è solo questione di training.
Proverò a ridere, dunque, pensando a qualcuno che mi racconte "la sai l'ultima, quella con Sacconi che viene sequestrato da una banda di briganti plurisessuali ed arrapati..."


Ma non credo, sinceramente, che ci riuscirò.
Sono antropologicamente diverso, in modo irrimediabile.

mercoledì, settembre 07, 2011

Rispetto, Bonanni! La comprendi ancora questa parola?

Eravamo parecchi, ieri a Torino, a sfilare insieme nel corteo della CGIL (25.000 per la questura, 70.000 secondo il sindacato...secondo una mia personalissima valutazione basata sull'esperienza, e sul fatto che la coda del corteo ha iniziato a percorrere l'ultimo tratto circa due ore l'avvio del corteo, direi che in cinquantamila c'eravamo tutti...niente male!).
Tenuto conto che lo sciopero ci è costato una giornata di salario, e che tutti abbiamo ben chiaro che si tratta solo di un aperitivo rispetto alle lotte che saranno necessarie per tentare di correggere una manovra iniqua e permeata da un forte "odio di classe", è stato un risultato che rivela la volontà di moltissime persone di non stare semplicemente fermi ad aspettare che lo scempio si compia: anche se le speranze di evitarlo sono ridotte, viste le forze in campo, è giusto esserci, provarci, esibire FISICAMENTE la propria indignazione.
Proprio perchè questo sciopero è costato ad ognuno dei partecipanti soldi e fatica, proprio perchè in queste occasioni chi manifesta le proprie opinioni PAGA DI PERSONA (e ognuno può capire benissimo che peso abbia una giornata di salario perduta suuno stipendio da metalmeccanico, da statale o da contratto commercio), il minimo che si possa pretendere è IL RISPETTO, anche da parte dei nemici.
Sapete come la penso, sulla situazione attuale, ma riassumo in estrema sintesi: lo Stato è oggetto di un attacco da parte di forze ostili (gli speculatori) che mirano o pensano di ricavare benefici dalla sua caduta: invece di difendersi e difendere i propri cittadini, il Governo di questo Stato ha dichiarato loro formalmente guerra.
(Se si riconoscesse che questo attacco esterno al nostro Stato ha le stesse finalità - e le stesse conseguenze possibili - di una guerra, e se si applicasse un codice militare, i nostri governanti dovrebbero essere passati per le armi per Alto Tradimento.)
Per queste ragioni, risulta INTOLLERABILE il disprezzo manifestato dai nemici della CGIL (gli avversari sono un'altra cosa: non mirano alla distruzione dell'oggetto del loro odio) e delle persone che essa - nel bene e nel male, con errori ed orrori - si è assunta l'onere di rappresentare.
E se da un certo punto di vista è persino banale l'atteggiamento del ministro Sacconi, la cui pochezza umana ed il cui livore rancoroso da ex sono così noti da risultare ormai stucchevoli, preoccupante è l'atteggiamento del segretario generale del secondo sindacato italiano.
Che ha tutti i diritti di dissentire dal percorso della CGIL, ma NON HA ALCUN DIRITTO di offendere e disprezzare la CGIL ed i suoi cinque milioni di iscritti definendo "demenziale" la mobilitazione di centinaia di migliaia di persone.
Se Bonanni ha deciso di stare con Sacconi e con il governo, va bene: ne prendiamo atto.(Non si capisce perchè tre milioni e mezzo di lavoratori decidano di farsi rappresentare da un'organizzazione che non dissente mai dal governo, ma pazienza).
Ma se usa il disprezzo, sappia che con il disprezzo verrà ripagato.
A Bonanni, Sacconi ed al governo non interessa un accidente, lo so, nè di noi - persone normali - nè del nostro disprezzo. 
Così come la mobilitazione della CGIL non ha conquistato le aperture dei giornali: preferiscono  "i mercati" alle persone; essi contano oggi assai di più delle nostre vite e delle nostre storie.
Ma da questa consapevolezza verranno nuova rabbia e determinazione, indispensabili per non rassegnarsi mai, mai, mai al fatto che questo mondo di merda sia l'unico possibile.







lunedì, settembre 05, 2011

Esserci o farci?

Registriamo questa dichiarazione a futura memoria, non si mai...

Bonanni: "Troppo allarmismo su articolo 8"  
"Sull'articolo 8 della manovra che rende piu facili i licenziamenti c'è troppo allarmismo". Lo spiega il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, in un'intervista a La Stampa, affermando che, come prescrive la norma, per licenziare è necessario il consenso dei sindacati "dunque mai - chiosa il sindacalista -. E' evidente: quale sindacato dà il proprio assenso a un piano di licenziamenti?"

Eh, son proprio curioso di vederlo anch'io:-(

Il grande matematico

Dalle intercettazioni delle telefonate tra B. e Lavitola: 
B: «...di Letta...sono sicuro...non al cento per cento...ma al cento per mille...».

L'unica manovra che dovremmo lasciar fare a questo ormai è  sul suo triciclo, nel cortile dell'ospedale psichiatrico.

mercoledì, agosto 31, 2011

Senza neppure salvare le apparenze...


'cidenti, uno pensava che quando si creano le manovre funzionasse così:
  • ci sono tutti i cervelloni dei ministeri che stan rinchiusi dentro stanze fumose per settimane (anche quando in pubblico i ministri dicono che non succede nulla, non c'è nulla da preoccuparsi) e fanno brainstorming con i post it gialli, con le lavagne, i fogli di carta pieni di idee e di calcoli, i notebook che surriscaldano l'ambiente con finestre piene di calcoli...
  • e poi ogni idea viene sviscerata, approfondita, sottoposta a verifica, per verificarne la solidità, la resistenza ad ogni tipo di obiezione....
  • e poi finalmente, verificata solidità e incidenza economica di ogni singola misura, e verificata la coerenza generale delle misure individuate e scelte, si pensa a come comunicarla al paese, per convincerlo della sua necessità.

(Oh, non è che questo sia lo schema che si usa nel privato, eh. Almeno, non lo si fa più da parecchio tempo. Ma speravo che almeno nel pubblico si mantenessero le buone abitudini).

Invece no. Sembra che l'altro giorno due tipi si siano trovati a casa di uno dei due. L'ospitato tra l'altro ha qualche problema di dizione, bofonchia per gli esiti di un grave problema di salute e di quel che dice si capisce si e no una parola su tre (ed anche la sua gestualità non aiuta molto: ogni due parole su tre alza il dito medio, che alla fine non aiuta).
L'altro non è che sia proprio sordo, ma è afflitto da una curiosa sindrome per cui è in grado di ascoltare e comprendere solo le parole che pronuncia egli stesso: le altre le sente ma non le comprende.
E dunque, nell'arco di sette ore, sembra che questa strana coppia, questa minicorte dei miracoli abbia prodotto nientepopodimenoche una manovra.

Secondo me quei due (che per comprendere quello che dicono usano degli interpreti, magari Apicella che traduce cantando con la chitarra) si dicono più o meno cose di questo genere:
"...allora, per tirare fuori dei soldi bisogna trovare un pezzo di società da massacrare che sia numericamente poco consistente (in modo da poterlo indicare come "portatore di privilegi") e/o privo di rappresentanza/credibilità/vicinanza a noi. Gli statali van sempre bene, e quindi lasciamo che paghino solo loro il contributo di solidarietà, oltre a fottergli il TFR. Tanto li odiano tutti e nessuno darà loro solidarietà, e poi tra qualche mese - in nome dell'eguaglianza - potremo estendere le stesse bastonate ai privati. E poi, anche 130.000 laureati potrebbero andar bene. Tanto nel tuo partito di laureati veri mica ce ne sono, ah ah ah (risate di entrambi)..."

Ogni tanto toppano alla grande. E' vero, i laureati che si massacrano impedendo il ricongiungimento degli anni di università riscattati sono oggettivamente pochi, peccato che appartengano a settori sociali la cui influenza è cento volte più importante della loro consistenza numerica.
Cioè, se massacri tre milioni di operai si lamenta solo la CGIL, e chi se ne frega, ma se massacri cinquantamila medici non è la stessa cosa. Oh, tanto per dire si è lamentata pure la UIL, e sembra che anche Bonanni abbia, nell'intimità, sussurrato la parola "birichini" (ma la notizia non è certa).

Comunque, per dire pane al pane, non è che la release precedente della manovra sembrasse pensata più a lungo, o che i cervelloni si siano spremuti più dei due saltimbanchi di cui sopra.
Prendi la ventilata (ed ormai affossata) proposta di cancellare le province sotto i 300.000 abitanti, purchè di dimensioni inferiori ai 3000 kmq.
Se a uno viene un'idea del genere, prima di tutto dovrebbe mettersi lì con la mappa delle province italiane e fare delle simulazioni - cambiando i parametri - per vedere cosa ne viene fuori, no?
Così ti accorgi, ad esempio, che applicando quei parametri ci sono ben tre regioni (Liguria, Basilicata, Molise) che diventano "monoprovincia". Nell'unica altra regione in cui questo capita (la Valle d'Aosta) l'entità "provincia" proprio non esiste.
E allora devi decidere tu, cervellone, e subito, nella proposta iniziale, cosa fare delle province di Genova, Campobasso e Potenza: farle restare? Abolire anch'esse ed ipotizzare una nuova redistribuzione delle competenza tra regioni e comuni? E se regioni monoprovincia non hanno senso, non è il caso di pensare già da subito ad un ridisegno (con una legge costituzionale) delle Regioni?
In sintesi, son tutte cose a cui devi pensare quando progetti qualcosa: non è che devi aspettare che te lo facciano notare i giornali o gli amministratori locali.
Perchè sennò il risultato è quello che vediamo: per la seconda volta in pochi mesi, una proposta di riorganizzazione delle province va quasi immediatamente in putrefazione, così come la credibilità di chi l'ha avanzata.
Sui comuni sotto i mille abitanti, stessa zuppa: se ti metti lì con una cartina, te ne accorgi subito che - tanto per dire - in Piemonte, se applichi i parametri che hai ipotizzato, finisci per aggregare comuni che stanno in valli alpine diverse...e la cosa è insensata da ogni punto di vista, amministrativo, sociale ed economico. E, se ci ragioni anche solo mezz'ora, non arrivi fino al punto di presentare una proposta scema per farti subito prendere per il culo per la sua stupidità.

Insomma, la sensazione è quella di essere in mano a dei perfetti deficienti, a degli arraffoni, a gente che si fa venire le idee al bar, a persone incapaci non solo di approfondimento ed analisi, ma prive addirittura del basilare buonsenso che trovi nel meno istruito dei montanari della penisola.

A gente approssimativa, inaffidabile, a cui non presteresti non dico la tua bicicletta, ma nemmeno il triciclo di tuo figlio: figurati uno Stato aggredito da un nemico potente come la speculazione finanziaria.

Gente al confronto della quale il comandante del Titanic assume la stessa affidabilità di Mosè che conduce il popolo ebraico attraversando il Mar Rosso.

UPDATE: come era ampiamente prevedibile, la norma sulle pensioni (che riguardava il riscatto degli anni di laurea e del servizio militare) è data per morta dopo nemmeno un giorno e mezzo dalla sua brillante invenzione.

martedì, agosto 23, 2011

Povera Libia

Come scrissi a suo tempo qui, su quel che accade in Libia mi riservo il diritto di non credere nemmeno ad una parola di quanto viene raccontato oggi.
In assenza di inviati in loco che rispondano al nome di Ryszard Kapuściński, Tiziano Terzani, Oriana Fallaci, Ettore Masina, Ettore Mo, mi rifiuto assolutamente di leggere qualsiasi velina che giunga dal giornalismo "NATO-embedded" o dalle grandi agenzie.
(UPDATE: qualcuno che racconta da lì una realtà non allineata al pensiero unico sembra esserci ancora...)
Se un giorno esisterà ancora una storiografia indipendente, mi farò raccontare da essa quel che è accaduto in questi mesi (io ho visto solo una guerra sporca, lercia come tutte le guerre, in cui il comportamento del mio Paese è stato indegno e vile come sempre).
Non troppo ironicamente, posso dire che sono molto dispiaciuto per i fratelli libici: Gheddafi era un male conosciuto, ma alla bisogna sapeva opporsi al resto del mondo in nome di un qualcosa che assomigliava ad un concetto di "nazione".
Prima il Male che insidiava la Libia era in qualche modo un prodotto locale: da domani sarà globalizzato.
Ora, il governo passerà in mano a perfetti sconosciuti, a cui viene dato un credito impressionante seppur privo di qualsiasi fondamento logico, che ricevono gli omaggi di tutti i capi dei governi occidentali - gli stessi che, in queste settimane, si inchinano di fronte alla finanza mondiale e decidono di colpire i propri cittadini svuotando le stesse democrazie che - altrove - vengono spacciate per merce preziosa.
Anzi, vien da pensare che i vincitori siano i benvenuti perchè c'è finalmente un altro paese del mondo (pieno di sugo dal punto di vista delle risorse) da gettare tra le fauci insaziabili dei "mercati".
Uscire dalle grinfie di un dittatore può essere, in linea teorica, un bene: ma ricevere in cambio una pseudodemocrazia marcia e già asservita ai padroni del mondo è di certo un dono avvelenato.

lunedì, agosto 22, 2011

Django, la mano zingara e monca di Dio

(L'immagine è tratta da qui)

(Sottofondi consigliati per la lettura del post: Minor swing, Nuages, Sweet Giorgia Brown...gli stessi utilizzati per la scrittura:-))

Eccolo qui, Django Reinhardt.

Son due settimane che mi sparo a nastro i suoi virtuosismi chitarristici accompagnati dal violino di Stèphane Grappelli: quelli della sua epoca d'oro, dagli anni Trenta del secolo scorso alla sua morte (1953).

Sono brani brevi, di tre minuti al massimo: all'inizio entusiasmano, freschi e strabordanti di pura e gioiosa voglia di suonare.
Dopo dieci ascolti non ne puoi più (eccheppalle, sembra tutto uguale...)
Ma dopo venti, se sopravvivi, sono come una droga.

Inizi a vedertelo, il Quintette du Hot Club de France, con Django e Stéphane elegantissimi ed imbrillantinati, i capelli neri e lucidi pettinati all'indietro...sul palco di un piccolo locale, o in quelle stanze piene di fumo...

Partiamo dall'inizio, però?
Ok.
Django Reinhardt nasce nel 1910. In Belgio, ma è un puro caso: perchè Django è un sinti (o un manouche), e vive in un carrozzone.
Un carrozzone che viaggia per Francia, Italia ed Algeria per sfuggire agli orrori della Prima Guerra Mondiale.

E finalmente un bel giorno quel carrozzone, con altri, imbocca la strada di Parigi, ed è con quella città che Django incrocerà definitivamente il suo destino.
Vive per strada, com'è ovvio, e per strada "assorbe" la musica: che è una cosa assai diversa da "impararla".
Django, dice la leggenda, per tutta la vita sarà analfabeta e totalmente incapace di leggere o scrivere uno spartito. Semplicemente, non gliene frega niente dell'aspetto "teorico" della musica: lui la possiede dentro, e tanto basta.

Ben presto, infatti, è in grado di suonare il violino, il banjo e la chitarra.
A 13 anni gira per feste e palazzi, apprezzatissimo dalla Parigi bene: suona per pura passione.
Ed è così bravo a suonare il banjo che a 18 anni registra il suo primo disco e gli viene proposto di andare a suonare in Inghilterra in una orchestra jazz.

Lui si diverte come un matto, a suonare, ed ogni sera fa tardi nei locali. Si sposa con Bella Baumgartner, in un fastoso matrimonio zingaro, ma non smette per questo di fare le ore piccole.

Una sera del 1928 torna, a tarda notte, dal suo giro nei locali fino alla roulotte nella periferia della capitale francese, ubriaco di musica ed alcool, e per non svegliare la sua sposa si muove con circospezione: accende una candela e la oscura con un fazzoletto, per non dar fastidio.
E' un attimo: la stoffa prende fuoco, e le fiamme in poco tempo si propagano prima ai fiori di celluloide e carta che Bella costruiva per tirar su qualche franco, e poi all'intero carrozzone. Django urla, sveglia e mette in salvo la moglie, ma è lui a non farcela in tempo, nonostante cerchi di ripararsi con una coperta.

Rimane gravemente ustionato, la gamba destra e la mano sinistra in pessime condizioni. Rovinato.
Gli arti dovrebbero essere amputati, ma Django - terrorizzato dall'idea - si tiene e si cura per un sacco di tempo le ferite aperte.
Solo nel 1929 si sottopone ad un intervento chirurgico - con la pericolosissima anestesia al cloroformio - che cicatrizza le ferite, bruciandole con nitrato d'argento: l'anulare ed il mignolo della mano sinistra sono però spacciati, inservibili.

La leggenda racconta che il fratello Joseph, a questo punto, gli regala una chitarra per affrontare la convalescenza (mah...in quelle condizioni Django avrebbe potuto spaccargliela in testa, come legittima reazione...), e che in diciotto (o sei , dipende dalle fonti) mesi di sforzi titanici Django sviluppa una tecnica chitarristica originale che gli permette di suonare la chitarra meglio di come suonava il banjo, pur senza due dita.

In realtà gli ci vogliono anni, ma il livello raggiunto è incredibile.
Quando Django è in convalescenza, scopre il jazz.
Ascolta Duke Ellington, Lang, Armstrong, e sente che la sua chitarra può essere protagonista insieme agli altri strumenti.
Che Django-ottodita suonasse il jazz da dio, è provato dai video (qui ne potete ammirare un po') e dalle registrazioni. La sua musica è principalmente figlia dell'improvvisazione, della strada e della passione per lo swing, ma ha una tale forza ed una tale identità che viene catalogata come "gipsy jazz".
Dunque, nei primi anni '30 Django torna ad essere un grande musicista, nonostante abbia dimenticato il banjo.
Torna a suonare in giro (e ad ubriacarsi, e a far tardi, e a dimenticarsi gli appuntamenti: sempre un manouche resta!), a fare ed ascoltare musica.
E incontra il violinista Stéphane Grappelli: musicista a tutto campo, colto e raffinato, ma anch'egli affascinato dalla musica che nasce dalla strada. Lui lo racconta così, l'incontro, e non poteva essere diversamente:

"Quella sera ero a suonare il sassofono in un club di Montparnasse e ad un certo momento vidi entrare dal fondo dei loschi individui... io ed i miei colleghi pensammo subito a degli strozzini venuti a riscuotere il pizzo... nella pausa mi vennero incontro... fu lì che incontrai Django e i suoi fratelli... mi chiesero di suonare il violino... io lo feci e da lì a pochi giorni dopo nacque il Quintette."

E' l'inizio di un'esperienza, chiamata appunto "Quintette du Hot Club de France" che dura dal 1934 al 1948. Il Quintetto, che ruota intorno a Django e Stéphane come elementi fissi, gira l'Europa e l'America diffondendo il gipsy jazz. Django si conferma come uno dei migliori chitarristi del mondo.

Arriva nel frattempo la guerra, e ovviamente la paura delle persecuzioni. Nonostante tutto, Django resta in Francia, mentre Stéphane ripara in Inghilterra.
Nel 1946 Django ottiene un contratto americano e - come si erano ripromessi i due durante un incontro nel 1939 - va a suonare negli States con Duke Ellington.
E' un vero disastro: Django adora suonare ma detesta la ritualità, e la critica stronca i suoi continui ritardi, i rifiuti di concedere bis, la sua bizzosità. Una sera si presenta persino alla Carnegie Hall in ritardo e senza chitarra (perdeva regolarmente gli strumenti nei locali e sui taxi), trovando normale che qualcuno possa imprestargliene una. Non conosce l'inglese, ed i brani di Ellington non sono ripensati per accogliere la sua chitarra; così suona alla fine, come attrazione.
Nel 1947 torna in Europa, ma è tempo di sazietà. Di successo e di vita. Suona sempre, ma non gliene frega più nulla di farlo in pubblico: lo fa poco e male.

Torna a fare vita nomade, la sua vita.
Spesso non va a suonare perchè non ha voglia di alzarsi dal letto. O perchè preferisce fare una passeggiata sulla spiaggia. O annusare l'odore della rugiada.

Dipinge: ma non ha lasciato nessun quadro, così come nessuno spartito.
Va a pesca, gioca a biliardo, fuma e beve.
Ciò non gli impedisce di suonare ancora con Grappelli, quando si presenta l'occasione.

Nel 1951 gli torna la voglia e l'ispirazione, e torna regolarmente ai concerti in formazione con i migliori musicisti jazz francesi. Prova anche la chitarra elettrica, con buoni risultati.
Si compra una casa nei pressi di Fontainebleu e ne fa un "buen retiro".

Nel 1953 registra ancora un disco, ma si sente che Django si sta dissolvendo in una nuvola.
A primavera, se ne va.

Ma la sua musica resta, oh se resta...e basta andare per le strade del mondo per sentirla ancora...