mercoledì, gennaio 27, 2010

La mia personalissima giornata della memoria


Nell’estate del 2005 ho visitato per la prima volta Auschwitz. Ci sono tornato l’estate scorsa, visitando anche Auschwitz 2 (Birkenau).

L’emozione provata non si può descrivere facilmente: forse la comprende soltanto chi ci è stato.

E’ uno dei pochi luoghi e dei pochi momenti, nella mia vita, in cui ho percepito intorno a me il MALE come sensazione fisica reale: come se fosse un odore, una nuvola, una condizione atmosferica.

Quel che abbiamo compiuto in quel luogo (come umanità, come cittadini di un’Europa colta, ricca, “superiore”) è come rimasto immobile nell’aria, si può respirare ancora oggi: e induce al silenzio, alla riflessione. A tacere ed a pensare.

Solo un’altra volta, nella mia vita, ho provato emozioni più forti di quelle sentite ad Auschwitz. Nel 1989, in un viaggio di conoscenza in Brasile, alternai la frequentazione delle spiagge dorate (e dei luoghi meravigliosi di quello straordinario paese) alla conoscenza della realtà.

E, dietro la copertina esibita ai turisti, la realtà era (ed è ancora, purtroppo, nonostante Lula) favelas, miseria, oppressione dei deboli, distruzione della dignità dell’uomo.

A Salvador de Bahia, una delle città più belle e disperate del Brasile, puoi essere portato ad ammirare la splendida città vecchia, capolavoro dell’architettura coloniale portoghese, fatta di bellissimi edifici color pastello, di stucchi candidi, di forme morbide e curvilinee, e rimanerne affascinato.

Ma non puoi (e non devi) non andare in altri due posti della città dove puoi comprendere il senso della parola “inferno”.

Il primo luogo è (ancora oggi) il poverissimo quartiere detto degli “Alagados”. Il nome è ironico, perché si tratta di palafitte di legno costruite direttamente sugli scarichi fognari a mare della città., collegate fra loro da incerte e precarie passerelle marcite.

L’alta marea provvede periodicamente a innalzare il livello dei liquami sui pavimenti della abitazioni. Qui vivono centomila persone. Centomila. Arrivate da qualsiasi parte del paese, come gli abitanti della favelas di Rio e San Paolo, in cerca di una speranza qualsiasi tra l’immondizia del presente. Come a Rosarno e nelle periferie delle nostre città, anche se a Salvador tutto è moltiplicato per cento: i numeri, così come la disperazione e l’orrore.

Immaginate la situazione igienica, morale, educativa.

Non vi racconto cosa significa, qui, guardare negli occhi le persone, o – peggio ancora - i bambini.

Immaginate da voi la sensazione che si può provare: immaginate come quello sguardo – accompagnato spesso, e questa è la cosa più sconvolgente, da un sorriso sincero - possa cancellare in un millisecondo, dal nostro cervello da uomini superiori, tutte le migliaia di cazzate che ci hanno inserito a forza.

L’affollamento di minchiate (i programmi tv, la macchina nuova, il cellulare, i viaggi, la “qualità della vita”, il buon cibo, gli abiti eleganti, l’invidia, la carriera, la competizione sociale) si dissolve all’istante, e nell’immenso spazio vuoto che si crea all’improvviso lampeggia una scritta che recita qualcosa come “dare un senso alla vita”.

E’ uno shock. Uno schiaffo violento al castello di bugie su cui costruiamo l’idea di un mondo “sviluppato” e di uno “arretrato”, che lo fa crollare come fosse sabbia – e poi, per tutta la vita, non c’è più verso di rimetterlo insieme.

Un altro inferno, a Bahia, è la discarica della città. O, meglio, la città nella discarica.

Tra le montagne di rifiuti di ogni genere, ed i milioni di variopinti sacchetti di plastica lacerati e sventolanti come bandiere tibetane, ci sono delle autentiche strade. E, ai margine delle strade, direttamente su rifiuti, le tende in cui vivono le persone. Quasi sempre si tratta solo di un telo di plastica agganciato su qualche bastone. Qui vivono centinaia di persone, in maggioranza bambini.

Attendono l’arrivo dei camion della spazzatura, attorno ai quali, quando il pianale rovescia altra immondizia sulle montagne già esistenti, si affollano come formiche operose.

E dallo scarto della società civile traggono non solo rifiuti da rivendere o da impiegare per costruire rifugi meno precari (materiale ferroso, legno): ma cibo, che viene consumato subito, con le mani che pescano a cucchiaio, perché la fame e la disperazione se ne fottono assai del bonton.

Moltitudini, dunque, che non possono essere definite deficienti o “fallite”, come si è tentati di fare sbrigativamente secondo la nostra concezione “da vincenti”: sono soltanto parte di quella immensa maggioranza di persone che nel mondo hanno avuto la sfiga di nascere dalla parte sbagliata del mondo (a Salvador de Bahia, si tratta del 90% della popolazione).

Senza lavoro, senza soldi, senza averi, senza cibo, senza presente né futuro, in un mondo che non tollera la povertà: e, anzi, non vuole nemmeno pensarci.

Noi “che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo”, come diceva Primo Levi, siamo portati a pensare che la differenza tra noi e “gli altri”, nel senso degli ultimi del mondo, sia solo una questione di “volontà”.

Se uno ha buona volontà…se ha voglia di lavorare…se si comporta bene…se dice sempre sì…se si adatta…

Continuiamo a raccontarci queste palle, d’accordo: è molto più semplice che ammettere che l’ingiustizia su cui si basa questo mondo è semplicemente intollerabile, e che ne siamo in qualche modo complici nel momento in cui neghiamo la verità, e ci ostiniamo a “parlare d’altro” (mai della vita, ma in genere di ciò che in essa vi è di più futile).

Ma torniamo ad Auschwitz.

Auschwitz 1 (dove vi è il famoso cancello con la scritta irridente “Arbeit macht frei”) è un complesso di fabbricati tutto sommato “decenti”, in un contesto urbanistico che trasmette – se uno si astrae dall’uso finale del luogo - un senso di ordine, come in un tranquillo ed ordinato quartiere industriale.

Gli edifici sono stati trasformati in museo permanente, e solo all’interno l’orrore di quel che accadde si esplica davvero, con tutta la sua forza.

Nelle impressionanti vetrine colme di capelli. Di protesi. Di scarpe. Di valigie con i nomi scritti con il gesso, come gli indirizzi verso cui quegli uomini, quelle donne e quei bambini non avrebbero più fatto ritorno, mai. Di oggetti di uso quotidiano (tazze, pettini), resi inutili dal fatto che alle persone a cui appartenevano, prima ancora di passare per il camino, era stato strappato dal corpo e dall’anima il senso stesso della parola “persona”.

E poi, l’infinita galleria di foto di identici fantasmi, a cui il taglio dei capelli e l’imposizione della divisa a righe verticali ha già cancellato ogni apparenza, ogni specificità umana: che riesci a ritrovare solo in poche espressioni disperate, perché nella maggior parte dei volti domina l’attonimento, la legittima assenza di comprensione di quel che sta accadendo.

Auschwitz 2 (Birkenau) rappresenta il passaggio al momento seriale ed industriale del sistema di sterminio. E’ alcune decine di volte più grande del complesso originario, ed è l’immagine più comune che il nostro cervello richiama alla mente quando sente le parole “campo di sterminio”.

Un vasto quadrato di territorio su cui sorgono i resti di centinaia di baracche identiche, il cui format di origine è una stalla: ovviamente gli ex.umani che qui giunsero vennero stipati in esse in quantità infinitamente superiore a quella originaria degli animali.

All’ingresso, una costruzione con una piccola torre che consente il controllo visivo completo sul campo: attraverso di essa, quei binari che tagliano in due il campo, ed ancora oggi ci danno i brividi.

Le baracche sono state tutte distrutte, ad eccezione della fila più vicina all’ingresso. Dentro quelle superstiti, i fitti soppalchi di legno su cui gli uomini a righe dovevano stendersi alternati, piedi contro testa, a tre a per volta. In mezzo alla baracca, una misera stufa a sfidare insulsamente i rigori dell’inverno polacco.

Bisogna prendersi il tempo che serve, e camminare piano su quei prati, in mezzo a quei ruderi. E leggere con attenzione i cartelli, che raccontano nei dettaglio il sistema organizzativo dello sterminio. Il settore dedicato agli zingari. Gli ampliamenti, come si fa per i cimiteri (anche questo lo era di fatto, anche se i morti che vi giungevano conservavano della vita solo gli aspetti biologici).

In fondo, sulla destra, qualcosa di agghiacciante.

Un ameno boschetto, due laghetti. Un luogo apparentemente di pace, di ristoro, di quiete.

Poi leggi che, sotto questi rami e queste foglie, venivano inviati a sostare coloro che – in tempi di “eccesso di scorte in magazzino” - passavano direttamente dal treno ai forni, senza nemmeno subire il processo intermedio di degrado da persone a fantasmi.

Alcune foto rappresentano, sotto quegli alberi, famiglie con i bambini: stretti nei cappotti e nei foulard, vicini agli altri per difendersi dal freddo, inconsapevoli (o forse no, ed è ancora peggio) del futuro prossimo. E vengono i brividi anche a te, nonostante sia una giornata estiva e relativamente calda.

Nell’acqua dei laghetti, sono dissolte le ceneri di migliaia di persone.

O forse sono ancora lì sotto, come un incubo, una massa grigia e densa che incombe sulla coscienza del mondo.

Al fondo del campo, ai lati, i forni crematori fatti saltare dai nazisti prima dell’arrivo delle armate sovietiche. Conservare la memoria, anche se sembra paradossale, implica la necessità di conservare questi ruderi e queste macerie così come sono. Macerie che sono il simbolo di un’Europa obbligata a ricostruirsi dopo la follia, il disastro, l’allucinazione collettiva del totalitarismo, l’olocausto.

In un’altra occasione, qualche anno fa, andai a Terezin, nella Repubblica Ceca, sede di un famigerato campo della Gestapo. Lì, gli ebrei transitavano in attesa di essere inviati ad Auschwitz.

Ho passato la notte nel piccolo paese presso cui sorge il campo, che visitai il giorno dopo, e non ho chiuso occhio. Anche in questo caso il Male mi penetrava nei pori. Mi domandavo di continuo come fosse possibile che – in quel luogo, in quelle modeste case, solo sessant’anni prima – le persone potesse vivere normalmente, e condurre la propria esistenza pur nella consapevolezza dell’orrore che avveniva a poche decine di metri da loro.

Ma a Terezin vi fu un evento particolare, nella storia dell’Olocausto, che merita di essere ricordato.

Riporto da Wikipedia:

“Il 23 giugno 1944, in seguito alle proteste del governo danese che dall'ottobre 1943 chiede notizie sul destino degli ebrei catturati a Copenaghen, Adolf Eichmann accorda una visita al campo ai rappresentanti della Croce Rossa internazionale al fine di dissipare le voci relative ai campi di sterminio. Per eliminare l'idea di sovrappopolazione del campo molti ebrei vennero ulteriormente deportati verso un tragico destino ad Auschwitz. L'amministrazione del campo si occupò inoltre di costruire falsi negozi e locali al fine di dimostrare la situazione di benessere degli ebrei di Theresienstadt. I danesi che la Croce Rossa visitò erano stati temporaneamente spostati in camere riverniciate di fresco e non più di tre per camera. Gli ospiti poterono apprezzare l'esecuzione dell'opera musicale Brundibar (scritta dal deportato Hans Krása) eseguita dai bambini del campo.

La mistificazione operata nei confronti della Croce Rossa fu così riuscita che i tedeschi girarono un film di propaganda a Theresienstadt le cui riprese iniziarono il 26 febbraio 1944. Diretto da Kurt Gerron (un regista, cabarettista e attore apparso con Marlene Dietrich nel film L'angelo azzurro), esso era destinato a mostrare il benessere degli ebrei sotto la "benevolente" protezione del Terzo Reich. Dopo le riprese la maggior parte del cast, e lo stesso regista, vennero deportati ad Auschwitz dove Gerron e sua moglie vennero uccisi nelle camere a gas il 28 ottobre 1944. Il film completo non venne mai proiettato ma alcuni spezzoni vennero utilizzati dalla propaganda tedesca ed oggi ne rimangono solo alcuni frammenti.”

Non vi ricorda qualcosa di molto attuale, questa mistificazione della realtà ad uso di occhi non informati (o volontariamente chiusi)?

Per finire.

Io non credo che sia necessario andare ad Auschwitz, e nemmeno nelle periferie di Salvador di Bahia, per diventare consapevoli. Di quello che come umanità siamo stati e siamo capaci di fare.

Certo, se uno ci va, poi non può più far finta di “non sapere”.

Ma gli strumenti per essere consapevoli della situazione del mondo, oggi, sono tutti qui, a nostra disposizione. E non usarli, o ignorarli, significa scegliere di nuovo di essere complici, come è già accaduto, come sta accadendo.

Ecco, la memoria è indispensabile perché ci permette di avere consapevolezza.

Una volta che si ha consapevolezza, non si può più fingere.

Ieri, ad esempio, un articolo di Carlo Petrini su Repubblica raccontava di come le potenze economiche emergenti (Cina, India, Corea) stiano comprandosi pezzi interi di Africa e li stiano dedicando a monoculture (riso, cereali), per l’esportazione verso il paese proprietario, con altissimo impiego di fertilizzanti chimici e semi OGM. Quando il territorio sarà impoverito e reso improduttivo, verrà semplicemente abbandonato, e reso come un involucro vuoto e morto ai legittimi proprietari.

Inoltre, sui mercati africani le potenze neocoloniali (che di nuovo derubano quel continente usando gli strumenti finanziari, al posto degli eserciti, ma provocando di nuovo devastazione e morte) vendono le eccedenze di produzione a metà del prezzo dei prodotti locali, distruggendo ogni forma di economia locale, senza nessuna possibilità di salvezza.

E obbligando gli africani a lasciare il mondo che appartiene loro, per venire da noi a occupare l’ultimo gradino della scala sociale – odiati, perseguitati, lasciati morire nel deserto libico, scacciati.

Come dice il sociologo Jean Ziegler: «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall’altra si criminalizzano i rifugiati della fame».

Un altro esempio del fatto che ricordare non basta.

Che sia indispensabile farlo, ma che occorra un passaggio in più: la consapevolezza, appunto. Perché ricordare i nostri crimini passati ha senso solo se serve ad evitare di compierne di nuovi, presenti e futuri.

venerdì, gennaio 22, 2010

Putacaso

Metti che (è pura accademia) una persona a me molto cara muoia nel rogo di una fabbrica, o perda tutti i risparmi a causa dei consigli di un bancario di merda che gli fa comprare titoli spazzatura.

Metti che (è pura accademia) si facciano le indagini e si apra il processo nei confronti dei responsabili dei fatti, che sono stati identificati e di cui si accerta la responsabilità.

Metti che (è pura accademia) il parlamento del paese in cui vivo faccia una legge che impone una durata predeterminata dei processi per ogni tipo di reato, fottendosene della complessità specifica di ogni vicenda (un po' come se si imponesse una permanenza limite del ricovero in ospedale per ogni tipo di malattia, indipendentemente dal suo decorso...oddio, mica gli avrò dato un'idea?:-()

Metti che (è pura accademia) questa legge faccia sì che il mio avvocato, un bel giorno, mi chiami e mi dica che il processo si è estinto per superamento dei termini di uno dei gradi di giudizio.

Metti che (è pura accademia) io vada allora a prendere da qualche parte dei nomi a caso: quello di un parlamentare che ha votato quella legge, quello del responsabile della sicurezza dell'azienda in cui ci son state le morti bianche, quello del direttore della banca che ha venduto o del dirigente dell'azienda che ha garantito i titoli spazzatura.

Metti che (è pura accademia) io non abbia i soldi per pagarmi un valido avvocato: perchè sennò gli chiederei quale tipo di reato potrei commettere a danno delle persone di cui al punto precedente, scegliendoli tra quelli per cui la legge sul processo breve (la stessa che mi ha negato giustizia) può con ragionevole certezza garantirmi l'impunità.

Metti che (è pura accademia) io abbia comunque i soldi sufficienti a comprare un bastone robusto, un passamontagna, un po' di esplosivo, un'arma. E che, invece di farmi assistere da un avvocato, decida di farmi assistere dal buio, dalla notte, dal silenzio, dai luoghi poco frequentati.

Ecco. Io credo che questa legge funzionerà, sissì.
Svuoterà di certo le aule dei tribunali, e cancellerà nel tempo quella "vergogna" nazionale che sono i processi interminabili.

Ma penso anche che riempirà le notti di ombre furtive, e gli angoli bui di movimenti sospetti, e i selciati di sangue, e l'aria di paura.

Quando la giustizia si ritrae, il suo posto viene inevitabilmente occupato dalla vendetta.

Ma che bella e nuova società, ci stanno preparando costoro.

giovedì, gennaio 21, 2010

Fiabe italiane

(Foto tratta dal sito www.sentieriselvaggi.it)

Simpatico e divertente.
Lo spettacolo allestito da John Turturro - partendo da alcune fiabe italiane raccolte da Calvino, Basile e Pitrè, e coinvolgendo alcuni pezzi da novanta della scena attoriale americana - scorre gioioso davanti agli occhi dello spettatore, che resta affascinato dalla scenografia fantastica e dal continuo mutare degli eventi...che non vi racconto qui, rimandandovi a distanza di un clic direttamente alle parole di John Turturro...
La compagnia ci mette un evidente impegno a parlare in italiano più che può: ma la rappresentazione vira costantemente sull'inglese, e risulta un po' difficoltoso seguire i sopratitoli, proiettati altissimi - nel modo più scomodo possibile da leggersi, con torcicollo garantito per gli sfigati delle prime file:-)
Ovviamente, anche le parti recitate in italiano risentono pesantemente di una dizione alla "broccolino", il che provoca a tratti un effetto parodistico.
Il peggio (si fa per dire) capita nelle canzoni, dove domina un grammelot americano-siculo-partenopeo italiano in cui - come direbbe una vecchia pubblicità - finisci per sentire il suono ma non capire una cippa delle parole.
Bravi e simpatici tutti gli attori, con una menzione speciale per il mostro sacro Richard Easton (la scena in cui lo "travestono" da drago lo sputtana un pochino, ma pazienza...:-))
Bellissima, come detto, la scenografia, fiabesca al punto giusto per contenere e rappresentare i sortilegi, gli oggetti magici, gli oceani, i castelli, le navi, le streghe, i principi, gli asini:-)...naif e appropriata, ospita invenzioni simpatiche (bambini di pezza che crescono con il passare degli anni, fratelli moolto "incombenti"...).

Molte risate, e prolungati applausi alla fine dell'unico atto. Si replica al Carignano fino al termine di gennaio.

mercoledì, gennaio 20, 2010

Diluvio

Il processo breve di merda passa al Senato.
Un certo tizio fa porcate tutti i giorni, e nei sondaggi il suo indice di gradimento cresce.
L'ultima che aveva proposto l'ha persino ritirata, perchè era davvero troppo grossa: un altro vergognoso premio agli amici suoi, al costo di 24 miliardi che avremmo pagato noi in qualche altro modo, come accadde per l'abolizione dell'ICI.
I soldi per la scuola pubblica non ci sono: e il Ministero manco si vergogna di dirlo, e suggerisce senza arrossire di usare i soldi dei genitori per pulire anche i cessi.
Anzi, per evitare che i nostri ragazzi diventino troppo intelligenti, è meglio farli studiare un anno di meno. Un anno di studio in meno per fare gli apprendisti o i fantasmi?
E, come fa notare Gramellini, riusciamo pure a commuoverci per la morte di tutti quegli esseri umani della cui vita, fino al giorno prima, non ce ne fotteva assolutamente niente.

In tutta questa merda, di cui quanto sopra è soltanto un piccolo e miserabile distillato, la cosa migliore da fare è certamente riabilitare Craxi, invece di lasciarlo nel cassonetto della storia dove merita di stare. E' di certo un fulgido esempio morale per i giovani: visto che tanto per vivere dovranno rubare, che sappiano almeno farlo con stile ed imparando a fare le vittime.
Craxi, un altro eroe dell'Italia di Mangano?...pazzesco. E che delusione, Presidente, che delusione.


Altro che campagna d'odio...qui ci vuole come minimo un diluvio universale. Che duri un paio d'anni. Preceduto dal divieto assoluto di costruire arche.
Anche solo localizzato su questo paese assurdo, eh: mi accontento.

venerdì, gennaio 15, 2010

Buon Dio a cui molti sinceramente credono...


...e di cui avremmo disperatamente bisogno, tutti, come di una speranza...

Che stai facendo, di bello?
Sei in vacanza?

No, non ti attribuisco la perdita di Angela, o la catastrofe di Haiti - che non riesco nemmeno a ricondurre a qualcosa di comprensibile, di misurabile - e mi riferisco anche al dolore di quella terra PRIMA del terremoto.
E nemmeno la situazione del mondo: quella è tutta colpa nostra, me ne faccio carico anch'io per quanto pecco - quotidianamente - di ignavia o di indifferenza.

Ho smesso di considerarti possibile molti anni fa, dopo aver perso uno dei miei affetti più cari: mi sono serviti anni per tornare a vivere senza quella parte di me. Era una parte buona, gentile. Non aveva colpa, ma la vita (o quella sua parte oscura che è la morte) l'ha strappata e gettata via.

Ho smesso di sperare che ci fossi leggendo la storia dell'uomo.
Tutti quelli che ti hanno chiamato, disperati, non hanno mai avuto la fortuna di averti dalla propria parte, nè uscendo da un camino nè subendo la fame, il dolore, la violenza.
Sono sempre stati gli uomini - e quelli che credono in te spesso con maggior forza degli altri, lo riconosco - a doversi gestire il male ed il bene: DA SOLI.

Se tu fossi ancora una speranza, sarebbe splendido. Daresti forza, volontà, energia, ed il coraggio per resistere, per sognare, per cambiare. Per sorridere all'uomo.
Purtroppo per il mondo, ultimamente assomigli sempre di più ad una semplice distrazione.

giovedì, gennaio 14, 2010

Angela esiste.

Dunque, la tua lunga battaglia è finita, amica mia.
Ti immagino serena, finalmente, e pronta a riposare: questo mi rincuora.
Il dolore ti ha lasciata, e questo mi solleva.

Non resta che salutarti, allora: solo per il momento, eh...
Tanto so - sappiamo - dove venire a trovarti, in futuro (PRIMA di lassù): nel giardino di uno dei luoghi più belli e dolci in cui siamo mai stati, ed in cui abbiamo davvero sentito cos'è l'amicizia, l'affetto, la vicinanza, ed anche la bellezza della diversità tra noi; tutto quel che ci ha legato, irreversibilmente, profondamente.

Rintraccio, negli angoli della Rete e della mia posta, i nostri primi contatti: la scoperta dei reciproci blog, non mi ricordo nemmeno più come (perchè forse non ha importanza il momento, ma il fatto che, semplicemente, ci incontrassimo, e che questo evento possa considerarsi in qualche modo predestinato).
E subito, immediata, quella sensazione di condividere una visione del mondo e della vita che andava semplicemente "rivelata", pian piano.

L'idea - la necessità - di vederci nasce nella primavera del 2008.
Incominciamo a ipotizzare un incontro, perchè da subito sono molte le persone che - leggendo e scrivendo le parole che abbiamo umilmente deciso di usare come semi di un dialogo sui nostri dubbi, sulle nostre domande - sembrano "sentire" la vita come la sentiamo noi, e si avvicinano ai nostri - ed altrui - blog come ai tavoli di un'osteria in cui di nuovo e finalmente, con un bicchiere di rosso in mano, si parla della vita.
E pian piano aggiungiamo sedie, e ognuno si ferma.
Ed inizia a dire la sua.

Ci vuole un po' di tempo e pazienza, ed intanto le relazioni si approfondiscono, i "riconoscimenti" reciproci sono sempre più forti.
La fase preparatoria inizia a settembre, ed a dicembre ciò che è naturale - finalmente - accade.

I nostri corpi, le nostre voci, i nostri volti escono finalmente dalla virtualità e diventano carne e sangue, sorrisi, abbracci, occhi che parlano, orecchie e cuori che ascoltano.

Partiamo da Torino in tre: non ci siamo mai visti prima, ma dopo un'ora siamo amici da sempre.

E quando arriviamo a Collevecchio, il viso tuo e quello di J. si collocano esattamente nei posti bianchi già riservati nei nostri cuori: collimano perfettamente, come se fossero immagini che avevamo già dentro da un tempo lontano.

Il resto è delizia.
Sentirsi in armonia assoluta con il mondo, quando il mondo è rappresentato da persone con cui non devi proteggerti nè nascondere quello che sei: anzi, ti vien voglia di dare il meglio, di rassettare il tuo animo, di fare le pulizie di primavera, di dare aria alle stanze ed imbiancare lo spirito.
Perchè senti, con persone così, di dover spontaneamente offrire i doni che hai raccolto lungo la vita ed il percorso fatto fino a qui: perchè senti che stai ricevendo un flusso caldo e dolce che si chiama "umanità", e che ha un valore inestimabile.
Perchè ti senti pieno di gioia e di gratitudine, e sai bene che è la cosa più bella che ti può capitare nella vita: non la puoi comprare, non la puoi cercare con una mappa - puoi solo sperare di incontrarla.

A noi è capitato. Siamo persone fortunate, immensamente fortunate.
Quella "rete", quella "altra Italia possibile" che si è saldata davanti al camino di un antico convento, ed a cui abbiamo dato il nome antico di Compagnia di Collevecchio, nell'anno successivo ha lentamente catturato altre persone straordinarie, altre esperienze, altre storie, ed oggi è la eredità più ricca che potremmo ricevere da te, e che non esiteremo a reinvestire, per sempre: con te nel cuore.

Conto i momenti di gioia che abbiamo trascorso con te: li ricordo tutti, ma elencarli è impossibile: mi basteranno per la vita, e si è trattato per me di un solo anno...
Collevecchio, Torino, Milano, la Val d'Orcia. Il sole, la nebbia, la neve (perchè tu eri con noi anche quando non eri con noi:-)), attraversando insieme tutte le stagioni di questo anno straordinario.
E la condivisione antica del pane (e del vino, e - diciamolo - di ogni ben di dio, a dare ancora più gusto a questa amicizia), e la emozione di essere insieme in alcuni degli angoli più entusiasmanti di questo nostro paese martoriato dal male, eppure così bello...
Le canzoni, le poesie. Le scemate, meravigliose e serie anch'esse, come il pellegrinaggio della sezione NordOvest a Pian della Mussa per prenderti un'acqua speciale...

Ehi, Angela, te lo prometto: non smetteremo. Non smetteremo mai di volerci bene, perchè così tu sarai sempre qui e ci mancherai di meno.

Ci vediamo, presto. E ci vedremo anche in futuro, no?

Ti diremo ancora le parole che ascoltavi con amore ed attenzione, certi che in qualche modo ci ci ascolterai e ci dirai la tua.
Davanti a quel melograno, ad esempio..

Si, ci sarai sempre, Angela cara.
Questo è solo un passaggio: ora che tu sei più leggera, ognuno di noi ti porta con sè, dentro di sè, e si sente ancora illuminato dal tuo splendido sorriso.

P.S. Ho qui accanto a me "L'era della debolezza": credo che rileggerlo questa notte sarà il modo migliore per sentirti vicina.

mercoledì, gennaio 13, 2010

Post confuso di inizio anno: dalle parole irritanti, via Bersani, alla Rivoluzione del Grande Silenzio

(L'immagine è stata rubata da questo sito)

Si, lo ammetto, è evidente a chiunque: il primo post di questo sesto anno di blog sta avendo una gestazione particolarmente difficoltosa (e questo incipit è indubbiamente candidato a finire nella famosa rubrica "Chissenefrega" del compianto "Cuore" di Michele Serra, se ancora fosse in edicola).

Una delle cause è che in questo periodo nutro poca fiducia nelle parole: le mie mi sembrano inutili ed un po' autistiche, quelle più pronunciate e scritte in giro mi creano una fortissima irritazione.

Chessò, giusto per fare un esempio: la parola "amore" in bocca a Berlusconi fa venire voglia di non pronunciarla mai più. E' irrimediabilmente contaminata.
Peraltro, anche la parola "Berlusconi" vorrei cancellarla per sempre dal vocabolario, mi ha stomacato.
Si, sento il forte bisogno di una neolingua come quella proposta in appendice a "1984" di Orwell: per depurare l'italiano di oggi da un sacco di vocaboli che sono irrimediabilmente infetti, insani, e puzzano irrimediabilmente di marciume ("riforma", "dialogo", "ad personam", e anche "democrazia"...).
Sperando che la cancellazione dei vocaboli cancelli anche le cose, che - secondo la tesi di "1984" - vengono meno se non esistono parole per descriverle.
Perchè in questi anni il potere ha applicato una strategia opposta: inflazionarci di parole, in numero tutto sommato limitato ma ripetute e riciclate fino a logorarle, renderle vuote, inutili, ridotte a semplici suoni. A volte anche sgradevoli, insopportabili. Creando "immagini di concetti" anche dove esiste il nulla.
(Da leggersi, al proposito, questo post.)
Pare che la comunicazione su web tra le generazioni più giovani si basi su una base di non più di 800 parole (1), una frazione infinitesimale tra quelle disponibili nel nostro lessico, che sono diverse decine di migliaia (2).
Ma son cose che dico spesso, e quindi non riprenderò qui la mia abituale elegia del silenzio: anzi, come è nella tradizione del peggior bloggerismo nostrano, "scriverò alcune cose" per unirmi al tremendo rumore di fondo di parole insensate ed inutili:-)))

Rimanendo più o meno in tema, partirò da una notazione del tutto superflua, e - credo - estremamente impopolare.
Ovvero, che a me il silenzio di Bersani piace.
Drogati dall'orgia di parole di cui non sappiamo fare a meno, assetati dell'ultima inutile dichiarazione dell'ultimo cretino che ci consenta di dare il via ad una stura di controdichiarazioni altrettanto inutili, il fatto che un leader "non parli quasi mai" risulta sanamente spiazzante.
Alla domanda "che cosa ha detto Bersani oggi?", si può quasi sempre rispondere "nulla", o "la stessa singola frase che ha detto il mese scorso", e senza alcuna ironia asserisco che questo ci fa bene.
Ci aiuta a credere che, nell'ambito della politica, possa di nuovo esistere un ambito del "silenzioso fare" che è diverso da quello del "dichiarare", e Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.
Ci aiuta a credere che possano di nuovo esistere "spazi vuoti", e non occupati dal turbodichiaratore di turno, che esistano tempi e luoghi per riflettere, che si possa operare senza parlare di continuo, incessantemente, e che l'immagine e la rappresentazione delle cose possano finalmente diventare accessorie rispetto alle cose stesse.

Di questi "spazi vuoti", io credo, abbiamo un immenso bisogno.

Sogno, da tempo, una "rivoluzione bianca" che per prima cosa si impossessi dei mezzi di comunicazione, e li spenga a tempo indeterminato.
Attraverso la tecnologia, un gigantesco "schermo" protettivo verrebbe steso sul paese per inibire qualsiasi forma di comunicazione collettiva a distanza, inclusa la rete di telefonia cellulare.
Nessun canale televisivo, nessun giornale, nessuna notizia, niente Internet.
Nessun blog, social network fatto di bit, forum, chat.
Nessun programma, gioco, quiz, documentario.
Nessuna immagine di governanti ed oppositori, nessuna dichiarazione di Cicchitto. Fine.
Solo l'elite dominante che ha preso il potere disporrà di informazioni centralizzate e relative al mondo.

Con le frontiere volutamente aperte e spalancate, i drogati con maggiori disponibilità e gli intellettuali fuggirebbero immediatamente all'estero, creando nuclei di resistenza la cui principale attività sarebbe quella di rilasciare interviste alle principali televisioni europee - che peraltro non sarebbero visibili qui, depotenziando l'effetto di questo nuovo fiume di parole inutili.

Le masse costrette o decise a restare, invece, rese rabbiose dalla improvvisa indisponibilità di qualsiasi droga alternativa, ritroverebbero d'un tratto la forza e la volontà di scendere spontaneamente in piazza - al solo scopo di riavere quella merda moderna con cui si drogano tutti i santi giorni che iddio mette in terra, e - in parte- vivendo sinceramente come una privazione antidemocratica l'improvviso Grande Silenzio.

Ecco, a quel punto bisognerebbe arrestare - anche brutalmente - quelle masse e deportarle - dolcemente - in ampi spazi ameni e silenziosi, precedentemente predisposti nel paese, in cui attuare la decontaminazione da notizie. (Lo so che a qualcuno non sembra giusto: ma in un sogno, si può, si può anche questo:-))
Spazi bellissimi, verdi, gioiosi, di assoluta libertà, ma di nuovo isolati da ogni forma di comunicazione collettiva, recintati e controllati a vista da sentinelle spietate con licenza di uccidere.

La rabbia dei deportati, giunta ad un picco che provocherà purtroppo spiacevoli conseguenze, prima o poi lascerà il posto a qualcosa di diverso.
Non potendosi trastullare con le cazzate con cui fino a prima della rivoluzione ognuno riempiva la propria vita, ogni persona sarà inevitabilmente costretta ad occuparsi di qualcosa di assolutamente nuovo: il prossimo, l'altro, il vicino.
Ognuno parlerà poco, all'inizio, e parlerà di se e ascolterà l'altro parlare di sè, perchè andrà progressivamente perduta l'idea che "avere un'opinione su tutti i fatti del mondo" sia la cosa più importante della vita.
Ognuno conoscerà di nuovo la fatica di dover costruire, partendo solo da se stesso e dalla realtà che conosce, un pensiero ed un ragionamento in modo tale da dover convincere il prossimo della bontà dello stesso: questo selezionerà spietatamente le cose utili alla convivenza rispetto alle cazzate, permettendo alle comunità spontaneamente formate da coloro che si sentiranno più affini il riconoscimento dei bisogni fondamentali.
Chi avrà più idee e mezzi personali per propugnarle (dapprima di persona in persona, lentamente e faticosamente) diverrà inevitabilmente leader riconosciuto.
Le ragazze bellissime perderanno molte possibilità di diventare leader, se non sono anche intelligenti, a scapito probabilmente di oscuri travet e sfigati che potranno mettere a disposizione degli altri insospettate capacità e competenze: ma questo non impedirà che esse trovino molto presto un ruolo nella nuova società.
Anzi, l'assenza di forme di comunicazione collettiva farà cessare la diffusione di "modelli" di uomini e di donne inesistenti, ed ogni persona dovrà "accontentarsi" di innamorarsi di una persona vera, reale, invece che di una immagine sessuale/commerciale/virtuale di esseri inesistenti nella realtà.
Questo creerà un rapido calo delle "aspettative", e porterà a scoprire che le cose "che esistono" hanno un loro gusto ed un loro valore che è assai più piacevole delle cose "che si desiderano".
Il tempo restituito alle persone, che prima della rivoluzione passavano oltre quattro ore a testa ogni giorno ad abbeverarsi di veleno mediatico davanti alla TV, progressivamente non darà più agli individui un vertiginoso senso di vuoto, ma un brivido di felicità, e nessuno vorrà mai più impiegarlo per stare a drogarsi da solo.

Le comunità, in questi centri di disintossicazione, si riformeranno spontaneamente, in tempi lunghi: si daranno dei capi (i più capaci ed i più scaltri: comunque quelli in grado di soddisfare le esigenze di chi si affida a loro), e delle organizzazioni a più livelli che si baseranno di nuovo sulla conoscenza diretta delle cose e delle persone: rinascerà la fiducia reciproca tra chi delega e chi è delegato, che è la miglior forma di controllo possibile.

Dopo un sufficiente periodo di tempo, alle masse naturalmente rieducate potrà essere concessa una libertà vigilata, per consentire il progressivo reinserimento nella società (nel contempo guidata da chi, fuori, ha aderito onestamente alla rivoluzione).

Progressivamente, allora, potrà essere dato ad ogni individuo rieducato l'accesso a conoscenze ed informazioni di ambito più ampio: a condizione che ognuno, prima, acquisisca consapevolezze ed operi come deve nell'ambito di sua competenza, a giudizio della comunità in cui è inserito.

Gli autori della rivoluzione, che non saranno mai scoperti grazie al Grande Silenzio, scompariranno per sempre, mescolati ad una porzione di umanità di nuovo felice...

(il sogno potrebbe continuare...:-)))

(1) da una ricerca inglese, da cui risulta che "le 20 parole più in voga tra gli adolescenti, come Yeah, no e ma, rappresentano circa un terzo di tutte le parole utilizzate."
(2) vedi qui alcuni dati interessanti....

lunedì, dicembre 21, 2009

Ciao, Vecchio Cronista...

La scorsa settimana se n'è andato, a 87 anni, Igor Man: uno dei miei giornalisti preferiti.
Uno degli ultimi appartenenti alla gloriosa genie degli "inviati speciali", come furono a vario titolo Barzini, Terzani e la Fallaci.
Siciliano e profondo conoscitore del mondo arabo, ricordo il suo "Diario arabo", pubblicato sulle colonne della Stampa durante la prima Guerra del Golfo, come una delle poche cose misurate e rispettose dell'Altro che si potessero leggere durante la trionfale cavalcata della Propaganda Bellica.

Pensare che oggi, nella categoria "giornalisti", possano essere accomunati personaggi come Man e Minzolini, come Terzani e Belpietro, come la Fallaci (grandissima penna, nonostante il delirio degli ultimi anni) e (oddiooddiovomito!) Sallusti...beh, è un triste segno dei tempi!

Parliamoci chiaro...

Nessun puttaniere, corruttore, bugiardo, eversore, frequentatore di mafiosi e sodale di razzisti xenofobi diventa MENO puttaniere, corruttore, bugiardo, eversore, frequentatore di mafiosi e sodale di razzisti xenofobi solo perchè qualcuno gli tira una statuetta addosso (atto che condanniamo doppiamente: primo perchè dai nemici della democrazia bisogna difendersi con gli strumenti della democrazia, senza inquinare fini nobili con mezzi violenti, secondo perchè in una telecrazia qualsiasi gesto sconsiderato rischia di creare consenso per chi non se lo merita).

Qualsiasi ragionamento in questo senso è una cazzata. Chiunque lo faccia (anche un puttaniere, corruttore, bugiardo, eversore, frequentatore di mafiosi e sodale di razzisti xenofobi; ma anche un ex-presidente del Consiglio e sedicente leader della sinistra).

giovedì, dicembre 17, 2009

Quel che scompare


Mezzo milione di posti di lavoro in meno nell'ultimo anno, dice l'ISTAT.
Diciamo, per approssimazione, che si tratta di almeno un altro milione e mezzo di persone che hanno perso la sicurezza, la serenità, la possibilità di sognare un futuro.
L'infelicità, la paura, il panico, la disperazione si allargano nel paese come un fiume che esonda sotto le pioggie.

A L'Aquila, quel pezzo di popolo ormai inutile ai fini della propaganda è abbandonato a se stesso, sotto la neve: ora che le promesse bugiarde lasciano lo spazio al nulla, quelle persone non servono più, danno fastidio, e si tratta come al solito di capire "a chi dare la colpa" (le imprese? i sobillatori? i comunisti? i pm?), e bastonare chi rompe.

In Sardegna, 200.000 persone partecipano ad una LOTTERIA che mette in palio 4 posti di lavoro in un supermercato. A qualcuno sembra un'idea geniale ed innovativa: a me, sembra l'ultimo stadio di un paese finito, marcio, perduto.

La questione dei diritti si risolve dunque così: i ricchi avranno accesso ai posti migliori,per censo e diritto dinastico, anche se sono caproni ignoranti.
Liberi, se vogliono, di fare i fannulloni con stipendi da favola.
Per i poveri, nessuno si assume nemmeno più la responsabilità di dir loro: "mi spiace". O "non sei adatto".
Non meritano nemmeno più questo, il diritto ad uno schiaffo in faccia che farebbe di loro persone offese, ma ancora PERSONE.
Ed invece no. Stiano a distanza. Lontane, invisibili, il più possibile.
Siano la FORTUNA, la SORTE, il FATO a decidere se devono vivere e morire, se devono avere un lavoro, se devono o meno andare a scuola, se devono o meno essere curati (sei nato straniero? ehhhhh, mi spiace bello mio: è il fato...).
Capite a cosa siamo arrivati?
La deresponsabilizzazione assoluta della società non solo rispetto ai bisogni delle persone, ma alle persone stesse, il cui destino è affidato alle sorti di un biglietto, di una lotteria.

Li negano, ci negano. Vogliono che non esistiamo più, che diventiamo una massa di non-persone di cui pilotare tutto, anche i sentimenti.
Esigono persino, i personaggi che hanno creato tutto questo, di negarci il diritto all'xxxx.(1)
Pensa te. Vogliono essere amati! Per legge!

Pensano che tutto sia in vendita, anche quel che proviamo, anche i nostri sentimenti.
Non sanno, non capiscono, non sentono.
Ignorano la realtà e la stuprano ogni giorno con le loro menzogne ripetute come un mantra.
Ignorano il fiume dilagante di dolore, di bisogni, di esigenze: di rabbia che cresce, pulsante, ogni giorno, nelle persone perbene, oneste, umiliate, offese, ridotte a non-persone.

Si rinchiudono nel fortino, urlano più forte, arraffano tutto quel che resta, distruggono il resto: sono pronti a darsi alla fuga, se le catene con cui stanno coprendo il paese non dovessero dimostrarsi sufficienti.

Sono maligni, cattivi, come le parole che non smettono un attimo di puntare su di noi per farci del male.

(1) Per una precisa scelta politica questo blog ha deciso di non utilizzare la parola di quattro lettere che in questi giorni infesta l'informazione.

martedì, dicembre 15, 2009

La prima lista.

Fabrizio Cicchitto punta il dito contro quelli che ritiene i responsabili della "campagna di xxxx iniziata fin dal 1994" e che è "concentrata contro una sola persona: Silvio Berlusconi". Per Cicchitto "la campagna è condotta dal network Repubblica-L'Espresso, da Il Fatto, dalla trasmissione di Santoro Annozero e da un terrorista mediatico di nome Travaglio". Cicchitto, durante l'informativa di Maroni, ha indicato anche "l'Italia dei valori il cui leader di Pietro sta evocando la violenza" e "qualche settore giustizialista, onorevole Bersani, del suo partito". E l'obbiettivo, ha detto, è il "rovesciamento del legittimo risultato elettorale".

Apprezziamo anche in questo caso l'equilibrio e la compostezza del Capogruppo del PDL.

Le Ronde si tengano pronte, soprattutto quelle con le camicie brune, che appena il capo dà l'ordine si parte.

UPDATE: Non so se faccia più impressione sentir Cicchitto che parla di xxxx, o Berlusconi che parla di amore.

Divieto d'xxxx.

UPDATE: Ritenendo corretta l'osservazione addotta dal primo commentatore di questo post, da oggi ed a tempo indeterminato questo blog censura la parola che da ieri attraversa e infesta ogni media, coniugata normalmente nell'espressione "campagna d'xxxx".

Aderiamo sinceramente allo spirito del prossimo (indispensabile, urgentissimo) DDL promosso dal Governo, che imporrà alla gente di non xxxxx i bianchi occidentali che stanno in maggioranza e che governano (insomma, alcune deroghe bisognerà pur concederle: comunisti, pm, extracomunitari, insegnanti, piloti, sindacalisti, studenti, fannulloni, barboni, operai che si lamentano...sennò il popolino come si diverte?).


E suggeriamo al Ministro Maroni di procedere alla chiusura immediata del portale Wikiquote (scherziamo!), che nel tempo ha raccolto e collezionato le visibili tracce della campagna d'xxxx ordita nel paese dal centrosinistra e dal mostruoso Di Pietro.

Qui di seguito alcune delle orribili espressioni da noi reperite, oltretutto attribuite dai comunisti a famosi esponenti della maggioranza, altrimenti noti per il proprio equilibrio e la propria quotidiana testimonianza di amore per il prossimo.

(Purtroppo, nessuna ironia può attenuare l'indignazione, lo schifo, il vomito che mi genera questo tipo di ipocrisia. Non ce la faccio proprio. Penso di xxxxxxx. La mia anima, ahimè, è già fuori legge.)

Roberto Calderoli

  • Come si sa, preferisco la legge del taglione.
  • Posso fare un rilievo razzista, ma razzista fra virgolette? Ci sono etnie con una maggiore propensione al lavoro e altre che ne hanno meno. Ce ne sono che hanno una maggiore predisposizione a delinquere.
  • Non sono xenofobo, ma dico cose xenofobe.
  • Non sopporto che, per difendere i loro diritti, gli omosessuali vadano in piazza conciati da checche.
  • Dare il voto agli extracomunitari, non mi sembra il caso, un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi, dai...
  • [riguardo ad episodi di stupro] La soluzione? Presto detto: Per prevenire simili reati serve una sola cosa: la castrazione fisica di quei delinquenti. Un tempo si parlava di castrazione chimica, ma personalmente sono propenso a metodi più semplici: un colpo di forbice da giardiniere, non necessariamente sterilizzata.

Umberto Bossi

  • Silvio Berlusconi era il portaborse di Bettino Craxi. È una costola del vecchio regime. È il più efficace riciclatore dei calcinacci del pentapartito. Mentre la lega faceva cadere il regime, lui stava per il Mulino Bianco, col parrucchino e la plastica facciale. Lui è il tubo vuoto qualunquista. Ma non l'avete visto oggi, tutto impomatato fra le nuvole azzurre? Berlusconi è bollito. È un povero pirla, un traditore del Nord, un poveraccio asservito all'Ulivo, segue anche lui l'esercito di Franceshiello dietro il caporale D'Alema con la sua trombetta. Io ho la memoria lunga. Ma chi è Berlusconi?
  • Berlusconi è l'uomo della mafia. È un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra.
  • Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. È un Kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Perón della mutua. È molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio.
  • La "Padania" chiede a Berlusconi se è mafioso? Ma è andata fin troppo leggera. Doveva andare più a fondo, con quelle carogne legate a Craxi. Io con Berlusconi sarò il guardiano del baro. Siamo in una situazione pericolosa per la democrazia: se quello va a Palazzo Chigi, vince un partito che non esiste, vince un uomo solo, il Tecnocrate, l'Autocrate. Io dico quel che penso, lui fa quel che incassa. Tratta lo Stato come una società per azioni.


Mario Borghezio

  • La Lega non cambia linea: vogliono l'8 per mille? Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in culo con la legge Bossi-Fini.
  • Non usiamo termini offensivi verso questi nobili servitori dello Stato. A noi bastano i gesti, per capire come la pensiamo [fa quello dell'ombrello]. E dobbiamo, e qui voglio veramente elogiare gli amici di Verona, deputati, parlamentari e non, che hanno fatto i nomi, perché bisogna avere il coraggio di fare i nomi e i cognomi, no? Di quelli... di Forleo, di Papalia. Non bisogna aver paura di rischiare: bisogna fare i nomi perché devono essere scolpiti i nomi di, di... queste facce di merda.

Maurizio Gasparri

  • Santoro e il presunto comico Vauro sono due volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini. Gente così offende la verità, alimenta odio e merita solo disprezzo totale della gente perbene. L'insulto è la loro regola. Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano.
  • L'opposizione in democrazia è essenziale. La strumentalizzazione dei bambini dimostra invece la natura criminogena dell'opera di falsificazione in atto. Veltroni e Di Pietro non prendono le distanze dai loro manovali, i cui figli vengono intossicati da cattivi genitori dal cervello bruciato dalla droga e dalle bugie dei capi della sinistra.

Giancarlo Gentilini.

  • non c’è posto per romani e meridionali
  • Io gli immigrati li schederei a uno a uno. Purtroppo la legge non lo consente. Errore: portano ogni tipo di malattia: tbc, aids, scabbia, epatite...
  • Voglio eliminare i bambini dei zingari.
  • Non avrei pregiudizi se riaprissero i casini: mi ricordo in gioventù di certe creole, certe mulatte...[...]Che vuole, le prostitute sono le navi scuola dei giovani!
  • A Gorgo hanno violentato una donna con uno scalpello davanti e didietro. E io dico a Pecoraro Scanio che voglio che succeda la stessa cosa a sua sorella e a sua madre
  • Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile
  • Bisogna sparare sui gommoni e sulle carrette del mare, logicamente non quando sono ancora piene di clandestini, ma sugli scafisti, anche con un colpo di bazooka, i gommoni vanno distrutti, perché, a un certo punto, bisogna puntare ad altezza d'uomo
  • darò immediatamente disposizioni alla mia comandante (dei vigili urbani) affinché faccia pulizia etnica dei culattoni, i culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni o simili
  • Io non ho nulla contro i gay, le prostitute, le lesbiche: ognuno è arbitro del proprio corpo. Non tollero però che queste esibizioni amorose, o altro, avvengano nella provincia di Treviso. Pulizia etnica quindi significa tabula rasa.

Vittorio Sgarbi

  • [Rivolgendosi a Marco Travaglio] Siamo un grande paese con un pezzo di merda come te, questo siamo.
  • Sono dei deficienti. Egoisti. Stronzi. Destrorsi. Unti. Razzisti. Evasori. Hanno scelto la Lega? Complimenti. Risultato: si trovano a essere governati dai meridionali democristiani e dai comunisti. [...] Voglio fare un'Antilega al Sud, incitando i merdionali a non comprare più prodotti veneti. Questi qui ormai coltivano il razzismo puro. Questa gente non è stupida. È peggio: ignorante e plebea. Il concetto di fondo è: questi elettori sono tutti teste di casso.
  • Berlusconi si scopa tutte queste ragazze in nome di tutti gli italiani, e questi lo devono ringraziare perché per governare bene bisogna scopare bene.
  • Io odio Federico Zeri e desidero la sua morte.
  • Le donne sono molto attratte dall'immagine di virilità non esteriore ma intellettuale. Cioè io rappresento un modello di virilità assoluta del cervello. E quindi l'idea di essere violentate e penetrate dal cervello invece che dal fallo le eccita ancora di più che della penetrazione che qualunque uomo può fare... è una iperpenetrazione.

lunedì, dicembre 14, 2009

Io se fossi Dio

Io se fossi Dio
prenderei a schiaffi Massimo Tartaglia
(e gli schiaffi di Dio, si sa,
appiccicano al muro tutti)
perchè io non ho creato i matti
per far piacere ai cattivi
li ho fatti per liberarli dall'assurdità del quotidiano
e non per nascondere col sangue
la natura violenta del caimano.

Io se fossi Dio
mi incazzerei con lui oltre il dovuto
perchè con quel gesto folle e rozzo
permette ai servi viscidi e schifosi
di proclamarsi vittime,
al posto dei botoli rognosi che eran ieri
che insultano, ringhiando e con la bava,
il senso dello Stato e chi lo ama.

Io se fossi Dio
gli urlerei cretino, deficiente
perchè di nuovo, un'altra volta,
ci rendi più difficile vedere dietro al niente
la vera violenza contro l'uomo,
di chi odia davvero le persone,
le loro vite, i loro affetti
e con le leggi e con il suo potere
offende la giustizia,
distrugge la speranza.

(Perdonami, Gaber.)

giovedì, dicembre 03, 2009

Tartufo

Finalmente, dopo l'imbarazzante incidente del "si va a vedere la moglie di R.B. che calca i palcoscenici per piacer suo, e non degli spettatori", ieri sera sono andato a TEATRO.:-)

"Tartufo", di Moliere, è un'opera satirica sull'ipocrisia: per questo, nonostante sia stata scritta nel 1664, rappresenta personaggi che ognuno di noi può ben identificare tra quelli che si incontrano nella vita quotidiana.

Carlo Cecchi è un Orgone perfetto nella sua dabbenaggine ed incapacità di "vedere" la vera natura di Tartufo, oltre ogni evidenza, fino a quando non sembra troppo tardi.

Elia Schilton è mellifluo, viscido ed infido quanto basta (il che vuol dire che è bravissimo nel ruolo di Tartufo:-))

Squillante, spassosa e meravigliosamente partenopea la Dorina interpretata da Antonia Truppo (che, nella mia considerazione personale, è balzata assai in alto in classifica, anche se nulla insidia ancora il primo posto di Lucilla Giagnoni:-)).

Bellissimi i costumi seicenteschi, anche se toccherà chieder conto a Cecchi (anche regista dell'allestimento) della ragione di alcuni anacronismi esibiti in scena, certo voluti ma dal significato oscuro.
Passi il fatto che il contratto di matrimonio e gli atti giudiziari siano evidentemente fatti al pc, e la cosa si veda bene in controluce dalle prime file... ma quella orribile borsetta di plastica, di quelle che dan le farmacie per i medicinali, esibita dal personaggio di Madama Pernella all'inizio del primo atto, e che rivelerà solo il fine di estrarne un fazzoletto, che diavolo di senso ha?:-)

Si replica al sempre splendido Carignano di Torino fino al 6 dicembre.

domenica, novembre 22, 2009

La nostra immagine di Hitler

Gli studi sul "personaggio Hitler", dopo la sua morte nel bunker di Berlino, sono stati innumerevoli.
Trascuriamo le ipotesi, decisamente poco convincenti, che il Furher si sia salvato e sia nascosto in qualche accogliente e inaccessibile landa del Sud America, e che quindi abbia lasciato dietro di sè qualche ulteriore traccia che potrebbe costituire materiale di studio.
O, addirittura, come ipotizza lo scrittore George Steiner nel suo discusso romanzo "Il processo di San Cristobal", che lo si possa addirittura ritrovare vivo ed interrogarlo per venire a capo di una personalità così complessa.

No, Hitler è veramente morto il 30 aprile 1945 nel bunker di Berlino assediato dall'Armata Rossa.
E per studiarlo, dobbiamo riprendere il suo percorso umano, iniziato dal piccolo villaggio austriaco di Dollersheim (scomparso durante la seconda guerra mondiale, fatto distruggere per volontà stessa di Hitler), e ripercorrerlo attraverso gli scritti, le azioni, la storia.

Ron Rosenbaum, nel suo libro "Il mistero Hitler" del 1999, compie una sorta di approfondita investigazione sulle fonti che hanno tentato di capire e spiegare Hitler, dai giornalisti antihitleriani del tempo della sua irresistibile (?) ascesa al potere, agli studiosi della nostra epoca, tra cui il discusso Irving, che a questo mistero hanno tentato di dare una spiegazione.

Quel che ne viene fuori è un poliedro che fornisce non una sola, univoca e certa, immagine di Hitler, ma piuttosto le immagini di molti Hitler diversi, spesso persino in concorrenza tra di loro: istrione, invasato messia, pazzo, o addirittura personaggio esitante ed incerto guidato da una particolare condizione storica?

Impossibile chiarirlo, ad oggi: restano così numerose le questioni insolute.
Ad esempio, discordi sono le voci degli storici sull'origine e sulla natura del suo antisemitismo.
Nasce dai suoi antenati, e dalla paura della contaminazione dal sangue ebraico?
Era "sincero", riguardo al suo odio verso gli ebrei, od era solo un cinico opportunista?
E ancora: esisteva una sua patologia sessuale, e c'era un rapporto tra questa e la patologia politica?
E la sua ascesa al potere fu inevitabile? I suoi crimini furono la conseguenza di irresistibili forze storiche o di una implacabile volontà personale?

Il nostro desiderio di comprendere questo mistero, è evidente, è legato alla possibilità di riconoscere in tempo, ed evitare, che in futuro possa ripetersi quanto accaduto in relazione all'esistenza di un Hitler: l'Olocausto, in primo luogo, e la Seconda Guerra Mondiale.

Hitler era un uomo "quasi comune" portato dalle forze del tempo ad un ruolo che si sarebbe prodotto comunque, od era un individuo eccezionale ed irripetibile che guidò quelle forze verso quel che poi accadde? Hitler fece la storia o fu un prodotto di essa?

Il libro tenta una risposta proponendo le diverse opinioni degli storici al riguardo, ma al lettore resta netta una sensazione: che sia pressochè impossibile capire la storia mentre la si sta vivendo, e a quei pochi che hanno netta la percezione del pericolo - e sanno preconizzare, e vedono il futuro possibile con orrore - è impossibile dare ascolto.
Perchè conserviamo sempre, contro ogni ragionevole certezza, la sensazione di poter dominare la storia, anche quando questa corre ormai su un piano inclinato: ed ammettere di essere stati ciechi, sordi e pavidi è assai più dura, superato un certo limite, che correre verso il disastro, illudendosi di esser dalla parte di chi si salverà.

Il libro è interamente interessante, fin dal racconto delle origini di Hitler, e dei misteri legati ad un nonno incerto e - chissà - addirittura ebreo.

Tra i capitoli più interessanti ci sono quelli che raccontano l'eroica lotta dei giornalisti antihitleriani, tra il 1920 ed il 1933, contro quel fenomeno nato in una birreria di Monaco: un fenomeno violento, sanguinoso, che seminava morte tra gli oppositori e gli avversari interni, in cui probabilmente si annidava la matrice che avrebbe portato alla tragedia successiva.

Il "Munchener Post", quotidiano di Monaco guidato da giornalisti attenti e scrupolosi, combattè ogni giorno della sua esistenza contro il nazismo.Furono i primi a capire cosa stava accadendo, furono i primi a vedere Hitler che diventava HITLER.
Lo portarono anche in tribunale, per confutare le menzogne storiche che considerava base della sua azione; ed ogni giorno pubblicavano analisi lucide, inequivocabili, sulla natura criminale dei metodi nazisti.

E poi Fritz Gerlich, che diresse un giornale antimarxista ed antinazista, "Der Gerade Weg" (La retta via), che flagellava quotidianamente Hitler: arrivò a pubblicare in prima pagina, irridente, l'immagine di Hitler che sposa ad una donna di colore.
Cinque settimane dopo aver preso il potere, nel 1933, i nazisti gli distrussero la tipografia e lo portarono a Dachau, dove fu assassinato un anno dopo.
Sapevano che stava per pubblicare documenti compromettenti per Hitler: un attacco che forse avrebbe portato il presidente Hindenburg a deporre il neocancelliere. Purtroppo quei documenti non sono mai stati ritrovati.
Quando lo uccisero, i nazisti "inviarono alla vedova gli occhiali di Gerlich, tutti macchiati di sangue."

Si affronta anche, con taglio davvero investigativo, la misteriosa storia della morte della nipote di Hitler, Geli Raubal, con cui l'astro nascente della politica tedesca ebbe una relazione fino al suicidio di lei, nel settembre 1931.
Tutti i dubbi sul suicidio vennero messi a tacere da Hitler, nonostante si vociferasse di cause legate ad una sua presunta perversione sessuale - voci mai realmente confermate, ma di cui certo il Furher non gradiva la circolazione.

La maggior parte del libro è dedicata all'analisi delle cause dell'antisemitismo di Hitler ed alle sue responsabilità nell'Olocausto.
L'analisi parte dal riepilogo dettagliato delle tesi sostenute nei saggi su Hitler pubblicati dopo la seconda guerra mondiale, dalla argomentata confutazione ad esse venuta da altri studi, ed è arricchita da alcune interessanti interviste ai maggiori studiosi - ancora viventi all'epoca - del fenomeno.

Impossibile dare qui una sintesi efficace delle oltre 500 pagine del libro: ma la sua lettura costrituisce indiscutibilmente un modo per avvicinarsi a quel mistero terribile, rimettendo in discussione le immagini di Hitler che abbiamo disordinatamente accumulato nel tempo, e permettendoci di comporne una nuova, più oggettiva, anche se non meno sfocata.

venerdì, novembre 20, 2009

Tradimenti, bugie e probabili donne simpatiche


Càpita.
Lo spettacolo con cui ho iniziato da spettatore la stagione teatrale 2009-2010 del Teatro Stabile di Torino è stata una vera schifezza.

"Tradimenti", di Harold Pinter, scritta nel 1978, secondo il volume che descrive gli spettacoli della stagione "è stato celebrato fin dagli esordi come uno dei maggiori testi del premio Nobel inglese, grazie ai dialoghi stringati, alle ambigue emozioni che filtrano attraverso il fair play dei protagonisti, all'ipocrisia dei rapporti personali e professionali".

Direi che, se è vero che è uno dei "maggiori testi", ce n'è abbastanza per cancellare Pinter per sempre dal novero degli autori di cui mi interessa vedere l'opera.

La commedia (commedia? bah...) in questione è un insulso drammucolo che ha per protagonisti alcuni piccolo borghesi anglosassoni.
La trama è di una inconsistenza imbarazzante. Ve la racconto, tanto non vi perdete nulla (se siete fan di Pinter, la conoscerete: se non lo siete, non credo che lo diventerete mai).

Prima, un po' di notizie utili.
Emma e Robert, che girano alla fine della storia attorno ai quaranta e qualcosa, sono sposati. Jerry, il miglior amico di Robert, pure.
Qua e là, nelle due famiglie, sono sparsi dei figli di varie età.
Jerry ha per sette anni una relazione con Emma.
Una cosa noiosissima: i due si vedono per sette anni, tutti i pomeriggi, esclusi il sabato e la domenica, escluse le notti per ovvie ragioni di doveri familiari, in un appartamento in affitto a debita distanza da Londra, dove vivono tutti i protagonisti.
Nei weekend le due famiglie si vedono insieme, pensa te, come capita alle famiglie dei "migliori amici".
Ah, i due uomini fanno entrambi gli agenti editoriali: più conservatore Robert, più ardito Jerry nella scoperta di talenti che al primo, in genere, fanno vomitare (ma poi hanno un successo della madonna: ma Robert, molto inglese, sorride e non fa vedere quanto je rode sto fatto).
Insomma, un mestiere che consente loro di guadagnare un sacco di soldi (si nota, insomma) e cazzeggiare parecchio. (Cioè, se uno riesce ad avere tutti i pomeriggi liberi per sette anni per trombarsi la moglie del suo migliore amico, non ditemi che davvero "lavora"...)
Ah, un'altra cosa: a Robert piace giocare a squash. Ad un certo punto, nel copione, è prevista proprio una piccola elegia di codesto giuoco, e dei suoi riti, che dovrebbero concludersi - dopo la entusiasmante partita - con una colazione tra i due giocatori in cui si parla di squash e di donne, e da cui le donne dovrebbero essere escluse (con loro sommo piacere, direi).
Cito questo particolare dello squash perchè è un altro dei dettagli che mi ha reso da subito antipatico il personaggio di Robert, così a pelle.

(Di chi gioca a squash, personalmente, io penso quel che mirabilmente pensava Gaber (ed io condivido) di chi gioca a tennis, e mi auguro che faccia la stessa fine che Gaber augurava a costoro (1).)

Sia Robert che Jerry che Emma, oltre ad essere straricchi ed annoiati ed a non fare un cazzo dalla mattina alla sera (escluso il pomeriggio, che Robert non si sa che cosa faccia mentre Jerry ed Emma sono nel loro appartamento affittato a far zum-zum), sono anche, come vedrete, degli inguaribili contaballe, che nemmeno si preoccupano di venire scoperti o di far stare in fila le balle rendendole almeno un po' credibili (un po' come quelli del PDL che governano, tanto per dare l'idea...anzi, gli somigliano parecchio, a dirla tutta).

Ah...tra l'altro questa storia è autobiografica, Jerry sarebbe Pinter ed Emma una giornalista televisiva con cui il nostro ebbe una relazione di sette anni (maddai, uguale uguale...).
Sentite come la racconta Michael Billington, il biografo di Pinter, e poi dopo leggetevi come l'ho vista io:

"Questo è anche un testo che parla del potere della memoria e delle diverse aspettative di uomini e donne. Ogni incontro nel testo è oscurato dal passato: c’è un pranzo amaramente divertente tra i due uomini quando il ricordo di Jerry della sensualità di Emma è sovrastato dalla dolorosa scoperta di Robert del tradimento della moglie. Ma ciò che fa di questo testo più di un gioco ironico è la consapevolezza di Pinter della differenza tra i due sessi: non avevo capito quanto Emma consideri l’appartamento di Kilburn come un nido d’amore, mentre per Jerry si tratta di un semplice pied-à-terre per il sesso. C’è un momento mozzafiato nella scena a Venezia quando Emma fissa immobile la pagina di un romanzo, consapevole che Robert ha scoperto il suo segreto. E quando la commedia torna indietro nel tempo, lei emana colpevolezza e si torce come un serpente quando muta la pelle."

Detto dei personaggini, passiamo alla scenografia, adesso: due megaschermi collocati uno di fianco all'altro, leggermente inclinati verso l'interno a formare un ampio angolo ottuso, su cui vengono proiettate immagini decisamente "seventiees" di interni (appartamenti, alberghi); due sedie similIkea; a volte un tavolo, quando se deve magnà (e bere: i protagonisti bevono un casino di vino, emmenomale che siamo nella perfida Albione).

Ok,abbiamo inquadrato l'essenziale: si può partire.

Il sipario si apre sul "dopo" (1977): Emma e Jerry hanno terminato la loro relazione due anni prima e non si vedono da allora, ma un giorno lei chiama lui per parlargli: la notte prima lei e Robert hanno deciso di separarsi.
Jerry, lievemente indifferente alla tragedia della sua ex-amante e del suo amico, si preoccupa prima di tutto dei cazzi suoi: "ma non gli avrai mica detto di noi?"
E lei: "si, ho dovuto, gli ho raccontato tutto ieri notte!".

Jerry, imbarazzatissimo, il giorno dopo convoca Robert.
Che non si capacita dell'imbarazzo dell'amico, e gli dice: "Tu ed Emma? Ma dai, non me ne frega niente, l'ho scoperto quattro anni fa".
"E lei sapeva che tu sapevi?" chiede il Jerry attonito.
"Certo. Tu non sapevi che io sapevo?"
(Dio, a questo punto lo spettatore è già aggredito da una noia mortale. In sala, un raro amante di simile humor "british" ride in modo incontenibile per l'irresistibile comicità della situazione...yawn...)

E, qui, con un geniale colpo di scena, Pinter inizia con il primo flash back.
(Scopriremo proseguendo che la storia è montata al contrario, e procede all'indietro nel tempo dall'incontro dei due ex-amanti risalendo pian piano - mortalmente piano - fino al primo bacio che diede l'avvio alla storia).

Dapprima si torna al 1975, al termine della storia tra i due amanti.
Dopo sette anni di evidentissima noia, di pomeriggi sempre uguali passati con lei che cucina, loro che mangiano, loro che scopano, loro che parlano dell'ultimo libro dell'ultimo autore scoperto da lui, i due si ritrovano per l'ultima volta nell'appartamento che ormai frequentano di rado.
Si vedono poco, perchè lui - sempre più quotato come talent scout letterario - va sempre più spesso in America, e lei - udite udite- adesso lavora: ha aperto una galleria d'arte! (e te pareva, volevi mica che si trovasse un posto di commessa da Harrods...) e quindi - sventurata - non ha più TUTTI I POMERIGGI FERIALI LIBERI.
E' di certo un buon motivo per cessare di amarsi: così, come girando un interruttore, più o meno nello stesso lasso di tempo che lei ci mette a far districare da lui la chiave dell'appartamento incastrata nel portachiavi e dirgli, andandosene: "abbiamo preso la decisione migliore" (yawn...)

Son due persone perbenino, e quindi girato l'interruttore...fine, si riconsegnano alle famiglie e non si vedono per due anni.Pinter non ci illumina su eventuali tormenti, ripensamenti, maceramenti seguiti alla decisione.
Macchè: con un nuovo colpo di scena (dio che noia) ci riporta indietro di altri due anni.

1973. Robert ed Emma sono in vacanza a Venezia. Per l'indomani è prevista una gita a Torcello, dove erano stati dieci anni prima e a lei era piaciuto da matti (yawn...)
Lei, in albergo, sta leggendo un libro - ovviamente di un autore brillantissimo scoperto da Jerry! E il libro le piace, ossissì, moltissimo: è più o meno a metà, ma quando Robert le si avvicina dicendo "non credo mi piacerebbe, parla di tradimenti", lei dice "nooooo...", e quando lui chiede - giustamente - "di cosa parla, allora?", lei, l'intellettuale della famiglia, risponde "quando ho finito di leggerlo te lo dico" (!!!!!).

Ma il dramma è in agguato (yawn...).
Lei continua a leggere, e lui la prende alla lontana..."sai, ieri sono andato alla reception, e questi faciloni di italiani volevano darmi una lettera per te, solo perchè abbiamo lo stesso cognome!"
(Ohhhh those italians...!)
"Pensa, potevo essere uno qualunque, prendere la lettera indirizzata a te e gettarla nel canale! tsk tsk tsk..." (yawn...) "Sei andata poi a prenderla, quella lettera, ieri sera?"
"Si, amore", cinguetta lei sempre leggendo il favoloso libro, ma iniziando leggermente a turbarsi.

(ah, tra l'altro questo sarebbe il famoso "momento mozzafiato" di cui parla Billington, non so se mi spiego...)

"Ho riconosciuto la calligrafia..." dice lui.
"Era di Jeeeeerryyy" anticipa lei squittendo, come se nulla fosse.
"E...sua moglie sta bene?"
"Cerrrrto!"
(com'è che dicevano? "uno dei maggiori testi del premio Nobel inglese"...'sticazzi, di fronte a sta roba fan bella figura pure i fratelli Vanzina...ma procediamo, coraggio.)
"E i bambini, dice come stanno?"
"Nooo, non ne parla..."

(Occhio, siamo quasi al climax, sentite che la tensione cresce?)

Lui cazzeggia ancora un po' con domande assolutamente cretine, al punto che persino lei si stufa - come noi del pubblico - e gliela butta là senza giri di parole:
"Siamo amanti!"
Lui, che non se l'aspettava (ah ah ah ah), in assoluta coerenza con quelle precedenti pone la domanda cretina che gli uomini fanno in questo caso: "E da quando?"
"Quattro anni", butta lì lei con nonchalance, mentre ancora finge di cercare di capire di cosa mai parlerà il favoloso libro che tiene tra le mani.
Lui sbianca, e getta lì la successiva domanda cretina: "Mahhhhh...e nostro figlio???"
(il pargolo ha un anno, il dubbio è lecito)
"Noooo, tranquillo, è tuo, è successo quando Jerry è stato in America due mesi..."

Alla scena successiva, i due sono tornati a Londra.
Emma e Jerry si trovano nel solito pomeriggio nel solito appartamento per il solito dinner cucinato da lei, dopo le settimane di lontananza di lei che, davvero, devono essere state terribili (yawn...)
Lei gli racconta le vacanze a Venezia, che bello che bello, ho comprato anche questa tovaglia per noi (yawn...), e dice che dovevano andare anche a Torcello ma c'era lo sciopero dei traghetti e quindi nisba, non se n'è fatto nulla.
Sono così eccitati da questo racconto che subito dopo corrono a completare il solito pomeriggio con la solita scopata (yawnnn...)

Qualche giorno dopo, Jerry va a pranzo con Robert.
Che sbevazza parecchio - solo bottiglie di Corvo Bianco che gli arrivano misteriosamente aperte e già svuotate per un quarto (io sospetto del cameriere!)- , e racconta, di fronte ad un Jerry assai perplesso, di quel meraviglioso giorno che ha trascorso a Torcello da solo leggendo Yeats sulla spiaggia ("Ed Emma?" "Ah, non so, penso sia rimasta a dormire". !!!!)

Mentre la noia (e le balle raccontate da sti 'deficenti) hanno ormai completamente ottenebrato il cervello dello spettatore, Pinter tenta di svegliarlo con un altro spettacolare balzo all'indietro (yawn...)
(E' possibile che mi sia perso qualche pezzo, lo confesso...ma sono certo che questo non abbia minimamente influito sulla comprensibilità della vicenda).

Di nuovo nel solito appartamento, nel solito pomeriggio, dopo il solito dinner e (mi pare) prima della solita scopata, Emma comunica a Jerry che è incinta, ma che stia tranquillo che il figlio è di Robert e quindi non ci sono problemi (yawn...)
Jerry, non si capisce se deluso o immensamente sollevato, si lancia con un ardito "sono felice quando tu sei felice!" (non ricordo se abbia detto altro, è possibile che mi sia addormentato all'istante).

E, occhio al colpo di scena!, ecco che Pinter conclude il suo geniale percorso del gambero riportandoci al momento in cui questa irresistibile vicenda ebbe inizio.
Una festa di famiglia a casa di Robert ed Emma: ci sono tutti, inclusi Jerry con la moglie ed i bambini (che non vedremo mai, fantasmagoriche presenze: forse per fortuna, oserei dire).
Lui, il miglior amico del marito di lei, si imbosca - ubriaco fradicio - in una camera della casa dove, chissà come mai, lei dopo un po' arriva davvero! (geniale, l'autore!).
Qui Jerry, dopo averci elargito una delle più belle battute del copione ("Sapevo che saresti venuta qui a pettinarti!"), inizia a sciorinare frasi avvolgenti quasi come le sue mani, che si abbarbicano piovrescamente attorno al corpo di lei, che però ancora resiste (ma si vede bene che cederà, eccome se si vede!).
In un attimo in cui i due sono fortunosamente non avvinghiati, appare sull'uscio, con uno sguardo ebete, il buon Robert (che già dall'inizio, è evidente, dimostra di non avere nemmeno una briciola di intuito).
Jerry se lo liscia dicendo "hai una moglie meravigliosa e bellissima, sono contento per te, sono felice di essere stato il tuo testimone di nozze, sono felice di essere il tuo migliore amico..." (yawn...decisamente stronzo, il tipo...)
Robert, completamente rintronato da questa serie di cazzate, e senza essere nemmeno minimamente sfiorato da una sensazione di pericolo che qualunque cretino avrebbe percepito, gongola, si ebetizza ancora di più e - errore gravissimo! - esce dalla stanza lasciando soli i due.
Che immediatamente si toccano un braccio a vicenda e si guardano in modo inequivocabile: in quello sguardo ci sono già, scritti a chiare lettere, centinaia di pomeriggi, di dinner e di scopate.

Sipario. Si accendono le luci in sala.

Il pubblico tace, immobile per qualche secondo, e tutti sembrano pensare: "beh, adesso andiamo a prenderci un caffè, poi nel secondo tempo finalmente succederà qualcosa di interessante, in questa cazzo di commedia...".

E invece il sipario si riapre, le luci si accendono in scena ed accorrono gli attori per i saluti.
A questo punto il pubblico capisce, e parte un applauso che è inequivocabilmente liberatorio ... ("E' finita! E' finita per davvero! Wow! che culo! sono solo le dieci, per fortuna è durata poco, magari riusciamo ancora a raddrizzarla questa serata di merda...")

Il pubblico torinese è giustamente falso e cortese, ed allora applaudiamo e sorridiamo, evviva evviva, che bravi che siete, soprattutto grazie per averla piantata lì...

E poi si esce tutti, si sciama fuori in piazza Carignano nella tiepida sera novembrina, tutti lieti, chi di potersi fare ancora qualcosa al bar, chi di tornare a casa presto per dormire un po'...

...

Come dite?

...

Ah, già. Dimentico qualcosa, è vero.
Gli attori.

Volete proprio che ne parli, eh?
Si?

...

Vabbè, non c'è nessun problema da parte mia a far questo. Davvero. Nessun problema.
Anche perchè Tony Laudadio, che faceva Robert, ed Enrico Iannello, che interpretava Jerry, sono davvero bravissimi, recitano molto bene.
E' stato un vero piacere assistere alla loro performance, e pensate che avevano un copione così scalcinato ed insostenibile...penso che in una commedia vera rendano benissimo, molto meglio di quanto potessero dare in questo coso di Pinter.

E poi...
Ah, si...anche Nicola Marchitiello, che faceva il cameriere, è bravo. Una parte piccola, ma brillante, se l'è cavata bene. Potrebbe essere interessante rivederlo.

Ecco, mi sembra di aver detto tutto.
No?

...

Dimenticato ancora qualcosa?

...

Eh?

...

Emma?
Emma cosa?

Ah,capisco. Capisco cosa intendete dire. Emma...Si, cioè... volete sapere dell'attrice che faceva Emma.
Ecco, sapete, io ero in prima fila: non è che l'ho vista molto bene.

No, eh? Non posso cavarmela così?

...

E vabbè, parliamone. Se proprio volete, se proprio lo ritenete necessario, parliamone.

Emma era interpretata dalla Braschi.
Si, Nicoletta Braschi.
Si, lei, cosa...la moglie di Benigni.

Ecco...io prima di ora l'avevo sempre vista solo al cinema. Si, nei film di Benigni.
E devo dire...si, devo confessare che mi son sempre detto..."madonna mia, questa proprio non sa recitare. Ma è negata proprio!".

Però, a mia discolpa, mi sono anche sempre detto: "Dai, se Benigni racconta che si è innamorato di lei vedendola recitare, si vede che è solo al cinema che non rende. Si vede che invece, a teatro, è tutta un'altra cosa".

Ecco, adesso a teatro l'ho vista.
E...dio mio...è esattamente la stessa cosa che al cinema.
Negata. Completamente negata.

Anzitutto il modo di recitare. Di porgere la battuta.
Al cinema sembra sempre monocorde e monotona, neh?

Beh, anche a teatro è uguale. Anzi, no: è peggio.
Possiede un modo di recitare così artefatto e forzato che è...letteralmente insopportabile.

Avete presente la tipica fluidità dei mostri sacri del teatro, la loro flessibilità e versatilità nel cambio di registro, di tono?
Ecco, con la Braschi scordatevela proprio. L'aria, evidentemente, gli esce dai polmoni come quando si rompe il tubo del compressore con cui gonfiate le gomme dell'auto, per cui la voce è sempre sparata a forza in un tono solo, sia che dica "siamo amanti" sia che dica "passami il sale" o "abbiam fatto la scelta migliore" o "sono incinta" o "a Venezia ho comprato questa tovaglia" (yawn...)

Ecco, la recitazione sua è così.

Cioè, ero in prima fila, non era un problema di audio. Giuro, ce l'avevo lì.

Ecco.

...

Ah.
Volete sapere cosa?

...

Ah.
Come è fisicamente.

Beh, come detto, ce l'avevo lì davanti, a pochi metri. Ero in prima fila.
Siiii, bella donna, lo ammetto.
Un bel corpo. Belle gambe, certo. Il viso un po' così, ma...va a gusti.
Comunque, si, nel complesso una bella donna.
Però, come dire...un po' statuaria, ecco. Avete presente le statue del Museo Egizio che son proprio lì a due passi dal Carignano? Ecco, non proprio così, ma quasi.
Solo "quasi", perchè lei non è che sia marmorea: più che altro è legnosa, ecco.
E il risultato finale è una sensualità...ecco, la stessa che troveresti in un manichino dell'UPIM, più o meno (con la sola differenza che se ti porti via quello, il manichino intendo, Benigni non si incazza, ecco).

Però...piace al Robertone nazionale, lui è uno simpatico, e quindi può anche darsi - è probabile - che sia simpatica anche lei.

Poi, perchè mai una che è "probabilmente simpatica" debba anche mettersi in testa di essere un'attrice...beh, questo è tutto un altro paio di maniche, e poi non è neanche l'oggetto di questo post.

Lo spettacolo c'è ancora per un paio di giorni al Carignano, ma non affrettatevi, perchè correreste il rischio di trovare ancora un sacco di biglietti, e poi se li comprate vi tocca davvero andarlo a vedere.

--------------------------------

(1) Il tennis

di Gaber - Luporini

1976 © Edizioni Curci Srl - Milano
...tof... tof... il paese è in una fase delicata... tof... tof... sì, in un periodo di transizione... tof...

"Oggi al Parlamento".
Una mozione... L'avversario si alza, mette lì la sua... Una differenza leggerissima e... (azione di pugilato corpo a corpo) Dopodiché: tutti al tennis... tof... tof... Sì, giocano tutti al tennis!
E qui mi incazzo.
Perché gli piacciono a tutti le stesse cose, mica per altro. E i gusti sono tutto. C'è chi gioca al tennis, e c'è chi gioca al calcio. Certo, la vera cortina di ferro è lì, nei gusti. Le questioni ideologiche? Roba da ridere fra gusti uguali.
I gusti... sono la vera sostanza politica!
E loro hanno scelto il tennis: tof... tof...
No! Panatta non può fare il comunismo! Qualsiasi economista lo sa. Invece loro: belli, puliti, tutti bianchi, impostati, il rovescio, bello, la volè... Ma giocate al calcio, deficienti! Ci cago, io, sulla vostra terra battuta! È la rivincita estetica del giocatore di calcio
Tutte le notti me la sogno. Chiudo gli occhi... un film: Valverde, meraviglioso, campi da tennis, sole... tof... tof... vvvvff... Un film. Buñuel regista... si alza in volo un branco di mucche, lui può! Vvvvff... e su quei bellissimi ragazzi abbronzati, con le mandibole giuste e i denti bianchi... vvvvff... su quella scelta di donne assolutamente belle, così assolutamente da non arrappare nessuno... vvvvff... su quei signori eleganti e raffinati, su quelle signore dai piccoli cagnolini, sulle bibite ghiacciate, sulle Adidas, sulle magliette bianche col coccodrillino, sugli arbitri con la erre francese: quaranta a trenta... tof... tof... parità.
E le mucche: pllaaff... Un lago di merda.
Parità.
Niente, un sogno, tutto pulito. I miracoli non li fa neanche Buñuel.
E Il tennis avanza, e i coccodrillini dilagano, perché è giusto espandere le cose. E beccati un coccodrillino anche te, così si corre con la stessa maglietta.
E il tennis avanza, e non gli resiste nessuno. E ora tutte le fabbriche ci hanno i loro campi da tennis, e si capisce chiaramente che è la base che ha imposto i suoi gusti. Praticamente la proletarizzazione: "Op, bella palla!... Grazie, grazie... Scusa..." Siamo anche educati... "Scusa..."
Ma giocate al calcio, deficienti!
Macché!... "Op, scusa... op... Bellissima la volè vincente di Brambilla!... Op, scusa... op, scusa..."
Scusa un cazzo!
Intendiamoci, non ce l'ho mica con Guido Oddo, io. Ma perché i figli di Rizzoli non giocano al calcio??? Perché non abbiamo imposto i nostri gusti??? Ecco, Agnelli centravanti del Torino e Andreotti al Giro d'Italia. Questa è la proletarizzazione!
Devo aver detto una cazzata!
Sì, sì, lo so che sui gusti non c'è più lo scontro frontale. Ma allora dov'è?
Bisognerà pur decidere.
O avere dei nemici... o, giocare a tennis!
...tof... tof...