giovedì, gennaio 27, 2011

Aufffff...

«Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me.» (Giorgio Gaber)


Che noia.

Che noia questa battaglia tra poteri, combattuta senza esclusione di colpi, in cui le uniche vittime sono coloro che il potere non ce l'hanno, o che non hanno un potere che li difenda.

Che il satrapo sia messo alle corde per motivi "moralistici", è deprimente: che ci si trovi a tifare per la magistratura, come ultimo baluardo di resistenza, e si riesca ad annoverare come temporanei alleati la gerarchia cattolica, o ambigui ex-democristiani, o pezzi ripuliti di neofascismo, è cosa che fa tristezza.

Che il satrapo e la sua corte si siano impadroniti della narrazione moderna della libertà sessuale, seppur mercenaria, e che l'opposizione non sappia usare altro che canoni simili a quelli che adottava Oscar Luigi Scalfaro nel 1950, quando si adirò contro una signora eccessivamente scollacciata, è drammatico.

Dopo decenni in cui abbiamo imparato ad accettare di tutto, incluso il patto con un paese che ci ammazza gli immigrati prima che giungano sulle nostre sponde, incluso il bombardamento di una capitale europea approvato da un governo di centrosinistra, inclusa la partecipazione a guerre di occupazione che non si ha il coraggio di chiamare tali, inclusa l'impossibilità di morire senza autorizzazione governativa o di vivere affetti senza la benedizione di qualcuno...beh, no, non chiedetemi di indignarmi per la solita vecchia storia di un uomo dal potere sconfinato che semplicemente ottiene quel che troppi son disposti a dargli.

Un vecchio aforisma anarchico diceva che il padrone è un'invenzione dello schiavo.
Ed io, in questa storia, non provo alcuna simpatia per gli schiavi.
Una discreta quantità di giovani donne ha incrociato i desideri di un vecchio ricco, che le copre d'oro affinchè lo soddisfino?
Non è cosa, a mio avviso, che debba destare il nostro interesse.
Se ha avuto rapporti sessuali con una minorenne è giusto che paghi il fio, trattasi di reato: il resto delle informazioni serve indubbiamente a rendere credibile il contesto e probabile il fatto che il reato sia avvenuto.

Ma, appunto, in solo ambito processuale.
Perchè mai dovremmo parlarne noi?
Dobbiamo giudicare quest'uomo per la sua distanza rispetto alla nostra vita ed alla nostra morale, cosa che non sopporteremmo qualcuno facesse con noi?
Dovremmo giudicare le ragazze che si prestano a qualcosa di probabilmente (ma temporaneamente) sgradevole, ma che in pochi mesi risolvono i problemi della propria vita, per sempre, facendosi dare dal satrapo l'equivalente di una vincita alla lotteria, quella che molti in questo popolo agognano?
Almeno loro hanno fatto qualcosa che ha un prezzo per se stesse, qualcosa che costa di più dell'andare semplicemente a comprare un biglietto al bar sperando che sia "la fortuna" a cambiare la nostra vita (solo la nostra).

Ci infastidisce l'idea che una ragazzina astuta (o mille di esse) spillino al vecchio satrapo, in pochi mesi, cifre astronomiche e bastanti per innumerevoli vite, mentre migliaia di ragazzi non avranno un reddito decente e sufficiente per costruire un futuro, nonostante ci mettano fatica ed impegno?

Beh, non possiamo prendercela nè con la ragazzina nè con il satrapo.
Ma con noi stessi, che non abbiamo vigilato, non abbiamo agito per evitare che il satrapo esistesse.
Abbiamo lasciato che il denaro ed il potere fossero considerati come giusta mercede per chi è astuto, furbo, vincente, "simpatico" come probabilmente vorremmo essere noi.
Tolleriamo che esistano i miliardari, i manager ultrapagati, i banchieri che guadagnano migliaia, milioni di volte quel che è reso disponibile non dico agli operai di Mirafiori, ma ai cinque sesti dell'umanità.
Tolleriamo che esistano persone di serie A, B, C...e Z.
Persone che possono non esistere, che possono essere cancellate, spazzate via senza rumore, senza un soffio.

Finchè accettiamo questo, finchè consideriamo accettabile il sistema che noi stessi abbiamo interiorizzato così profondamente da non riuscire nemmeno più a disgustarcene, ogni altra considerazione "morale" su eventi transitori è ipocrita ed inutile.

Che B. se ne vada o meno, e su quale "scandalo" possa cadere (un rapporto sessuale con un cavallo, un matrimonio gay con un boss della mafia, lo sgozzamento di una minorenne portatrice di handicap) è assolutamente indifferente, e non cambia il nostro destino.

Finchè non cambieremo noi, dentro e profondamente, al suo posto potrà arrivare di certo uno più furbo, ma difficilmente uno "migliore".

venerdì, gennaio 14, 2011

Logica ferrea

Silvio Berlusconi è indagato, dal 21 dicembre 2010, dalla procura di Milano che ha anche notificato al premier un ordine di comparizione. Le ipotesi di reato sono concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Si ipotizza abbia avuto rapporti sessuali continuativi con l'ormai famosa Ruby, ad Arcore, nonostante fosse pienamente consapevole della sua minore età, in cambio di denaro od altra utilità economica.
Per i normali esseri umani, questo è un reato previsto dall'art.600 bis del Codice Penale.

Niccolò Ghedini afferma: "Si tratta di una gravissima intromissione nella vita privata del presidente del Consiglio che non ha precedenti nella storia giudiziaria del paese e che dimostra la insostenibile situazione dei rapporti con una certa parte della magistratura".

Ghedini ha assolutamente ragione. Se B. può violare tranquillamente le leggi ovunque, perchè mai dovrebbe rendere conto dei reati che commette A CASA SUA?
Se è già impunibile su tutto il territorio nazionale, perchè dovrebbe esserlo nell'unica porzione di Padania già indipendente di fatto dallo Stato Italiano?

giovedì, gennaio 13, 2011

Individuare il nemico...





















Il capo del governo (si, tutto minuscolo) che "tifa" per una impresa a scapito dei diritti dei suoi operai, cioè contro una parte dei cittadini dello Stato (che sono peraltro in condizioni di debolezza), cioè contro coloro di cui dovrebbe fare gli interessi, dà vita ad un evento abominevole.

Un Capo del Governo dovrebbe
  • convocare Tizio;
  • ricordargli, anzitutto, che è solo un manager che rappresenta gli interessi di un numero limitato di azionisti: non ha nessuna carica elettiva pubblica, non è nemmeno consigliere di circoscrizione;
  • ricordargli che il suo "potere" è subordinato ai poteri che governano lo Stato;
  • dirgli che si tolga dalla testa l'idea di "cambiare il Paese", visto che quello è un compito che spetta alla Politica e non al rappresentante di un grumo vischioso di interessi particolari;
  • esigere di visionare il piano industriale millantato da Tizio, visto che parla di venti miliardi di investimenti e sul piatto ne ha messo a mala pena uno;
  • confrontarlo con una idea di Piano Industriale del Governo che abbia al centro l'interesse del paese, e che potrebbe anche sostenere che non ce ne frega più nulla di produrre auto in Italia;
  • in caso di eventuale compatibilità tra gli interessi del paese e quelli di Tizio, se Tizio manifesta la volontà di ridurre la qualità della vita dei cittadini italiani che devono lavorare per lui, dicendo che altrimenti se ne va, attuare tutte le possibili ritorsioni - con modalità legali ed illegali - affinchè nel paese non venga più venduta nemmeno una Tiziovettura nei prossimi dieci anni, perchè l'interesse del paese (e dei suoi cittadini) E' SUPERIORE, SEMPRE, CHIUNQUE GOVERNI, all'interesse di Tizio e di chi rappresenta. Ritorsioni che possono iniziare, ad esempio, cessando subito di pagare la cassa integrazione con soldi pubblici (al posto degli stipendi che dovrebbe erogare Tizio) destinando gli stessi ad attuare l'indirizzo voluto dal Piano Industriale dello Governo, e dando agli operai l'indirizzo di casa di Tizio per andare a discutere con lui, con la massima serenità consentita dalla situazione, delle diverse visioni reciproche della vita. E proseguire, se necessario, con una indagine fiscale rigorosa e fastidiosa. E magari interessando i servizi segreti, che in questo genere di cose sanno bene il mestiere.
In realtà noi abbiamo un governo nemico dei cittadini e dello Stato, e dunque amico dei nemici dello Stato, contro cui dovremo combattere con una forza infinitamente superiore a quella con cui combattiamo un manager (che alla fine, sinceramente, può anche andarsene fuori da questo paese: alle condizioni volute da lui, tanto vale far aprire una fabbrica in Italia da qualsiasi altra casa automobilistica europea o straniera fornendo agevolazioni fiscali al posto della cassa integrazione).

Finchè non risolviamo questo problema, saremo indifesi e soggetti a continui attacchi alla dignità delle persone, soprattutto di quelle che hanno più bisogno di protezione e di tutela.

Ma non possiamo risolverlo, finchè abbiamo un popolo in gran parte disponibile a scegliere un governo nemico "di chiunque, purchè mi lasci fare quel che mi pare" e non un Governo che si assuma responsabilità ed OBBLIGHI ogni attore dello Stato a farlo.

Quanti tra gli operai che oggi voteranno SI all'accordo-ricatto su Mirafiori torneranno domani a votare di nuovo un capo del governo che considera giusta l'alternativa tra peggiori condizioni di lavoro ed assenza di lavoro?

La perdita della dignità operaia è figlia e conseguenza della perdita della dignità di un intero popolo.

Se ci sia possibilità di ritorno, sinceramente, non lo riesco ad immaginare.

PS: Forza FIOM!


martedì, gennaio 11, 2011

Non dovremmo permetterglielo...

Pare - dicono - che la fervida fantasia dei creativi al servizio del Satrapo stia partorendo nome e simbolo della nuova formazione che sostituirà il PDL.
Pare che si tratti di questo (ahò, so' creativi forti!!!):
Cioè, una cosa sua la vorrebbe chiamare uguale uguale ad una cosa che invece appartiene a tutti noi.
Non mi sembra giusto, dovremmo impedirglielo.
Al massimo potremmo accettare un più corretto "Pezzo di Italia", che è più onesto.
E poi si può abbreviare in "Pezzo di", che mi sembra ancora più consono.
Anzi, pensandoci bene "Pezzo di" mi sembra proprio il nome più indicato, per il nuovo partito e per il suo leader.

martedì, gennaio 04, 2011

2010 milioni di parole...

Copiando senza ritegno l'idea di un post di Chicca, e disponendo per la prima volta di dati (più o meno) affidabili tratti da Anobii su un intero anno di lettura, vi propino un po' analisi, statistiche e amenità varie sui libri che ho letto nel 2010. (post in update continuo, almeno per qualche giorno).
Anzitutto il numero: 114 libri per complessive 30.790 pagine. Sufficiente, direi. Devo dire che ho letto molto di più e camminato molto di meno dell'anno precedente, quindi ad ogni tot di pagine corrisponde anche un certo tot di etti messi su.

Autori più letti: Sandor Marai (8), Erri De Luca (5), Aarto Paasilinna (4), Georges Simenon (4), Josè Saramago (4), Jo Nesbo (3).

Il libro che ho preferito? A pari merito "La vita davanti a sè" di Romain Gary e "La lunga attesa dell'angelo" di Melania Mazzucco, senza dubbio. E poi, in ordine sparso, "Canale Mussolini" di Pennacchi, tutti quelli di Marai e di Saramago.
Fuori classifica, "La gioia di scrivere" di Wisława Szymborska: meraviglioso primo mio approccio alla poesia.

Le maggiori delusioni? "Il cinese" di Mankell, molto al di sotto dello standard a cui ci aveva abituati il buon Henning. E "Acciaio" della Avallone, una fredda collezione di stereotipi. "Caduta libera" di Lilin, una autentica schifezza dopo il curioso "Educazione siberiana".

I classici riscoperti? In testa sicuramente "Il maestro di Vigevano", di Mastronardi. "Le vite dell'altipiano" di Mario Rigoni Stern, che ci manca da morire. "Il giorno della civetta" di Sciascia.

Le piacevoli novità? "I Karivan", di Miljenko Jergović.

(...continua...)

Del nazicarognismo e dell'ipocrisia

Quasi due anni fa, scrissi un post che, riprendendo un articolo di Nadia Urbinati, segnalava il pericolo della costante e progressiva "perdita di ipocrisia" da parte della società.
Già, è paradossale, ma a mio avviso oggi avremmo un bisogno ancor maggiore di "ipocrisia".
Nel senso letterale di "simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità o di buone intenzioni".
Perchè almeno la simulazione di queste cose, oggi, sarebbe già un bel passo avanti.

Che l'ipocrisia sia una caratteristica ineliminabile e connaturata all'individuo, è innegabile.
Tanto più cresce la complessità del proprio pensiero, tanto più aumenta - inevitabilmente - l'incoerenza tra i nostri comportamenti e le affermazioni che facciamo.
Proprio perchè "pensare" ci porta ad elaborare idee e opinioni molto distanti (nel tempo, nello spazio, nella sostanza) dal punto "fisico" in cui ci troviamo, nel momento in cui tendiamo a qualcosa che nella nostra vita ancora non esiste iniziamo a mettere in atto una serie di atteggiamenti imperfetti, approssimativi, dissonanti, che facilmente ci procurano l'etichetta di ipocriti.

Restiamo sostanzialmente ipocriti per tutta la vita, perchè difficilmente riusciamo ad essere all'altezza di quello che vorremmo davvero essere - se non per brevi attimi, se non - a volte - per puro caso.

E l'ipocrisia diventa un carattere distintivo non solo di una persona, ma di una collettività. Nel nostro paese, gli esempi sono infiniti e si trovano lungo l'intero arco della nostra storia di nazione, tanto per non andare troppo in là, o di sedicente comunità "cattolica": evito di farne, ma sicuramente ve ne vengono in mente parecchi.:-)

Ma l'ipocrisia è una cosa "buona" o "cattiva"?

Se si tratta di affermazioni che, sinceramente, disegnano un "noi" a cui vogliamo tendere ma per cui non siamo ancora pronti, direi che è un'ipocrisia "buona": ci stiamo provando, stiamo andando in quella direzione, non siamo ancora all'altezza delle nostre idee e dei nostri valori ma la vogliamo raggiungere, quell'altezza...

Se si tratta invece di affermazioni volutamente false, insincere, volte ad ingannare il prossimo sulle reali intenzioni di chi le fa...beh, mi sembra facile dare una connotazione negativa al concetto.

Però, negli ultimi anni, si stanno facendo strada due tendenze, in questo paese, che a mio avviso sono molto più pericolose dell'ipocrisia "negativa".

La prima è la riduzione della parola alla pura inconsistenza, tendenza praticata in modo assai più scientifico che in passato dall'attuale "versione" del potere.
Le parole, in questo caso, non hanno peso, non comportano responsabilità.
Quelle che vengono dette non sono nemmeno bugie: non si tratta di "affermazioni intenzionalmente contrarie alla verità", ma di affermazioni che della verità o falsità oggettiva semplicemente se ne fregano.
Sono parole che non vincolano a nulla chi le pronuncia. Parole dette per screditare le parole. Per trasformare i concetti in puro rumore, per rendere tutto uguale, indistinguibile ed in fondo inutile.
Il contenuto espresso dalle parole è indipendente dalla realtà, il tono con cui vengono pronunciate è sempre eccessivo, ultimativo. Grumi di suoni autistici, chiusi in un pacchetto non modificabile. Che non solo non consentono, ma non prevedono alcuna ipotesi di risposta od interazione con altri pacchetti di parole.

La seconda tendenza è quella del nazicarognismo. Assunta l'ipocrisia "buona" come nemico assoluto, si afferma che lo scopo del pensiero non è modificare l'uomo, ma giustificarne l'essenza. Che, per questa tendenza, è fondamentalmente essenza di carogna.
L'uomo è fondamentalmente, allo stato primitivo, una merda nei confronti dei suoi simili: con l'affetto e la cultura, però, PUO' diventare qualcosa di decisamente meglio di quello che è .
Il nazicarognismo non si preoccupa di come trasformare l'uomo da merda a UOMO, ma di giustificare con il pensiero (un pensiero intelligente, sofisticato, poggiato su basi oggettive) l'essenza della merda di cui è fatto l'uomo.
E quindi propugnerà non il cambiamento dell'uomo e della società, ma la giustificazione della sua essenza attuale su basi darwiniane.
I poveri ed i perdenti sono il risultato di una selezione naturale, secondo il nazicarognismo.
Mentre il "merito", la capacità di combattere ed abbattere, il farsi il culo soprattutto per farlo al prossimo sono gli elementi attraverso cui la società seleziona - sempre in modo "naturale" - i migliori, o comunque quelli adatti alla sopravvivenza.
Gli altri? Chi se ne fotte. Si possono, volendo, rinchiudere in città e territori appositi, dove tenerli a marcire riempiendoli di birra e televisione e sesso a buon mercato, senza alcuna speranza di elevarli dal loro stato subumano. Dei giganteschi campi nomadi, il modello in fondo è quello.
Il nazicarognismo è in questo senso più democratico del nazismo, perchè non prevede la Soluzione Finale su base etnica: chiunque può finir male, nessuno in questo senso avrà il privilegio di essere scelto per il luogo o la religione che si è trovato addosso quando è nato:-)

Il nazicarognismo si diffonde ormai come un cancro nella nostra società indebolita, fingendo di esserne la parte "forte".
Nella rete, ovviamente, dove capita di leggere frasi come "rispetto è uno dei nomi della codardia" o “argomentare con alterigia, controbattere con supponenza”.
Nelle affermazioni degli uomini di potere, che identificano con disprezzo intere categorie sociali.
Nelle affermazioni dei manager, dei "capitani coraggiosi" che portano posti di lavoro in cambio di rinuncia alla dignità, all'identità dei fantasmi che ieri erano operai e domani saranno servi.

Fino a qualche decennio fa, le aziende e lo Stato erano in fondo entità benigne. Protettive, forse cialtrone, ma benigne.

Tra le generalizzazioni che il nazicarognismo ama diffondere, c'è l'idea che TUTTE le aziende fossero collettori di fancazzisti coperti dal sindacato e dalla politica: milioni di esseri inutili (quelli di cui sopra, cui dare birraTV&sessoabuonmercato) che RUBAVANO lo stipendio, e che ora - sempre per via della selezione naturale - han perso il diritto al pasto gratis, e devono morire da qualche parte senza rubare risorse ai "migliori".

Inutile dire che gestire un'azienda significa gestire le risorse umane della stessa. Se quell'azienda serve come serbatoio di voti, non è solo colpa dei dipendenti-votanti se l'organizzazione serve solo ad erogare stipendi e non a produrre qualcosa. In un'organizzazione pensata per produrre, le cose vengono prodotte e la gente - usualmente - lavora, usando il giusto mix di motivazione e costrizione. Non esistono categorie di "fannulloni" in senso lombrosiano.

Alle grandi organizzazioni in cui "si perde il controllo della situazione" a causa di "potenze ostili" come il sindacato non ho mai creduto. La Fiat degli anni '80 non funzionava a causa dei suoi manager, dare la colpa al fancazzismo è stato assai stato semplice ma non onesto.
L'Olivetti, finchè era guidata da imprenditori e non dagli avvoltoi, funzionava alla grande, ed era un'azienda innovativa e geniale, senza nessuna necessità di frustare i dipendenti.

Se poi le aziende andavano in crisi, almeno un tempo lo Stato era disposto a dare una mano.

Oggi, le aziende sono generalmente ostili verso i propri dipendenti, quasi per principio, anch'esse affette - almeno nei manager che gestiscono il personale - da sintomi di nazicarognismo.
In genere il messaggio che adesso i megamanager inviano ai propri dipendenti in occasione delle feste comandate è "ricordatevi ogni mattina, quando venite a lavorare, che il vostro compito è soddisfare l'azionista, il cui profitto è Dio Supremo della nostra azienda e della vostra vita".

(Pensare agli "azionisti", grassi parassiti informi e impersonali che investono soldi e li ritirano a seconda del guadagno, così come si sale e si scende dal tram, è di certo il modo migliore per incentivare le persone a trovare un senso nel proprio lavoro, dopo che avranno ritrovato e raccolto le proprie sacche scrotali e le proprie ovaie sparse sul pavimento).

Il dato nuovo è che oggi, se ti è ostile la tua azienda, anche lo Stato sembra avercela con te (con te perdente, fesso, fannullone, inutile, destinato a birraTV&sessoabuonmercato) e sembra mostrare anch'esso i bubboni del nazicarognismo.

Ogni mattina ti svegli e ti chiedi: che cosa mi faranno oggi?
Le vie del sadismo nazicarognista dello Stato, ormai, sono infinite.

Possono - chessò - contemporaneamente lasciare che il "mercato" aumenti a livelli insostenibili il prezzo dei carburanti e delle strade a pagamento, e nel contempo aumentare le tariffe del trasporto urbano e tagliare il 30% del servizio (ah, lo faranno le Regioni e non lo Stato? vabbè, son sofismi: se la posizione in cui ti sodomizzano si chiama "centralismo" o "federalismo", non è che questo cambi granchè la tua percezione del dolore...), e quindi costringerti a svenarti andando al lavoro in auto senza trovare parcheggio, per poi dirti che devi cambiare auto perchè rendi irrespirabile l'aria della città...

Possono consentire che ci siano 100 miliardi di euro di evasione fiscale, e nel contempo avvisarti che ti faranno un culo così (si, a te, bastardo di un lavoratore dipendente perdente fesso ecc ecc) per ogni errore che farai nel 730: e intanto il tizio che evade ha messo la sua pargola all'asilo nido al posto della tua, che guadagni troppo.

Possono farti la multa per la veranda abusiva ed intanto concedere concessioni edilizie che scardineranno tutto l'assetto idrogeologico della zona in cui vivi, in cui tanto andrà tutto in merda lo stesso per la costruzione della nuova tangenziale o della linea a Velocità Mistica per collegare Ibiza con Istanbul in sole tre ore non stop.

Possono tagliare decine di migliaia di posti e otto miliardi di euro nella scuola pubblica e poi dirti: ehi, amico, questa scuola è proprio diventata una schifezza! Se arrivi dalla scuola pubblica un posto te lo scordi, se non hai i soldi per pagarti la privata affari tuoi...

Possono farti altre migliaia di cose brutte, stupide e cattive.

Il risultato finale è che - come la prima tendenza di cui parlavamo, che fa la stessa operazione con le parole - anche il nazicarognismo (aziendale e statale) finisce per farti perdere fiducia in tutto. Nessuno ti proteggerà, se non sei potente di tuo.
Nessuno ti darà una mano, un'opportunità, se non aderisci alla grande famiglia delle nazicarogne.
Solo birraTV&sessoabuonmercato, ecco quel che resta per te.

Ed allora, per tornare al concetto iniziale del post, l'ipocrisia "buona" è infinitamente meglio delle due tendenze descritte e dominanti.

Perchè cerca di immaginare un uomo migliore, un mondo migliore.
Perchè crea con l'immaginazione qualcosa di meglio di quel che c'è.
Perchè ne abbiamo bisogno, come antidoto a questa porcheria dilagante.
Perchè non possiamo accettarlo, un mondo così, nè rassegnarci all'idea che non c'è più nulla da fare, e che questa è la condizione naturale dell'umanità.
Perchè la birra ci piace, ma solo se la scegliamo noi.

Perchè, addirittura, l'ipocrisia buona pensa che uomini di potere e nazicarogne, in quanto uomini, siano "riformabili" e salvabili, e che non sia proprio necessario eliminarli.

(Si, lo ammetto: questa ultima frase era veramente MOOOLTO ipocrita:-)))

Perchè oggi, forse, - pensa te dove siamo arrivati! - son persino meglio le azalee ipocrite di cui parla Gaber rispetto a quei ghighi schifosi e bastardi indossati in permanenza da chi "ha capito tutto della vita"...

L'AZALEA (da "Un'idiozia conquistata a fatica")
Giorgio Gaber

Io credo che non ci sia stato un altro periodo della storia in cui gli uomini siano arrivati al nostro livello di cattiveria e di egoismo.
Un uomo oggi, non avendo remore di morale e di coscienza, tanto più gli conviene tanto più è carogna. È carogna coi più deboli, è carogna coi più forti... no, coi più forti è viscido... è carogna con la moglie, coi figli, con gli amici, è carogna con il mondo intero.
Però la domenica... un'azalea. Tutti che comprano un'azalea. Un'azalea per questo... per quest'altro... per quest'altro ancora... dato che non funziona niente si risolve tutto con le azalee.
E mi bussano alla porta, mi fermano per la strada, mi corrono dietro, col motorino, con la bicicletta, e io, stremato, che faccio? Compro un'azalea… per salvare bambini, animali, piante, ricerche varie, bacini idrici, le suore del Nicaragua, le foreste dell'Amazzonia... Devo fare tutto io!
L'azalea, oltre ad essere un arbusto ornamentale delle ericacee, è diventata il simbolo della purificazione. E siccome più uno più è sporco dentro, più ha bisogno di apparire buono, i più carogna hanno azalee dappertutto: nell'ingresso, in sala da pranzo, in camera da letto... vanno al cesso e... TRACK un'azalea. Che raffinati!
Secondo me a San Francesco non piacevano le azalee. Gli piacevano i lupi. Certo che anche avere una casa piena di lupi...
E Ghandi? E Madre Teresa di Calcutta? Ne han salvate di persone, eh! Oddio, se in India ci fosse stato un bravo statista anche un po' meno buono forse ne avrebbe salvati di più. Ma che c'entra…
Non c'è niente da fare, la bontà vera commuove, rassicura… quella finta… mi fa vomitare. E se ci fosse un Dio io credo che la condannerebbe. Ma basta con queste finzioni, queste ipocrisie, queste esibizioni fatte per abbellire l'anima... e anche l'immagine. Ma dentro, dentro cosa siamo, eh? Ve lo dico io che cosa siamo: siamo delle caramelle di merda ricoperte di cioccolato.
A proposito, ho fatto un sogno.
Si alza in volo un branco di mucche... VVVV... è un sogno ricorrente, pieno di effetti speciali... VVVV... un film, Spielberg regista, lui può... VVVV... e sulle azalee della domenica... VVVV... su Telethon... su 'Trenta ore per la vita'... VVVV... su 'We are the worid we are the children'... VVVV... su 'La partita del cuore'... 'Grazie Firenze!'... VVVV... su 'Pavarotti and friends'... 'lo conto perché non sono un conto'... VVVV...
E le mucche… SPLASCH!!!
Oooh!..
A questo punto scatta come sempre la solidarietà. Domenica prossima in tutte le piazze d'Italia, è in vendita a lire. quindici... facciamo centomila... una piantina di azalee. Il ricavato sarà devoluto alla ricerca... di quei poveri disgraziati che sono ancora sommersi sotto quella montagna di sterco bovino.
Dio esiste.


venerdì, novembre 19, 2010

La crepa

Adriano Olivetti era un tipo strano. Imprenditore effervescente, figlio di un geniale capitano d'impresa socialista ed ebreo e della figlia di un pastore valdese, educato a non dipendere da nessun dogma, si mise in testa che la responsabilità etica dell'impresa era una cosa dannatamente seria.
Credeva che avere un sacco di soldi e fornire lavoro comportasse doveri ineludibili nei confronti delle persone e del territorio in cui si avviava la propria attività economica.
Era convinto che formare e trattare bene gli operai fosse fondamentale per il successo dell'impresa. E così non gli riduceva la pause, ma le allungava: e dentro, ci metteva Gassman che recitava l'Adelchi in sala mensa, e Pasolini e Moravia e Dario Fo che tenevano lezioni ai dipendenti.
E faceva costruire stabilimenti in cui, da ogni postazione di lavoro, si potesse vedere la natura dalle finestre (Pozzuoli). E creava biblioteche, che giunsero ad avere un totale di novantamila volumi.E diede per primo in Italia, in aggiunta al contratto nazionale, il sabato libero (suo padre aveva già dato ai suoi dipendenti una settimana di ferie in più, nel 1936!!, e creato il primo asilo nido per i figli dei dipendenti, nel '34, e previsto casse mutua e formazione permanente...).
Tentò addirittura di convincere il CdA a trasferire progressivamente il controllo dell'azienda in mano alla Fondazione Olivetti, controllata dalle maestranze: e di condividere gli utili.
Potete immaginare come gli Olivetti fossero visti male non solo dagli altri industriali, ma anche dal sindacato, che ne detestava il presunto "paternalismo" e l'idea di cogestione: Adriano fondò anche un sindacato aziendale, Autonomia Aziendale, che svuotò interamente la UIL di iscritti (restituendoglieli al termine della sua storia).
Convinto che le sue idee (un originale mix di marxismo, elitismo e liberalismo) potessero diventare un progetto politico, fondò il progetto di Comunità e si presentò alle elezioni politiche (con scarsi risultati: divenne senatore solo lui, ma lasciò presto per gli impegni imprenditoriali). Comunità elesse molti amministratori locali nel Canavese, ma dopo la morte di Adriano (febbraio 1960) pian piano la spinta morale ed etica della famiglia si spense.
L'Olivetti fu "normalizzata", costretta ad uscire dall'elettronica su pressioni Fiat (nonostante la creazione del primo grande computer, l'Elea) e pian piano diventò un'azienda come le altre. Anche se, ancora negli anni '80, essere dipendente Olivetti dava un senso di appartenenza ad un'esperienza unica nella storia imprenditoriale (ed a vantaggi ancora nettamente superiori, dal punto di vista dell'assistenza sociale, a qualsiasi altro posto di lavoro).
E dire che, oggi, c'è chi pensa che Marchionne sia un mito...che tristezza!

Di Marchionne scrissi abbondantemente qui a suo tempo, ma mi ripeto brevemente.
Egli interpreta il suo mestiere in modo decisamente diverso da quello di Adriano Olivetti: il suo unico scopo è procurare profitto per gli azionisti e per sè, producendo merci (automobili, ma non solo).

E tale obiettivo non prevede – anzi, esplicitamente esclude – la “responsabilità etica dell’impresa”: ovvero che sia lui ad occuparsi del futuro del pianeta, della compatibilità di ciò che produce con una visione sobria e sostenibile del mondo, e nemmeno della felicità delle persone che lavorano per lui.
Quindi tutte le cose che disse nel "Porta a porta di sinistra" di Fazio non vanno analizzate una ad una, è abbastanza inutile.
Esse sono perfettamente logiche e coerenti nel contesto di una visione di cui Marchionne è consapevolmente (e doratamente) prigioniero: questo è il capitalismo di oggi, bellezza.
Visibile nella sua nudità, spogliato da ogni residuo etico, ridotto all’essenza: e dunque vero, reale, spietato (come direbbe Cetto Laqualunque; “io sono la realtà: voi siete la fiction!”).
Il capitalismo, sistema di merda (iniquo, egoista, infame) ma unico rimasto in piedi tra le macerie del mondo (macerie che esso stesso produce).
C'è chi vince, e detta le regole, e c'è chi perde, e deve subirle: al massimo può mitigarle, ma mai partecipare a scriverle.

Una volta accettata questa visione come unica possibile, ogni discussione finisce per vertere su corollari e dettagli.
Sono corollari (pienamente legittimi) di questa visione le posizioni di Bonanni ed Angeletti ("Prima manteniamo i posti di lavoro, dopo pensiamo ai diritti") o quelle del Governo ("L'impresa è libera di agire come meglio crede, lo strumento con cui governiamo le crisi è la Cassa Integrazione").
Sono dettagli le surreali dissertazioni sul valore dei dieci minuti di pausa in più o in meno.
Sono dettagli le dichiarazioni di Bersani ("Ricordiamoci che siamo in Europa, e non in Cina"): non sono gli "auspici" a determinare le forme in cui il capitalismo si manifesta nelle diverse parti del mondo, ma solo la resistenza che incontra nel suo affermarsi.

La posizione della CGIL (e, seppur con accenti più vistosi ed apparentemente radicali, della Fiom) è, a mio avviso, una posizione di resistenza "emotiva" ed inconscia a questa visione, ma il linguaggio con cui si esprime alla fine non esce dallo schema e dalla visione di cui sopra. Si richiede di fatto un “capitalismo più umano” (ma in una visione infinitamente meno coraggiosa di quella che aveva elaborato Olivetti), che presti più attenzione alla dignità del lavoro, al mantenimento dei diritti.
Ma, alla fine, si fanno proposte che restano completamente in seno a questa visione: non si mette in discussione quel che viene prodotto, se non per dire che sarebbe meglio produrre in Italia i modelli di auto di fascia medio-alta che sono più redditizi, se non per suggerire strategie che permettano di “competere sui mercati” salvaguardando un certo livello di qualità della vita dei lavoratori.
Si “resiste”: ed anche questa è una posizione legittima, onorevole.

Sia ben chiaro: non sto criticando nessuno degli attori in gioco, ognuno dei quali ha una posizione “realista”. Ed è giusto, perché i conti con la realtà sono ineludibili.

Quel che mi chiedo, però, da essere umano miseramente pensante, è: “è davvero finita qui?”
Davvero quel che si poteva produrre attraverso quella immensa e faticosa sovrastruttura che chiamiamo “pensiero” deve considerarsi esaurito?
E’ questo, dunque, è questo mondo il massimo e più avanzato punto di equilibrio possibile che siamo stati capaci di raggiungere?
Un capitalismo (dal volto più o meno feroce a seconda delle possibilità) è davvero il massimo che gli uomini riescono ad immaginare ed a mettere in pratica?
Abbiamo sviluppato tecnologie straordinarie, capaci di curare e dar da mangiare a tutta l’umanità, eppure non riusciamo a stabilire ed a mettere in pratica priorità semplici come “far vivere il maggior numero possibile di persone in un modo decente”?

L’essere umano è davvero, in fondo, inseparabile dal suo istinto alla sopraffazione?
Dobbiamo accettare l’idea che né la cultura né la consapevolezza della capacità di amare, in fondo, possano modificare questo istinto?

Ad esempio: Marchionne è una persona indubbiamente colta ed intelligente, eppure quando afferma “lavoro 18 ore al giorno, QUINDI ho pienamente diritto di godere di un reddito 435 volte superiore a quello di un operaio italiano, (e MIGLIAIA DI VOLTE rispetto ad un abitante dell’Africa)” non esprime con semplicità il più feroce degli istinti di sopraffazione?
Sentire affermare con naturalezza che il valore di sé (o il valore che IL MERCATO attribuisce alla propria professione) può essere pari alla somma di quello di centinaia, migliaia di altri individui nel mondo non è una cosa che dovrebbe farci sobbalzare sulla sedia?
Occhio, non lo dice e non lo pensa mica solo Marchionne.
Lo pensiamo anche noi quando, istintivamente, ci sentiamo “superiori” non solo a chi “non ha voluto studiare” o “non ha voluto farsi il culo”, ed in questo inseriamo almeno una giustificazione di tipo meritocratico, ma anche a chi – semplicemente – ha avuto la sfiga di nascere in una parte del mondo esente da privilegi.
Riteniamo che il nostro lavoro, il nostro salario sia qualcosa di dovuto, “un diritto”, mentre esser nati qui – dove il capitalismo, per ragioni storiche e di “resistenza culturale” non ha semplicemente potuto esprimere appieno il suo potenziale di ferocia – è stata semplicemente una botta di culo (e poi, sì, ci sono infinite varianti: c’è chi di culo ne ha avuto meno e chi di più, ma se assumete come parametro di riferimento questo o questo direi che sul termine “culo” ci sia alla fine da convenire).
E’ vero, a volte ci “sensibilizziamo” od acquistiamo consapevolezza, ma nel quotidiano, anche per meri motivi di sopravvivenza, non possiamo star lì tutti i momenti a pensare che anche la nostra sfigatissima e precaria condizione quotidiana è comunque infinitamente migliore di quella in cui versano i cinque sesti dei nostri fratelli umani che sono sparsi per il mondo.

Riporto qui un pezzo di post che scrissi a gennaio:
"A Salvador de Bahia, una delle città più belle e disperate del Brasile, puoi essere portato ad ammirare la splendida città vecchia, capolavoro dell’architettura coloniale portoghese, fatta di bellissimi edifici color pastello, di stucchi candidi, di forme morbide e curvilinee, e rimanerne affascinato.
Ma non puoi (e non devi) non andare in altri due posti della città dove puoi comprendere il senso della parola “inferno”.

Il primo luogo è (ancora oggi) il poverissimo quartiere detto degli “Alagados”. Il nome è ironico, perché si tratta di palafitte di legno costruite direttamente sugli scarichi fognari a mare della città., collegate fra loro da incerte e precarie passerelle marcite.
L’alta marea provvede periodicamente a innalzare il livello dei liquami sui pavimenti della abitazioni.
Qui vivono centomila persone. Centomila. Arrivate da qualsiasi parte del paese, come gli abitanti della favelas di Rio e San Paolo, in cerca di una speranza qualsiasi tra l’immondizia del presente.
Come a Rosarno e nelle periferie delle nostre città, anche se a Salvador tutto è moltiplicato per cento: i numeri, così come la disperazione e l’orrore.
Immaginate la situazione igienica, morale, educativa. Non vi racconto cosa significa, qui, guardare negli occhi le persone, o – peggio ancora - i bambini. Immaginate da voi la sensazione che si può provare: immaginate come quello sguardo – accompagnato spesso, e questa è la cosa più sconvolgente, da un sorriso sincero - possa cancellare in un millisecondo, dal nostro cervello da uomini superiori, tutte le migliaia di cazzate che ci hanno inserito a forza.
L’affollamento di minchiate (i programmi tv, la macchina nuova, il cellulare, i viaggi, la “qualità della vita”, il buon cibo, gli abiti eleganti, l’invidia, la carriera, la competizione sociale) si dissolve all’istante, e nell’immenso spazio vuoto che si crea all’improvviso lampeggia una scritta che recita qualcosa come “dare un senso alla vita”.

E’ uno shock. Uno schiaffo violento al castello di bugie su cui costruiamo l’idea di un mondo “sviluppato” e di uno “arretrato”, che lo fa crollare come fosse sabbia – e poi, per tutta la vita, non c’è più verso di rimetterlo insieme.

Un altro inferno, a Bahia, è la discarica della città. O, meglio, la città nella discarica.
Tra le montagne di rifiuti di ogni genere, ed i milioni di variopinti sacchetti di plastica lacerati e sventolanti come bandiere tibetane, ci sono delle autentiche strade. E, ai margine delle strade, direttamente su rifiuti, le tende in cui vivono le persone. Quasi sempre si tratta solo di un telo di plastica agganciato su qualche bastone.
Qui vivono centinaia di persone, in maggioranza bambini.
Attendono l’arrivo dei camion della spazzatura, attorno ai quali, quando il pianale rovescia altra immondizia sulle montagne già esistenti, si affollano come formiche operose.
E dallo scarto della società civile traggono non solo rifiuti da rivendere o da impiegare per costruire rifugi meno precari (materiale ferroso, legno): ma cibo, che viene consumato subito, con le mani che pescano a cucchiaio, perché la fame e la disperazione se ne fottono assai del bonton.

Moltitudini, dunque, che non possono essere definite deficienti o “fallite”, come si è tentati di fare sbrigativamente secondo la nostra concezione “da vincenti”: sono soltanto parte di quella immensa maggioranza di persone che nel mondo hanno avuto la sfiga di nascere dalla parte sbagliata del mondo (a Salvador de Bahia, si tratta del 90% della popolazione).

Senza lavoro, senza soldi, senza averi, senza cibo, senza presente né futuro, in un mondo che non tollera la povertà: e, anzi, non vuole nemmeno pensarci.


Noi “che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo”, come diceva Primo Levi, siamo portati a pensare che la differenza tra noi e “gli altri”, nel senso degli ultimi del mondo, sia solo una questione di “volontà”.


Se uno ha buona volontà…se ha voglia di lavorare…se si comporta bene…se dice sempre sì…se si adatta…se è “meritevole”…


Continuiamo a raccontarci queste palle, d’accordo: è molto più semplice che ammettere che l’ingiustizia su cui si basa questo mondo è semplicemente intollerabile, e che ne siamo in qualche modo complici nel momento in cui neghiamo la verità, e ci ostiniamo a “parlare d’altro” (mai della vita, ma in genere di ciò che in essa vi è di più futile).”


E dunque: dobbiamo rassegnarci all’idea che la rappresentazione di un mondo RADICALMENTE sovvertito nel suo assetto attuale sia non solo non proponibile, ma nemmeno più IMMAGINABILE?
NO. Io credo di no. Perché solo continuando disperatamente, forsennatamente, maledettamente ad immaginare, sognare, desiderare, spargere i semi di un mondo profondamente diverso, potremo trovarci preparati quando - per una di quelle circostanze che capitano ogni tanto ma inesorabilmente nella storia - si creerà una fessurazione, una crepa di questo mondo.

Quello sarà il momento in cui infilare in essa, con tutta la forza possibile, il cuneo della nostra rabbia.

giovedì, novembre 11, 2010

Il caso ed il sorteggio come antidoti al fallimento della democrazia e del merito?

Poche settimane fa, tre ricercatori dell'Università di Catania hanno vinto a Boston il premio IgNobel (una sorta di parodia intelligente del Premio Nobel, che premia ricerche stravaganti, assurde o curiose) per il settore Management, con uno studio sull'organizzazione aziendale, e in particolare "per aver dimostrato matematicamente che enti e aziende sarebbero più efficienti se promuovessero le persone in modo del tutto casuale".

(Qui troverete una nutrita rassegna stampa sulla ricerca, ma ne ha parlato in sintesi qui anche la mia amica blogger Chicca.

Quelle che seguono invece son parole mie, anche se scritte già altrove...)

"Nulla infatti garantisce che una persona che sa eseguire il proprio lavoro con competenza sia altrettanto brava, una volta promossa, a svolgere le nuove mansioni: e ovviamente non sarà più "promossa", quindi spostata dal nuovo ruolo, poiché non sarà più in grado di manifestare bravura e competenza: risultato, rimarrà prima o poi congelata nel ruolo che le è meno congeniale.

"In una organizzazione gerarchica in cui i ruoli non sono strettamente dipendenti, i membri della stessa vengono promossi fino a raggiungere il loro massimo livello di incompetenza": questo principio, enunciato da Laurence J.Peter nel 1969, è stato dimostrato da Rapisarda e dai suoi colleghi simulando al computer le dinamiche di una ipotetica azienda con 160 dipendenti organizzati su sei livelli.

Gli scenari analizzati sono stati due: un'organizzazione in cui i ruoli nei vari livelli sono dipendenti, e quella in cui i ruoli non lo sono (la situazione prospettata da Peter): la simulazione ha calcolato l'efficienza dell'organizzazione adottando diverse logiche di promozione.
E ha dimostrato che, quando non c'è relazione di competenza tra i ruoli, promuovere il più competente è la strategia peggiore: conviene promuovere a caso, o alternando il più competente con quello che lo è meno.

Risultati provocatori? Più semplicemente, dai risultati della ricerca giunge un invito a non adottare esclusivamente punti di vista convenzionali ed automatici, quando si tratta di prendere una decisione importante per un'organizzazione: un "pensiero alternativo" può produrre risultati positivi inaspettati."

Ed in questa intervista , uno dei ricercatori premiati risponde così alla domanda che segue:

"La casualità può essere un agente di innovazione delle scelte, dunque? Potrebbe migliorare i risultati rispetto a scelte dettate esclusivamente dal "raziocinio", e non solo all'interno di una organizzazione?Anche nella nostra vita di individui la "scelta casuale" potrebbe portare risultati inattesi e positivi?

E' sicuramente così, pensi ad esempio all'evoluzione naturale. Le mutazioni sono casuali e se danno un vantaggio alla specie non vengono certo rimosse (promosse ad altro ruolo...) ma incentivate e rafforzate. Esattamente quello che noi proponiamo. La casualità fa emergere possibilità nascoste, talenti che magari non avrebbero nessuna possibilità di emergere. Quante volte leggendo qualcosa per caso ci ha fatto nascere un'idea vincente. Io credo che tutti abbiamo qualche esempio di questo tipo all'interno della propria esperienza familiare e/o lavorativa."

La seconda "provocazione culturale" che vi propongo non è meno interessante, ed è legata all'uscita di un libro del politologo franco-americano Bernard Manin ("Principi del governo rappresentativo",Il Mulino, Bologna 2010,pp. 312, € 30)., recensito qui.

Riprendiamo dal sito "Lo spiffero":

La democrazia si è ridotta a scheletro di procedure, a feticcio di regole. Questo percorso è ricostruito, in modo originale, da Manin, il quale dopo aver puntualmente esaminato le cause si concentra sull’avvento dell’odierna “democrazia del pubblico”, ovvero l’epoca contemporanea in cui i partiti cedono spazio alle persone, l’organizzazione alla comunicazione, mentre le identità collettive si indeboliscono, compensate dalla fiducia personale diretta.

Il rapporto con la società e gli elettori avviene, sempre più, attraverso i media e il marketing politico.

Manin parla di “democrazia del pubblico” perché lo spazio della rappresentanza coincide con lo scambio fra leader e “opinione pubblica”. Che avviene, prevalentemente, attraverso i media. In modo asimmetrico, perché a senso unico.

Ciò non sancisce la fine del sistema democratico, ma ne rappresenta semmai una metamorfosi. La personalizzazione, in particolare, non va considerata una degenerazione, ma un elemento costitutivo della democrazia rappresentativa. Perché la rappresentanza è, per sua natura, “personale”. Fin dall’origine, al tempo del parlamentarismo (nel XVIII e XIX secolo). Ma anche nell’epoca della democrazia - e dei partiti - di massa i rappresentanti erano - sono - persone, che esercitano un grado, più o meno ampio, di autonomia personale.

Può sembrare una provocazione astratta, ma non va in questa prospettiva sottovalutata la possibilità rilanciata da Bernard Manin di affiancare ai classici, ma scricchiolanti metodi di selezione della classe dirigente anche quello in uso nella polis ateniese ai tempi di Pericle: l’estrazione a sorte. Un metodo che gli stessi Montesquieu e Rousseau hanno in più occasioni rivalutato. Un metodo che peraltro, come ha ricordato il bel film “Il sorteggio” nei giorni scorsi, è ancora previsto pur se solo nell’ambito molto particolare dei giudici popolari.

All’origine del sorteggio ateniese c’era anche al fondo un pensiero religioso: il fatto che gli dei avrebbero guidato le scelte. Ma c’era soprattutto il principio della rotazione delle cariche, cioè della necessità che ogni cittadino potesse avere sia il dovere di essere governato, sia il diritto di governare. «In altre parole – afferma Manin – la libertà democratica consisteva non nell’obbedire solo a se stessi, ma nell’obbedire oggi a qualcuno al cui posto ci si poteva trovare domani».

AGGIORNAMENTO!

Pubblico volentieri questo documento inviatomi da Sileno, che riguarda il sistema in uso per la nomina del Doge:

Venezia, anno 1268. Sì, avete letto bene: 1268. Settecentoquarantuno anni fa. Si elegge per la prima volta il Doge della Serenissima. Come fanno, i veneziani? Si affidano al sorteggio.

Non a un sorteggio qualsiasi, come un banale sorteggio del superenalotto. No, i veneziani, che in quel periodo già spadroneggiano in tutto l’Adriatico e oltre, e quindi hanno bisogno di una guida seria, scelta bene, eleggono il Doge con un sistema di sei sorteggi consecutivi.

I membri del Gran Consiglio votano e, contemporaneamente, a ogni votazione, procedono a un sorteggio. Elezione e sorteggio non rappresentano più una contraddizione, ma un congegno virtuoso.

Lo spiega bene Mario Ascheri nel suo libro “Le città-Stato” (ed. Il Mulino).

In sintesi: con il primo sorteggio si individuavano i primi 30 elettori, cioè i 30 membri del Gran Consiglio a cui il “ballottino” (un ragazzo scelto a caso) consegna le “ballotte” contenenti la scritta “elector”.

Con il secondo sorteggio, sempre con la stesso sistema delle “ballotte”, i 30 vengono ridotti a 9. Questi 9 elettori scelgono 40 cittadini, ognuno dei quali deve ottenere almeno sette voti.

Terzo sorteggio e nuova riduzione di numero: i 40 eletti diventano 12. I 12 quindi votano e scelgono 25 cittadini, che devono ottenere non meno di nove voti a testa.

Con il quarto sorteggio e la quarta estrazione di “ballotte” i 25 ridiventano 9. Questi 9 votano per 45 cittadini, ognuno dei quali deve ottenere almeno sette voti.

Siamo al quinto sorteggio, che riduce i 45 appena eletti a 11. Questi 11 eleggono i 41 veri elettori del Doge, ognuno dei quali deve ottenere almeno nove voti. I 41 votano segretamente per chi gli pare e le schede finiscono dentro un’altra urna.

Da quest’urna, ed eccoci al sorteggio numero sei, viene estratto un solo nome.

Ma non è finita qui.

L’estratto veniva “processato” e chiamato a difendersi. Dopo di che, si votava di nuovo. Per poter essere eletto Doge, l’estratto doveva ottenere almeno 25 voti favorevoli. Altrimenti si estraeva un altro nome e si ricominciava la procedura.


Finalmente la risposta...!


...alla domanda che noi piemontesi ci poniamo da diversi mesi:
"ma ROBERTO COTA, oltre a sparare cazzate e stare sempre in TV, A COSA SERVE?"

Ovviamente, qui era in missione in Veneto. A far cosa, lo sa solo lui: si vede che il Trota non ha ancora le competenze per reggere i posaceneri.

(foto rubata al sito http://lospiffero.com, che sull'argomento pubblica un post che merita...)

venerdì, ottobre 29, 2010

Nemico del "popolo" e dello Stato

Nel giorno in cui Tremonti condivide con Draghi i dati devastanti sulla disoccupazione, confermando che siamo all'11% includendo cassa integrati e "scoraggiati" che il lavoro nemmeno lo cercano più, il ministro Brunetta annuncia che bloccherà il turn over nella Pubblica Amministrazione cancellando 300.000 posti di lavoro tra il 2008 ed il 2013.
Finti? Improduttivi?
Ma chissenefrega. Sono redditi che oggi fanno campare (se ogni stipendio mantiene in media tre persone) un milione di individui. Siamo senza dubbio d'accordo sul fatto di renderli più efficienti, funzionali, utili alla collettività: ma che sia lo Stato a cancellare volontariamente, scientificamente posti di lavoro in questa situazione è CRIMINALE.
Uno Stato che mette in difficoltà volontariamente un milione di persone è uno Stato nemico dei suoi cittadini.
Brunetta (a cui di certo non si può imputare una ricerca del facile consenso) andrebbe arrestato dai Carabinieri, per impedirgli di attuare un crimine annunciato: togliere il reddito ad un milione di cittadini italiani nel corso della più dura crisi economica degli ultimi decenni.
Non si può permettere.

P.S. è possibile però che il Presidente del Consiglio renda pubblico al popolo, e non solo alle sue compagne d'orgia, il numero del suo cellulare privato: in questo modo, l'ulteriore milione di persone che in futuro sarà costretta a rubare per mangiare potrà chiedere il suo aiuto, nel momento in cui dovesse malauguratamente finire in una stazione dei carabinieri.
Si sa, lo ha dichiarato egli stesso: "Sono una persona di buon cuore e mi muovo sempre per aiutare chi ha bisogno di aiuto".

martedì, ottobre 26, 2010

La prevalenza del cretino

E pensare che questo è l'esponente di punta della nuova Lega, quello intelligente e col bel faccino di quelli che hanno studiato...
Si vede che la vicinanza con Borghezio, di cui non disdegna mai la compagnia, sta incominciando a mostrare i suoi effetti irreversibili: come diceva Gaber,

"Le cose buone non fanno epidemia, è un fatto biologico, niente da fare.
Io c'avevo un fratello, gracile poverino ma geniale, intelligente, e io gli stavo vicino, come dire... ora anch'io: BSSS, BSSS, BSSS.
Niente! L'intelligenza non si attacca... la scarlattina sì!
Secondo me certe persone che si aggregano, invece, c'hanno come incorporato una specie di distillatore che, FFFTTT, FFFTTT, FFFTTT, filtra, elimina tutto il buono attraverso un tubicino di scappamento, POH-POH, via il buono, POH-POH-POH, poi filtra il resto, distilla, e lascia passare... FFFTTT, FFFTTT, la merda pura! È capita?"

Di che parlo? Nel video qui sotto, il nostro presidente (un borghezio piccolo piccolo) sostiene:
«In Piemonte dev’essere fatta un’attenta valutazione che porti in futuro la Regione a finanziare le borse di studio dei piemontesi. Ritengo sbagliato che ogni regione non si faccia carico delle borse di studio dei propri cittadini».

Minchia, amico mio, ti è andato proprio in segatura il cervello.
"I propri cittadini" son quelli che ti vivono in casa, ti pagano le tasse e ti creano ricchezza, non quelli che son nati qui e poi sono andati in Argentina due secoli fa.
Se un piemontese di valore va a studiare a Pisa o ad Harvard o a Berlino, risiede lì, lì paga affitto e tasse e trasporti e tutto il resto, e magari si merita una borsa di studio, a nessun cretino di governatore passa per la testa di dirgli "ennò, sei bravo ma sei un mandrogno(1), fatteli mandare da Cota, i soldi per studiare, sennò torna al tuo paese!"

Perchè poi, mio bel piccolo borghezio, se sei coerente e applichi questa idea deficiente devi mandare un fax a tutte le università d'Italia, d'Europa e del Mondo, affinchè tutti applichino lo stesso principio negando le borse di studio agli studenti piemontesi meritevoli.

La verità è che tra "studenti", "meritevoli", "cittadini" e "piemontesi", un cervello leghista (così piccolo che quando due pensieri s'incrociano uno deve far retromarcia) va in confusione: quattro concetti da gestire in una sola volta, tutti insieme, sono una mission impossible.



UPDATE (di qualche giorno dopo)


(1) Termine piemontese per "Nativo dell'Alessandrino":-)

giovedì, ottobre 21, 2010

Dove osano i manganelli

Ci stiamo abituando.
Son tornati, piano piano.

Prima così, isolati, sugli studenti di Torino e Milano, le scorse settimane.

Poi più consistenti, più compatti, più duri.

Sulle teste dei manifestanti di Terzigno, sui corpi dei pastori di Cagliari.
Manganelli (nomen omen:-)), nel senso del capo della polizia, ha espresso rammarico per il fatto che «temi che altri soggetti sono chiamati a risolvere vedano il ruolo di supplenza delle forze dell’ordine. Accolgo anche il rammarico dei miei uomini che tutte le sere fanno battaglia e non sono certe nemici di chi manifesta».

Già, evidenzia una realtà sempre più evidente, Manganelli.
Di fronte a chi protesta la politica non solo non svolge il suo ruolo, ma arretra, si nasconde. Non si fa vedere, se non circondata da un numero considerevole di guardie del corpo.
Sta chiusa nelle sue torri d'avorio: i palazzi blindati, gli studi televisivi.
Anche il Mago di Arcore, adorato a suo dire dal popolo, da lunghissimi mesi si guarda bene dal tornare, per dire, all'Aquila o a Napoli per stupire le masse. Basta bagni di folla.

Più un certo numero di persone esce di casa per dire basta, per chiedere aiuto, spiegazioni, certezze (le persone consapevoli, o quelle la cui vita è già stata stravolta dalla realtà che non raccontano sul TG1), meno incontra qualcuno che abbia il ruolo, la delega per dargliele.

E, anzi, incontra sempre più spesso la polizia (quella stessa che viene privata di mezzi per evitare che faccia il suo mestiere più vero, indagare) che viene mandata in piazza per evitare che le domande vengano poste, che le contraddizioni venga evidenziate, che le risposte vengano richieste con forza.

E quelli che decidono? Spariti.
Se si fossero rinchiusi nei palazzi a pensare al disastro, al milione di posti di lavoro persi, alla disoccupazione che colpisce un lavoratore su dieci ed un giovane su tre, se stessero cercando una soluzione, un futuro, una speranza per chi sta fuori, allora ne saremmo lieti.

Ma l'impressione (bruttissima) è che non solo continuino a farsi i cazzi propri, ma che addirittura si stiano preparando ad abbandonare la nave, dopo aver contribuito ad affondarla. Quando le acque invaderanno i ponti, sulla tolda di comando non ci sarà più nessuno.

Ed il popolo (incarognito, abbruttito) solo allora forse capirà, solo allora forse si alzerà da quei divani di merda davanti alle televisioni di merda che propinano continuamente merda.
E se la piglierà allora con chi resta, chiunque esso sia, colpevole o innocente. (Perchè se il popolo capisse qualcosa, non saremmo dove siamo oggi).
Soprattutto se, anche al popolo, come è giusto, verrà chiesto il conto di questi quindici anni di follia, passati a gettare al vento il bene in comune in nome della speranza di appartenere a qualsiasi camarilla, cricca, gruppetto che potesse dare come privilegio quello che invece si chiama diritto.

Perchè si è sempre responsabili, si è sempre coinvolti, anche quando si pensa che basti chiudere gli occhi e non guardare, anche quando si pensa che quello che accade al tizio accanto non ci interessa, anche quando si pensa che "io non c'entro un cazzo, lavoravo, c'avevo una famiglia, non mi occupavo di politica".

Già, peccato che la politica si sia comunque occupata di te, ed ora sian tutti cazzi nostri.

E pensare che te le meriteresti tu, probabilmente, quelle manganellate che per ora gli altri stanno uscendo a prendersi per primi.

venerdì, ottobre 15, 2010

Teppisti in arrivo!

"Se al termine del riconteggio (dei voti delle elezioni di marzo) ci portano via la Regione, si metterà male" (Umberto Bossi).

Nelle prossime settimane, sono dunque segnalati probabili flussi di teppisti dalla Padania verso il Piemonte. Siamo sicuri che le sedicenti autorità padane non faranno nulla per impedirlo, anzi: temiamo fortemente le infiltrazioni padane nelle istituzioni repubblicane italiane del Piemonte.

Invitiamo il Ministro dell'Interno Maroni ad intervenire preventivamente tenendo sotto stretto controllo di polizia i capi della teppaglia, per evitare che Torino venga messa a ferro e fuoco.
Un po' meglio di come ha fatto a Genova, ed un po' meno pericolosamente di come sta facendo per la manifestazione della FIOM (dove sta comprando lui la benzina per il fuoco della tensione).

E se proprio qualcosa deve accadere, invitiamo la cittadinanza all'autodifesa della città dai teppisti verdi. Pacifica, neh.

martedì, settembre 28, 2010

Smoke gets in our eyes

Mentre sulle prime pagine dei giornali campeggiano articoli fumogeni su cognati, appartamenti e angosce processuali del Satrapo, è scivolata via in fretta una notizia pubblicata ieri - ed evidentemente sgradevole per tutti coloro che dovrebbero avere responsabilità in questo paese - ovvero l'analisi dell'Ires CGIL sulla crisi dei salari in Italia.

Il rapporto, sintetizzato in una serie di slides molto esplicite e comprensibili che trovate qui, fornisce una serie di dati sul periodo 2000-2010 che - se non vengono smentiti e se vengono compresi da un popolo ipnotizzato - possono davvero far incrementare in modo repentino la produzione, la vendita e soprattutto l'uso dei forconi.
Ne estraggo un campionario significativo, di questi dati. Quanto basta.

Occupazione.

Dall’inizio della crisi al secondo trimestre 2010 sono stati persi oltre un milione di posti di lavoro.
Il tasso di disoccupazione 2010 nel II trimestre 2010 è arrivato all’8,5%, circa 2 milioni e 136mila persone.
Gli inattivi in Italia sono arrivati a circa 15 milioni.

Nel picco (III trim 2009) dei 508mila posti di lavoro persi, circa 220mila erano a tempo determinato e, per la prima volta dal 1999, 110mila a tempo indeterminato.
Le lavoratrici e i lavoratori coinvolti dalla CIG sono oltre 1.200mila (pari a 650mila inattivi con –4.900 euro in un anno).
Le imprese coinvolte sono oggi oltre 5.000 (oltre 180 tavoli aperti) per oltre 400mila lavoratori.

Se consideriamo tra gli inoccupati anche gli scoraggiati (circa 300mila nuovi inattivi, soprattutto al Sud) il tasso di disoccupazione reale arriva all’11% (12% con i lavoratori in CIG).

Il tasso di disoccupazione reale tornerà ai livelli pre-crisi solo nel 2017.


Occupazione giovanile in crisi.

La disoccupazione giovanile ha raggiunto il picco del 28,2% a febbraio 2010 e nel II trimestre si è attestata al 27,9%.
La media europea nell’anno 2009 è del 19,8%.
Nel Mezzogiorno l’indice arriva al 39,3%.

In Italia, secondo il CNEL, nel 2009 sono stati oltre 450mila i posti di lavoro persi da parte dei giovani (16-24 anni).

Secondo l’Istat nel 2009, poco più di due milioni di giovani non lavora e non frequenta nessun corso di studi (il 21,2% della popolazione tra i 15 e i 29 anni: i cosiddetti Neet, Not in education, employment or training).

Per quanto riguarda coloro che sono fortunatamente impiegati, il 30% della popolazione 18-29enne svolge un lavoro atipico ed è in questo segmento che si è concentrato il calo dell’occupazione: se, per ogni 100 giovani occupati nel primo trimestre 2008, a distanza di un anno, 15 sono transitati nella condizione di non occupato (erano 10 un anno prima), tra i giovani collaboratori questa percentuale sale a 27.


La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza.

Secondo l’ultima Indagine di Banca d’Italia sui redditi delle famiglie italiane, il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell'intera ricchezza netta delle famiglie italiane, che vuol dire che 2.380.000 famiglie possiedono ognuna mediamente 1.547.750 euro.

Così come il 50% della popolazione (la metà più povera) possiede solo il 9,8% della ricchezza netta complessiva: ovvero 11.908.000 famiglie posseggono mediamente 68.171 euro.
La distanza tra la ricchezza netta media (137.956 euro) e la ricchezza netta mediana (di quel 50% più povere, cioè 68.171 euro) evidenzia l’iniquità della distribuzione.

Indice di concentrazione della ricchezza netta (0,614) è quasi il doppio dell’Indice di concentrazione del reddito familiare (0,353).

Classificando i 30 paesi OCSE attraverso l’indice di concentrazione del reddito l’Italia risulta il sesto paese più diseguale.
In Italia, la distanza tra reddito medio e reddito mediano (del 50% popolazione più povera) risulta invece essere cresciuta più di tutti gli altri paesi OCSE, passando, negli ultimi 15 anni, dal 10,5% al 17,3% (prima della crisi).
La nostra previsione è che nel 2011 tale distanza raddoppierà, superando il 20%.


Le dichiarazioni dei redditi 2008

I redditi maggiormente dichiarati sono quelli da lavoro dipendente e da pensione, sia in termini di frequenza (86%) che di ammontare (78%).
Seguono i redditi da partecipazione (5,47%), i redditi d'impresa (5,03%) e i redditi da lavoro autonomo (4,20%).

Il 27% dei contribuenti (11 milioni) paga zero IRPEF al fisco (quota esente). Il 50,86% dei contribuenti dichiara meno di 15.000 euro l'anno e il 40,04% dichiara redditi tra 15.000 e 35.000 euro.
Lo 0,9% dei contribuenti dichiara redditi superiori ai 100.000 euro annui.

In totale il 90,90% (oltre 37 milioni di contribuenti) dichiara meno di 35.000 euro.
Il reddito medio dei lavoratori dipendenti è pari a 19.280 euro e quello dei pensionati è di 13.440 euro.

Oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese.

Circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne.


La caduta del reddito reale.

Nel I trim. 2010 Il reddito disponibile reale delle famiglie ha subito un’ulteriore flessione tendenziale rispetto al I trim. 2009 pari al -2,6% a prezzi correnti (considerando la somma mobile di 4 trimestri).

Se rapportiamo tale ammontare alla popolazione residente, ottenendo il reddito disponibile pro capite, la flessione passa al -3,2%.

La caduta del potere d’acquisto per abitante in realtà risulta già molto evidente prima del 2009: rispetto al “picco” del III trim. 2006 la flessione del reddito in termini reali supera il 6%, che corrisponde ad oltre 1.100 euro annui.


…caduta del reddito di quali famiglie?
L’impatto della crisi è stato generalizzato e ha colpito tutte le famiglie italiane.
Eppure, a differenza delle famiglie con a capo un imprenditore o un libero professionista, le famiglie di lavoratori dipendenti hanno accumulato una perdita di reddito disponibile reale che si è trascinata fino alla crisi, in cui la riduzione dell’occupazione e l’abbattimento delle retribuzioni (soprattutto per effetto della CIG) hanno trascinato ancora più in basso il potere d’acquisto delle famiglie di operai e impiegati.


Variazioni dei redditi reali 2002-2010

Imprenditori e liberi professionisti: +5940 euro

Lavoratori dipendenti: - 3118 euro

Fonte: elaborazioni su microdati Banca d’Italia (I bilanci delle famiglie italiane, anni 2000-2008). (*) Stime 2009 e 2010.


La perdita dei salari reali tra il 2000 ed il 2010: – 5.453 euro
(considerando una mancata restituzione del fiscal drag di 2069 euro)


Quanto sono cresciuti i profitti? Variazione media annua (anni 1995-2009, 1400 grandi aziende): Profitti per dipendente+ 5% Retribuzione per dipendente: +1%

Dove sono andati i profitti? Tra il 1980 ed il 2009, il rapporto tra investimenti fissi lordi e profitti lordi è calato del 38,7%. Tra il 1990 ed il 2008, i redditi da capitale sono aumentati dell'87%.

Interessante anche questo articolo dal sito voce.info:Ieri l’Istat ha pubblicato il comunicato su occupati e disoccupati nel secondo trimestre del 2010. Aggiorniamo la tabella e i grafici già pubblicati su queste pagine in cui analizziamo l’andamento dell’occupazione durante la crisi.

LIEVE RIMBALZO DELL’OCCUPAZIONE, MA LE ASSUNZIONI SONO CON CONTRATTI TEMPORANEI.
Il tasso di disoccupazione peggiora ed ha raggiunto il livello più alto dal 2003, 8.5 per cento. Grave in particolare è la situazione della disoccupazione giovanile (27,9 per cento oggi contro il 20,4 per cento di due anni fa).
I posti di lavoro bruciati tra i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni sono 131.000 (-16.6 per cento sullo stock).
La figura 1 è un aggiornamento delle stime già pubblicate sulla percentuale di lavoratori in cassa integrazione (1).
Il peggioramento dei dati sulla Cassa Integrazione nel secondo trimestre 2010, in gran parte dovuto alla CIG in Deroga insieme al nuovo aumento del tasso di disoccupazione, porta questa stima della quota di forza di lavoro in cerca di occupazione all'11,3 per cento.
Le ripercussioni della crisi sul mercato del lavoro non si arrestano anche se sembra esserci per la prima volta un’inversione di tendenza sul lato dell’occupazione. Il numero complessivo di occupati è salito rispetto al trimestre precedente, benché sia ancora inferiore rispetto allo stesso trimestre di un anno fa.
Questa lieve ripresa è avvenuta esclusivamente attraverso le nuove tipologie contrattuali, su cui sin qui si era concentrata la distruzione di posti di lavoro (i contratti a tempo determinato sono calati del 10 per cento dal secondo trimestre 2008 e pesano per ben il 42 per cento del totale dei posti andati persi). La fine del periodo di Cassa Integrazione e il fatto che ormai non si assuma più con contratti a tempo indeterminato contribuisce a spiegare la loro flessione (-1 per cento, rispetto allo 0,7 per cento dello scorso trimestre).



Il numero di posti di lavoro bruciati dal secondo trimestre 2008 ad oggi è 929.307. Questi sono i posti di lavoro persi tra i lavoratori italiani, tenendo conto dell’aumento della componente straniera (che per la prima volta ha superato 2 milioni di unità).
Tuttavia, come già ricordato tre mesi fa, le statistiche che riguardano gli stranieri risentono delle regolarizzazioni e sono pertanto meno attendibili.

Aggiorniamo di seguito anche la tabella e il grafico che riassumono l’andamento del mercato del lavoro in questo periodo.

(1) Per ottenere queste stime si calcolano il numero di lavoratori equivalenti a tempo pieno, dividendo le ore autorizzate totali di cassa integrazione per le ore lavorate in un trimestre da un lavoratore medio italiano.


Riassunto di tutta questa roba: in Italia un sacco di persone (e relative famiglie) stanno molto peggio di dieci anni fa, la situazione sta peggiorando e la classe dirigente sembra del tutto indifferente al problema.
E in tutto il resto del mondo, va ancora peggio: non è che il giusto e doveroso peggioramento del nostro tenore di vita serva a migliorare le condizioni degli ultimi del mondo (il che avrebbe un senso), ma serve solo ad arricchire una sempre più ristretta elite di bastardi (assassini, criminali, farabutti: come li definireste, altrimenti?).

Ecco perchè a chi vuol parlarmi di cognati, appartamenti, dibattiti nel partito, confronti sulla leadership, non intendo prestare il benchè minimo segno di attenzione.


venerdì, settembre 24, 2010

Scanderebech, praticamente un mito/2

Che questo blog ami quest'uomo è noto.
Lo abbiamo scritto qui e qui.
Deodato Scanderebech ci è sempre stato simpatico per la sua assoluta incapacità di essere ipocrita; lui vaga di qua e di là, dall'UDC al centrosinistra all'UDC al sostegno a Cota al PDL all'UDC, instancabile, tra la regione ed il Parlamento, ed ogni volta spiega, racconta, motiva.
Oggi, a noi che siamo di parte, ci è simpatico per due ragioni; la prima è che il vecchio marpione, presentando una lista di sostegno a Cota alle ultime regionali in modo illegale (dimettendosi prima dall'UDC e poi presentando la lista in qualità di espondente dell'UDC), sta facendo rischiare il posto a Cota (si stanno ricontando le schede in queste settimane, togliendo a Cota i voti della lista Scanderebech che non indicavano espressamente il voto a Cota Presidente).
La seconda è che, inaspettatamente, il buon Deodato, entrato due mesi fa in Parlamento nelle file dell'UDC (primo dei non eletti nel 2008 dopo Vietti, diventato vicepresidente del CSM) e passato immediatamente armi e bagagli al PDL, in questi ultimi giorni ha abbandonato il PDL ed è ripassato all'UDC.
Sul suo sito non racconta più una cippa da un sacco di tempo, probabilmente perchè nemmeno lui sa esattamente cosa sta facendo oggi e cosa farà domani.
Ah, ma vi promettiamo che noi lo marchiamo stretto, 'sto fenomeno: niente niente un giorno scriveremo un saggio sul suo camaleontismo, e ci faremo un sacco di soldi.

giovedì, settembre 16, 2010

Neppure in francese diventa decente.

Dall'intervista a "Le Figaro", 16 settembre 2010

Quel bilan tirez-vous depuis votre retour au pouvoir en mai 2008?

J'ai affronté avec succès trois grandes difficultés: la grève du ramassage des ordures ménagères à Naples, le séisme à l'Aquila et la crise économique. En moins de deux mois, j'ai réussi à faire enlever 50.000 tonnes de déchets qui s'étaient accumulés dans les villes et les campagnes de la région de Campanie sous le gouvernement précédent, et dont le spectacle dévastait l'image de l'Italie.

Il y a eu ensuite la situation d'urgence créée par le séisme du 6 avril 2009 dans les Abruzzes. En un temps record, nous avons secouru 65.000 sinistrés et reconstruit une ville entière pour ceux qui avaient perdu leur maison. Nous avons aussi reconstruit toutes les écoles détruites et fait en sorte qu'à la rentrée 2009, tous les écoliers et les étudiants puissent reprendre leurs cours. Devant une tragédie de cette ampleur, aucun autre gouvernement au monde n'a obtenu un tel résultat.

Enfin, en pleine crise financière, nous avons sauvé Alitalia. C'est un résultat important. L'industrie italienne du tourisme avait besoin de continuer à disposer d'une compagnie aérienne nationale. Aujourd'hui, Alitalia fonctionne et ses comptes sont en ordre.