venerdì, febbraio 24, 2006

Appunti da un viaggio in Bulgaria, 2002.


Prefazione: in questi giorni sto vivendo una autentica crisi di identità bloggeristica. Non ho più voglia di "stare sulla notizia". Non ho più voglia di parlare delle cose di cui tutti parliamo. Non ho più voglia di seguire un palinsesto dettato da altri, quando penso e quando scrivo. La realtà è sterminata e complessa, e nel resto della mia vita voglio occuparmente, voglio capire e sapere davvero cosa succede. Voglio leggere storie di persone, per capirle meglio. E scrivere su piccole schegge di realtà che non trovano spazio altrove. Il blog, da oggi, segue una direzione più difficile. Tanto, ho così pochi lettori che il rischio di perderli è assolutamente ininfluente sulla scelta.:-)

La periferia di Karlovo è un triste riassunto di buche, di polvere, di ruggine, di colossali fabbriche in abbandono.
Gli ultimi 58 km fino a Plovdiv sembrano una pista nel deserto. La strada corre dritta tra i campi incolti, e a intervalli irregolari spuntano, ai lati della strada, piccoli mercati improvvisati, con la mercanzia appoggiata su un tappetino steso a terra o appoggiata sul cofano di una vecchia Lada dai colori improbabili (aragosta, o verde pisello).
A poco meno di 20 km da Plovdiv, il mercato ai lati della strada è molto popolato e colorato, sembra quasi un'oasi. Piccoli caffè e minuscoli minimarket sono accerchiati dalla massa di venditori: entrandoci, si riempie completamente l’angusto locale con la propria presenza, mentre il proprietario è schiacciato contro la parete di fondo e oppresso dai pochi articoli sull’unico scaffale che ci divide da lui. Fuori, angurie e meloni sovrastano nell'offerta pomodori e cetrioli.
Un ragazza di una bellezza straordinaria, con un vestito lungo e nero, impeccabile ed affascinante, con gli occhi fondi e le labbra curate di rossetto, vende su un misero banchetto alcuni sacchetti di spezie e alcune scope senza manico: penso che da noi sarebbe una principessa od una attrice, ma qui la democrazia della miseria non offre chance a nessuno.
Ed ecco finalmente Plovdiv, la seconda città della Bulgaria, annunciata da una vetusta centrale nucleare e dalla ruggine di un polo siderurgico in piena attività. Ci fermiamo in un quartiere popolare e tranquillo a fare cena. La gente ci guarda con simpatica curiosità. Un vecchietto offre giganteschi wafer ai bambini, una signora ci avverte che probabilmente tenteranno di rubarci le bici dal retro dei camper.

Ci spostiamo a piedi verso il centro, assaggiando la città vecchia di origine turca, che alle 9.30 di sera è ancora completamente al buio (mentre ironizziamo sul fatto che "era illuminata meglio nel 1300, con le torce!", i lampioni finalmente si accenderanno).

Vie tortuose e lastricate a pietroni che salgono verso la cima della collina. Case tipiche con facciate a tre settori e la parte centrale convessa. In cima alla collina, dopo un locale frequentatissimo a cui i taxi continuano a portare clienti, si gode uno splendido panorama su tutta la città: le poche luci, e la mezzaluna molto turca nel cielo, rendono il posto molto suggestivo.

Alla luce del sole, la città è molto meno romantica che al buio. Rifacendo la stessa strada, la luce illumina i palazzi scrostati, i vetri rotti, i palazzoni mai finiti sommersi dalle erbacce. La stradina amena che sale al centro dalla piazza del mercato si trasforma quasi subito in un impraticabile orinatoio.
Un colossale palazzo in centro, di cui
è stata eretta molti anni prima solo la struttura con blocchi di cemento prefabbricati, è attorniato nei suoi tre piani da arbusti ormai divenuti alberi. All'interno, a vista sulle solette senza muri esterni, poche sedie di plastica indicano la precarietà di chi ci abita lo stesso.
Salendo verso il centro per strade più sicure, nei pressi della chiesa ortodossa incontriamo un matrimonio. Anzi, due: nel primo, gli sposi sono seguiti a piedi da un piccolo corteo di invitati che recano biscotti e bevande. Il secondo, in un contrasto stridente, è segnalato da una impressionante e stonatissima Lincoln bianca lunga almeno otto metri. Venditori di cartoline e piccoli artigiani si affollano senza clamore lungo la via che costeggia le mura. Un giovane ed elegante suonatore di "timbal", con le bacchette malconce, per un leva ci suona l'inevitabile "O sole mio" ed un brano tradizionale bulgaro.
Scendiamo verso la piazza centrale della parte moderna, che in una cartolina vediamo bella e coloratissima
. Il centro della piazza è occupato dai resti dello "Stadium" romano: grottescamente, qualche amministratore spiritoso ha fatto mettere sugli spalti alcuni manichini travestiti da antichi romani ed una biga. Attorno al teatro, un assurdo e obbrobrioso contorno di cemento armato, forse destinato a fioriere improbabili. Le erbacce, i rifiuti ed i muri scrostati ne fanno, in realtà, una piazza tristissima, deprimente, inguardabile.
Proseguiamo lungo la via centrale, pedonale e piena di negozi. Nelle poche edicole, i giornali in vendita si contano sulla punta delle dita (sia per copie che per varietà).
Nel pomeriggio, visita ad una famiglia socia di un'organizzazione non governativa nella periferia nord della città. Difficile trovare la via, la gente è restia a dare informazioni, e le guardie giurate davanti alla sede delle Poste ci garantiscono che le bici spariranno, se qualcuno non farà la guardia.Spostiamo i camper in una via più trafficata, parcheggiandoli di nuovo portabici contro portabici.
Katia ci offre reika (acquavite), cedrata ed insalata di pomodori, cipolla e cetrioli. Si chiacchiera delle Bulgaria di oggi, delle abitudini, dei viaggi, della figlia sedicenne che vorrebbe andare a vivere e lavorare in Spagna, del marito cuoco che finalmente lavora per la famiglia e non pi
ù per un non meglio identificato "popolo".
Fa un caldo pazzesco e afoso, siamo sopra i 35 gradi.
Ripartiamo nel tardo pomeriggio, in direzione dei monti Ropodi.
La statale per Sofia è disseminata di punti di vendita di angurie e meloni. Alcune prostitute languono nelle piazzole, per nulla seducenti, schiantate dal caldo opprimente.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Un cambio di linea editoriale dunque!!!
Ogni tanto qualche commento politico lascialo che è sempre un piacere leggerli.
L'est Europeo è sempre un'esperienza particolare, 2 anni fa sono stato in Romania ed Ukraina... ritrovo tutto nel tuo racconto.