martedì, aprile 28, 2009

Qiu Xiaolong e l'ispettore Chen Cao

Mi sono appena bevuto d'un fiato, e con estremo piacere, l'ultimo ("Ratti rossi",2006) dei quattro libri di Qiu Xiaolong fino ad ora tradotti in italiano.
Avevo iniziato con "Visto per Shangai" (2002), e poi proseguito con il primo, bellissimo romanzo dell'intera serie, dedicata all'ispettore capo della polizia di Shangai Chen Cao: "La misteriosa morte della compagna Guan" (2000).
Amo il genere poliziesco: in questo caso, poterlo unire con una descrizione così dettagliata della Cina di oggi consente insieme di godersi l'intreccio ed imparare molte più cose su quel paese di quante se ne otterrebbero da uno degli innumerevoli saggi sulla Cina contemporanea scritti da Federico Rampini.
Chen Cao non è solo un ispettore capo, ma è anche un importante membro in ascesa del Partito Comunista, nonchè poeta e traduttore dell'amato Thomas Stearn Eliot (e qui il personaggio coincide con l'autore).
E' dunque combattuto tra la fedeltà all'organizzazione ed al Partito, in cui crede nonostante le continue delusioni che giungono dalla politica di "modernizzazione" (e qui pare di cogliere, nell'amarezza e nella delusione di Chen, una certa assonanza con alcuni tratti che Camilleri assegna spesso a Montalbano), e la curiosità verso la cultura del resto del mondo.
Il suo mondo è popolato di vecchi e prestigiosi compagni, protagonisti della rivoluzione, e giovani pescecani perfettamente a proprio agio nella più spericolata ed esagerata ricchezza, spesso incoraggiata dal Partito; da poliziotti tenaci e poveri costretti in case minuscole (da 8-10 metri quadri!) e vecchi vestiti lisi; da nuovi eroi della televisione commerciale e anziani funzionari di partito.
I dialoghi, in particolar modo quelli tra Chen ed i suoi superiori, sono spettacolari: in "Ratti rossi", ad esempio, il colloquio iniziale dell'ispettore con il compagno Dong, pezzo grosso del partito implicato in un caso di corruzione, è un capolavoro di comunicazione implicita, trasversale, mafiosa.
Noi giudicheremmo questi dialoghi allusivi ed evasivi, soprattutto per l'abitudine di citare versi risalenti ai tempi delle antiche dinastie imperiali, ma Chen ne trae motivi di riflessione utili per capire come il Partito intende procedere (ed in genere non sbaglia mai, anche quando decide di agire comunque di testa sua ignorando i messaggi che tentano di fermarlo).
Come in Montalbano ed in Vazquez Montalban, il cibo ha una grande importanza ed una grande attrazione sui personaggi dei romanzi. E' fondamentale, e segna i passaggi salienti dell'inchiesta, si tratti del menù tradizionale di un lussuoso ristorante sul fiume o di un piatto di spaghetti da asportare in un semplice chioschetto nei quartieri più popolari di Shangai.
(Raffaele Miraglia offre qui una bella e succulenta dissertazione sul rapporto tra Chen Cao - e gli altri personaggi dei romanzi- e la cucina cinese.)
Per quanto riguarda l'amore...Chen, persona colta ed attraente, non è per questo più fortunato dei suoi colleghi di carta di tutto il mondo (impossibile trovare un poliziotto, Maigret a parte, che possa vantare una vita sentimentale - o, addirittura matrimoniale - serena e "regolare").
Non ha una situazione disastrosa come il Kurt Wallander di Henning Mankell, o come il commissario Eberhard Mock del polacco Marek Krajewski: ma nessuna delle sue relazioni si compie, tantomeno quella - complicata dalla diversità culturale, che permane nonostante le infinite affinità - con la collega statunitense esperta di cultura cinese.
Il ritmo dei romanzi è tranquillo, ma non impedisce che i colpi di scena sorprendano il lettore con una discreta frequenza: e rendano impossibile abbandonare la vicenda e le pagine che la raccontano.
Chen non è propriamente un vincitore: nella sua ultima inchiesta, capisce di essere stato usato dal Partito come diversivo, sente il peso di due morti provocate dal suo agire, ma riesce comunque a colpire, con un atto di giustizia, un attimo prima di essere definitivamente esautorato.
Il suo ruolo nel partito è sempre in bilico, perchè la sua modernità è insieme necessità e pericolo per l'organizzazione. Chen si muove con attenzione tra i pericoli, usa con moderazione le sue conoscenze nel mondo di confine che ha contatti con le Triadi, riesce a mantenersi integro e degno di rispetto.
Ed anche se Qiu-Xialong non descrive mai l'aspetto fisico di Chen, alla fine ne ricaviamo comunque un'immagine gentile ed antica, ed al tempo stesso solida e moderna, di fronte alla quale viene spontaneo inchinarsi (e magari sedersi allo stesso tavolo per condividere una zuppa di ravioli).

7 commenti:

Angela ha detto...

Comprerò il romanzo a J. Ama il poliziesco.

Stefi ha detto...

Caro Lupo,
sempre preziose le tue recensioni.
Amo anche io il poliziesco, e mi incuriosisce un Montalbano o Maigret con gli occhi a mandorla e le questioni di partito...che dici me lo presteresti?? magari per le vacanze...:-)
Un bacio
Stefi
ps venerdì ci vediamo in piazza? Se si ti dico dove saremo ubicati.

Rivaele4 ha detto...

Ehi, una bella critica per far conoscere Qiu Xiaolong. Anche a me l'ispettore (capo) e le sue avventure piacciono tanto, sono d'accordo che quando ne hai cominciata una, DEVI continuarla!
E poi, le descrizioni di Shanghai (le bombole di gas blu, il carbone, i bastoni di bambù per appendere i vestiti, ...) sono proprio autentiche. Non è un'immagine di una Shanghai falsa come in tanti altri romanzi. Tanto per fare un esempio, è vero che Fuzhou Lu è la strada delle librerie, e c'è veramente una libreria di lingue straniere.

Ho però due punti negativi: uno assolutamente indipendente dall'autore, ovvero il traduttore. Magari gli errori che fa sono errori di stampa, già presenti nella versione inglese. Fatto sta che i nomi nella trascrizione cinese sono spessissimo sbagliati.
L'altro punto negativo è che in "visto per Shanghai" c'erano troppe ripetizioni, che erano già state spiegate nella "morte della compagna Guan". A me hanno dato fastidio.. a uno che legge uno solo dei due libri sicuramente no.
Non ho ancora letto "Ratti rossi", ma vedo già che vale la pena di leggere anche quello.

Ciao!

luposelvatico ha detto...

Grazie, Rivaele, per questo commento competente...che nobilita il mio post:-)

Concordo sulle ripetizioni tra i primi due romanzi: a me non hanno dato particolare fastidio, ma indubbiamente ci sono.

Un altro autore cinese che mi piace molto (anche se il genere è decisamente diverso) è Mo Yan, di cui ho letto molto e con molto piacere.

Rivaele4 ha detto...

Mo Yan.. hai ragione! Anche secondo me è un altro autore molto valido. Allora secondo me non ti dispiacerebbe uno dei 5 grandi romanzi cinesi di tutti i tempi (in italiano il titolo è "I briganti") da cui lui si è ispirato per scrivere certi passaggi (i passaggi più crudi.. tu sai cosa intendo..!).
Almeno, questo è quel che ha detto a una conferenza, nelle sue peregrinazioni per l'Europa.
Era una doppia conferenza, con un altro autore cinese, Yu Hua, non so se lo conosci. Di Yu Hua ho letto un solo libro, "le vendeur de sang", che mi era parso assai bello.

Invece il libro di Tahmina Anam: "I giorni dell'amore e della guerra" vale la pena di leggerlo? L'altro giorno ero in libreria, l'ho visto e stavo per prenderlo.

Comunque vedo che non hai pregiudizi di sorta, perciò ti consiglio un autore palestinese che scrive libri che a tratti (a me almeno) provocano un certo sgomento, ma che sono libri comici. Ma non quei libri finti comici, che vogliono a tutti i costi provocare un sentimento di pietà, no no, non così. Mahmoud Choukeir.

Ho dato un'occhiata ai libri che hai letto, e ci ho trovato alcuni scrittori che sono tra i miei preferiti (la Vargas, Murakami, Kapuscinski, Rigoni Stern, ...). Perciò i tuoi consigli sono i benvenuti.

Bene bene, adesso meglio che vada!

Ciao!

Elena

luposelvatico ha detto...

Non conosco Yu Hua, ma ovviamente ho già preso nota:-)))

Si, il libro della Anam a me è piaciuto molto: il personaggio principale è splendido, la collocazione storica e geografica interessante (Bangladesh, ai tempi della lotta per l'indipendenza), il linguaggio fluido, e infiniti i dettagli su una cultura che non conosco (la mia estrema ignoranza e la mia insaziabile curiosità mi portano, come vedi, a leggere di tutto).

In queste ultime settimane sto leggendo molto...sono uscito da un tremendo periodo alle prese con il Libro Nero di Pamuk (dio che fatica...ci farò un post, credo...) ed ora ho sotto mano un libro di Agota Kristof, una ungherese interessante assai...
Segnato anche Mahmoud Choukeir...

Grazie!

luposelvatico ha detto...

Ah, dimenticavo: non male anche il giallo islandese di Arnaldur Indridason "Un corpo nel lago"...un po' "mankelliano" come stile, ma avvvincente. Lo consiglio.