2013 081 21.685
2012 156 38.165
2011 128 35.255
2010 115 30.913
Copiando senza ritegno l'idea di un post di Chicca, e disponendo per la prima volta di dati (più o meno) affidabili tratti da Anobii su un intero anno di lettura, vi propino un po' analisi, statistiche e amenità varie sui libri che ho letto nel 2010. (post in update continuo, almeno per qualche giorno).
Gli studi sul "personaggio Hitler", dopo la sua morte nel bunker di Berlino, sono stati innumerevoli.Intendiamoci: io non sono un lettore democratico, e non concedo ad ogni libro le stesse possibilità. Se mi stufo, o non mi ritengo all’altezza di quello che leggo, lascio perdere senza troppi complimenti (applico questa regola da molto tempo prima che Pennac catalogasse i diritti del lettore in “Come un romanzo”…:-)).
Diciamo che circa un libro ogni quindici, tra quelli che compro (pochi) o prendo in prestito (cinque/sei al mese) dal paio di biblioteche che frequento, finisce per essere abbandonato, a volte entro le prime dieci pagine, ma a volte anche oltre la metà…(ed anche in questo caso lo faccio rientrare nella categoria dei “non letti”).
Non è un problema di dimensione: non è mai stato un argomento che mi spaventasse. Nei periodi di bulimia da lettore, come quello in cui mi trovo in queste settimane, la lettura mi assorbe al punto di superare, a volte, le sei-settecento pagine al giorno (nell’ultimo weekend ho letto, tra sabato pomeriggio e domenica notte, tre libri diversi, superando di slancio le mille pagine – nell’apposito box a destra, per chi è curioso, ecco autori e titoli).
Non è un problema di tipologia: saggi o romanzi, per me pari sono.
Non è un problema di autore: anche per lo stesso, ci sono libri che consumo con l’avidità di un gelato in estate, ed altri che tornano pressoché intonsi da dove son venuti, conditi però con sbuffi e sguardi annoiati (primo esempio: Saramago!).
Sto divagando: torniamo al tema iniziale.
Il libro che mi è costato più fatica in questo 2009 è senza dubbio il “Libro Nero” di Orhan Pamuk.
Avevo già preso il vaccino-Pamuk leggendo “Il mio nome è rosso”, un sofisticato e colto giallo ambientato nel XVI secolo, e “”Istanbul”, una sorta di complessa mappa mentale che incorpora la biografia di Pamuk nei luoghi fisici della città, in un disegno tanto affascinante quanto incomprensibile.
Qualcuno, commentando “Istanbul”, parla di “Weltanschauung”: ed io sono assolutamente d’accordo, perché essendo un concetto che non ho mai capito a causa delle mie lacune culturali – in filosofia sto, come si dice da noi, “al pian dj babi” (1)– si adatta perfettamente ad un libro incantevole e in fondo indefinibile.
Si, perché Pamuk non è uno scrittore facile: se leggete una sequenza di frasi dei suoi romanzi, ne cogliete la profondità e la magia, ma vi rendete immediatamente conto che
a) non avete capito quasi nulla di quel che c’è scritto, perché la densità di riferimenti storici/geografici/filosofici è insostenibile per qualsiasi lettore medio;
b) non sareste mai in grado di ripetere il concetto che lui ha appena descritto: non siete neppure certi che vi sia un concetto solo o mille.
Questo vale in generale per Pamuk.
Ma nello specifico, il “Libro Nero”, ragazzi miei…fa sputare sangue.
Pamuk, nella postfazione, racconta di averci messo almeno quattro anni a scriverlo, e per procedere si è dovuto rinchiudere in un appartamento di Istanbul, lasciando la moglie a New York, passando infinite notti a scrivere e fumare come un turco (suvvia, passatemela:-)). Personalmente penso che abbia anche bevuto parecchio, per arrivare in fondo.
La storia, in sé, è persino semplice da raccontare: Galip, un avvocato, un bel giorno scopre che la sua amata moglie Ruya è scomparsa. Nel seguirne le tracce, scopre che contemporaneamente è scomparso anche Celal, un suo fratellastro diventato celebre come titolare di una rubrica di costume su uno dei più diffusi quotidiani della città.
Tra questo inizio ed il finale (probabilmente tragico, ma ho dei dubbi sulla mia capacità di averlo compreso davvero), il lettore attraversa quasi 500 pagine di sofferenza, emozione, gioia, fatica, certezza di essere un imbecille, certezza (costante) di aver frainteso le dieci pagine o frasi appena lette, anche nelle migliori condizioni di lucidità e concentrazione.
Il mio calvario è durato oltre un mese.
Ho deciso almeno dieci volte di abbandonare il maledetto libro, mandandolo a quel paese. Ma malgrado la sofferenza, una sorta di maleficio mi obbligava sempre a riaprirlo e proseguire, e seguire quella insopportabile carogna di Galip in giro per Istanbul.
Lui segue Celal, si identifica in lui, e tu segui lui e Celal e rimani intrappolato come una mosca in questa rete mostruosa fatta di luoghi celebri e sconosciuti, odori, cibi, presente e passato, sultani, ghiaccio e neve, amori felici ed infelici, moschee, sufismo, leggende, manichini, film americani, albi di Tex (!), gangster, palazzi, manoscritti, redazioni e centinaia di altre cose che vi sarà assolutamente impossibile da digerire, per quanto descritte magnificamente.
Mio figlio Luca (13 anni) l’ha preso anch’egli in mano e – accorto! - abbandonato in tempo, prima di contaminarsi, preferendo divorarsi il non meno lieve (e decisamente più duro) “Cecità” di Saramago: e non ha mai smesso di prendermi per i fondelli, durante il mese di lettura, per questa assurda ostinazione nel portare, con visibile affanno e fatica, un fardello che tutto sembrava donarmi, meno che gioia.
Arrivato in fondo, lo confesso, ho gettato il libro sul letto unendo al senso di liberazione anche un sonoro e liberatorio “ma vaffanculo, và…”, sentendomi come un galeotto a fine pena, quando gli si chiudono finalmente alle spalle le pesanti porte del penitenziario, e davanti a sè ha la strada che porta ad una realtà completamente trasformata dal tempo.
Insomma, che vi devo dire? Questo libro è come una passione contrastata: se ci entrerete dentro maledirete il momento in cui avete deciso di farlo, ma non potrete rinunciare al doloroso piacere che vi dona, e da cui non potete più separarvi fino all’epilogo.
Io vi ho avvisati, poi fate come credete.:-)
(1) Il babi, in piemontese, è il rospo. Essere "al piano dei rospi" significa "stare a zero, al punto di partenza, non aver combinato nulla".
Se innumerevoli sono le testimonianze letterarie disponibili su come si viveva nel totalitarismo sovietico ( e più che alla penna di Solgenitsin penso allo sguardo dissacrante di Viktor Pelevin, di cui è doveroso leggere lo splendido "Omon Ra"), ben più difficile è avere testimonianze su come si viveva negli stati satelliti di quell'impero, ed in particolare in quello dominato dal delirante Ceasescu (nel quale, ripensandoci oggi, dobbiamo riconoscere innumerevoli e inquietanti tratti preberlusconiani: dal culto della personalità alla volontà di controllo totale del pensiero e della vita dei governati, dal mito delle "new town" - con conseguente deportazione forzata dalle campagne - all'insofferenza per qualsiasi tipo di critica).
Mi sono appena bevuto d'un fiato, e con estremo piacere, l'ultimo ("Ratti rossi",2006) dei quattro libri di Qiu Xiaolong fino ad ora tradotti in italiano.
Lo ammette anche l'autrice, Lucia Vastano: questo libro (giunto alla seconda edizione, nel 2008), esplora volutamente il peggio, il lato oscuro della vicenda del Vajont dopo la catastrofe.
Tratto da un reportage pubblicato nel 2007 sulle pagine di Repubblica, questo delizioso libro di viaggio vede Rumiz ripercorrere le orme di Annibale e delle sue truppe nella celebre campagna d'Italia (e dei suoi elefanti, fino a dove resisteranno...)
Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Mauro Corona, “Storia di Neve”. Corona è il (celebre) scultore-alpinista-scrittore di Erto, il paese della montagna al limite del Friuli occidentale cancellato - e poi, in qualche modo, riportato artificialmente in vita - dopo la catastrofe del Vajont nel 1963.
Il libro, di oltre 800 pagine, racconta la vita di una bambina “magica” nata ad Erto nel 1919, e morta ventinove anni dopo: e l’incredibile racconto (a cui Corona, nelle ultime pagine, vuol dare patente di autenticità) diventa pretesto per un epico affresco della vita di una comunità di montagna, in un arco di tempo che parte dal primo conflitto mondiale e termina ai giorni nostri, seguendo le ultime tracce di una memoria inquietante ed oscura, al punto che nessuno sembra più volerla custodire.
La scrittura di Corona è nodosa e contorta come i rami dei vecchi alberi; a mio avviso scrive male, malissimo. Ma l’irritazione per quelle parole che non filano, che si avvitano, che si annodano, che si attorcigliano, che girano su se stesse come un gorgo nella corrente di un fiume, è presto dimenticata e superata dall’incanto e dallo stupore per tutto quel che Corona sa e racconta di un mondo perduto per sempre.
Come in “Moby Dick” si entra affascinati ed in profondità nel mondo della tecnica baleniera, qui si apprendono, restandone colpiti, il valore ed il contenuto accumulato nei secoli dei mestieri e dei saperi “di montagna”, saperi che la modernità ha ormai ucciso in modo irreversibile.
Si comprende quanto quel mondo arcaico, primordiale, antico, fosse in realtà fatto di uomini che sapevano cavarsela in ogni situazione, fronteggiando gli eventi e la natura con equilibrio, costruendo con le proprie mani e con quel che avevano a disposizione quel (poco) che era necessario per vivere e per cavarsela.
(E ne ricaviamo, di conseguenza, l’idea precisa di quanto noi “moderni” siamo invece fragili, vulnerabili, piccoli e incapaci, completamente immersi nella complessa rete delle nostre dipendenze, completamente perduti se manca la corrente elettrica per un giorno o non ci parte l’automobile.)
Corona ci racconta la professionalità dei boscaioli, dei falegnami, dei maestri d’ascia: ci ricorda che esisteva chi sapeva fare una carbonaia o tirare una teleferica tra i boschi ed il paese in pochi giorni, e di come il legname si facesse arrivare a valle creando e distruggendo opportunamente gigantesche dighe di tronchi.
Ci spiega (come ha già fatto in altri libri) come quegli uomini avessero ereditato (lentamente, nel corso di generazioni) ed approfondito una conoscenza profonda della natura: e ci racconta il loro rispetto per essa, vitale per la loro esistenza, ed il loro rapporto corretto con le risorse disponibili – il legno, l’acqua, la terra…
L’oste, il becchino, il falegname specializzato nelle casse da morto (di cui il paese ha – nella storia narrata – uno smodato bisogno), il mugnaio, il fabbro sono altre figure indispensabili in quella comunità. Ognuno ha un ruolo necessario e per il quale è necessario crescere, prima o poi, un giovane che prenda il suo posto al momento opportuno.
Si prova simpatia per ognuno di essi e per il ruolo che ricoprono con piena consapevolezza e senso del dovere, anche se sono farabutti e bestemmiatori incalliti, anche se odiano con facilità e sono vendicativi.
Perchè quel mondo è rozzo, cinico, brutale come la vita di montagna. I caratteri degli uomini (e delle donne) sono tagliati con l’accetta, la solidarietà è mera comprensione del fatto che da soli non si può sopravvivere nelle difficoltà; non c’è poesia nelle ciucche e nelle risse, e le donne (esclusa Neve) sono soltanto streghe, o mogli silenti e maltrattate, o gambe da aprire per il sollazzo di chi ha lavorato duro o non ha ancora bevuto a tal punto da crollare ubriaco sul tavolo dell’osteria.
Le famiglie sono in gran parte luoghi di violenza e di inganno, la chiesa è luogo di vuota ma irrinunciabile ritualità.
Il romanticismo, nella storia, è riservato solo a Neve – una creatura appunto magica, e solo per questo buona, sensibile, non contaminata dalla cattiveria della vita - ed al suo impossibile amore.
Il resto è duro mestiere di sopravvivenza in un ambiente duro ed ostile, è fatica, rabbia, spietato realismo sulla realtà dell’esistenza – senza Dio, senza nessun aiuto da un “fuori” che è per definizione ostile, ingannevole.
La gente di “quella” Erto (tra novanta e sessant'anni fa) è abituata a cavarsela da sola, nei lunghi inverni in cui tutto si ferma sotto metri e metri di neve, e distese implacabili ed infinite di ghiaccio.
Ogni famiglia sa che deve giungere all’inverno provvista di tutto quel che sarà necessario a sopravvivere per mesi, bloccati in casa senza possibilità di muoversi: legna per riscaldarsi, alimenti, attrezzi per il lavoro e la cura degli animali.
Non c’è modo di muoversi dal paese, né di essere raggiunti: non ci sono ovviamente (per i primi decenni dell’arco temporale in cui si dipana la storia) telefono, corrente elettrica, acqua corrente. In questo mondo chiuso e isolato, i rancori e le avidità son le uniche cose che sembrano ravvivarsi e prender forza davanti ai camini incandescenti.
Le osterie sono i luoghi in cui ci si incontra, per inciuccarsi, giocare alla morra e fare baruffa.
Baruffe cruente, spesso, dove volano le accette e ci si bastona a sangue, o a morte.
I due immensi falò di primavera e d’autunno, che segnano rispettivamente il ritorno alla vita dopo l’inverno e l’arrivederci alla vita al ritorno dell’inverno, sono momenti di socialità e di riti tribali segnati dal fuoco e dall’alcool: la comunità si stringe intorno alle tradizioni e conferma la distribuzione dei ruoli (dall’anziano all’accenditore del falò, ai giovani che diverranno adulti sfidando la forza devastante e purificatrice delle fiamme in una prova di coraggio).
Quando in questo mondo
Qui il romanzo assume una decisa deriva splatter, ed il numero e la modalità delle morti diventa impressionante, spaventosa: quasi ci si abitua a vedere il biancore delle ossa dell’ennesimo sventurato divorato dal milione di topi e pantegane che abitano, inquietanti, nelle fondamenta di un mulino, e diventano all’imbrunire lo spietato esercito del farabutto di turno, o il nero delle ossa dell’ennesimo sventurato divorato dal fuoco o dal calore.
Il numero di sepolture nel racconto è eccessivo, e son sempre sepolture di miseri resti ossei, quasi mai di corpi integri…così come numerosi e “naturali”, nel contesto, sono ahimè anche gli stupri.
Talvolta Corona le spara davvero troppo grosse e si lascia andare a sfottere il lettore, come quando immagina che un corpo travolto dalla fuga del milione dei roditori diventi una sorta di tappetino in cui avvolgere altri resti umani - come potrebbe accadere in un cartone animato -, o descrive un omicidio compiuto gettando un corpo a tutta velocità dentrò un falò usando una teleferica per il legname…
In questo è poco credibile come quasi tutti i protagonisti della storia, ma resta l’inquietante sensazione che uomini di quella fatta dimostrassero una forte coerenza tra le proprie rozze espressioni omicide e le proprie azioni.
Si procede, dunque, schifandosi a volte abbastanza, ma rimanendo avvinghiati alla storia, se non altro per capire quale sarà la punizione riservata al cattivo, che ci si aspetta spaventosa almeno in proporzione alla quantità ed alla qualità dei misfatti compiuti: perché, sull’altro versante del racconto, il destino di Neve è segnato e previsto sin dai primi capitoli, e – a parte una piccola eccezione, non particolarmente felice, negli ultimi capitoli - non ci sono colpi di scena che diano alla storia altri motivi di eccitazione.
Ma il principale valore di questo libro non è la storia in sé - Corona avrebbe dovuto lavorarci assai di più per donarle una parvenza di credibilità-, ma lo sfondo ed la descrizione del contesto in cui essa si svolge: in questo Corona è magistrale, didattico, prezioso, e forse non ci avrebbe fatto questo dono se non avesse avuto la velleità di scrivere un “vero romanzo”.
Perché un vero regalo, quando gli riesce, è la descrizione di quel mondo ormai perduto che ha vissuto in parte di persona, o conosciuto ascoltando con pazienza, davanti a centinaia di quarti di rosso in fumose osterie, le storie raccontate dagli uomini che a quei tempi ed a quelle storie sono sopravvissuti: e di questa fatica, e di questo racconto dobbiamo essergli profondamente grati, anche se non ha la meravigliosa e solida scrittura di Rigoni Stern, anche se non ha la accattivante capacità di raccontare di Marco Paolini.
A.D.N. nasce a Parigi nel 1868, ed il viaggio a cui si riferisce il libro inizia nell'ottobre del 1923 (quando lei ha cinquantaquattro anni!) e finisce due anni dopo.
Prima, giovanissima, lei è stata grande amica dell'anarchico francese Eliseo Reclus, scrittore e geografo, di cui divora le opere. Studia inglese, sanscrito e canto. Grazie ad una eredità può permettersi i primi viaggi: Ceylon, l'India. Con il canto (ha una bella voce da soprano) si guadagna da vivere e diventa una stella in Indocina, mentre non ha eguale fortuna in Francia. A Tunisi conosce Philippe Neel, di cui diviene l'amante: bello, scapolo, occhi azzurri, gran classe...un moderno Don Giovanni. Alexandra di giorno fa la cantante e la direttrice artistica, di notte ama Philippe, e ogni tanto va a Parigi dove è conferenziera e giornalista.
Nel 1904 si sposano, ma lei non riesce a perdonargli il suo passato libertino. Per non cadere nell'angoscia, lavora disperatamente: libri di filosofia, congressi, viaggi…si trasforma definitivamente da cantante a prestigiosa orientalista.
Nel 1911 parte per un viaggio in Oriente, senza sapere che lei e Philippe si rivedranno solo nel 1925!
India, Nepal, sono le mete di viaggi di studi e conoscenza che la rendono famosissima. Nel 1914 ingaggia Yongden, un ragazzo di quattordici anni, reincarnazione di un capo tibetano, figlio di un lama-mago (con poteri di provocare o arrestare la pioggia e la grandine) e lama lui stesso: condivideranno tutte le esperienze di viaggio insieme, fino alla morte di lui. Per seguirla, lui lascia la famiglia e rinuncia alla sua parte di eredità.
Mentre in Europa infuria la guerra, Alexandra desidera la solitudine: trascorre 20 mesi in Nepal in una caverna a 3500 m d'altezza con un capo spirituale tibetano, il Gomchem, imparando lingua, cultura e tradizioni del paese, e perfezionando i metodi di meditazione.
Ne esce con il nome di "Lampada di Saggezza", e intraprende un viaggio in Tibet, presto espulsa dagli inglesi che dominano il paese.
Va poi in Birmania e in Giappone, ma ne resta profondamente delusa. Anche la Corea è una delusione: sente la nostalgia del Tibet. Nel 1917 è a Pechino, da cui parte l'anno dopo (in una situazione che preannuncia la guerra civile) per arrivare in Tibet via Mongolia, percorre 2500 km a piedi. Visita fortezze e monasteri, si abitua a camminare per oltre quaranta km al giorno. Entra finalmente ed illegalmente in Tibet, ma nel 1921, mentre viaggia con il seguito, viene riconosciuta e fermata, nonché espulsa. Capisce l'errore: "ero prigioniera delle circostanze, dei domestici chiacchieroni, delle bestie e dei bagagli. Gli uni e gli altri ostacolavano la libertà dei miei movimenti, mi impedivano di fare perdere le mie tracce, di mischiarmi alla folla anonima".
Ci riprova nell'inverno, ma viene arrestata.
Passa i successivi tre anni a viaggiare a nord del Tibet, per "farsi dimenticare". Intanto impara le espressioni popolari, impara a mendicare, a dormire all'aperto: le prove generali per il "Grande Progetto", arrivare a piedi a Lhasa, la capitale del Tibet e città proibita agli stranieri.
Nell'ottobre del 1923 parte in sordina, quasi senza viveri, con il fido Yongden: è il Viaggio, finalmente.
Un viaggio clandestino, vestiti da mendicanti, senza poter dare nell'occhio: anzi, dovendosi nascondere per buona parte del tempo, per evitare l'arresto.
Un viaggio a piedi che all'inizio si svolge quasi esclusivamente di notte.
Per cibo, tè alla tibetana con burro di yak, e "tsampa", una farina da mescolare all'acqua.
Marce forzate, durissime, valichi a 5, 6, 7000 metri, spesso compiuti di notte: nevicate continue per settanta, ottanta ore. Fame, freddo, paura dei briganti.
Ma, soprattutto, paesaggi da sogno, da fiaba, che riempiono il cuore e l'anima: mai visti dai viaggiatori e spesso neppure dai locali (nessuno viaggiava, in Tibet, per il "piacere" di farlo).
Pian piano il travestimento da mendicanti diventa realistico e convincente, ed è più facile farsi ospitare, diventare completamente mimetici. Spesso chi ospita non ha da mangiare, e per dormire offre il tetto della propria abitazione esposto alla bufera!
Alexandra osserva, impara, scopre, non giudica mai, anzi: ritiene la sua conoscenza sempre troppo angusta, non è mai sazia di imparare. Le foreste, le montagne, le nevi sono affrontate con umiltà, commettendo errori che spesso rischiano di essere fatali, ma con la stessa umiltà viene posto rimedio, si ripercorrono strade al contrario, si ammette di aver errato, si fa tesoro dell'esperienza. Anche le persone incontrate (poveri pastori, pellegrini, lama) sono viste come eguali, anche se a volte è difficile, per un animo europeo, sopportare (e condividere) il dormire direttamente sullo sterco congelato o mangiare carne putrefatta.
Il viaggio è soprattutto un'esperienza di crescita interiore, la scoperta di sé e dei propri limiti, e delle risorse che si sanno trovare dentro di sé quando è necessario e la situazione sembra disperata: non essere soli è importante, ma ognuno trova dentro di sé le risorse per continuare.
Arrivati a Lhasa senza essere scoperti, ci restano per due mesi a osservare, a vivere la Città Proibita: poi, senza alcun intoppo, nel giro di alcuni mesi raggiungono la frontiera indo-tibetana.
L'impresa le dona una enorme popolarità. Tornata in Europa, scrive decine di libri sulla cultura tibetana, tiene conferenze, scrive romanzi. Continua a viaggiare e scrivere per anni: Cina, Russia, ancora in una Cina sconvolta dalla guerra: il viaggio per visitare i monasteri si trasforma in una fuga (a piedi e in treno) che dura sedici mesi: perde tutto, resta in Cina per anni.
Nel 1941 Philippe muore, nel 1946 Alexandra ritorna in Europa per sempre.
Nel 1955 muore Yongden. Alexandra lavora moltissimo scrivendo libri anche negli ultimi anni, anche se verso la fine è quasi cieca ed immobilizzata su una sedia a rotelle: ma quando muore, nel 1969, ha 101 anni.
Le sue ceneri, con quelle di Yongden vengono disperse nel Gange.
