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lunedì, gennaio 06, 2014

2013: cronaca di un anno da lettore.

Quando arriva la fine dell'anno, riscopro la bellezza di anobii (sito ormai invecchiato male e un po' acciaccato, forse, ma a cui sono affezionato come a un vecchio zio).
Nonostante la mia pigrizia, riesco in qualche modo a tracciare quello che leggo, e visto che mi impongo di recensire tutto quello che mi ha colpito, alla fine mi resta qualcosa che assomiglia ad una memoria storica (e ben sapete quanto sia importante, alla mia età:-))
Nel 2013, oggettivamente, ho battuto un po' la fiacca, e ho letto la metà rispetto all'anno precedente.

Qui la tabellina relativa agli ultimi 4 anni:
Anno Libri letti Pagine lette
2013 081 21.685
2012 156 38.165
2011 128 35.255
2010 115 30.913

Le cause? Beh, in realtà sono gli anni precedenti che mostrano una impressionante bulimia di parole... 81 libri letti in un anno fanno più o meno un libro ogni 5 giorni, con più di 50 pagine al giorno di media...corrispondono, secondo le statistiche, ad un bel numero di italiani medi messi insieme!:-)

Ma lasciamo gli aridi numeri e veniamo ai contenuti.

Tra i libri più impegnativi dell'anno, sono contento di essere riuscito a leggere finalmente "Le benevole" di Jonathan Littel e "Vita e destino" di Vasilij Grossman: entrambi libri duri e difficili,  che hanno prodotto in me un discreto nuovo numero di riflessioni (amare ma anche positive) sull'essere umano.

I più dolorosi: "Sonderkommando Auschwitz", di Schlomo Venezia, e "ZeroZeroZero" di Saviano: l'unico modo per superare queste letture è dimenticarle, e... mi sono accorto che l'ho fatto.

La scoperta dell'anno: Hans Fallada con i suoi capolavori "Ognuno muore solo" (che Primo Levi definì come il più bel romanzo sulla resistenza tedesca al nazismo) e "E adesso, pover'uomo?".
(Per il 2012, la mia personale palma d'oro è andata al bellissimo capolavoro sommesso "Stoner" di Jonh Williams).
Ex aequo, il grande svizzero Friedrich Dürrenmatt con "La panne" (ma di lui adoro tutto quel che ho letto).

Il gioiello che riscalda il cuore, come un ceppo di faggio a bruciare lentamente nel camino: "Un eremo non è un guscio di lumaca", di Adriana Zarri.

La storia raccontata in modo divertente: "Il divano di Istanbul", di Alessandro Barbero (complice l'innamoramento per Istanbul dopo averla finalmente vista).

Il libro più antipatico ed irritante: "Limonov" di Emmanuel Carriere (la storia di uno stronzo scritta da un vanesio).

Delusioni:  gli ultimi di Erri De Luca, esili fregnacce scritte apparentemente a solo scopo di recupero pecunia.

Conferme: gli ultimi due gialli di Nesbo, "Lo spettro" e "Polizia", con il malconcio ma adorabile Harry Hole (le cose migliori nel genere poliziesco).

E ancora, di rimarchevole, qualche immancabile (e mai deludente) Maigret, e qualche nobile rilettura (Fenoglio, Camus, Steinbeck).

Apprezzatissimo "Il seggio vacante" della Rowling "after Potter".

(il tutto lo trovate recensito tra il biblioblog ed Anobii...)

Ah, ultima notazione: quest'anno il libro cartaceo è stato in netta ripresa sull'ebook, con un rapporto nella modalità di lettura 70 a 30...è che gironzolare in biblioteca e libreria e prendere libri a caso e a naso è sempre più bello che scaricare file (anche se ho una biblioteca digitale sufficiente, a questi ritmi, per i prossimi 15 anni...)

mercoledì, marzo 06, 2013

Storia di un (e)lettore

...non è un post che riguarda le elezioni, ma il titolo di un mio post su ebookreaderitalia.com che tratta di libri e lettura...


martedì, gennaio 04, 2011

2010 milioni di parole...

Copiando senza ritegno l'idea di un post di Chicca, e disponendo per la prima volta di dati (più o meno) affidabili tratti da Anobii su un intero anno di lettura, vi propino un po' analisi, statistiche e amenità varie sui libri che ho letto nel 2010. (post in update continuo, almeno per qualche giorno).
Anzitutto il numero: 114 libri per complessive 30.790 pagine. Sufficiente, direi. Devo dire che ho letto molto di più e camminato molto di meno dell'anno precedente, quindi ad ogni tot di pagine corrisponde anche un certo tot di etti messi su.

Autori più letti: Sandor Marai (8), Erri De Luca (5), Aarto Paasilinna (4), Georges Simenon (4), Josè Saramago (4), Jo Nesbo (3).

Il libro che ho preferito? A pari merito "La vita davanti a sè" di Romain Gary e "La lunga attesa dell'angelo" di Melania Mazzucco, senza dubbio. E poi, in ordine sparso, "Canale Mussolini" di Pennacchi, tutti quelli di Marai e di Saramago.
Fuori classifica, "La gioia di scrivere" di Wisława Szymborska: meraviglioso primo mio approccio alla poesia.

Le maggiori delusioni? "Il cinese" di Mankell, molto al di sotto dello standard a cui ci aveva abituati il buon Henning. E "Acciaio" della Avallone, una fredda collezione di stereotipi. "Caduta libera" di Lilin, una autentica schifezza dopo il curioso "Educazione siberiana".

I classici riscoperti? In testa sicuramente "Il maestro di Vigevano", di Mastronardi. "Le vite dell'altipiano" di Mario Rigoni Stern, che ci manca da morire. "Il giorno della civetta" di Sciascia.

Le piacevoli novità? "I Karivan", di Miljenko Jergović.

(...continua...)

venerdì, febbraio 05, 2010

Vorresti non finisse mai


Perchè questo libro mi è piaciuto così tanto?
Credo sia perchè gronda amore, letteralmente, da ogni pagina.
E mentre scorri avidamente le pagine, e assapori con gusto quella scrittura così vicina a te, così spontanea e che rifiuta di prendere le distanze da quel che racconta, ti chiedi quale sarà il prossimo guaio, ma soprattutto quale sarà l'atto d'amore con cui lo si affronterà.
Gary scrive di un mondo che farebbe inorridire qualsiasi bravo borghese per la sua irregolarità e la sua distanza da qualsiasi modello di vita moralmente accettabile,: ma in questo mondo l'amore permea ogni angolo, lo illumina, e ce lo rende paradossalmente invitante, caldo, accogliente, vitale.

Oh, intendiamoci.
Qui l'amore non ha nulla a che vedere con quel che intende un certo nostro satrapo buffone, o quel che si intende nel mondo di plastica che cercano di spacciarci per autentico. Qui si parla di amore vero, che sa di fatica, di cacca e di piscio. Di fisicità, di attenzione vera. Di disgusto e di rabbia verso le "leggi naturali". Qui si racconta come ci si prende davvero cura di coloro che si amano. Anche se stanno andando in sfacelo, se sono brutti e ripugnanti. Perchè l'amore vero non è attrazione verso modelli seducenti e scintillanti, l'amore non è uno spot.
L'amore è non mollare chi si sta perdendo, l'amore è cura di chi ha raggiunto il suo momento di avere, l'amore è gratitudine, attenzione, pazienza, tempo.
L'amore raccontato qui devasta e fa a brandelli ogni idea di maternità e paternità "normali", di famiglia: il libro andrebbe fatto leggere a forza a chiunque si ostini a molestarci con stupidaggini dementi sul legame tra la famiglia tradizionale e l'amore.
L'amore raccontato qui ti porta a piangere senza vergogna.

C'è qualcosa, in questa Belleville multietnica degli anno sessanta (a cui Pennac è evidentemente debitore), che ci fa ardentemente desiderare di andarci a vivere, e fare di corsa quei sei piani senza ascensore per afffiancare l'amore che vi arranca con tenacia, fregandosene di avere il fiatone.

Questa mescolanza di ebrei, musulmani e francesi, bianchi e neri, che semplicemente vivono insieme, punto e basta, ed usano, sì, un certo razzismo di maniera per semplificare la comprensione del mondo, ma non per giudicare chi hanno intorno: per quello usano il loro cuore, e giudicano sempre quel che si fa, non quel che si appare.

Questi vecchietti adorabili che lottano contro la perdita di sè, ma che son sicuri di avere sempre qualcuno che dà loro una mano. E dispensano vita, saggezza, innocenza.
Questi personaggi che tracciano semplici ed immensi gesti d'amore, senza nessun bisogno di condirli con dichiarazioni altisonanti: la grande Madame Lola, il dottor Katz, il signor Waloumba ed i suoi tribuni, e poi i vicini, i negozianti, le puttane...

Questo meraviglioso gesto di Momò, che per più volte nel libro getta via soldi e merci, perchè semplicemente non contano un fico secco se hai qualcuno da amare.

Questa straordinaria Madame Rosa: un personaggio che ti vien voglia di abbracciare per perderti nella sua immensità corporea e affettiva, ed alla fine vorresti esser lì insieme a Momò a combattere con profumi e trucchi contro le schifose leggi di natura, o attivare tu stesso la macchina magica che fa andare il tempo al contrario.

Ecco: di tutto questo amore tra le persone - pulito e disinteressato- abbiamo bisogno, di tutta questa umanità - solare e semplice - abbiamo bisogno, e questo libro ci regala la speranza che esistano davvero. Non l'amore tra due soli esseri, badate bene, ma l'amore tra le persone.
Le più diverse, improbabili, "impresentabili": ma amabili semplicemente perchè vive, vere, presenti.
E in virtù di questa speranza, questo libro si fa amare anch'esso, e non vorresti lasciarlo più: e non ci si può far nulla.

Un ulteriore appunto lo merita la scrittura: la senti amica, popolare, vicina.
Sa di buono, di luoghi amici e odori conosciuti.
Ed ogni tanto, lungo la strada che porta all'epilogo, Gary semina - come se nulla fosse, come un dono lasciato lì per caso - alcune frasi che sono autentici gioielli: e quando ne scopri una, è un piacere fermarsi e starsene lì ad ammirarla, a farsela risuonare un po' nella mente ripetendola piano, a godersela.

(No, non vi faccio alcun esempio: così come la bellezza di un fiore ha senso solo nel prato in cui è cresciuto, e perde vita e senso se lo strappo e me le porto a casa, così le frasi-gioiello di Gary devono apparirvi lungo il sentiero della lettura mentre siete guidati dalle altre sue parole: riportarle qui sarebbe una mancanza di rispetto all'opera).

Nota: ormai le recensioni dei libri che leggo le posto soltanto su Anobii, ma in questo caso Gary meritava un'eccezione.

domenica, novembre 22, 2009

La nostra immagine di Hitler

Gli studi sul "personaggio Hitler", dopo la sua morte nel bunker di Berlino, sono stati innumerevoli.
Trascuriamo le ipotesi, decisamente poco convincenti, che il Furher si sia salvato e sia nascosto in qualche accogliente e inaccessibile landa del Sud America, e che quindi abbia lasciato dietro di sè qualche ulteriore traccia che potrebbe costituire materiale di studio.
O, addirittura, come ipotizza lo scrittore George Steiner nel suo discusso romanzo "Il processo di San Cristobal", che lo si possa addirittura ritrovare vivo ed interrogarlo per venire a capo di una personalità così complessa.

No, Hitler è veramente morto il 30 aprile 1945 nel bunker di Berlino assediato dall'Armata Rossa.
E per studiarlo, dobbiamo riprendere il suo percorso umano, iniziato dal piccolo villaggio austriaco di Dollersheim (scomparso durante la seconda guerra mondiale, fatto distruggere per volontà stessa di Hitler), e ripercorrerlo attraverso gli scritti, le azioni, la storia.

Ron Rosenbaum, nel suo libro "Il mistero Hitler" del 1999, compie una sorta di approfondita investigazione sulle fonti che hanno tentato di capire e spiegare Hitler, dai giornalisti antihitleriani del tempo della sua irresistibile (?) ascesa al potere, agli studiosi della nostra epoca, tra cui il discusso Irving, che a questo mistero hanno tentato di dare una spiegazione.

Quel che ne viene fuori è un poliedro che fornisce non una sola, univoca e certa, immagine di Hitler, ma piuttosto le immagini di molti Hitler diversi, spesso persino in concorrenza tra di loro: istrione, invasato messia, pazzo, o addirittura personaggio esitante ed incerto guidato da una particolare condizione storica?

Impossibile chiarirlo, ad oggi: restano così numerose le questioni insolute.
Ad esempio, discordi sono le voci degli storici sull'origine e sulla natura del suo antisemitismo.
Nasce dai suoi antenati, e dalla paura della contaminazione dal sangue ebraico?
Era "sincero", riguardo al suo odio verso gli ebrei, od era solo un cinico opportunista?
E ancora: esisteva una sua patologia sessuale, e c'era un rapporto tra questa e la patologia politica?
E la sua ascesa al potere fu inevitabile? I suoi crimini furono la conseguenza di irresistibili forze storiche o di una implacabile volontà personale?

Il nostro desiderio di comprendere questo mistero, è evidente, è legato alla possibilità di riconoscere in tempo, ed evitare, che in futuro possa ripetersi quanto accaduto in relazione all'esistenza di un Hitler: l'Olocausto, in primo luogo, e la Seconda Guerra Mondiale.

Hitler era un uomo "quasi comune" portato dalle forze del tempo ad un ruolo che si sarebbe prodotto comunque, od era un individuo eccezionale ed irripetibile che guidò quelle forze verso quel che poi accadde? Hitler fece la storia o fu un prodotto di essa?

Il libro tenta una risposta proponendo le diverse opinioni degli storici al riguardo, ma al lettore resta netta una sensazione: che sia pressochè impossibile capire la storia mentre la si sta vivendo, e a quei pochi che hanno netta la percezione del pericolo - e sanno preconizzare, e vedono il futuro possibile con orrore - è impossibile dare ascolto.
Perchè conserviamo sempre, contro ogni ragionevole certezza, la sensazione di poter dominare la storia, anche quando questa corre ormai su un piano inclinato: ed ammettere di essere stati ciechi, sordi e pavidi è assai più dura, superato un certo limite, che correre verso il disastro, illudendosi di esser dalla parte di chi si salverà.

Il libro è interamente interessante, fin dal racconto delle origini di Hitler, e dei misteri legati ad un nonno incerto e - chissà - addirittura ebreo.

Tra i capitoli più interessanti ci sono quelli che raccontano l'eroica lotta dei giornalisti antihitleriani, tra il 1920 ed il 1933, contro quel fenomeno nato in una birreria di Monaco: un fenomeno violento, sanguinoso, che seminava morte tra gli oppositori e gli avversari interni, in cui probabilmente si annidava la matrice che avrebbe portato alla tragedia successiva.

Il "Munchener Post", quotidiano di Monaco guidato da giornalisti attenti e scrupolosi, combattè ogni giorno della sua esistenza contro il nazismo.Furono i primi a capire cosa stava accadendo, furono i primi a vedere Hitler che diventava HITLER.
Lo portarono anche in tribunale, per confutare le menzogne storiche che considerava base della sua azione; ed ogni giorno pubblicavano analisi lucide, inequivocabili, sulla natura criminale dei metodi nazisti.

E poi Fritz Gerlich, che diresse un giornale antimarxista ed antinazista, "Der Gerade Weg" (La retta via), che flagellava quotidianamente Hitler: arrivò a pubblicare in prima pagina, irridente, l'immagine di Hitler che sposa ad una donna di colore.
Cinque settimane dopo aver preso il potere, nel 1933, i nazisti gli distrussero la tipografia e lo portarono a Dachau, dove fu assassinato un anno dopo.
Sapevano che stava per pubblicare documenti compromettenti per Hitler: un attacco che forse avrebbe portato il presidente Hindenburg a deporre il neocancelliere. Purtroppo quei documenti non sono mai stati ritrovati.
Quando lo uccisero, i nazisti "inviarono alla vedova gli occhiali di Gerlich, tutti macchiati di sangue."

Si affronta anche, con taglio davvero investigativo, la misteriosa storia della morte della nipote di Hitler, Geli Raubal, con cui l'astro nascente della politica tedesca ebbe una relazione fino al suicidio di lei, nel settembre 1931.
Tutti i dubbi sul suicidio vennero messi a tacere da Hitler, nonostante si vociferasse di cause legate ad una sua presunta perversione sessuale - voci mai realmente confermate, ma di cui certo il Furher non gradiva la circolazione.

La maggior parte del libro è dedicata all'analisi delle cause dell'antisemitismo di Hitler ed alle sue responsabilità nell'Olocausto.
L'analisi parte dal riepilogo dettagliato delle tesi sostenute nei saggi su Hitler pubblicati dopo la seconda guerra mondiale, dalla argomentata confutazione ad esse venuta da altri studi, ed è arricchita da alcune interessanti interviste ai maggiori studiosi - ancora viventi all'epoca - del fenomeno.

Impossibile dare qui una sintesi efficace delle oltre 500 pagine del libro: ma la sua lettura costrituisce indiscutibilmente un modo per avvicinarsi a quel mistero terribile, rimettendo in discussione le immagini di Hitler che abbiamo disordinatamente accumulato nel tempo, e permettendoci di comporne una nuova, più oggettiva, anche se non meno sfocata.

mercoledì, agosto 12, 2009

Quando un libro fa male alla salute...

Nella vita di un lettore accanito, una volta ogni tanto capita un libro davvero faticoso.

Intendiamoci: io non sono un lettore democratico, e non concedo ad ogni libro le stesse possibilità. Se mi stufo, o non mi ritengo all’altezza di quello che leggo, lascio perdere senza troppi complimenti (applico questa regola da molto tempo prima che Pennac catalogasse i diritti del lettore in “Come un romanzo”…:-)).

Diciamo che circa un libro ogni quindici, tra quelli che compro (pochi) o prendo in prestito (cinque/sei al mese) dal paio di biblioteche che frequento, finisce per essere abbandonato, a volte entro le prime dieci pagine, ma a volte anche oltre la metà…(ed anche in questo caso lo faccio rientrare nella categoria dei “non letti”).

Non è un problema di dimensione: non è mai stato un argomento che mi spaventasse. Nei periodi di bulimia da lettore, come quello in cui mi trovo in queste settimane, la lettura mi assorbe al punto di superare, a volte, le sei-settecento pagine al giorno (nell’ultimo weekend ho letto, tra sabato pomeriggio e domenica notte, tre libri diversi, superando di slancio le mille pagine – nell’apposito box a destra, per chi è curioso, ecco autori e titoli).

Non è un problema di tipologia: saggi o romanzi, per me pari sono.

Non è un problema di autore: anche per lo stesso, ci sono libri che consumo con l’avidità di un gelato in estate, ed altri che tornano pressoché intonsi da dove son venuti, conditi però con sbuffi e sguardi annoiati (primo esempio: Saramago!).

Sto divagando: torniamo al tema iniziale.

Il libro che mi è costato più fatica in questo 2009 è senza dubbio il “Libro Nero” di Orhan Pamuk.

Avevo già preso il vaccino-Pamuk leggendo “Il mio nome è rosso”, un sofisticato e colto giallo ambientato nel XVI secolo, e “”Istanbul”, una sorta di complessa mappa mentale che incorpora la biografia di Pamuk nei luoghi fisici della città, in un disegno tanto affascinante quanto incomprensibile.

Qualcuno, commentando “Istanbul”, parla di Weltanschauung”: ed io sono assolutamente d’accordo, perché essendo un concetto che non ho mai capito a causa delle mie lacune culturali – in filosofia sto, come si dice da noi, “al pian dj babi” (1)– si adatta perfettamente ad un libro incantevole e in fondo indefinibile.

Si, perché Pamuk non è uno scrittore facile: se leggete una sequenza di frasi dei suoi romanzi, ne cogliete la profondità e la magia, ma vi rendete immediatamente conto che

a) non avete capito quasi nulla di quel che c’è scritto, perché la densità di riferimenti storici/geografici/filosofici è insostenibile per qualsiasi lettore medio;

b) non sareste mai in grado di ripetere il concetto che lui ha appena descritto: non siete neppure certi che vi sia un concetto solo o mille.

Questo vale in generale per Pamuk.

Ma nello specifico, il “Libro Nero”, ragazzi miei…fa sputare sangue.

Pamuk, nella postfazione, racconta di averci messo almeno quattro anni a scriverlo, e per procedere si è dovuto rinchiudere in un appartamento di Istanbul, lasciando la moglie a New York, passando infinite notti a scrivere e fumare come un turco (suvvia, passatemela:-)). Personalmente penso che abbia anche bevuto parecchio, per arrivare in fondo.

La storia, in sé, è persino semplice da raccontare: Galip, un avvocato, un bel giorno scopre che la sua amata moglie Ruya è scomparsa. Nel seguirne le tracce, scopre che contemporaneamente è scomparso anche Celal, un suo fratellastro diventato celebre come titolare di una rubrica di costume su uno dei più diffusi quotidiani della città.

Tra questo inizio ed il finale (probabilmente tragico, ma ho dei dubbi sulla mia capacità di averlo compreso davvero), il lettore attraversa quasi 500 pagine di sofferenza, emozione, gioia, fatica, certezza di essere un imbecille, certezza (costante) di aver frainteso le dieci pagine o frasi appena lette, anche nelle migliori condizioni di lucidità e concentrazione.

Il mio calvario è durato oltre un mese.

Ho deciso almeno dieci volte di abbandonare il maledetto libro, mandandolo a quel paese. Ma malgrado la sofferenza, una sorta di maleficio mi obbligava sempre a riaprirlo e proseguire, e seguire quella insopportabile carogna di Galip in giro per Istanbul.

Lui segue Celal, si identifica in lui, e tu segui lui e Celal e rimani intrappolato come una mosca in questa rete mostruosa fatta di luoghi celebri e sconosciuti, odori, cibi, presente e passato, sultani, ghiaccio e neve, amori felici ed infelici, moschee, sufismo, leggende, manichini, film americani, albi di Tex (!), gangster, palazzi, manoscritti, redazioni e centinaia di altre cose che vi sarà assolutamente impossibile da digerire, per quanto descritte magnificamente.

Mio figlio Luca (13 anni) l’ha preso anch’egli in mano e – accorto! - abbandonato in tempo, prima di contaminarsi, preferendo divorarsi il non meno lieve (e decisamente più duro) “Cecità” di Saramago: e non ha mai smesso di prendermi per i fondelli, durante il mese di lettura, per questa assurda ostinazione nel portare, con visibile affanno e fatica, un fardello che tutto sembrava donarmi, meno che gioia.

Arrivato in fondo, lo confesso, ho gettato il libro sul letto unendo al senso di liberazione anche un sonoro e liberatorio “ma vaffanculo, và…”, sentendomi come un galeotto a fine pena, quando gli si chiudono finalmente alle spalle le pesanti porte del penitenziario, e davanti a sè ha la strada che porta ad una realtà completamente trasformata dal tempo.

Insomma, che vi devo dire? Questo libro è come una passione contrastata: se ci entrerete dentro maledirete il momento in cui avete deciso di farlo, ma non potrete rinunciare al doloroso piacere che vi dona, e da cui non potete più separarvi fino all’epilogo.

Io vi ho avvisati, poi fate come credete.:-)

(1) Il babi, in piemontese, è il rospo. Essere "al piano dei rospi" significa "stare a zero, al punto di partenza, non aver combinato nulla".

giovedì, maggio 07, 2009

La Romania che non conoscevamo

Se innumerevoli sono le testimonianze letterarie disponibili su come si viveva nel totalitarismo sovietico ( e più che alla penna di Solgenitsin penso allo sguardo dissacrante di Viktor Pelevin, di cui è doveroso leggere lo splendido "Omon Ra"), ben più difficile è avere testimonianze su come si viveva negli stati satelliti di quell'impero, ed in particolare in quello dominato dal delirante Ceasescu (nel quale, ripensandoci oggi, dobbiamo riconoscere innumerevoli e inquietanti tratti preberlusconiani: dal culto della personalità alla volontà di controllo totale del pensiero e della vita dei governati, dal mito delle "new town" - con conseguente deportazione forzata dalle campagne - all'insofferenza per qualsiasi tipo di critica).
Vi consiglio la lettura, a questo proposito, di
"Il Re Bianco", di Gyorgy Dragoman: è il suo primo romanzo pubblicato in Italia (da Einaudi). Nato nel 1973 in Romania, esponente della minoranza ungherese perseguitata dal regime, Dragoman vive in Ungheria dal 1988.

La vicenda si svolge in una città imprecisata della Romania, e la presenza di un episodio in cui si parla dell'incidente di Chernobyl la colloca temporalmente nella seconda metà degli anni Ottanta.
Dzsata ha undici anni, quando gli agenti della Securitate, sotto le vesti di compagni di lavoro, portano via da casa suo padre.
Il ritorno del padre, previsto entro una settimana, subisce ritardi sempre più ingiustificabili, fino a quando diventa chiaro che non si trattava di "lavoro", ma di "lavori forzati": per aver firmato un manifesto contro il regime, è stato mandato a scavare il Canale tra il Danubio ed il Mar Nero, soprannominato il "Canale dei Morti" a causa del sacrificio di migliaia di prigionieri politici morti a causa delle massacranti condizioni di lavoro.
La madre di Dzsata è ebrea, ed è odiata dal suocero che - a causa della "sovversione" del figlio, che considerano istigata da lei - perde repentinamente la condizione di potente elemento della nomenklatura cittadina del Partito: la vita di tutti si fa difficile, ma Dzsata tenta di proteggere la madre, di non darle altri pensieri oltre a quelli -devastanti - legati alla scomparsa del marito.
Anche lo stesso Dzsata, in quanto figlio di un elemento politicamente inaffidabile, vive la sua esclusione ufficiale dalle strutture giovanili previste dal Partito, salvo esservi ammesso clandestinamente quando le sue qualità sportive diventano utili.
Dzsata vive la sua vita di ragazzino in una società dominata dalla crudeltà e dalla violenza, figlie dell'oppressione e di una società che ha perso il proprio senso morale. I suoi amici ed i suoi coetanei usano il coltello con disinvoltura: picchiano duro, rubano e terrorizzano.Eppure Dzsata conserva la sua innocenza di bambino: sogna, gioca, spera, si indigna, resiste. Gode di quel che riesce a strappare ad un mondo cupo, con il cuore limpido ed uno sguardo solare che attraversa il fango ed il degrado senza contaminarsi, nonostante i ruoli terrificanti rappresentati dagli adulti: i professori che mentono e spaccano le ossa, gli allenatori sadici, il nonno ormai prossimo alla follia causata dall'esclusione sociale.
Scopre la bellezza e l'umanità negli esclusi (l'operaio col volto devastato dal vaiolo), la riconosce, se ne nutre per sfuggire al disastro.
Memorabile il lungo capitolo finale dedicato al funerale del nonno, che il Partito celebra nel segno della menzogna: denso di colpi di scena, di emozioni, di momenti comici e grotteschi.

Libro utile per comprendere cos'era uno stato totalitario in cui le persone avevano abdicato al pensiero ed all'umanità: per capire, anche, cosa stiamo rischiando di diventare. E, al contempo, per mantenere la speranza in chi è puro.

martedì, aprile 28, 2009

Qiu Xiaolong e l'ispettore Chen Cao

Mi sono appena bevuto d'un fiato, e con estremo piacere, l'ultimo ("Ratti rossi",2006) dei quattro libri di Qiu Xiaolong fino ad ora tradotti in italiano.
Avevo iniziato con "Visto per Shangai" (2002), e poi proseguito con il primo, bellissimo romanzo dell'intera serie, dedicata all'ispettore capo della polizia di Shangai Chen Cao: "La misteriosa morte della compagna Guan" (2000).
Amo il genere poliziesco: in questo caso, poterlo unire con una descrizione così dettagliata della Cina di oggi consente insieme di godersi l'intreccio ed imparare molte più cose su quel paese di quante se ne otterrebbero da uno degli innumerevoli saggi sulla Cina contemporanea scritti da Federico Rampini.
Chen Cao non è solo un ispettore capo, ma è anche un importante membro in ascesa del Partito Comunista, nonchè poeta e traduttore dell'amato Thomas Stearn Eliot (e qui il personaggio coincide con l'autore).
E' dunque combattuto tra la fedeltà all'organizzazione ed al Partito, in cui crede nonostante le continue delusioni che giungono dalla politica di "modernizzazione" (e qui pare di cogliere, nell'amarezza e nella delusione di Chen, una certa assonanza con alcuni tratti che Camilleri assegna spesso a Montalbano), e la curiosità verso la cultura del resto del mondo.
Il suo mondo è popolato di vecchi e prestigiosi compagni, protagonisti della rivoluzione, e giovani pescecani perfettamente a proprio agio nella più spericolata ed esagerata ricchezza, spesso incoraggiata dal Partito; da poliziotti tenaci e poveri costretti in case minuscole (da 8-10 metri quadri!) e vecchi vestiti lisi; da nuovi eroi della televisione commerciale e anziani funzionari di partito.
I dialoghi, in particolar modo quelli tra Chen ed i suoi superiori, sono spettacolari: in "Ratti rossi", ad esempio, il colloquio iniziale dell'ispettore con il compagno Dong, pezzo grosso del partito implicato in un caso di corruzione, è un capolavoro di comunicazione implicita, trasversale, mafiosa.
Noi giudicheremmo questi dialoghi allusivi ed evasivi, soprattutto per l'abitudine di citare versi risalenti ai tempi delle antiche dinastie imperiali, ma Chen ne trae motivi di riflessione utili per capire come il Partito intende procedere (ed in genere non sbaglia mai, anche quando decide di agire comunque di testa sua ignorando i messaggi che tentano di fermarlo).
Come in Montalbano ed in Vazquez Montalban, il cibo ha una grande importanza ed una grande attrazione sui personaggi dei romanzi. E' fondamentale, e segna i passaggi salienti dell'inchiesta, si tratti del menù tradizionale di un lussuoso ristorante sul fiume o di un piatto di spaghetti da asportare in un semplice chioschetto nei quartieri più popolari di Shangai.
(Raffaele Miraglia offre qui una bella e succulenta dissertazione sul rapporto tra Chen Cao - e gli altri personaggi dei romanzi- e la cucina cinese.)
Per quanto riguarda l'amore...Chen, persona colta ed attraente, non è per questo più fortunato dei suoi colleghi di carta di tutto il mondo (impossibile trovare un poliziotto, Maigret a parte, che possa vantare una vita sentimentale - o, addirittura matrimoniale - serena e "regolare").
Non ha una situazione disastrosa come il Kurt Wallander di Henning Mankell, o come il commissario Eberhard Mock del polacco Marek Krajewski: ma nessuna delle sue relazioni si compie, tantomeno quella - complicata dalla diversità culturale, che permane nonostante le infinite affinità - con la collega statunitense esperta di cultura cinese.
Il ritmo dei romanzi è tranquillo, ma non impedisce che i colpi di scena sorprendano il lettore con una discreta frequenza: e rendano impossibile abbandonare la vicenda e le pagine che la raccontano.
Chen non è propriamente un vincitore: nella sua ultima inchiesta, capisce di essere stato usato dal Partito come diversivo, sente il peso di due morti provocate dal suo agire, ma riesce comunque a colpire, con un atto di giustizia, un attimo prima di essere definitivamente esautorato.
Il suo ruolo nel partito è sempre in bilico, perchè la sua modernità è insieme necessità e pericolo per l'organizzazione. Chen si muove con attenzione tra i pericoli, usa con moderazione le sue conoscenze nel mondo di confine che ha contatti con le Triadi, riesce a mantenersi integro e degno di rispetto.
Ed anche se Qiu-Xialong non descrive mai l'aspetto fisico di Chen, alla fine ne ricaviamo comunque un'immagine gentile ed antica, ed al tempo stesso solida e moderna, di fronte alla quale viene spontaneo inchinarsi (e magari sedersi allo stesso tavolo per condividere una zuppa di ravioli).

martedì, febbraio 24, 2009

Vajont, l'onda lunga

Lo ammette anche l'autrice, Lucia Vastano: questo libro (giunto alla seconda edizione, nel 2008), esplora volutamente il peggio, il lato oscuro della vicenda del Vajont dopo la catastrofe.
Il disastro del Vajont, accaduto nell'ottobre del 1963, è considerato dall'ONU "a classic example of the consequences of the failure of engineers and geologists to understand the nature of the problem that they were trying to deal with."
Quasi 2000 morti per colpa dell'uomo, in un susseguirsi raccapricciante di errori reiterati, di allarmi inascoltati, di pervicace ostinazione "progressista" contro l'"oscurantismo" ignorante delle popolazioni locali.
Ma questo è il prima, e ce lo hanno raccontato benissimo Paolini con la sua orazione civile e Martinelli con il film.
Il sottotitolo del libro è "Quarantacinque anni di truffe e soprusi contro chi sopravvisse alla notte più crudele della Repubblica".
Già, perchè oltre alle quasi 2000 vittime di quella terribile notte, va considerato che ci sono state altre decine di migliaia di vittime: i sopravvissuti, che oltre a perdere le famiglie e le case, hanno perduto - all'improvviso - anche la propria storia, il proprio passato.
Longarone (con le sue vie, le sue piazze, le sue chiese, i suoi bar) dopo il passaggio dell'onda si è trasformata in un immenso deserto di fango, sepolcro di vite e di una quotidianità che non sarebbe mai più esistita, se non nel ricordo.
Allibiti fantasmi, i sopravvissuti sono caduti subito vittime degli avvoltoi.
Come l'Enel, che ha - con rapide e sommarie transazioni economiche - messo fuori gioco con quattro soldi chi avrebbe potuto richiederle giustizia nei processi.
Come coloro che - muovendosi agevolmente sulle strade complesse delle leggi pro-Vajont - hanno acquistato per altri quattro soldi licenze commerciali ed artigianali dai sopravvissuti, ottenendo poi finanziamenti - in buona parte a fondo perduto - per avviare attività commerciali in tutto il Nordest.
(Pochi hanno resistito, ma anche perchè ben pochi erano nelle condizioni di resistere).
Già, perchè paradossalmente la tragedia del Vajont è stata uno dei motori dello sviluppo economico del Nordest.
Sono rinate, lungo i greti dei fiumi violentati, pericolose e inquinanti aziende che hanno fatto della zona uno dei luoghi in Italia che vede la maggior incidenza di morti per tumore (peggio di Porto Marghera!).
E' stato creato un paese finto, Vajont, con vie dritte e case tutte uguali, completamente avulso dalla storia di quel territorio.
La stessa ricostruzione di Longarone ha dato vita ad un paese senz'anima, senza cuore, senza alcun legame con la vivace cittadina del passato: un paese che respinge, in cui non si sente il respiro del vincolo che l'uomo crea con il luogo in cui abita.
E, come in tutte le storie italiane, anche in questa spesso scompaiono le tracce di parte degli ingenti flussi di denaro che si raccolsero quando l'emozione e la commozione percorsero l'Italia.

Ma questa è anche una storia di comunità divise, incapaci di avere una visione ed un obiettivo comune per difendersi, incapaci di ragionare insieme. Che giungono a creare associazioni e comitati in concorrenza tra loro, che antepongono l'orgoglio ed il campanile alla necessità di lottare e vincere insieme.
E' una storia di sconfitte, questa.
Di processi decennali in cui, pur accertando senza tema di smentita che il disastro era previsto e prevedibile, pagheranno alla fine soltanto in due, con pene ridicole (due anni - sei mesi).
Di un risarcimento tardivo e modesto, di fronte all'entità della tragedia, che l'Enel sarà infine costretta a versare al solo Comune di Longarone.
Di uomini e donne lasciati soli, senza supporto nè aiuto, avvolti dal mito dell'arricchimento grazie alla tragedia ("Con le tasche piene si piange meglio"), e scacciati dal pensiero del paese in quanto vittime scomode e "antipatiche".
Una storia da leggere, senza dubbio.

venerdì, gennaio 09, 2009

Annibale, di Paolo Rumiz

Tratto da un reportage pubblicato nel 2007 sulle pagine di Repubblica, questo delizioso libro di viaggio vede Rumiz ripercorrere le orme di Annibale e delle sue truppe nella celebre campagna d'Italia (e dei suoi elefanti, fino a dove resisteranno...)
Da Cartagine attraverso la Spagna, ripercorrendo il percorso dei 90.000 soldati che seguirono il loro capo africano, Rumiz fa rivivere l'impressionante traversata del Rodano, per la quale fu necessario costruire in loco apposite, enormi zattere "mimetizzate" con erba e foglie: ma questo non impedì ai pachidermi di spaventarsi, e cadere nel fiume trascinandosi dietro gli sfortunati conducenti indiani, salvo poi rivelare insospettate doti di nuotatori...

L'inseguimento delle tracce prosegue, alla ricerca di uno dei possibili valichi alpini che il grande africano varcò nel 218 a.C. con i residui 20.000 fanti e 40 elefanti .
Impossibile desumere con certezza dove avvenne l'ardito passaggio, basandosi sugli imprecisi resoconti di Polibio e Tito Livio; e solo su questo mistero storico-geografico sono stati scritti quasi 900 libri!!! Sappiamo però che l'esercito fu costretto a fare saltare i massi che ostruivano il passaggio, usando enormi fuochi ed irrorando la roccia con l'aceto.

Moncenisio? Gran San Bernardo? Colle della Maddalena e Valle Stura? Rumiz a naso decide per questa ipotesi, che corrisponde alla strada più "semplice" arrivando dal Rodano...
Le tracce di Annibale, dopo la discesa in pianura, proseguono verso la capitale dei Taurini (anche se qui di tracce non ne lascia granchè, ammesso che Polibio abbia detto la verità) e poi , con un percorso non troppo logico, nella Valle del Trebbia dove avviene il primo scontro, vittorioso, contro i Romani.

Poi, coinvolto a Bologna un docente universitario che di Annibale è quasi un alter ego moderno, Rumiz segue con lui le orme del condottiero verso sud, attraversando gli Appennini e l'Etruria.
Qui Annibale affronta e sconfigge di nuovo i Romani sul Trasimeno (le tracce stavolta sono concrete e visibili, ci sono ancora in parte le fornaci in cui vennero bruciati i corpi dei soldati)...e poi sempre più giù, fino a Canne, la battaglia che rappresentò il peggior macello bellico della storia antica, con sessantamila morti.
Mussolini volle individuare il luogo della battaglia - in cui Scipione fu duramente sconfitto da Annibale - in Puglia, alle spalle di Barletta, ma in realtà gli archeologi hanno trovato resti compatibili con quel disastro ottanta chilometri più a Ovest - e solo da lì, oggettivamente, Annibale era in grado di arrivare a sfiorare Roma in cinque giorni, come racconta Polibio, pur sapendo che non era in condizioni di prenderla.

Annibale si aspetta a questo punto la resa di Roma, posta di fronte ad una serie di sconfitte brucianti: ma Roma semplicemente decide di ignorare le sconfitte, ignora Canne, costruisce la reazione, inizia ad adottare i "sotterfugi" e gli "stratagemmi" (la corruzione, l'inganno) che Annibale usò per vincere, mentre l'atteggiamento bellico dei Romani prima di queste guerre era decisamente più naif (passatemi il termine...)

Annibale resta in Italia del Sud per quasi quindici anni, dopo la vittoria di Canne: scende sempre più a sud, mentre i Romani lo tallonano e puniscono con ferocia, appena possono, le città che a lui si sono arrese (Capua, Taranto, Siracusa, dove muore Archimede).
Scipione, "in trasferta", distrugge Nova Cartagena in Spagna, fondata dal padre di Annibale.


Annibale alla fine è costretto a tornare, lo richiamano indietro, negandogli...ulteriori finanziamenti per la spedizione.
Nel deserto tunisino affronta di nuovo Scipione, a Zama, e perde. Cartagine ("Delenda Carthago!", la condanna Catone il Censore) viene rasa al suolo e cosparsa di sale per darle sterilità definitiva.

Annibale non si ferma, nè si demoralizza per così poco: va ad est. In Armenia, dove fonda quella che ne sarà la capitale antica, su richiesta del Re. Ma i Romani non demordono, lo inseguono, non perdonano. Si suiciderà nel 183 a.C. con il veleno, e la storia di Rumiz termina a Lybissa, in Turchia, davanti alla sua tomba ed alla lapide voluta da Ataturk nel suo testamento.

Insomma, un gran bel libro di viaggio e di storia...
La prosa di Rumiz è vivace, affascinante ed evocativa.
E fa venir voglia di partire subito, all'inseguimento di un mito, qualunque esso sia.

martedì, gennaio 06, 2009

Storia di Neve

Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Mauro Corona, “Storia di Neve”.

Corona è il (celebre) scultore-alpinista-scrittore di Erto, il paese della montagna al limite del Friuli occidentale cancellato - e poi, in qualche modo, riportato artificialmente in vita - dopo la catastrofe del Vajont nel 1963.

Il libro, di oltre 800 pagine, racconta la vita di una bambina “magica” nata ad Erto nel 1919, e morta ventinove anni dopo: e l’incredibile racconto (a cui Corona, nelle ultime pagine, vuol dare patente di autenticità) diventa pretesto per un epico affresco della vita di una comunità di montagna, in un arco di tempo che parte dal primo conflitto mondiale e termina ai giorni nostri, seguendo le ultime tracce di una memoria inquietante ed oscura, al punto che nessuno sembra più volerla custodire.

La scrittura di Corona è nodosa e contorta come i rami dei vecchi alberi; a mio avviso scrive male, malissimo. Ma l’irritazione per quelle parole che non filano, che si avvitano, che si annodano, che si attorcigliano, che girano su se stesse come un gorgo nella corrente di un fiume, è presto dimenticata e superata dall’incanto e dallo stupore per tutto quel che Corona sa e racconta di un mondo perduto per sempre.

Come in “Moby Dick” si entra affascinati ed in profondità nel mondo della tecnica baleniera, qui si apprendono, restandone colpiti, il valore ed il contenuto accumulato nei secoli dei mestieri e dei saperi “di montagna”, saperi che la modernità ha ormai ucciso in modo irreversibile.

Si comprende quanto quel mondo arcaico, primordiale, antico, fosse in realtà fatto di uomini che sapevano cavarsela in ogni situazione, fronteggiando gli eventi e la natura con equilibrio, costruendo con le proprie mani e con quel che avevano a disposizione quel (poco) che era necessario per vivere e per cavarsela.

(E ne ricaviamo, di conseguenza, l’idea precisa di quanto noi “moderni” siamo invece fragili, vulnerabili, piccoli e incapaci, completamente immersi nella complessa rete delle nostre dipendenze, completamente perduti se manca la corrente elettrica per un giorno o non ci parte l’automobile.)

Corona ci racconta la professionalità dei boscaioli, dei falegnami, dei maestri d’ascia: ci ricorda che esisteva chi sapeva fare una carbonaia o tirare una teleferica tra i boschi ed il paese in pochi giorni, e di come il legname si facesse arrivare a valle creando e distruggendo opportunamente gigantesche dighe di tronchi.

Ci spiega (come ha già fatto in altri libri) come quegli uomini avessero ereditato (lentamente, nel corso di generazioni) ed approfondito una conoscenza profonda della natura: e ci racconta il loro rispetto per essa, vitale per la loro esistenza, ed il loro rapporto corretto con le risorse disponibili – il legno, l’acqua, la terra…

L’oste, il becchino, il falegname specializzato nelle casse da morto (di cui il paese ha – nella storia narrata – uno smodato bisogno), il mugnaio, il fabbro sono altre figure indispensabili in quella comunità. Ognuno ha un ruolo necessario e per il quale è necessario crescere, prima o poi, un giovane che prenda il suo posto al momento opportuno.

Si prova simpatia per ognuno di essi e per il ruolo che ricoprono con piena consapevolezza e senso del dovere, anche se sono farabutti e bestemmiatori incalliti, anche se odiano con facilità e sono vendicativi.

Perchè quel mondo è rozzo, cinico, brutale come la vita di montagna. I caratteri degli uomini (e delle donne) sono tagliati con l’accetta, la solidarietà è mera comprensione del fatto che da soli non si può sopravvivere nelle difficoltà; non c’è poesia nelle ciucche e nelle risse, e le donne (esclusa Neve) sono soltanto streghe, o mogli silenti e maltrattate, o gambe da aprire per il sollazzo di chi ha lavorato duro o non ha ancora bevuto a tal punto da crollare ubriaco sul tavolo dell’osteria.

Le famiglie sono in gran parte luoghi di violenza e di inganno, la chiesa è luogo di vuota ma irrinunciabile ritualità.

Il romanticismo, nella storia, è riservato solo a Neve – una creatura appunto magica, e solo per questo buona, sensibile, non contaminata dalla cattiveria della vita - ed al suo impossibile amore.

Il resto è duro mestiere di sopravvivenza in un ambiente duro ed ostile, è fatica, rabbia, spietato realismo sulla realtà dell’esistenza – senza Dio, senza nessun aiuto da un “fuori” che è per definizione ostile, ingannevole.

La gente di “quella” Erto (tra novanta e sessant'anni fa) è abituata a cavarsela da sola, nei lunghi inverni in cui tutto si ferma sotto metri e metri di neve, e distese implacabili ed infinite di ghiaccio.

Ogni famiglia sa che deve giungere all’inverno provvista di tutto quel che sarà necessario a sopravvivere per mesi, bloccati in casa senza possibilità di muoversi: legna per riscaldarsi, alimenti, attrezzi per il lavoro e la cura degli animali.

Non c’è modo di muoversi dal paese, né di essere raggiunti: non ci sono ovviamente (per i primi decenni dell’arco temporale in cui si dipana la storia) telefono, corrente elettrica, acqua corrente. In questo mondo chiuso e isolato, i rancori e le avidità son le uniche cose che sembrano ravvivarsi e prender forza davanti ai camini incandescenti.

Le osterie sono i luoghi in cui ci si incontra, per inciuccarsi, giocare alla morra e fare baruffa.

Baruffe cruente, spesso, dove volano le accette e ci si bastona a sangue, o a morte.

I due immensi falò di primavera e d’autunno, che segnano rispettivamente il ritorno alla vita dopo l’inverno e l’arrivederci alla vita al ritorno dell’inverno, sono momenti di socialità e di riti tribali segnati dal fuoco e dall’alcool: la comunità si stringe intorno alle tradizioni e conferma la distribuzione dei ruoli (dall’anziano all’accenditore del falò, ai giovani che diverranno adulti sfidando la forza devastante e purificatrice delle fiamme in una prova di coraggio).

Quando in questo mondo la piccola Neve inizia a dispensare miracoli, il padre intravede la possibilità di acquisire potere e ricchezza, e questa idea lo corrompe al punto da fargli perdere ogni tabù: mette su dunque una congrega di farabutti suoi simili per dare il via ad una “fabbrica dei miracoli” che avrà lo scopo di renderli ricchi, ma non esita a spazzare via chiunque minacci il suo progetto.

Qui il romanzo assume una decisa deriva splatter, ed il numero e la modalità delle morti diventa impressionante, spaventosa: quasi ci si abitua a vedere il biancore delle ossa dell’ennesimo sventurato divorato dal milione di topi e pantegane che abitano, inquietanti, nelle fondamenta di un mulino, e diventano all’imbrunire lo spietato esercito del farabutto di turno, o il nero delle ossa dell’ennesimo sventurato divorato dal fuoco o dal calore.

Il numero di sepolture nel racconto è eccessivo, e son sempre sepolture di miseri resti ossei, quasi mai di corpi integri…così come numerosi e “naturali”, nel contesto, sono ahimè anche gli stupri.

Talvolta Corona le spara davvero troppo grosse e si lascia andare a sfottere il lettore, come quando immagina che un corpo travolto dalla fuga del milione dei roditori diventi una sorta di tappetino in cui avvolgere altri resti umani - come potrebbe accadere in un cartone animato -, o descrive un omicidio compiuto gettando un corpo a tutta velocità dentrò un falò usando una teleferica per il legname…

In questo è poco credibile come quasi tutti i protagonisti della storia, ma resta l’inquietante sensazione che uomini di quella fatta dimostrassero una forte coerenza tra le proprie rozze espressioni omicide e le proprie azioni.

Si procede, dunque, schifandosi a volte abbastanza, ma rimanendo avvinghiati alla storia, se non altro per capire quale sarà la punizione riservata al cattivo, che ci si aspetta spaventosa almeno in proporzione alla quantità ed alla qualità dei misfatti compiuti: perché, sull’altro versante del racconto, il destino di Neve è segnato e previsto sin dai primi capitoli, e – a parte una piccola eccezione, non particolarmente felice, negli ultimi capitoli - non ci sono colpi di scena che diano alla storia altri motivi di eccitazione.

Ma il principale valore di questo libro non è la storia in sé - Corona avrebbe dovuto lavorarci assai di più per donarle una parvenza di credibilità-, ma lo sfondo ed la descrizione del contesto in cui essa si svolge: in questo Corona è magistrale, didattico, prezioso, e forse non ci avrebbe fatto questo dono se non avesse avuto la velleità di scrivere un “vero romanzo”.

Perché un vero regalo, quando gli riesce, è la descrizione di quel mondo ormai perduto che ha vissuto in parte di persona, o conosciuto ascoltando con pazienza, davanti a centinaia di quarti di rosso in fumose osterie, le storie raccontate dagli uomini che a quei tempi ed a quelle storie sono sopravvissuti: e di questa fatica, e di questo racconto dobbiamo essergli profondamente grati, anche se non ha la meravigliosa e solida scrittura di Rigoni Stern, anche se non ha la accattivante capacità di raccontare di Marco Paolini.

giovedì, maggio 22, 2008

Un libro: "Viaggio di una parigina a Lhasa"

Visto che sto riorganizzando la sezione dei "libri letti", qui a destra sotto la sezione "cose da leggere, cose da fare", aggiungendo un po' di informazioni in più per consentirvi di ritrovarli, per l'occasione vi regalo la recensione di un libro che mi è piaciuto moltissimo (e piacerebbe di sicuro ad Artemisia, che lo sta in parte evocando con il suo viaggio a piedi).

"Viaggio di una parigina a Lhasa", di Alexandra David-Neel (sottotitolo: "a piedi e mendicando dalla Cina all'India attraverso il Tibet")

A.D.N. nasce a Parigi nel 1868, ed il viaggio a cui si riferisce il libro inizia nell'ottobre del 1923 (quando lei ha cinquantaquattro anni!) e finisce due anni dopo.

Prima, giovanissima, lei è stata grande amica dell'anarchico francese Eliseo Reclus, scrittore e geografo, di cui divora le opere. Studia inglese, sanscrito e canto. Grazie ad una eredità può permettersi i primi viaggi: Ceylon, l'India. Con il canto (ha una bella voce da soprano) si guadagna da vivere e diventa una stella in Indocina, mentre non ha eguale fortuna in Francia. A Tunisi conosce Philippe Neel, di cui diviene l'amante: bello, scapolo, occhi azzurri, gran classe...un moderno Don Giovanni. Alexandra di giorno fa la cantante e la direttrice artistica, di notte ama Philippe, e ogni tanto va a Parigi dove è conferenziera e giornalista.

Nel 1904 si sposano, ma lei non riesce a perdonargli il suo passato libertino. Per non cadere nell'angoscia, lavora disperatamente: libri di filosofia, congressi, viaggi…si trasforma definitivamente da cantante a prestigiosa orientalista.

Nel 1911 parte per un viaggio in Oriente, senza sapere che lei e Philippe si rivedranno solo nel 1925!

India, Nepal, sono le mete di viaggi di studi e conoscenza che la rendono famosissima. Nel 1914 ingaggia Yongden, un ragazzo di quattordici anni, reincarnazione di un capo tibetano, figlio di un lama-mago (con poteri di provocare o arrestare la pioggia e la grandine) e lama lui stesso: condivideranno tutte le esperienze di viaggio insieme, fino alla morte di lui. Per seguirla, lui lascia la famiglia e rinuncia alla sua parte di eredità.

Mentre in Europa infuria la guerra, Alexandra desidera la solitudine: trascorre 20 mesi in Nepal in una caverna a 3500 m d'altezza con un capo spirituale tibetano, il Gomchem, imparando lingua, cultura e tradizioni del paese, e perfezionando i metodi di meditazione.

Ne esce con il nome di "Lampada di Saggezza", e intraprende un viaggio in Tibet, presto espulsa dagli inglesi che dominano il paese.

Va poi in Birmania e in Giappone, ma ne resta profondamente delusa. Anche la Corea è una delusione: sente la nostalgia del Tibet. Nel 1917 è a Pechino, da cui parte l'anno dopo (in una situazione che preannuncia la guerra civile) per arrivare in Tibet via Mongolia, percorre 2500 km a piedi. Visita fortezze e monasteri, si abitua a camminare per oltre quaranta km al giorno. Entra finalmente ed illegalmente in Tibet, ma nel 1921, mentre viaggia con il seguito, viene riconosciuta e fermata, nonché espulsa. Capisce l'errore: "ero prigioniera delle circostanze, dei domestici chiacchieroni, delle bestie e dei bagagli. Gli uni e gli altri ostacolavano la libertà dei miei movimenti, mi impedivano di fare perdere le mie tracce, di mischiarmi alla folla anonima".

Ci riprova nell'inverno, ma viene arrestata.

Passa i successivi tre anni a viaggiare a nord del Tibet, per "farsi dimenticare". Intanto impara le espressioni popolari, impara a mendicare, a dormire all'aperto: le prove generali per il "Grande Progetto", arrivare a piedi a Lhasa, la capitale del Tibet e città proibita agli stranieri.

Nell'ottobre del 1923 parte in sordina, quasi senza viveri, con il fido Yongden: è il Viaggio, finalmente.

Un viaggio clandestino, vestiti da mendicanti, senza poter dare nell'occhio: anzi, dovendosi nascondere per buona parte del tempo, per evitare l'arresto.

Un viaggio a piedi che all'inizio si svolge quasi esclusivamente di notte.

Per cibo, tè alla tibetana con burro di yak, e "tsampa", una farina da mescolare all'acqua.

Marce forzate, durissime, valichi a 5, 6, 7000 metri, spesso compiuti di notte: nevicate continue per settanta, ottanta ore. Fame, freddo, paura dei briganti.

Ma, soprattutto, paesaggi da sogno, da fiaba, che riempiono il cuore e l'anima: mai visti dai viaggiatori e spesso neppure dai locali (nessuno viaggiava, in Tibet, per il "piacere" di farlo).

Pian piano il travestimento da mendicanti diventa realistico e convincente, ed è più facile farsi ospitare, diventare completamente mimetici. Spesso chi ospita non ha da mangiare, e per dormire offre il tetto della propria abitazione esposto alla bufera!

Alexandra osserva, impara, scopre, non giudica mai, anzi: ritiene la sua conoscenza sempre troppo angusta, non è mai sazia di imparare. Le foreste, le montagne, le nevi sono affrontate con umiltà, commettendo errori che spesso rischiano di essere fatali, ma con la stessa umiltà viene posto rimedio, si ripercorrono strade al contrario, si ammette di aver errato, si fa tesoro dell'esperienza. Anche le persone incontrate (poveri pastori, pellegrini, lama) sono viste come eguali, anche se a volte è difficile, per un animo europeo, sopportare (e condividere) il dormire direttamente sullo sterco congelato o mangiare carne putrefatta.

Il viaggio è soprattutto un'esperienza di crescita interiore, la scoperta di sé e dei propri limiti, e delle risorse che si sanno trovare dentro di sé quando è necessario e la situazione sembra disperata: non essere soli è importante, ma ognuno trova dentro di sé le risorse per continuare.

Arrivati a Lhasa senza essere scoperti, ci restano per due mesi a osservare, a vivere la Città Proibita: poi, senza alcun intoppo, nel giro di alcuni mesi raggiungono la frontiera indo-tibetana.

L'impresa le dona una enorme popolarità. Tornata in Europa, scrive decine di libri sulla cultura tibetana, tiene conferenze, scrive romanzi. Continua a viaggiare e scrivere per anni: Cina, Russia, ancora in una Cina sconvolta dalla guerra: il viaggio per visitare i monasteri si trasforma in una fuga (a piedi e in treno) che dura sedici mesi: perde tutto, resta in Cina per anni.

Nel 1941 Philippe muore, nel 1946 Alexandra ritorna in Europa per sempre.

Nel 1955 muore Yongden. Alexandra lavora moltissimo scrivendo libri anche negli ultimi anni, anche se verso la fine è quasi cieca ed immobilizzata su una sedia a rotelle: ma quando muore, nel 1969, ha 101 anni.

Le sue ceneri, con quelle di Yongden vengono disperse nel Gange.

lunedì, gennaio 30, 2006

Un libro prezioso


Ho comprato questo libro ("L'impossibile volo", di Louis de Bernieres), parecchi mesi fa, senza conoscere l'autore, ma incuriosito dalla trama riassunta sul risvolto di copertina.
L'ho lasciato languire per un po' in libreria, intimorito dalle oltre 600 pagine, ma poi, quando mi ci sono tuffato dentro, ho scoperto che è uno dei più bei libri che mi siano capitati tra le mani in tutta la vita di lettore.
Siamo in Anatolia, qualche anno prima dello scoppio della prima guerra mondiale, in una piccola città dove, nei secoli, si sono mescolate razze e religioni e lingue: per progressive stratificazioni, complice la politica di tolleranza dell'impero ottomano, cristiani e musulmani vivono insieme e condividono riti e abitudini quotidiane.
Ma l'impero è in agonia, e le nazioni europee bramano di strappare brandelli di territori al vecchio gigante, mentre nuove generazioni di nazionalisti (tra cui spicca il futuro Kemal Ataturk) tentano di difendere almeno qualche brandello del glorioso passato.
Presto l'intera regione, e la piccola città, vengono travolti e stravolti dalla guerra: prima la jihad contro i francesi, poi la guerra di indipendenza contro i greci.
La guerra viene descritta in modo spietato e magistrale: non ci viene risparmiato nulla, di quello che accade, nessun orrore viene taciuto.
E, leggendo, scopri che il fondamentalismo e l'imperialismo mettono in moto meccanismi allucinanti e devastanti: i francesi arruolano gli armeni contro gli ottomani, e questi - al primo rovesciamento di fronte - si vendicano degli armeni con una deportazione-genocidio condotta da barbare tribù curde; poi sono i greci (in nome di una antica Grande Grecia che ricomprenda la perduta Bisanzio) a massacrare gli "ottomani" che, diventati "turchi", restituiscono il favore sterminando la popolazione di origine greca ancora presente a Smirne e dintorni.
Alla fine, l'orrore viene completato con la deportazione incrociata dei cristiani ex ottomani verso la Grecia, e dei musulmani ex greci verso la Turchia.
Il tutto a due passi da qui, ed in un passato recentissimo.
Un libro assolutamente da leggere, per la sua bellezza e per la densità di emozioni, di riflessioni e di pensieri che stimola.
Le storie di una miriade di personaggi (uomini e donne comuni, con aspirazioni e sogni comuni) sono raccontate con una maestria ed una attenzione che stupiscono.
Una splendida opportunità di riossigenare il cervello.