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martedì, ottobre 21, 2008

Ciao, Vittorio
















Se n'è andato anche Vittorio Foa, e siamo sempre più soli.
98 anni, 8 anni nelle patrie galere sotto il fascismo, e la meravigliosa paternità condivisa della Costituzione (riuscite ad immaginare, nel futuro, il ritorno di un momento così alto e nobile nella storia del paese? Io sì, e questo mi aiuterà a sopportare i prossimi dieci-quindici anni di buio della ragione.)

Grazie per esserci stato, e grazie per aver guardato lontano, là dove oggi noi non riusciamo più a vedere granchè.

mercoledì, giugno 18, 2008

Ciao, Mario!

Rigoni Stern se ne è andato, ieri mattina.
E siamo tutti un po' più soli. Non solo perchè il "Sergente" era una delle memorie storiche del paese, e da lui - come da molti altri - conoscemmo la reale dimensione di una delle più assurde tragedie generate dal fascismo - la campagna di Russia.

Ma perchè Rigoni Stern aveva occhi e cuore per vedere, nei suoi boschi, e parole e sensibilità per raccontare, nei suoi libri, tutto quello che piano piano è diventato invisibile agli abitanti di questo paese.

Le albe, la montagna, i boschi. La natura. La fatica, il silenzio, il confronto muto e stupefatto dell'uomo con quello che ha intorno, con quello che non può ne comprare nè conquistare ma può solo ammirare, se la sua anima esiste ancora.

Seguendo le tue parole e le tue storie abbiamo camminato con te, Mario, lassù sull'Altipiano, invidiando la tua capacità di capire davvero le cose che contano, ascoltando in rispettoso silenzio le verità che raccontavi, pacato e autentico.

Ci piace pensare che hai preso lo zaino e gli scarponi, ancora una volta, e picchiettando il bastone sulle rocce stai camminando laddove l'aria non si sporca mai, laddove nessuno può contaminare il mondo con favole e bugie, laddove il paesaggio esige silenzio, rispetto, umanità.

Grazie di tutto.

venerdì, febbraio 02, 2007

Ciao, Luzzati!


Se n'è andato qualche giorno fa, in punta di piedi, un grande e gioioso bambino di ottantacinque anni, Emanuele Luzzati.
Era un illustratore straordinario, ed ognuno di noi ha sicuramente presenti le sue opere. (SdZ ne offre qui una piccola, significativa galleria).
Genova ha un museo a lui dedicato, e noi torinesi non possiamo certo dimenticare il grande, delicato presepe che ci ha tenuto compagnia negli ultimi anni.
Ciao, Luzzati: ci mancheranno la tua poesia, i tuoi occhi da bambino, i tuoi colori vivi, la tua fantasia.

(L'immagine di Emanuele Luzzati è tratta dal sito del Museo Luzzati di Genova)

venerdì, settembre 22, 2006

Ahmadinejad, Rocca, Blair e l'ONU:manca qualcuno?

Scrive Christian Rocca sul “Foglio” che è online oggi:
“In piena Assemblea generale e tra gli applausi della maggioranza dei paesi membri, Ahmadinejad ha detto di non riconoscere la legittimità dell’Onu, cioè di quell’istituzione che ha imposto illegalmente l’entità sionista al medio oriente.”

Io non c’ero, lì a New York quando ha parlato Ahmadinejad, ma ho letto il testo – tradotto in inglese - del suo intervento, il cui link è fornito dallo stesso Rocca sul suo blog Camillo.
Mi sembra che dica cose meno radicali di quelle che gli attribuisce Rocca, come potete leggere anche voi:

"The present structure and working methods of the Security Council, which are
legacies of the Second World War, are not responsive to the expectations of the
current generation and the contemporary needs of humanity.
Today, it is undeniable that the Security Council, most critically and urgently,
needs legitimacy and effectiveness. It must be acknowledged that as long as the
Council is unable to act on behalf of the entire international community in a
transparent, just and democratic manner, it will neither be legitimate nor effective.
Furthermore, the direct relation between the abuse of veto and the erosion of the legitimacy and effectiveness of the Council has now been clearly and undeniably
established. We cannot, and should not, expect the eradication, or even containment,
of injustice, imposition and oppression without reforming the structure and working
methods of the Council.
Is it appropriate to expect this generation to submit to the decisions and
arrangements established over half a century ago? Doesn't this generation or future
generations have the right to decide themselves about the world in which they want to
live?
Today, serious reform in the structure and working methods of the Security
Council is, more than ever before, necessary. Justice and democracy dictate that the
role of the General Assembly, as the highest organ of the United Nations, must be
respected. The General Assembly can then, through appropriate mechanisms, take on
the task of reforming the Organization and particularly rescue the Security Council
from its current state. In the interim, the Non-Aligned Movement, the Organization of
the Islamic Conference and the African continent should each have a representative as
a permanent member of the Security Council, with veto privilege. The resulting
balance would hopefully prevent further trampling of the rights of nations."

La cosa buffa è che lo stesso Rocca, nell’articolo, è in perfetta sintonia con la parte iniziale della dichiarazione sull’Onu di Ahmadinejad:

“La carnevalesca settimana al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite ha mostrato nel modo più chiaro possibile quanto il sistema di istituzioni internazionali creato alla fine della Seconda guerra mondiale sia un reperto del passato, incapace di affrontare le sfide del nuovo secolo.”

La stessa cosa afferma Tony Blair nel suo pamphlet “A Global Alliance for Global Values”, anch’esso segnalato da Rocca:
“After the Second World War, people realised we needed a new international institutional architecture. Today I look at our international institutions and think: these are the structures of 1946 trying to meet the challenges of 2006. In this new era, in the early 21st century, we need to renew them. I have therefore made some tentative suggestions for change.
First, the United Nations.”

Insomma, l’ONU di adesso non piace ad Ahmadinejad, ma neppure a Rocca (che ha scritto il libro “Contro l’ONU”) né a Blair.
E a questo blog, comunque, non piacciono né Ahmadinejad né Blair (il primo è inquietante, il secondo non credibile).
Su Rocca, possiamo dire che non siamo quasi mai d’accordo: però, perbacco, è bravo assai.

lunedì, settembre 18, 2006

Ancora su Oriana Fallaci.

Io della Fallaci ho letto solo "Un uomo" e il pamphlet "La rabbia e l'orgoglio" quando era uscito sul Corriere, prima che diventasse un libro. E le puttanate che scrisse quando descrisse il Social Forum di Firenze come un'adunata di barbari.

Una penna straordinaria, è innegabile.
E' curioso essere così affascinati e sedotti da una scrittura divina, esplicita, frontale, coraggiosa, praticamente perfetta, ed al tempo sentire una irritazione crescente e furibonda verso chi la possiede (Porca puzzola, scrivi da Dio, perchè non usi questo talento e questa forza in positivo? Astio e rancore son cose da piccoli ominidi, da te ci si aspetta una forza di dimensioni inaudite, anche spietata, che rinnovelli il mondo, che spazzi via i potenti, i superbi ed i maligni e non che se la pigli con i poveri cristi miseri ed incolti che pisciano per le strade...)

Ammirazione e antipatia in egual misura. Insopportabile lei e quello stronzo geniale e affascinante di Panagulis (stessa faccia, stessa razza...)

Peccato che per noi atei, dopo, non ci sia un mondo in cui andare a placarsi, a riposare, a fare una beata fava tutto il giorno bevendo vino e leggendo e scrivendo e rotolandosi sui prati, e ripensare alle cose con più distacco, con più serenità: ci tocca far tutto in questa vita, senza altre possibilità, e non ci riusciamo quasi mai.

L'Oriana ha finito dunque così, senza possibilità di placarsi, malamente, sola, con l'elmetto ancora in testa. Ma quel che di buono ci ha lasciato è la passione, il gusto di affermare idee forti, pregnanti: forse non confrontabili, e quindi inutili, ma di fronte a quella immensa forza non si può non restare ammirati.

venerdì, settembre 15, 2006

Soffriva da tempo.

E' morta a Firenze Oriana Fallaci.
Soffriva da tempo di un male incurabile: l'astio.

giovedì, settembre 07, 2006

Davideblog contro Goliablog: dalla parte dei piccoli comuni

Leggo sempre più distrattamente il blog di Beppe Grillo, lo confesso: un blog che denuncia tutti i giorni qualcuno o qualcosa, incessantemente, e senza tregua fustiga, moraleggia, giudica, dopo un po' diventa pesante; e si possono ormai cogliere poche perle di saggezza nel mare di una deriva mistico/qualunquista.

Il post di ieri (Sindaco fai da te) conteneva un virulento attacco ai piccoli comuni, considerati di fatto come un modo artificioso di creare piccole posizioni di potere (sindaco, assessori) e posti di lavoro artificiali (messi, impiegati, ecc.).

E' vero che dimensioni ridotte significa spesso inefficienza (nel fornire i servizi) e doppioni sul territorio; ma è anche vero che l'idea di non considerare come ricchezza la dimensione del "villaggio", e stabilire che ogni identità locale deve annegareper legge in un supercomune da almeno 10.000 abitanti mi ricorda molto (e sgradevolmente) i progetti di Ceasescu in Romania e di Mao in Cina negli anni '70.

Io penso che:
  • a "bocce ferme" della nostra storia regionale e nazionale, sia corretto ostacolare la formazione "articiosa" di nuovi comuni (e qui il limite di 10.000 abitanti mi trova concorde), magari sulla base di "spinte separatiste";
  • sia invece molto più opportuno obbligare i piccoli comuni ad erogare alcuni tipi di servizi (scolastici e sociali) in forma consortile in un ambito territoriale omogeneo e riferito ad un bacino di popolazione sufficientemente ampio (5/10.000 abitanti) per realizzare economie di scala: questo avviene già oggi con le comunità collinari e montane, ma dove vige invece un piccolo miserabile campanilismo si rischia di non avere neppure i servizi fondamentali se non si trasforma l'opportunità in obbligo.

Non commento invece questo passaggio del post di Grillo: "Nei piccoli comuni non si elegge il sindaco, ma uno di famiglia. Talvolta il figlio del sindaco precedente. O comunque un familiare di secondo o terzo grado comunale."
Qualunquismo puro.

Accorpare i piccoli comuni, secondo Grillo, è doveroso perchè "frazionare i municipi, oltre a essere un esercizio costoso, porta spesso all’immobilismo o a decisioni divergenti. Un comune fa il depuratore a valle e quello a monte non ha nemmeno la fognatura. Risultato: costi pubblici (depuratore) insieme alla m..da privata."

Mi sembra di leggere tra le righe il fastidio per gli impedimenti e le contraddizioni portate dall'"abbassamento dei livelli decisionali": se ognuno vuol decidere del suo territorio, non se ne esce più. Non è un'idea completamente sbagliata, ma mi suona strano che a sostenerla sia lo stesso Grillo che - pochi mesi fa - difendeva a spada tratta il diritto delle microcomunità della Val di Susa a difendersi con ogni mezzo dall'aggressione della TAV.

C'è un ultimo aspetto che vorrei sottolineare.
In un piccolo comune, la partecipazione popolare alla vita amministrativa è possibile ed ha un fortissimo ruolo educativo:si può facilmente misurarsi con i problemi amministrativi di una comunità, "sporcarsi le mani" con la politica e capire cosa vuol dire governare, spesso senza passare necessariamente dalla struttura di un partito organizzato.

E' quindi una palestra politica straordinaria per centinaia di migliaia di persone, che altrimenti sarebbero tagliate fuori dalle opportunità di partecipazione in una realtà più ampia. Certo, questo ha un costo, ma il decentramento della democrazia e la costruzione "dal basso" della capacità di governare mi sembra lo giustifichino appieno.

mercoledì, settembre 06, 2006

Perchè sfidarsi a superare i propri limiti

Lo spunto di questo post nasce da una notizia (un tizio ha percorso di corsa, impiegandoci nove mesi, la distanza tra Pechino e Parigi, quasi 20.000 km, senza fermarsi mai neppure per un giorno, con una media di 73 km di corsa quotidiana) e dalla lettura di un libro biografico su Walter Bonatti (l'alpinista/esploratore dell'era ante-Messner che partecipò in modo drammatico alla spedizione italiana di conquista del K2 nel 1955).

Quando si parla di imprese del genere (o di quelle di Messner) si resta sulle prime ammirati, ma un attimo dopo si liquida la questione dicendo semplicemente "quello è matto..."

"Matto" perchè razionalmente tali imprese sono così faticose e/o rischiose da non essere giustificabili semplicemente con il ritorno economico e di immagine che possono dare, in questa società dove esiste solo quello che fa notizia: nel senso che si può benissimo diventare ricchi e famosi senza rischiare l'osso del collo.

Infatti, c'è qualcosa di più del bisogno di esporre un ego dalle dimensioni notevoli: e questo "di più" credo sia umanamente interessante.

Queste imprese non vogliono soltanto dire "io sono il migliore", ma - a leggere le dichiarazioni dei protagonisti - vogliono soprattutto dire "io posso farlo". Servono a misurare l'estensione del proprio essere, cosa che in genere il "sistema" non chiede a nessuno: perchè persone consapevoli delle proprie possibilità diventano presto indomabili, ingestibili, incontrollabili, "antipatiche" (e Bonatti e Messner sono sempre stati sulle balle a quasi tutti).