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giovedì, dicembre 13, 2012

Una poesia di Wislawa Szymborska

Torno a mangiare, con lentezza e gusto, le parole altrui.

Le guardo con attenzione, le ammiro, le ricesello nella mente, lettera per lettera: per vedere come sono fatte, per scoprire di nuovo qual è la magia che - legandole insieme - le rende portatrici di emozioni.
Le trascrivo, ignorando le grida di dolore del cervello anchilosato e del polso disabituato: che la mano percorra goffamente le curve dei segni sulla carta, che il graffiare faticoso del pennino mi ricordi che non c'è umanità vera senza fatica, senza dolore, senza coinvolgimento, senza errore.
Vedo l'imprecisione, le scivolate, i cambiamenti di inclinazione, le dimensioni incoerenti, l'imperfetto controllo della mano.
Vedo il lavoro da compiere su me stesso (ci sarà da faticare, a lungo).
Vedo, in quei segni, la vita.


Torno a mangiare, con lentezza e gusto, le parole altrui.
Sperando che possano tornare a nutrire le mie.
Sperando che ancora, un giorno, "sappiano le mie parole di sale" (*).

(*) citazione volutamente parafrasata del titolo di un libro di Babsi Jones.

lunedì, febbraio 19, 2007

Un giorno di inverno, finalmente

St-Barthelemy (Valle d'Aosta), domenica 18 febbraio, mattino.
La pista "Gran Fondo" è ricoperta da un sottile strato di neve fresca, grazie ad una modesta precipitazione che è iniziata la sera prima e non è ancora terminata, ed è percorribile per tutti i 27 km del suo sviluppo.
Ci inoltriamo nei boschi, e dopo una decina di chilometri ci ritroviamo da soli in un paesaggio finalmente nordico e invernale.
Il nevischio sferza il viso e cancella a poco a poco le tracce tra le conifere. Silenzio, freddo (siamo a tre sotto zero), un biancore candido e accecante.
L'inverno, quello che non c'era più, si manifesta qui, d'improvviso, in uno spazio ed in un tempo che sono estremamente limitati ma reali, veri.
E' piacevole, paradossalmente, anche la sensazione di congelamento alle mani che ci coglie quando, incautamente, ci fermiamo sotto la tettoia di una baita a mangiare un panino e bere del tè caldo, mentre intorno infuria la tormenta.
Il dolore, acuto, provocato dal sangue che rifluisce nelle estremità gelate è un segno di vita, di ritorno alla vita in una condizione avversa.
Il freddo, la fatica, la solitudine sono qualcosa a cui non siamo più abituati, che ci spaventano.
Che dovremo ritrovare spesso, però, per capire quanto sono intrinsecamente connessi con la vita.