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lunedì, maggio 14, 2012

Difendere la democrazia dagli assalti della speculazione e dalla dittatura dello spread!

Lo spread rappresenta ''una dittatura'' e le classi dirigenti europee hanno il dovere di ''tutelare il sistema democratico dal continuo assalto della speculazione''. Questo il messaggio che Mister X decide di lanciare al termine della sua relazione in occasione di (omissis).

Per chiarire il proprio pensiero, Mister X parte da una massima di Epitteto: ''Quel che turba gli uomini non sono le cose, bensi' i giudizi che essi formulano intorno alla cose''. E' il caso dello spread, che ''si basa sui fondamentali dell'economia'' ma che nello stesso tempo ''incorpora un giudizio di valore sintetico soggettivo che, spesso, li travalica''. Ecco perche', secondo Mister X, ''in molti Paesi europei va crescendo l'insofferenza nei confronti della dittatura dello spread, vista come ostacolo alle aspirazioni dei popoli'', dato che ''i cittadini non accettano di pagare per scelte su cui non sono chiamati a decidere''. 
In un conteso democratico, basato sul diritto-dovere di ciascun cittadino europeo di ''partecipare democraticamente all'assunzione delle decisioni che ci riguardano'', lo spread ''dipende in sostanza dalle scelte di un soggetto invisibile, il mercato'' che per Mister X ''attribuisce ogni potere decisionale a chi detiene il potere economico, nei fatti vanificando il principio del suffraggio universale''. Lo dimostra ''l'eccezionalita' di quanto e' accaduto nell'ultimo anno'', un fenomeno che ''pone le classi dirigenti di fronte alla necessita' di tutelare il sistema democratico dal continuo assalto della speculazione''.

Chi è Mister X? Chi ha rilasciato queste lucide dichiarazioni? Chi invita - di fatto - alla lotta ed alla mobilitazione?

Vendola? Ferrero? Grillo?

No.


Ora, va tutto bene.

Picchiateci.
Schiacciateci.
Opprimeteci.
Impoveriteci.

Ma, almeno, non pigliateci per il culo.
Grazie.

mercoledì, agosto 31, 2011

Senza neppure salvare le apparenze...


'cidenti, uno pensava che quando si creano le manovre funzionasse così:
  • ci sono tutti i cervelloni dei ministeri che stan rinchiusi dentro stanze fumose per settimane (anche quando in pubblico i ministri dicono che non succede nulla, non c'è nulla da preoccuparsi) e fanno brainstorming con i post it gialli, con le lavagne, i fogli di carta pieni di idee e di calcoli, i notebook che surriscaldano l'ambiente con finestre piene di calcoli...
  • e poi ogni idea viene sviscerata, approfondita, sottoposta a verifica, per verificarne la solidità, la resistenza ad ogni tipo di obiezione....
  • e poi finalmente, verificata solidità e incidenza economica di ogni singola misura, e verificata la coerenza generale delle misure individuate e scelte, si pensa a come comunicarla al paese, per convincerlo della sua necessità.

(Oh, non è che questo sia lo schema che si usa nel privato, eh. Almeno, non lo si fa più da parecchio tempo. Ma speravo che almeno nel pubblico si mantenessero le buone abitudini).

Invece no. Sembra che l'altro giorno due tipi si siano trovati a casa di uno dei due. L'ospitato tra l'altro ha qualche problema di dizione, bofonchia per gli esiti di un grave problema di salute e di quel che dice si capisce si e no una parola su tre (ed anche la sua gestualità non aiuta molto: ogni due parole su tre alza il dito medio, che alla fine non aiuta).
L'altro non è che sia proprio sordo, ma è afflitto da una curiosa sindrome per cui è in grado di ascoltare e comprendere solo le parole che pronuncia egli stesso: le altre le sente ma non le comprende.
E dunque, nell'arco di sette ore, sembra che questa strana coppia, questa minicorte dei miracoli abbia prodotto nientepopodimenoche una manovra.

Secondo me quei due (che per comprendere quello che dicono usano degli interpreti, magari Apicella che traduce cantando con la chitarra) si dicono più o meno cose di questo genere:
"...allora, per tirare fuori dei soldi bisogna trovare un pezzo di società da massacrare che sia numericamente poco consistente (in modo da poterlo indicare come "portatore di privilegi") e/o privo di rappresentanza/credibilità/vicinanza a noi. Gli statali van sempre bene, e quindi lasciamo che paghino solo loro il contributo di solidarietà, oltre a fottergli il TFR. Tanto li odiano tutti e nessuno darà loro solidarietà, e poi tra qualche mese - in nome dell'eguaglianza - potremo estendere le stesse bastonate ai privati. E poi, anche 130.000 laureati potrebbero andar bene. Tanto nel tuo partito di laureati veri mica ce ne sono, ah ah ah (risate di entrambi)..."

Ogni tanto toppano alla grande. E' vero, i laureati che si massacrano impedendo il ricongiungimento degli anni di università riscattati sono oggettivamente pochi, peccato che appartengano a settori sociali la cui influenza è cento volte più importante della loro consistenza numerica.
Cioè, se massacri tre milioni di operai si lamenta solo la CGIL, e chi se ne frega, ma se massacri cinquantamila medici non è la stessa cosa. Oh, tanto per dire si è lamentata pure la UIL, e sembra che anche Bonanni abbia, nell'intimità, sussurrato la parola "birichini" (ma la notizia non è certa).

Comunque, per dire pane al pane, non è che la release precedente della manovra sembrasse pensata più a lungo, o che i cervelloni si siano spremuti più dei due saltimbanchi di cui sopra.
Prendi la ventilata (ed ormai affossata) proposta di cancellare le province sotto i 300.000 abitanti, purchè di dimensioni inferiori ai 3000 kmq.
Se a uno viene un'idea del genere, prima di tutto dovrebbe mettersi lì con la mappa delle province italiane e fare delle simulazioni - cambiando i parametri - per vedere cosa ne viene fuori, no?
Così ti accorgi, ad esempio, che applicando quei parametri ci sono ben tre regioni (Liguria, Basilicata, Molise) che diventano "monoprovincia". Nell'unica altra regione in cui questo capita (la Valle d'Aosta) l'entità "provincia" proprio non esiste.
E allora devi decidere tu, cervellone, e subito, nella proposta iniziale, cosa fare delle province di Genova, Campobasso e Potenza: farle restare? Abolire anch'esse ed ipotizzare una nuova redistribuzione delle competenza tra regioni e comuni? E se regioni monoprovincia non hanno senso, non è il caso di pensare già da subito ad un ridisegno (con una legge costituzionale) delle Regioni?
In sintesi, son tutte cose a cui devi pensare quando progetti qualcosa: non è che devi aspettare che te lo facciano notare i giornali o gli amministratori locali.
Perchè sennò il risultato è quello che vediamo: per la seconda volta in pochi mesi, una proposta di riorganizzazione delle province va quasi immediatamente in putrefazione, così come la credibilità di chi l'ha avanzata.
Sui comuni sotto i mille abitanti, stessa zuppa: se ti metti lì con una cartina, te ne accorgi subito che - tanto per dire - in Piemonte, se applichi i parametri che hai ipotizzato, finisci per aggregare comuni che stanno in valli alpine diverse...e la cosa è insensata da ogni punto di vista, amministrativo, sociale ed economico. E, se ci ragioni anche solo mezz'ora, non arrivi fino al punto di presentare una proposta scema per farti subito prendere per il culo per la sua stupidità.

Insomma, la sensazione è quella di essere in mano a dei perfetti deficienti, a degli arraffoni, a gente che si fa venire le idee al bar, a persone incapaci non solo di approfondimento ed analisi, ma prive addirittura del basilare buonsenso che trovi nel meno istruito dei montanari della penisola.

A gente approssimativa, inaffidabile, a cui non presteresti non dico la tua bicicletta, ma nemmeno il triciclo di tuo figlio: figurati uno Stato aggredito da un nemico potente come la speculazione finanziaria.

Gente al confronto della quale il comandante del Titanic assume la stessa affidabilità di Mosè che conduce il popolo ebraico attraversando il Mar Rosso.

UPDATE: come era ampiamente prevedibile, la norma sulle pensioni (che riguardava il riscatto degli anni di laurea e del servizio militare) è data per morta dopo nemmeno un giorno e mezzo dalla sua brillante invenzione.

giovedì, agosto 11, 2011

Cattivi maestri

Una volta i "cattivi maestri" avevano almeno insegnato in qualche università... ora son mediocri attori o manager con il maglioncino blu...

lunedì, luglio 11, 2011

Alcuni semplici quesiti

In queste ore tutti i soloni nostrani sono concordi nel ritenere che vi sia un "attacco" contro il nostro paese.
La Marcegaglia sembra Vittorio Emanuele II durante le guerre di indipendenza:
"In un momento difficile come questo, in cui tutti i paesi europei e ovviamente anche l'Italia devono gestire momenti complessi legati alle turbolenze dei mercati finanziari, penso che unirsi attorno ai simboli del nostro Paese, della nostra patria, dalla bandiera al Viminale, sia molto importante, così come lo è lavorare tutti nella stessa direzione per difendere il nostro Paese e costruire un futuro migliore per i nostri figli".
La patria, la bandiera, difendere il paese...
Ma chi è il nemico, esattamente?
"Sappiamo che ci sono molti investitori che aspettano la contingenza per sfruttare una situazione in cui ci sia un default mal gestito e non gestito. Questa è la lezione che abbiamo imparato dalla Lehman, che è stato il fallimento più caro della storia e non vogliamo ripeterlo". (Mario Draghi, 14 giugno 2011).
Gli "investitori", dunque?
Sembra proprio di sì:
«Consob ha approvato un nuovo regime di trasparenza in materia di vendite allo scoperto. A partire da domani (lunedì 11 luglio, Ndr) gli investitori che detengano posizioni ribassiste rilevanti sui titoli azionari negoziati sui mercati regolamentati italiani sono tenuti a darne comunicazione» alla Commissione. Il provvedimento ha efficacia dall'11 luglio e resterà in vigore fino al 9 settembre 2011. È quanto ha annuncia la Commissione con una nota diffusa al termine della riunione tenutasi nel pomeriggio. »
Ovviamente, secondo altre fonti, la denominazione del nemico è più impersonale e connotata negativamente (leggasi "la speculazione internazionale"), ma direi che il nemico, colui che conduce l'attacco contro il nostro paese, è riconducibile a entità o persone che tentano di ricavare il massimo vantaggio economico giocando sulla "fiducia" che i mercati (cioè essi stessi, in fondo) accordano agli Stati.
Ora, come ci si difende da un nemico dello Stato, e quindi dei cittadini che lo abitano?
C'è chi al proposito manifesta idee bizzarre, come Oscar Giannino:
"Come si deve muovere il governo? Per bloccare la speculazione internazionale, deve fare tre cose. Primo, non diluire i saldi della manovra, com’è avvenuto nel Consiglio dei ministri, ma rafforzarli in Parlamento: per esempio ripristinando l’aumento dell’età pensionabile per le lavoratrici del privato a 65 anni già disposto per il pubblico, ma a cominciare gradualmente dal 2013 e non dal 2020. Secondo, approvarla in fretta. Terzo, evitare ridicoli autogol, come i battibecchi tra ministri e quelli del premier al ministro dell’Economia."
Insomma, secondo Giannino (e anche secondo Tremonti) il sistema più adatto è...identificare un nemico più debole (i cittadini) e massacrare quello. Ci si difende dai pescecani internazionali tenendo le donne più a lungo al lavoro, parbleu!. (Questo fa il paio con Marchionne, che pensa che per sfondare sui mercati non sia necessario produrre auto più appetibili degli avversari, ma tagliare le pause agli operai).

Io penso che si debba adottare, invece, una legislazione speciale come quella adottata per combattere, a suo tempo, il terrorismo.
Sono gli investitori/speculatori NEMICI del nostro Paese? Provocano con le loro azioni un danno allo Stato, ed ai cittadini tutti?
Se la risposta è SI, si agisca senza indugio. Il Parlamento si riunisca e promulghi leggi "ad-paesem", per una volta.
Li si identifichi, questi nemici (non dovrebbe essere difficile), li si arresti, si proceda al sequestro dei beni, come si fa per legge nei confronti di chi è ritenuto "nocivo" e pericoloso per la collettività. Questo è DIFENDERSI. Si impedisca per legge che chiunque possa portare attacchi al Paese.
O sennò...dateci i nomi, gli indirizzi, le sedi legali. Ci difenderemo da soli.
Altro che il "pericolo per la democrazia" rappresentato dal movimento NO TAV: sono gli speculatori in giacca e cravatta ad ammazzarci il futuro. E il nostro Stato non sembra aver intenzione di difenderci, anzi.

venerdì, ottobre 29, 2010

Nemico del "popolo" e dello Stato

Nel giorno in cui Tremonti condivide con Draghi i dati devastanti sulla disoccupazione, confermando che siamo all'11% includendo cassa integrati e "scoraggiati" che il lavoro nemmeno lo cercano più, il ministro Brunetta annuncia che bloccherà il turn over nella Pubblica Amministrazione cancellando 300.000 posti di lavoro tra il 2008 ed il 2013.
Finti? Improduttivi?
Ma chissenefrega. Sono redditi che oggi fanno campare (se ogni stipendio mantiene in media tre persone) un milione di individui. Siamo senza dubbio d'accordo sul fatto di renderli più efficienti, funzionali, utili alla collettività: ma che sia lo Stato a cancellare volontariamente, scientificamente posti di lavoro in questa situazione è CRIMINALE.
Uno Stato che mette in difficoltà volontariamente un milione di persone è uno Stato nemico dei suoi cittadini.
Brunetta (a cui di certo non si può imputare una ricerca del facile consenso) andrebbe arrestato dai Carabinieri, per impedirgli di attuare un crimine annunciato: togliere il reddito ad un milione di cittadini italiani nel corso della più dura crisi economica degli ultimi decenni.
Non si può permettere.

P.S. è possibile però che il Presidente del Consiglio renda pubblico al popolo, e non solo alle sue compagne d'orgia, il numero del suo cellulare privato: in questo modo, l'ulteriore milione di persone che in futuro sarà costretta a rubare per mangiare potrà chiedere il suo aiuto, nel momento in cui dovesse malauguratamente finire in una stazione dei carabinieri.
Si sa, lo ha dichiarato egli stesso: "Sono una persona di buon cuore e mi muovo sempre per aiutare chi ha bisogno di aiuto".

martedì, settembre 28, 2010

Smoke gets in our eyes

Mentre sulle prime pagine dei giornali campeggiano articoli fumogeni su cognati, appartamenti e angosce processuali del Satrapo, è scivolata via in fretta una notizia pubblicata ieri - ed evidentemente sgradevole per tutti coloro che dovrebbero avere responsabilità in questo paese - ovvero l'analisi dell'Ires CGIL sulla crisi dei salari in Italia.

Il rapporto, sintetizzato in una serie di slides molto esplicite e comprensibili che trovate qui, fornisce una serie di dati sul periodo 2000-2010 che - se non vengono smentiti e se vengono compresi da un popolo ipnotizzato - possono davvero far incrementare in modo repentino la produzione, la vendita e soprattutto l'uso dei forconi.
Ne estraggo un campionario significativo, di questi dati. Quanto basta.

Occupazione.

Dall’inizio della crisi al secondo trimestre 2010 sono stati persi oltre un milione di posti di lavoro.
Il tasso di disoccupazione 2010 nel II trimestre 2010 è arrivato all’8,5%, circa 2 milioni e 136mila persone.
Gli inattivi in Italia sono arrivati a circa 15 milioni.

Nel picco (III trim 2009) dei 508mila posti di lavoro persi, circa 220mila erano a tempo determinato e, per la prima volta dal 1999, 110mila a tempo indeterminato.
Le lavoratrici e i lavoratori coinvolti dalla CIG sono oltre 1.200mila (pari a 650mila inattivi con –4.900 euro in un anno).
Le imprese coinvolte sono oggi oltre 5.000 (oltre 180 tavoli aperti) per oltre 400mila lavoratori.

Se consideriamo tra gli inoccupati anche gli scoraggiati (circa 300mila nuovi inattivi, soprattutto al Sud) il tasso di disoccupazione reale arriva all’11% (12% con i lavoratori in CIG).

Il tasso di disoccupazione reale tornerà ai livelli pre-crisi solo nel 2017.


Occupazione giovanile in crisi.

La disoccupazione giovanile ha raggiunto il picco del 28,2% a febbraio 2010 e nel II trimestre si è attestata al 27,9%.
La media europea nell’anno 2009 è del 19,8%.
Nel Mezzogiorno l’indice arriva al 39,3%.

In Italia, secondo il CNEL, nel 2009 sono stati oltre 450mila i posti di lavoro persi da parte dei giovani (16-24 anni).

Secondo l’Istat nel 2009, poco più di due milioni di giovani non lavora e non frequenta nessun corso di studi (il 21,2% della popolazione tra i 15 e i 29 anni: i cosiddetti Neet, Not in education, employment or training).

Per quanto riguarda coloro che sono fortunatamente impiegati, il 30% della popolazione 18-29enne svolge un lavoro atipico ed è in questo segmento che si è concentrato il calo dell’occupazione: se, per ogni 100 giovani occupati nel primo trimestre 2008, a distanza di un anno, 15 sono transitati nella condizione di non occupato (erano 10 un anno prima), tra i giovani collaboratori questa percentuale sale a 27.


La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza.

Secondo l’ultima Indagine di Banca d’Italia sui redditi delle famiglie italiane, il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell'intera ricchezza netta delle famiglie italiane, che vuol dire che 2.380.000 famiglie possiedono ognuna mediamente 1.547.750 euro.

Così come il 50% della popolazione (la metà più povera) possiede solo il 9,8% della ricchezza netta complessiva: ovvero 11.908.000 famiglie posseggono mediamente 68.171 euro.
La distanza tra la ricchezza netta media (137.956 euro) e la ricchezza netta mediana (di quel 50% più povere, cioè 68.171 euro) evidenzia l’iniquità della distribuzione.

Indice di concentrazione della ricchezza netta (0,614) è quasi il doppio dell’Indice di concentrazione del reddito familiare (0,353).

Classificando i 30 paesi OCSE attraverso l’indice di concentrazione del reddito l’Italia risulta il sesto paese più diseguale.
In Italia, la distanza tra reddito medio e reddito mediano (del 50% popolazione più povera) risulta invece essere cresciuta più di tutti gli altri paesi OCSE, passando, negli ultimi 15 anni, dal 10,5% al 17,3% (prima della crisi).
La nostra previsione è che nel 2011 tale distanza raddoppierà, superando il 20%.


Le dichiarazioni dei redditi 2008

I redditi maggiormente dichiarati sono quelli da lavoro dipendente e da pensione, sia in termini di frequenza (86%) che di ammontare (78%).
Seguono i redditi da partecipazione (5,47%), i redditi d'impresa (5,03%) e i redditi da lavoro autonomo (4,20%).

Il 27% dei contribuenti (11 milioni) paga zero IRPEF al fisco (quota esente). Il 50,86% dei contribuenti dichiara meno di 15.000 euro l'anno e il 40,04% dichiara redditi tra 15.000 e 35.000 euro.
Lo 0,9% dei contribuenti dichiara redditi superiori ai 100.000 euro annui.

In totale il 90,90% (oltre 37 milioni di contribuenti) dichiara meno di 35.000 euro.
Il reddito medio dei lavoratori dipendenti è pari a 19.280 euro e quello dei pensionati è di 13.440 euro.

Oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese.

Circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne.


La caduta del reddito reale.

Nel I trim. 2010 Il reddito disponibile reale delle famiglie ha subito un’ulteriore flessione tendenziale rispetto al I trim. 2009 pari al -2,6% a prezzi correnti (considerando la somma mobile di 4 trimestri).

Se rapportiamo tale ammontare alla popolazione residente, ottenendo il reddito disponibile pro capite, la flessione passa al -3,2%.

La caduta del potere d’acquisto per abitante in realtà risulta già molto evidente prima del 2009: rispetto al “picco” del III trim. 2006 la flessione del reddito in termini reali supera il 6%, che corrisponde ad oltre 1.100 euro annui.


…caduta del reddito di quali famiglie?
L’impatto della crisi è stato generalizzato e ha colpito tutte le famiglie italiane.
Eppure, a differenza delle famiglie con a capo un imprenditore o un libero professionista, le famiglie di lavoratori dipendenti hanno accumulato una perdita di reddito disponibile reale che si è trascinata fino alla crisi, in cui la riduzione dell’occupazione e l’abbattimento delle retribuzioni (soprattutto per effetto della CIG) hanno trascinato ancora più in basso il potere d’acquisto delle famiglie di operai e impiegati.


Variazioni dei redditi reali 2002-2010

Imprenditori e liberi professionisti: +5940 euro

Lavoratori dipendenti: - 3118 euro

Fonte: elaborazioni su microdati Banca d’Italia (I bilanci delle famiglie italiane, anni 2000-2008). (*) Stime 2009 e 2010.


La perdita dei salari reali tra il 2000 ed il 2010: – 5.453 euro
(considerando una mancata restituzione del fiscal drag di 2069 euro)


Quanto sono cresciuti i profitti? Variazione media annua (anni 1995-2009, 1400 grandi aziende): Profitti per dipendente+ 5% Retribuzione per dipendente: +1%

Dove sono andati i profitti? Tra il 1980 ed il 2009, il rapporto tra investimenti fissi lordi e profitti lordi è calato del 38,7%. Tra il 1990 ed il 2008, i redditi da capitale sono aumentati dell'87%.

Interessante anche questo articolo dal sito voce.info:Ieri l’Istat ha pubblicato il comunicato su occupati e disoccupati nel secondo trimestre del 2010. Aggiorniamo la tabella e i grafici già pubblicati su queste pagine in cui analizziamo l’andamento dell’occupazione durante la crisi.

LIEVE RIMBALZO DELL’OCCUPAZIONE, MA LE ASSUNZIONI SONO CON CONTRATTI TEMPORANEI.
Il tasso di disoccupazione peggiora ed ha raggiunto il livello più alto dal 2003, 8.5 per cento. Grave in particolare è la situazione della disoccupazione giovanile (27,9 per cento oggi contro il 20,4 per cento di due anni fa).
I posti di lavoro bruciati tra i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni sono 131.000 (-16.6 per cento sullo stock).
La figura 1 è un aggiornamento delle stime già pubblicate sulla percentuale di lavoratori in cassa integrazione (1).
Il peggioramento dei dati sulla Cassa Integrazione nel secondo trimestre 2010, in gran parte dovuto alla CIG in Deroga insieme al nuovo aumento del tasso di disoccupazione, porta questa stima della quota di forza di lavoro in cerca di occupazione all'11,3 per cento.
Le ripercussioni della crisi sul mercato del lavoro non si arrestano anche se sembra esserci per la prima volta un’inversione di tendenza sul lato dell’occupazione. Il numero complessivo di occupati è salito rispetto al trimestre precedente, benché sia ancora inferiore rispetto allo stesso trimestre di un anno fa.
Questa lieve ripresa è avvenuta esclusivamente attraverso le nuove tipologie contrattuali, su cui sin qui si era concentrata la distruzione di posti di lavoro (i contratti a tempo determinato sono calati del 10 per cento dal secondo trimestre 2008 e pesano per ben il 42 per cento del totale dei posti andati persi). La fine del periodo di Cassa Integrazione e il fatto che ormai non si assuma più con contratti a tempo indeterminato contribuisce a spiegare la loro flessione (-1 per cento, rispetto allo 0,7 per cento dello scorso trimestre).



Il numero di posti di lavoro bruciati dal secondo trimestre 2008 ad oggi è 929.307. Questi sono i posti di lavoro persi tra i lavoratori italiani, tenendo conto dell’aumento della componente straniera (che per la prima volta ha superato 2 milioni di unità).
Tuttavia, come già ricordato tre mesi fa, le statistiche che riguardano gli stranieri risentono delle regolarizzazioni e sono pertanto meno attendibili.

Aggiorniamo di seguito anche la tabella e il grafico che riassumono l’andamento del mercato del lavoro in questo periodo.

(1) Per ottenere queste stime si calcolano il numero di lavoratori equivalenti a tempo pieno, dividendo le ore autorizzate totali di cassa integrazione per le ore lavorate in un trimestre da un lavoratore medio italiano.


Riassunto di tutta questa roba: in Italia un sacco di persone (e relative famiglie) stanno molto peggio di dieci anni fa, la situazione sta peggiorando e la classe dirigente sembra del tutto indifferente al problema.
E in tutto il resto del mondo, va ancora peggio: non è che il giusto e doveroso peggioramento del nostro tenore di vita serva a migliorare le condizioni degli ultimi del mondo (il che avrebbe un senso), ma serve solo ad arricchire una sempre più ristretta elite di bastardi (assassini, criminali, farabutti: come li definireste, altrimenti?).

Ecco perchè a chi vuol parlarmi di cognati, appartamenti, dibattiti nel partito, confronti sulla leadership, non intendo prestare il benchè minimo segno di attenzione.


venerdì, agosto 14, 2009

Show must go on

Bastano le notizie di un "più zero virgola qualcosa" nei PIL trimestrali di Francia e Germania, e subito ecco il coro che parte, con i fuochi artificiali sullo sfondo: "visto che tutto è finito? visto che avevano torto le cassandre (della sinistra, ovvio)? visto che basta aver fiducia ed ottimismo?".
E' giusto che lo dicano. Hanno avuto una strizza della madonna, in questi mesi; per un attimo è sembrato che si mettesse in discussione il sistema, che la crisi aprisse gli occhi alle persone e le convincesse che il capitalismo è un sistema che non tutela e non risparmia non solo le sue vittime predestinate, ma nemmeno chi ne è complice, succube o supporter.
Per un momento sembrava essersi fatta strada la consapevolezza: i fatti erano lì, sotto gli occhi di tutti, bastava leggerli per capire. La finanza, le banche, ovvero gli agenti/strumenti di moltiplicazione sfrenata (e spesso immaginaria) del denaro, l'avevano fatta così grossa che stavolta sembrava impossibile non capire. Il rischio era davvero alto: la credibilità del sistema, basata sulla menzogna e sulla promessa del "benessere per tutti", sembrava mostrare profonde crepe.
Bisognava intervenire subito, prima che alle masse, persino a quelle grasse e instupidite del mondo occidentale, venissero strane idee (tipo " e se questo mondo di merda non fosse l'unico possibile?" "e se esistesse qualche altra modalità di vita, oltre alla speranza di diventare ricchi e circondarsi di merci e filo spinato?").
Per la prima volta, a pagare iniziavano ad essere quei "ceti medi" occidentali per i quali la vita è sempre stata permeata di aspettative di sviluppo infinito.

"La crisi esplosa nel 2008 non è stato un incidente di percorso dell´economia mondiale. È stata piuttosto un´espressione di quello che per una trentina d´anni è stato giudicato e lodato come il suo normale funzionamento.

Era normale per il sistema bancario mettere in circolazione quasi 700 trilioni di dollari di derivati al di fuori delle borse, sì da renderli non rintracciabili dalle autorità di sorveglianza. Le quali, da parte loro, trovavano affatto normale fingere di non vederli.
Ma era comunque bene non fare nulla, giacché i mercati finanziari normalmente si auto-regolano, facendo affluire i capitali là dove sono meglio utilizzati per produrre occupazione e ricchezza. Dove si capisce perché nel bene o nel male, come diceva Keynes nelle due ultime righe della Teoria generale, le idee siano più pericolose degli interessi costituiti. In base alla idea dominante di normalità, era giudicato ugualmente naturale che l´industria manifatturiera dell´Occidente arrivasse a sviluppare un suo sistema finanziario capace di generare una quota di fatturato quasi pari alla produzione di beni materiali; insuperati, in questo, i costruttori di automobili statunitensi, appropriatamente definiti da una ex manager dell´alta finanza (Nomi Prins) «banche che vendevano automobili».

Intanto che, si noti, non trovano i quattro o cinquecento miliardi annui che basterebbero per dimezzare la quota di coloro che sopravvivono con un dollaro al giorno (1,4 miliardi, secondo le ultime stime della Banca Mondiale), o non dispongono di servizi igienici (2,6 miliardi), o soffrono la fame (1 miliardo, ma in aumento), ovvero abitano in slums (oltre 1 miliardo); o, ancora, il numero dei bimbi che muoiono prima di compiere cinque anni a causa di un raffreddore o un mal di pancia (10 milioni l´anno, 25.000 al giorno).

E in complesso non era forse considerato l´essenza della normalità un sistema economico che spende trilioni di dollari l´anno in pubblicità e marketing per convincere un miliardo e mezzo di persone a consumare beni in gran parte superflui?
(Luciano Gallino, "I rischi della normalità", 3 giugno 2009).


"Per la prima volta nella storia umana soffre la fame più di un miliardo di persone, un sesto della popolazione del pianeta. È la stima della Fao, l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione. «La sicurezza alimentare è sicurezza tout court - dice Josette Sheridan del World Food Programme - Un mondo affamato è un mondo pericoloso per tutti». La recessione globale è una causa di questo pesante peggioramento: oggi ci sono cento milioni di affamati in più rispetto al 2008. Un altro fattore cruciale è l’inflazione delle derrate agroalimentari che colpisce soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Se in Occidente i prezzi sono in flessione, nel Terzo mondo i generi alimentari restano del 24% più cari rispetto al 2006, un onere insostenibile per il potere d’acquisto.

La "frontiera della fame" viene situata dagli esperti della Fao a 1.800 calorie al giorno. Al di sotto di questo livello di nutrizione i danni per la salute sono spesso irreversibili. La Banca mondiale stima che entro il 2015 moriranno da 200.000 a 400.000 bambini in più all’anno. Il 40% delle donne incinte nei Paesi poveri soffre di anemia, quindi dà alla luce neonati più vulnerabili alle malattie. Il numero di bambini sottopeso aumenterà di 125 milioni l’anno prossimo. "

(Federico Rampini, "Un miliardo di affamati, mai così tanti nel mondo", Repubblica, 20 giugno 2009).


Alla follia del Nord del mondo ed alla fame del Sud, si aggiunga la progressiva distruzione delle risorse fisiche ed ambientali del pianeta, in una accelerazione che preoccupa anche gli ambienti meno integralisti del sistema.

"Pagine e pagine di tutti i giornali sono dedicate a questi temi; puntualmente si rende noto che, secondo la scienza più accreditata, le risorse disponibili sono in via di esaurimento, e che continuando a consumare al ritmo attuale presto avremmo bisogno di 5,4 pianeti; che buona parte delle coste del globo finiranno sott’acqua, quelle italiane per prime; che in molte città respirare è un grave rischio. Eccetera. Ma sono i medesimi organi d’informazione a dedicare spazi ancor più ampi e vistosi alla preoccupazione per l’auto che non “tira” come dovrebbe, al Pil che non cresce abbastanza, ai mercati che rischiano una battuta d’arresto: facendosi tramiti convinti, e spesso entusiasti, dell’invito al consumo. La crescita - non importa se all’interno di uno spazio che non può crescere - rimane la nostra stella polare. "
(Carla Ravaioli, "Crisi finanziaria e crisi ecologica, un'unica origine: il capitalismo", 4 febbraio 2009).

Di fatto, mai come oggi si pone il problema della insostenibilità fisica e sociale del capitalismo.

Che esso possa continuare a sopravvivere, si deve semplicemente al fatto che esso guadagni alla sua causa - con la ferocia laddove necessario, o con la promessa della felicità e l'ottundimento laddove ancora funzionano - milioni di persone che sono destinate inconsapevolmente ad esserne vittime: destinate normalmente a raccogliere le briciole che cadono dal tavolo delle immense ricchezze, e ad essere spazzate via senza rimpianti quando si rende necessario per la conservazione dello status quo.


In Italia, le strategie di conservazione del sistema e le "armi di distrazione di massa" sono affidate ad una classe dirigente che ormai sembra a tratti clownistica e priva di credibilità, a tratti guidata dall'odio e dalla cattiveria, ma lascia il dubbio di essere invece assai intelligente nel produrre il quotidiano diluvio di sciocchezze e stupidaggini che impediscono di affrontare, conoscere e recepire la realtà. (Che sia sintomo di stupidità o di sofisticata intelligenze, ripeto, è difficile a dirsi, ma di certo la strategia è efficace).

L'opposizione di centrosinistra si muove nell'ambito di una realtà che ritiene immodificabile, e rinuncia a cambiare gioco: impossibile uscire da una logica troppo consonante con quella del potere, e dire parole diverse da "sviluppo, produzione, crescita, reddito...".

Così le sue risposte echeggiano le sciocchezze di chi governa, e non si trova nè il coraggio nè le forza per proporre ed immaginare un "mondo diverso".


(Ho detto molto spesso, e lo confermo, che oggi "mi accontento" di un PD che abbia nel suo programma quello di riportare l'Italia ad un minimo sindacale di decenza simile a quella di altri paesei europei, visto che oggi è utopistico non solo pensare alla rivoluzione, ma persino alla convivenza civile: ma ciò non toglie che l'adagiamento sulla parola d'ordine "uscire dalla crisi", senza analizzare ciò che la crisi significa davvero, sia una prospettiva che rivela un forte senso di inferiorità rispetto alla ideologia dominante).

L'idea che "domani tutto tornerà come prima" non solo è folle, ma rappresenta sempre di più una gigantesca occasione perduta per ragionare sul senso della nostra esistenza.



"Un danno non minore che un ritorno al
business as usual provocherebbe sarebbe che la insostenibilità da più punti di vista del sistema economico odierno (o modello di sviluppo che dir si voglia) avvicinerebbe il momento in cui essa comincerebbe a tradursi, più rapidamente di quanto già non faccia ora, in immani tragedie collettive.
Avrà forse esagerato un po´, il principe Carlo d´Inghilterra, nell´indicare in soli 99 mesi il tempo per salvare il pianeta. Il fatto è che il rischio non viene solo dal cambiamento climatico. Per assicurare entro una o due generazioni una vita decente a qualche altro miliardo di persone non ci sarà acqua a sufficienza. Lo dicono i rapporti Onu sullo sviluppo umano.
Non ci saranno prodotti alimentari a sufficienza, perché le superfici destinate ad usi agricoli si vanno riducendo a causa dell´erosione e salinizzazione dei suoli, dello sviluppo delle colture per la produzione di agrocarburanti, della distruzione di interi eco-sistemi. Per diffondere in tutto il mondo i consumi oggi normali dell´occidente non ci saranno nemmeno abbastanza metalli o carbone o petroli, né abbastanza mari, forse nemmeno abbastanza ossigeno.
Bisognerebbe dunque darsi da fare allo scopo non di ricostruire la normalità di ieri, bensì di sviluppare una idea diversa di sistema produttivo e finanziario normale.
Per il momento bisogna ammettere che né l´Unione Europea né gli Stati Uniti sembrano muoversi con decisione in tale direzione, al di là delle generiche quanto inconsistenti dichiarazioni del G-20 e delle terribili quanto inette minacce rivolte ai paradisi fiscali o ai fondi speculativi.
Visto che in campo economico e politico non sono molti quelli che si lasciano influenzare da nuove teorie dopo i venticinque o i trent´anni – è ancora un pensiero di Keynes – forse si dovrà mandare al potere i ventenni. A condizione di farli transitare in un sistema scolastico e universitario meno prono dell´attuale al consenso di Washington o di Bruxelles. "

(Luciano Gallino, "I rischi della normalità", 3 giugno 2009).


giovedì, dicembre 11, 2008

Un altro 12 dicembre


Domani, ovviamente per chi mi legge, sarò in piazza con la CGIL e andrò alla manifestazione di Torino. Il settore produttivo (produttivo?:-)) al quale appartengo farà otto ore di sciopero, e la mazzata sul portafoglio si farà sentire: ma non ho il benchè minimo dubbio sulle ragioni dello sciopero e sulle proposte che stanno alla base dello stesso (è, per così dire, il "minimo sindacale" che un'organizzazione dei lavoratori possa fare in una situazione come questa).

Quel che mi sembra sballato è lo slogan della manifestazione: "contro la crisi", come se la Crisi fosse un soggetto proprio, una variabile indipendente, o addirittura un accidente, qualcosa di simile ad un evento atmosferico.
Come se la Crisi non fosse il frutto ovvio e consequenziale di un sistema basato sulla rapina, sullo sfruttamento e sul profitto.
Come se la Crisi non fosse, invece che una disgrazia caduta dal cielo, una opportunità storicamente irripetibile in tempi brevi per ragionare su come diavolo stiamo vivendo: un salutare stop collettivo a miti scaduti e scadenti.
Una occasione per uscire dal percorso obbligato "sviluppo=aumento dei consumi", dal mito del PIL e del progresso infinito.
So che non posso pretendere un simile sforzo dal sindacato: per la sua ragion d'essere, per il suo statuto, per la sua storia, non ha necessariamente il compito di definire un progetto per un mondo nuovo.
Non si può chiedere alla CGIL di supplire all'assenza di un progetto politico alternativo alla deriva etica ed umana di questo paese: dovrebbero farlo altri soggetti, ma sono troppo impegnati a osservarsi l'ombelico per poter alzare lo sguardo e immaginare un futuro diverso.

Il 12 dicembre...sono quasi quarant'anni da Piazza Fontana: una strage senza colpevoli, dopo sette processi, con i parenti delle vittime obbligati a pagare le spese processuali.
Quando frequentavo le superiori, e costituivo il 50% della cellula anarchica del mio ITIS :-), in quel giorno mi ritrovavo sempre in piazza con i compagni, dietro le bandiere nere con la A cerchiata, a sfilare per ricordare quel che non andrebbe mai dimenticato.
Il problema è che, con il passare del tempo, abbiamo così tante cose nuove da ricordare che rischia di non rimanerci più il tempo per sognare.