giovedì, febbraio 11, 2016

Cracovia

A metà gennaio abbiamo trascorso qualche giorno a Cracovia, con una bella compagnia di amici.
Per me era la terza volta (la prima nel 2005, la seconda nel 2009), ed ha coinciso con la terza volta che ho visitato Auschwitz I e la seconda in cui ho visto (molto velocemente, ahimè) Auschwitz II- Birkenau (i due campi si trovano ad una sessantina di km da Cracovia).
La sinistra silhouette di Birkenau al tramonto
Cracovia, che fu la prima capitale storica del regno polacco, è una città bella ed elegante.
Ha una zona elevata, affacciata sul fiume Vistola,  su cui sorge il cosiddetto "castello":

poi, una zona storica a livello del fiume il cui centro è la splendida, ampia Piazza del Mercato.
Infine, cinto da un'ansa della Vistola,  Kazimierz, l'antico villaggio poi inglobato nella città, che divenne noto come "quartiere ebraico".

All'inizio della seconda guerra mondiale, il quartiere ospitava 68.000 ebrei; scesero a 5000 (per motivi tragicamente noti) dopo la fine della guerra: oggi, la comunità ebraica di Cracovia è di sole 150 persone.
Quando i nazisti presero la città, decisero di sradicare la comunità ebraica, e crearono un Ghetto al di là del fiume per controllarlo meglio.
In quello che divenne il ghetto, prima vivevano meno di 4000 polacchi, che presero possesso delle case degli ebrei a Kazimierz, mentre nel quartiere vennero stipati, in condizioni immaginabili, più di 15,000 ebrei (gli altri furono costretti ad andarsene dalla città).
Il quartiere fu cinto da un "muro" costruito con lastre simili alle pietre tombali di un cimitero ebraico. Il messaggio era tragico ed esplicito: siete tutti morti. Infatti, nel 1943 giunse la "liquidazione" del ghetto, ed i suoi abitanti furono divisi tra un campo di lavoro ed il campo di sterminio di Birkenau.

I muri dell'ex Ghetto di Cracovia con la lapide commemorativa.
La piazza centrale dell'ex Ghetto è oggi dedicata agli eroi del ghetto, ed ospita una installazione artistica che, con 68 sedie, ricorda i 68.000 ebrei di Cracovia ed un episodio accaduto il giorno della liquidazione del ghetto.
In un angolo della piazza sorgeva la Farmacia dell'Aquila, dove il farmacista polacco Tadeusz Pankiewicz rimase, con i suoi collaboratori, ad aiutare gli ebrei, guadagnandosi il titolo di "Giusto delle Nazioni" come il concittadino Oskar Schindler. (Ora, sia la farmacia di Pankiewicz che la fabbrica di Schindler, non molto distante dal Ghetto, sono musei. A Kazimierz, inoltre. è possibile vedere l'edificio in cui Spielberg girò le scene della liquidazione del ghetto).

Un posto splendido, a Cracovia, è la Università Jagellonica, la più antica del paese (fondata nel 1364 dal re Casimiro il Grande, il cui nome riecheggia in quello del quartiere di Kazimierz).
La sua splendida sede ricorda una piccola Hogwarts:-): splendide le sale, i refettori, i luoghi dove si riunivano e si riuniscono rettori e professori - con le lunghe file di ritratti alle pareti.
E ' tradizione, per i polacchi illustri che hanno frequentato l'Università (che annovera tra i suoi studenti e docenti Copernico, Wisława Szymborska, Wojtila e Zanussi), o che semplicemente ne riconoscono l'importanza, lasciare qualche "memorabilia" di grande valore.
E' il caso, ad esempio, di Andrzej Wajda, che pur non avendo studiato qui ha lasciato all'Università i prestigiosi premi vinti nella sua fulgida carriera (l'Oscar, un Leone d'Oro, una Palma d'Oro ed un Orso d'Oro), o di Wisława Szymborska che ha donato la medaglia d'oro consegnatale in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996.
I premi vinti dal regista Andrzej Wajda
Cracovia offre dunque molti motivi di visita (tra cui le vicine miniere di sale), di riflessione e di piacere.
Ci si cammina con piacere, si mangia bene, si beve dell'ottima birra.
E si raggiunge da Orio al Serio, con RyanAir, in un'ora e mezza circa, spendendo solo 50 euro andata e ritorno. (gennaio 2016).
Pensateci, se avete qualche giorno libero e volete passarlo in modo interessante.



mercoledì, febbraio 03, 2016

Un nord est che sembra un far west...

Il sindaco di un paesino della bassa veneta, rozzo e volgare, con una specie di Lady Macbeth come moglie, elimina tutti gli avversari che si pongono sulla sua strada verso la carica di "Assessore agli Sghei" e poi Unico della Regione Serenissima, e al culmine del suo delirio di onnipotenza invaderà la regione vicina. Processato da una giudice assai ricattabile, rimarrà clamorosamente impunito.
La trama di questa commedia è assai leggera, al limite della inconsistenza. Il personaggio di Toni Sartana è ringhioso e irascibile (spesso al limite della stucchevolezza), e molte volte sembra un Cetto Laqualunque in salsa rovigotta.



Sinceramente, nel primo tempo non ho riso granché.

La parodia di questo Veneto infetto e senza valori, molto simile a quello raccontato da Massimo Carlotto (ma anche alla realtà: non dimentichiamo, ai suoi esordi, le cattive compagnie di ultrà neonazisti a cui si accompagnava Flavio Tosi), risulta un po' troppo facilona e semplicistica.

Nel secondo tempo le cose migliorano: rassegnato al fatto che lo spettacolo è quello che è, uno inizia a godersi le battute e la bravura di tutta la compagnia, lasciando da parte le aspettative.

E paradossalmente, la parte più divertente arriva a sipario chiuso, quando Balasso torna sul palco a presentare i singoli attori e a dare utili indicazioni su come rivederli in giro da queste parti.
Opera meritoria, perchè - come dice Balasso - il fatto che quelli che fanno televisione vanno a far teatro, non deve far dimenticare che nel teatro ci sono già gli altri, quelli che lo fanno normalmente:-)
Qui Balasso, liberato dalla costrizione della narrazione e della regia, si rivela il mostro di bravura e di improvvisazione che è, impazza e strapazza, e le risate diventano ovazioni.

Tutti gli attori che lo accompagnano (la moglie, Francesca Botti, l'ultrà nazi del Rovigo, Andrea Pennacchi, la improbabile PR Marta Dalla Via, nonchè Silvia Piovani e Stefano Scandaletti) meritano senza dubbio un applauso convinto.

"La cativissima" è alle Fonderie Limone di Moncalieri (TO) fino al 7 febbraio.

http://www.teatrostabiletorino.it/portfolio-items/la-cattivissima-balasso/



lunedì, febbraio 01, 2016

Il mio Iran/3

Yazd è una città antica, ed il suo centro storico interamente fatto di Adobe (paglia e argilla) ricorda il colore del deserto che la accerchia. Le due cose più belle da fare a Yazd sono perdersi nei vicoli e salire sui tetti per vedere la città vecchia dall’alto. Entrambe le cose vanno fatte al tramonto, quando l’argilla dei muri e delle case si tinge di rosso, e i minareti delle due moschee principali si accendono di verde e di azzurro.

I vicoli sono autentici labirinti. Spesso si incontrano vertiginose scalinate che sembrano scendere agli inferi, e conducono ai condotti di irrigazione, i qanat, che portavano l’acqua per decine di chilometri sotto il deserto e sotto le città. I costruttori di qanat di Yazd erano considerati i migliori in tutto l’Iran: questa capacità è documentata nel museo dell’acqua della città, ma anche in alcuni luoghi dove si può scendere a vedere dal vivo i canali che passano sotto la città.
Dai tetti, invece, il panorama è dominato da una serie infinita di torri del vento, con le quali si garantiva la climatizzazione in modo naturale ed a costo energetico zero in una città dal clima torrido in estate.

Se gironzolate un po’, la sera, troverete di certo un locale che vi permetterà di mangiare e bere qualcosa (di analcolico, eh!) con tavolini sui tetti. Non perdete l’occasione. Noi abbiamo trovato una galleria d’arte, gestita da alcuni ragazzi, che univa l’esposizione delle opere alla preparazione di cibo iraniano fatto in casa, inclusi i deliziosi biscotti di Yazd. Eravamo soli su questo tetto, a godere il panorama e a mangiare piccole cose deliziose, con il clima mite di questo ottobre iraniano: ed è stato uno dei molti momenti memorabili di questa vacanza.
Ottobre è il tempo dell’ashura, la festa in cui si ricorda il martirio dell’imam Husseini durante la battaglia di Kerbala, che segnò la definitiva frattura, nell’Islam, tra sunniti — cioè seguaci della tradizione — e sciiti — cioè “frazionisti”. Sono passati circa 1200 anni, da allora, e nessuno probabilmente è nemmeno più in grado di raccontare per quale diavolo di motivo reale le due fazioni si siano divise. Comunque da allora si detestano (è nota la forte inimicizia storica tra l’Arabia Saudita sunnita e l’Iran sciita, che episodi come la recente strage di pellegrini alla Mecca non ha fatto che acuire), anche se le differenze vengono volutamente sottolineate rispetto ai punti di contatto tra le due interpretazioni.
L’ashura, dunque, è una festa sciita che dura diverse settimane: le moschee vengono addobbate, nelle città appositi botteghini vendono materiale di colore verde e nero da usare nelle manifestazioni e nei cortei che percorrono le strade, con cavalli e cammelli. Molti, per ricordare il sacrificio dell’Imam, simulano la flagellazione — quella reale è stata proibita per le troppe ferite che provocava.


domenica, gennaio 31, 2016

Il mio Iran/2

Si, del traffico di Teheran avevamo letto, ed anche dei suoi tassisti.
Ne parla, in modo spassosissimo, l’inglese Elliot nel suo resoconto relativo a diversi viaggi in Iran, condensato nell’interessante “Specchi dell’invisibile”.

Possiamo confermarlo: il pericolo più grosso che corre uno straniero in Iran è nell’attraversare la strada a Teheran. I semafori ci sono, ma non tutelano. Ci sono persino le strisce pedonali, ma dubitiamo che a Teheran qualcuno le abbia mai viste e tantomeno prese in considerazione. Le immense strade a quattro corsie sono percorse dal doppio dei flussi veicolari, che tendono a riempire ogni spazio disponibile.

L’unico modo per attraversare (possibilmente affiancati ad un indigeno che protegga dal rischio immediato di morte) è superare un flusso per volta, senza guardare i conducenti negli occhi per non dare a vedere che li si prende in considerazione (nel qual caso, è ovvio che la vittoria sia del più forte), e muoversi a zig zag con rapidi avanzamenti e spostamenti laterali, per individuare e infilarsi nei varchi, come in un videogame.

Non va meglio se gironzolate nei quartieri residenziali distanti dal centro: visto che si usano dei canali di scolo per pulire le strade, ad ogni incrocio si aprono pericolosi seracchi in grado di inghiottirvi (e fratturarvi gli arti inferiori) alla minima disattenzione.

Le altre grandi città sono assai meno pericolose (hanno grandi viali e spazi a sufficienza per i pedoni), ma Teheran è davvero rischiosa. Alcune guide consigliano, per provare una maggiore ebbrezza, di farsi portare a tutta birra al bazar (da qualunque punto della città vi troviate) con un mototaxi, ma fatelo soltanto se siete alla fine della vacanza.
*
Chiunque sia stato in un paese arabo, e sia incappato in un bazar come Khan-el-kalili al Cairo, o in quello di Marrakesh, ricorda l’esperienza con sofferenza e dolore. Migliaia di persone sorridenti e soffocanti, che nella maggior parte dei casi ti vedono come un bancomat deambulante, ti appellano/invitano/seguono per offrirti un tè che diventa il prologo di una contrattazione assai estenuante, vista la nostra scarsa attitudine al riguardo, anche per l’oggetto più semplice e banale.

Camminare nei bazar iraniani è invece meraviglioso. Nessuno ti tormenta per vendere, a meno che non incroci il tuo sguardo curioso o interrogativo. Puoi gironzolare sereno per ore, e riceverai soltanto sorrisi e saluti, o l’eventuale affiancarsi di qualcuno che si proporrà come guida — ma in modo molto cortese e per nulla insistente.
Comprare sarà un piacere, e la contrattazione sarà ragionevole, sia come punto di partenza che di arrivo, limitando al massimo la parte scenografica (che, se proprio vi manca, siete certi di poter ritrovare in luoghi molto più vicini dell’Iran).

Nessuno urla, infatti, e il bazar è un luogo rilassante e piacevole — in cui non è neppure così semplice perdersi, visto che la struttura è in genere molto geometrica e regolare.
Alla fine, dopo ore passate a zuzzurellare nei bazar iraniani, scoprirete di aver comprato poche cose: esattamente quelle che volevate, soltanto quelle, ed al prezzo che vi aspettavate. Ed avrete una gran voglia di tornarci:-)

(2 — continua)

martedì, gennaio 26, 2016

Il mio Iran/1

L’Iran che racconterò in queste pagine è ovviamente parziale e soggettivo. E’ quel che ho visto e capito in 10 giorni di viaggio (6–15 ottobre 2015), e quindi — inevitabilmente — coglie soltanto frammenti della complessità di quel paese. Un luogo dove la separazione tra la vita pubblica (soggetta alle aspre regole di un potere islamico invadente e intollerante) e quella privata (dove ognuno cerca di essere quel che realmente desidera) è talmente ampia da rasentare la schizofrenia.
Per dire, l’obbligo per le donne di indossare il velo (reintrodotto da Khomeini nel 1980, dopo che era stato abolito con un atto contrario negli anni ’30 del secolo scorso), ed il conseguente tentativo di nascondere le donne e le loro parti “impudiche” alla vista degli uomini, provoca per reazione il fatto che la gran parte delle donne e delle ragazze siano molto più seducenti di quanto accadrebbe se questo obbligo decadesse.
I veli sono diventati colorati, leggeri, fluidi, e scivolano sempre più indietro, fino a raggiungere il limite estremo prima della caduta.
Caduta che avviene spesso, e provoca l’atto di raccogliere i capelli e risistemare il velo, anch’esso seducente.
Dal velo, fuoriescono capelli lunghi e spesso biondi, orecchie ben forgiate, trucchi curatissimi, sopracciglia disegnate ad arte sopra meravigliosi occhi scuri e fondi.
Anche i vestiti sono colorati, fascianti, gioiosi. E così, quel che l’ayatollah vorrebbe evitare (il pericolo della seduzione) diventa gioco e scommessa, e forte e perentoria affermazione di sé, spinta al limite estremo del possibile.

(Si, la “polizia morale” che aggredisce le donne contestando la lunghezza dello jihab o la foggia del vestito esiste ancora, ne abbiamo testimonianza. Così come esistono ancora le aggressioni alle donne con l’acido da parte di alcuni fanatici, sempre per punirle della loro presunta “immoralità”. Ma camminando per le strade delle città, si ha la sensazione che ci vorrebbero ormai migliaia di pasdaran per tentare di arginare il fenomeno. O si nascondono molto bene tra la folla, rinunciando ad intervenire, o sono davvero pochi e possono soltanto mettere in atto eventi simbolici, tentando di “colpirne una per educarne mille”).



*
La tomba di Hafez a Shiraz è un luogo importante, per gli iraniani.
Della biografia di Hafez (il cui nome significa “colui che conosce a memoria [il Corano]”) si sa molto poco.
Nato nel 1300 circa, poeta di corte, scrisse circa 500 poemi (“gazhal”) dedicandoli all’amore, alla bellezza ed al vino. E’ aperto da sempre il dibattito sul livello di simbolicità della sua poesia: si riferisce a pulsioni reali, fisiche, o racconta di un universo esclusivamente simbolico? Non è dato sapere con certezza: e probabilmente, non ha alcuna importanza risolvere il dilemma.
Quel che è certo è che Hafez (e quel che narra) è radicato nel cuore di ogni iraniano, di qualsiasi età.
Ne ho avuto la prova portandomi in Iran una edizione Einaudi con “Ottanta canzoni” di Hafez, con il testo persiano a fronte. Facendo leggere alle persone, in lingua persiana, i gazhal che più mi piacevano nella traduzione italiana, ho sentito non solo come il testo persiano fosse musicale e in rima, ma ho visto la commozione e la gioia negli occhi dell’interlocutore.
Gli iraniani vanno sulla tomba di Hafez come se andassero a trovare un vecchio amico. Si siedono sulla tomba di alabastro chiaro, vi appoggiano fiori, libri (spesso il Divan, la raccolta completa delle sue opere) e carezze, e tocchi affettuosi.
O passeggiano per il bel giardino circostante, godendone la freschezza e il verde, delizia per gli occhi ed il cuore, e l’atmosfera che agevola le relazioni umane, l’empatia, il sorriso, il gesto affettuoso.
Ci siamo seduti anche noi sui gradini, ed in un attimo siamo stati accerchiati da un nugolo di curiose e simpatiche insegnanti in pensione, venute in pellegrinaggio sulla tomba del Poeta, e come tutti gli iraniani curiose di sapere (in inglese, of course) chi fossero questi stranieri, da dove venissero e cosa pensassero dell’Iran e del suo popolo.

Ha quindi avuto inizio una bellissima conferenza/confronto sulle nostre sensazioni ed emozioni, ormai consolidate dopo più di una settimana di viaggio (siamo arrivati a Shiraz alla fine del viaggio), con grande foto di gruppo finale (in cui si sono imbucati, bene accetti, anche due turisti parigini:-)).
Alla fine della quale è stato bello, aspettando degli amici iraniani conosciuti a Teheran, continuare a star seduti sui gradini ad osservare le persone, i loro atteggiamenti, il modo in cui interagivano ed il modo in cui erano vestiti — soprattutto le donne e le ragazze.
Poi, in un bagliore, è scoppiato l’immenso sorriso di Pegah, bellissima e fragrante di gioventù nei suoi vent’anni di studentessa, ed è iniziato un altro pezzetto della nostra storia iraniana. Che forse racconteremo dopo, o forse no.
(1 — continua)

2016: si torna a casa.

Non ho pubblicato nulla, qui, nel 2015.
Non avevo molto da dire, evidentemente.

Poi, negli ultimi mesi ho fatto un po' di prove di pubblicazione su Medium (che è un luogo bellissimo, per leggere cose interessanti).  
Medium ti consente anche di tracciare non solo quanta gente "vede" quello che scrivi, ma anche quanta gente realmente "legge". E...il risultato è stato che le cose che ho scritto con maggior impegno, non sono state filate da quasi nessuno. 
Mentre minuscoli, stupidi, irrilevanti commenti di poche parole hanno avuto un "grande successo di pubblico".

Insomma, si è di nuovo dimostrata la mia incompatibilità con i meccanismi e gli algoritmi della "visibilità" sui social.

Me ne faccio tranquillamente una ragione. E allora, con calma,  riporto qui le mie cose, tra i miei pochi lettori antichi, scusandomi per averli indotti a disperdersi per leggere le mie (non così utili) parole.

I post più interessanti ritroveranno posto qui, lasciando su Medium e a Twitter (non su Facebook, che non è luogo per me) soltanto i link.

Se avrete ancora voglia di leggermi, grazie. Da parte mia, tenterò di condividere solo parole selezionate e che ritengo originali, personali e interessanti.

lunedì, dicembre 21, 2015

Maria Giuana 3, l'Iran. E altre piccole cose. Altrove.

Hello, dear readers!
Come vedete, qui ormai non si pubblica più nulla.
La scelta di cui parlavo (proseguire con il blog o lasciarlo a mò di museo?) si è praticamente compiuta da sè:-))
Quel poco che scrivo, si trova ora su Medium, che è una piattaforma interessante.

E lì vi segnalo:

A rileggerci lì!
Marco

UPDATE GENNAIO 2016:
Cancello tutto. Non muovetevi, I pezzi migliori tornano qui, a casa.

mercoledì, aprile 22, 2015

Restart

Questo blog è  in fase di completo ripensamento. Sto valutando se chiuderlo,  e farlo diventare il museo del mio passato, per aprirne uno nuovo,  o se può essere ripensato integralmente nelle forme e nei contenuti autorigenerandosi.
Presto saprete... :-)

venerdì, dicembre 05, 2014

Le feste comandate e il nostro tempo futuro

Da tempo mi interrogo su quanto la modernità propugnata da Renzi sia, in fondo, qualcosa di vecchio; che passa per la cancellazione dei diritti e il mantenimento della spropositata disuguaglianza tra le persone, accettata come un fatto deterministico, e porta sostanzialmente alla creazione di una nuova classe sociale di schiavi, seppur dotati di iphone e connessione veloce 24h.
E poi, a conferma di quanto sopra, penso che lunedì prossimo, l'8 dicembre, una grande parte del paese si ferma per festeggiare questo ardito dogma cattolico:

« Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell'umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l'assistenza dell'intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l'autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certa ed immutabile per tutti i fedeli. »

Dunque, stiamo a casa per festeggiare il fatto che una ragazzina palestinese, duemila anni fa, è nata, per una decisione del Creatore, senza il peccato originale. Così dicono, appunto, gli interpreti terrestri del Creatore.

Insomma, un tema su cui una persona normale, nel XXI secolo, se non è un teologo, potrebbe argomentare con autentico imbarazzo.

Il mito di Maria è stato, nei secoli,  raccontato splendidamente, con una tale profondità di dettagli e di particolari intelligenti e profondi da renderlo stupefacente. E poi, ha generato opere bellissime ed ispirate in ogni campo dell'arte.



Quindi, un mito che produce cose così belle, in chi ci crede profondamente, può essere anche considerato positivo (ecco, speriamo che nessuno abbia mai fatto del male a qualcun altro "nel nome di Maria". Non lo so e non mi interessa saperlo.)

Però, sinceramente, penso che ormai sarebbe il caso di considerare che quello (come molti altri) non è più un mito collettivo, e quindi non ha forse più senso costringere l'intera popolazione italiana a "festeggiarlo".

Il che non vuol dire assolutamente "proibirlo", sia chiaro, nè tantomeno abolirlo. Ma rendiamo libero questo giorno di festa. I cattolici continueranno a festeggiarlo serenamente, ma credo che non si offenderanno se gli altri cittadini volessero ignorare questo mito e festeggiare qualcos'altro in un altro giorno a propria scelta.

Voi mi obietterete: ma il 25 aprile e il 1° maggio? Quelli non sono miti, semplicemente diversi rispetto all'8 dicembre?

Potrei rispondervi che quello dell'Immacolata Concezione è un dogma, mentre il 25 aprile ed il 1° maggio sono giornate simboliche legate a situazioni che mi appaiono più "reali".

Ma accetto la sfida e dico: si, penso che anche il 25 aprile ed il 1° maggio, così come le feste cattoliche,  non siano più miti collettivi e fondanti del nostro stare insieme. (Forse non esiste nemmeno più, il nostro stare insieme a livello di nazione).
Noi che attribuiamo ancora un valore a queste date dovremmo essere liberi di continuare a festeggiarle, e credo che anche le istituzioni di questo paese dovrebbero dar loro valore, ma non possiamo mica obbligare tutti a festeggiare qualcosa in cui non credono.

Ecco, il "mercato" ha ripensato a questo prima della politica, annullando gli spazi collettivi di riposo partendo dalla domenica e giungendo alle feste collettive: puoi comprare qualsiasi cosa quando vuoi, anche se è festa, ed il lavoro va a coprire non più i soli servizi essenziali (sanità, trasporti...) ma qualsiasi desiderio consumistico non essenziale.

La politica, ipocrita, fa come sempre  finta di nulla: lascia che chi ha la sfortuna di lavorare nella grande distribuzione, per dire, non possa più disporre liberamente dei riposi collettivi, e mantiene le altre "feste" per inerzia ed abitudine, senza preoccuparsi che siano "per tutti".

Anche la domenica di riposo è un mito cattolico, poi estesosi alle rivendicazioni operaie per una vita di relazioni sociali più ricca ed umana.
Ma ora la tecnologia e la scomparsa progressiva del lavoro, e la sua scomposizione e ricomposizione in ambiti che rendono l'8_ore_per_5_giorni sempre più un ricordo del passato, dovranno prima o poi obbligarci a ripensare tutto ciò che davamo per scontato, incluso il modo in cui abbiamo sempre usato il nostro tempo.

Prima che, al nostro posto, lo facciano sempre quelli che interpretano la flessibilità come sinonimo di schiavitù.

venerdì, novembre 28, 2014

Torino Film Festival 32, anche quest'anno (quasi) senza di me...

...il tempo vola, e le cose mi sfuggono.
Mi ero ripromesso di prendermi qualche giorno di ferie per vedermi 3-4 film al giorno al Torino Film Festival, ed invece il festival è arrivato di nascosto e mi ha preso alla sprovvista. :-)
Così ho vissuto solo un paio di eventi, sigh...

Ieri sera "Stake Land", che è un film horror americano del 2010 (vinse il Premio del Pubblico al Festival della Fantascienza di Trieste nel 2011).
Per essere un film di vampiri e zombie, ha una trama solida, una costruzione da road movie ed un massiccio repertorio di citazioni: "Il signore degli Anelli" (per la fuga nei boschi e sulle creste delle colline, ed anche perchè il ragazzo con l'arco ricorda molto Legolas), "The road", "Harry Potter" (il cattivissimo del film è Voldemort sputato!!), "Into the Wild" (per il camper abbandonato nel nulla), "Star Wars" (per l'insegnamento della Forza ed il passaggio dei poteri tra "cavalieri")...
Zombie e vampiri ci sono e sono brutti, crudeli e schifosi come sempre.
I vampiri si combattono come ai bei tempi: un bel paletto di frassino nel cuore, con la punta strofinata nell'aglio.
La brutta notizia è che di fronte ad una croce non fanno nemmeno più una piega.
Forse è dovuto al fatto che, in questa America del futuro devastata dal vampirismo e tornata indietro di quarant'anni (niente comunicazioni avanzate, smartphone, pc...cartine come ai vecchi tempi, radio... per sapere qualcosa vanno bene persino i vecchi giornali), oltre ai mostri ed ai buoni rimasti, a controllare una parte del territorio c'è una confraternita cristiana, che per ottusità e crudeltà fa a gara con i vampiri.
A parte che ammazzano con estrema facilità chi non adora il loro fottuto dio, hanno anche il brutto vezzo di gettare vampiri dagli elicotteri sulle città che non controllano loro, tanto per dire.
Notevole il personaggio del Mister, il cacciatore di vampiri: silente, tenebroso, potente, ma anche vecchio e pronto a confessare la sua vulnerabilità e la sua paura (infatti è seducentissimo).
Nota particolare: il film ha un bel lieto fine, solare e sorridente, che fa rinascere la speranza.

E poi. stasera, omaggio all'immenso Maestro della animazione italiana, Bruno Bozzetto, che ha ricevuto il premio ad una carriera stupenda. Riverito, tra gli altri, anche da Piero Angela (in virtù di una collaborazione di lunga data per Quark), presente in sala.
Preceduto da alcuni cortissimi ormai da culto (Europa-Italia, tra gli altri), è stato quindi proiettato il capolavoro "Allegro non troppo" in edizione restaurata. 

Che meraviglia!! Che fantasia, che genio, che potenza espressiva...anche se è stato realizzato nel 1976 con mezzi non paragonabili a quelli dell'animazione hollywoodiana, il film colpisce ancora oggi per la sua bellezza e la sua poesia (ed anche per il surreale e demenziale "on stage" con un Nichetti già stralunatissimo).
Lo sapevate che il figlio di John Lasseter, boss della Disney e della Pixar, ha fatto la tesi di laurea in cinematografia su questo film? Tanto per dire che personaggio sia il nostro, e che considerazione abbiano di lui quelli che ne capiscono...

mercoledì, novembre 26, 2014

La libertà non è star sopra un albero...

...ma star chiusi in una galera dove finalmente "prendere per le palle il capitalismo", lavorare senza più contaminarsi con il denaro, ed essere finalmente liberi di NON prendere più decisioni?

E' la provocatoria tesi di "Gospodin", il personaggio creato dal tedesco Philipp Lohle e portato sulla scena da un bravissimo Claudio Santamaria.


Gospodin ci prova, a stare "fuori": fuori dal sistema, da un insieme di regole a cui non può assolutamente assoggettarsi, da una vita da "borghesucci".
Lui non vuole la rivoluzione globale, non vuole cambiare il mondo: vuole semplicemente starne fuori, non essere coinvolto.

Purtroppo non ha mai pace: quando sta iniziando a vivere una vita diversa andando a spasso con il suo lama, interviene Greenpeace che glielo fa sottrarre accusandolo di maltrattamenti.
La pragmatica fidanzata Annette, che non ha più voglia di ascoltarlo, lo molla portandosi via persino il letto.
Lui resta in questa casa deserta, dormendo sulla paglia del lama, attorniato da personaggi che lo stressano (l'amico artista che gli porta via il televisore per una installazione denominata "Tempus fuck it", l'amico che lo manda ai funerali al posto suo, l'amica ultraecologista dell'ex fidanzata, la madre alle prese con un altro figlio "che si lascia andare" e con improbabili fidanzati da crociera), che lui accoglie con rassegnazione e distacco.

Anche i suoi rapporti con la città sono stressati e stressanti...

Un "amico" ambiguo gli lascia una valigetta piena di soldi, sapendo che in mano sua è sicura.  
Poi scompare, e Gospodin incautamente finge di fronte alla fidanzata di averli guadagnati per conto suo, grazie al suo nuovo approccio alla vita - ed al suo lama scomparso.
Così inizia la nuova processione degli amici per chiedere soldi, ma Gospodin non vuole usarli nè per sè nè per loro.
Tenta anzi - senza fortuna - di abbandonarli e di farseli rubare, gironzolando di notte nei quartieri malfamati della città con le banconote di grosso taglio sporgenti vistosamente dalla valigetta...

La cosa giunge alle orecchie della polizia, e poichè Gospodin non sa spiegare l'origine - assai furtiva, ma lui non lo sa - di tutto quel denaro, finisce in galera.
Dove, finalmente, è felice e "libero".

Testo duro, acido e provocatorio, sorretto da una scenografia minimale ma assai efficace e da una recitazione sempre brillante e molto "fisica".

Bravissima Valentina Picello, a tratti esilarante nei panni della madre e della amica, e bravissimo anche Marcello Prayer nel ruolo dei numerosi "amici".
(chevvedevodì? erano bravissimi tutti e tre, punto!:-))




Alle Fonderie Limone di Moncalieri fino al 30 novembre.

Gospodin

di Philipp Löhle 

traduzione Alessandra Griffoni
a cura del Goethe Institute
con Claudio Santamaria, Valentina Picello, Marcello Prayer
regia Giorgio Barberio Corsetti
scene Giorgio Barberio Corsetti, Massimo Troncanetti
costumi Francesco Esposito
luci Gianluca Cappelletti
graphics Lorenzo Bruno, Alessandra Solimene
video Igor Renzetti
musiche Gianfranco Tedeschi, Stefano Cogolo
regista assistente Fabio Cherstich



lunedì, novembre 24, 2014

Turista d'arte fai da te a Cremona? ahi ahi ahi....

Immaginate di essere un appassionato di quella forma d'arte rinnovata e bellissima in cui eccellono i giovani autori italiani, l'ILLUSTRAZIONE.

Immaginate di leggere questa notizia (http://www.tapirulan.it/affiche/riccardo_guasco_2014/):


Affiche è una mostra atipica, allestita negli spazi che di norma vengono riservati alle affissioni pubblicitarie o ai manifesti elettorali. Una mostra che si estende su tutto il territorio cittadino di Cremona, attraverso un percorso di circa venti chilometri. Una mostra che si propone direttamente ai passanti, siano essi a piedi, in macchina o in bicicletta. Lo spazio espositivo è la città stessa. Una mostra che si può visitare passando davanti a un’opera per caso, oppure seguendo le indicazioni e il percorso della mappa che indica la disposizione delle opere. I più pigri potranno comunque ritrovare le immagini esposte (non tutte ma quasi.... questo è l'inconveniente della pigrizia) presso lo Spazio Tapirulan (via Voghera 1/a, Cremona). Questa è la terza edizione, l'artista esposto è Riccardo Guasco, che succede a Shout (2012) e Olimpia Zagnoli (2013).
Organizzazione: Associazione Tapirulan
Con il patrocinio di: Comune di Cremona
Con il sostegno di: Lineacom
In occasione di: Festa del Torrone 2014

Riccardo Guasco è uno dei migliori illustratori italiani, e visto che siete appassionati di illustrazione vi si drizzano le orecchie.
Allora reperite il bel foglio illustrativo della mostra suddetta, che sul fronte ha questa bella opera di Guasco:

e sul retro ha questa dettagliatissima mappa della mostra:


Messi insieme tutti gli elementi:
  • Riccardo Guasco vi piace molto;
  • la mostra, a giudicare dalla documentazione, sembra essere ben organizzata (se poi  la mostra è organizzata "in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Cremona, c'è da fidarsi, no?);
  • la mostra dura fino a lunedi 24 novembre, "edizione speciale in occasione della Festa del Torrone"...

...beh, si possono anche affrontare i 200 km in auto tra Torino e Cremona (400 con il ritorno) per onorare un evento simile, no? Se no, poi, non possiamo dire che in Italia quando si organizzano le cose un po' particolari...

Bene. Ci si organizza e si va, domenica 23 (il 16 c'era una biciclettata con Guasco, ma pazienza, farò da solo...)

Partenza alle 8, arrivo a Cremona attorno alle 10. 
Parcheggio nei pressi della stazione. Noto che i parcheggi di Bicincittà hanno molte bici disponibili. Alle 10,20, con una veloce camminata attraverso il centro che si sta riempiendo di turisti, giungo in piazza Stradivari all'ufficio comunale per il turismo.

Entro, e vedo con piacere che in un contenitore sul bancone svettano in evidenza un bel numero di depliant della mostra di Guasco.
Intercetto lo sguardo della signora dietro il banco, che si avvicina gentile, e le chiedo:
"Buongiorno, potrei noleggiare una bicicletta per la giornata di oggi?".
"NO".
"No? Vuol dire che non è prevista una tariffa giornaliera per i turisti, per il bike sharing?".
"Si, certo che esiste, ma oggi gli uffici del bike sharing sono chiusi".
"D'accordo, ma questo è un ufficio comunale, ed oggi è aperto: non potete farlo voi?".
"No, purtroppo no. Sarebbe una bella cosa, ma purtroppo non ci hanno mai dato la password (sic!)".
"Ah...e quindi?"
"E quindi niente."
"Ma c'è questa mostra che è stata organizzata anche dal comune: è sparsa lungo 20 km e qui si consiglia di vederla in bicicletta..."
"Eh..."
"Vuol dire che con tutte quelle belle bici che dormono nei parcheggi, devo andare a piedi o in macchina?"
"Eh."
"Vabbè...Grazie...Buongiorno."
"Buongiorno."

Un po' stordito dal dialogo surreale, esco dall'ufficio e mi ricordo di aver letto che comunque (quasi) tutte le opere sono visibili presso la galleria Tapirulan, che ha organizzato la mostra. In un quarto d'ora sono nei pressi di Piazza della Libertà, dove continuano ad affluire a centinaia i pensionati che scendono dai pullman affluiti in città per la Festa del Torrone (e due pensieri mi attraversano la mente: 1. che mi sembra una manifestazione del sindacato pensionati; 2. ma non c'è una certa incompatibilità tra le dentiere ed il torrone?).

Trovo Tapirulan...ed è chiuso. Chiuso la domenica. Sempre.

Rileggo bene il retro del depliant: 
"I più pigri potranno comunque ritrovare le immagini esposte presso lo Spazio Tapirulan (visita su appuntamento: 328/851...)."

...azz...colpa mia, vabbè.

sabato, novembre 22, 2014

Mitico Peter!

Giovedì 20 novembre, Torino, PalaAlpitour: primo concerto italiano di Peter Gabriel per il Back To The  Front Tour 2014.



Sono passati 25 anni da "SO", e il vecchio Peter (siamo a 64 primavere) ne ha fatta molta, di strada. 

Noi ci ricordiamo persino di quando era la voce dei Genesis che abbiamo amato di più, ma sarebbe ingeneroso non riconoscere che Gabriel non è mai campato di rendita: non ha mai smesso di esplorare, di percorrere sentieri musicali innovativi, di cercare e offrire cose in sintonia con i tempi. 

Allora, ha senso un'operazione che riporta sul palco, dopo 25 anni, la stessa band a rifare (per la parte finale del concerto) tutte le canzoni di quel vecchio disco?

Domanda leziosa: non so la risposta, e mi è anche indifferente:-)
E penso che non fregasse granchè nemmeno agli altri diecimila che riempivano il pala, tutti posizionati anagraficamente tra i cinquanta ed i sessanta...
So che quando Gabriel ripercorre la sua esperienza musicale, nessuna di quelle canzoni è invecchiata o è diventata opaca. 

La band è mostruosa, perfetta, senza una sbavatura: Tony Levin, uno dei migliori bassisti e suonatore di qualsiasicosaproducaunsuono del mondo; David Rhodes alle chitarre, Manu Katchè a tastiere e fisarmonica, David Sancious alle percussioni,  Jennie Abrahamson alla voce, una altra fatina bionda di cui non so il nome al violoncello e voce...

Gli arrangiamenti sono deliziosi (la versione acustica di "Shock the Monkey": che sballo!!!), gli effetti tecnologicissimi ma mai invadenti (quelle cinque torri di luci e camere, un po' giraffe un po' dinosauri, che inseguono la band in giro per il palco, sono una gran bella idea...)



Quando Gabriel intona la struggente "Don't give up", anche se al suo fianco non c'è Kate Bush ma una deliziosa corista dalla voce giusta, la svedese Jennie Abrahamson, la lacrima è li in agguato, il cuore scaldato da vibrazioni antiche, buone e giuste. 

E quindi si fa poi il coro nel tripudio di luci di Red Rain, in Solsbury Hills, In Your Eyes, SlegdeHammer...

Un torrente di musica ed effettoni fino al grande, ovvio finale con Biko, prima del quale Gabriel ricorda (leggendo in italiano) i 43 studenti scomparsi da poco in Messico. 

E poi, in una luce rosso sangue, si ritornella insieme il nome di Biko, fin quando la band scompare, elemento dopo elemento, lasciando solo il batterista a tenere il ritmo...

Concerto bellissimo, perfetto, emozionante.




La scaletta:
? (sconosciuta)
Come Talk To Me
Shock The Monkey
Family Snapshot
Digging In The Dirt
Secret World
The Family And The Fishing Net
No Self Control
Solsbury Hill
Why Don’t You Show Yourself?
Red Rain
Sledgehammer
Don’t Give Up
That Voice Again
Mercy Street
Big Time
We Do What We’re Told (Milgram’s 37)
This Is The Picture (Excellent Birds)
In Your Eyes
The Tower That Ate People
Biko


venerdì, novembre 21, 2014

I 100 anni di "Cabiria": la mostra.

In questo manifesto di "Cabiria", il Moloch la cui copia troneggia oggi al Museo del Cinema presso la Mole Antonelliana, e il nome di Gabriele D'Annunzio che servì a dare al kolossal una fama mondiale.
"Cabiria" ha compiuto 100 anni: il più famoso film kolossal della storia primigenia del cinema italiano debuttò in prima nazionale il 18 aprile 1914 al Teatro Vittorio Emanuele, in Via Rossini, a Torino (quello che ora è l'Auditorium RAI, dove ha casa l'Orchestra Sinfonica Nazionale).

Per festeggiarlo, la Biblioteca Nazionale Universitaria ed il Museo del Cinema hanno promosso una piccola, ma deliziosa e preziosa mostra che rimarrà aperta fino al 30 novembre presso il locale espositivo della stessa Biblioteca.

Il bel catalogo della mostra.
(Se avete in programma una visita cinefila a Torino, magari in concomitanza con il 32° Torino Film Festival, è consigliato accoppiarla alla visita al Museo del Cinema...)


"Cabiria", che è il secondo kolossal cinematografico al mondo dopo l'americano "Quo Vadis", rappresenta il culmine della stagione gloriosa del cinema italiano che nasce a inizio Novecento, ha il suo momento di gloria nella stagione dei "peplum" e delle dive del muto, e decade allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con il fallimento ed il tracollo delle numerose case cinematografiche nate tra Torino (capitale del cinema europeo con Parigi, a quei tempi), Firenze, Roma, Napoli e la Sicilia.

L'artefice di questo capolavoro lungo 3 ore e 3400 metri di pellicola, che fonda la narrazione cinematografica moderna con le riprese in movimento dal carrello, i continui cambi di visione e prospettiva al posto dei precedenti "quadri fissi", è un genio a tutto tondo che risponde al nome di Giovanni Pastrone.

Un personaggio eclettico, nato ad Asti nel 1882: figlio di commercianti, trasferitosi a Torino sarà violinista di fila, progettista di un biplano, contabile, prima di innamorarsi del cinema e acquistare quella che diventerà la Itala Film, di cui sarà non solo proprietario ma deus ex machina, sceneggiatore, regista, tecnico, eccetera eccetera.

Con Cabiria tenta l'operazione di elevare il cinema da spettacolo popolare ad arte: e ci riesce, perbacco se ci riesce.

Sganciando cinquantamila lire dell'epoca a Gabriele D'Annunzio, a cui si attribuì la sceneggiatura del film (ma in realtà prestò solo il nome, scrisse le pompose didascalie e inventò i nomi dei personaggi), e rimanendo nell'ombra, Pastrone, che era in toto il padre del film, riuscì a sdoganare per la prima volta un'opera cinematografica come oggetto di culto anche per la maggior parte degli intellettuali, allora come oggi un po' restii ad occuparsi di ciò che è anche popolare.

Sia ben inteso: non sarebbe certo bastato il nome di D'Annunzio a creare il mito di Cabiria, se il film non fosse stato davvero un capolavoro.
Una storia lunga, complessa ed avvincente ambientata ai tempi delle guerre puniche, nel III secolo avanti Cristo.: effetti speciali come se piovesse (l'eruzione dell'Etna, i sacrifici umani, Annibale che valica le Alpi, le battaglie...), e poi personaggi finalmente in grado di assumere una dimensione propria e durature, come Maciste (un camallo genovese che lascerà definitivamente le banchine per dedicarsi a tempo pieno al cinema, con un personaggio duraturo, il buono fortissimo che lotta contro i cattivi).

Il film, per questi motivi, conoscerà un meritato trionfo di livello mondiale:  sei mesi fisso a Parigi, un anno continuo di proiezioni a New York, poi l'Est, fino alla Russia ed al Giappone: piacerà agli intellettuali ed al popolo, pronto a identificarsi con Maciste.
"Cabiria" costituirà ispirazione per la nascita del moderno cinema hollywoodiano, ed anche Fritz Lang gli renderà omaggio  nel mitico "Metropolis" con una aperta citazione del Moloch divorapersone.

Negli anni '30 del Novecento, quando i fasti del cinema italiano sono ormai un lontano ricordo ed egli stesso ha abbandonato il cinema per attività più remunerative, Pastrone rimetterà mano alla sua opera per farne una versione sonorizzata (quella del 1914 è muta, e le sue  proiezioni avvenivano con l'accompagnamento in diretta di orchestre da 80-90 elementi ed un cantante solista).

Pastrone morirà nel 1959, non prima di aver donato la maggior parte delle reliquie della sua avventura cinematografica a Maria Adriana Prolo, autentica vestale del cinema e prima ad aver avuto l'idea del Museo (se potesse vedere quale meraviglia si è sviluppata oggi, nella Mole, a partire dalla sua idea originale, quell'appunto sul suo diario: "Pensato al Museo"..!).

La pellicola, recuperando a Torino e in giro per il mondo le copie ancora reperibili, viene sottoposta ad un profondo restauro nello scorso decennio e riportata all'onor del mondo nel 2006, con una proiezione al Teatro Regio.

La mostra alla Biblioteca esibisce i meravigliosi manifesti, i costumi originali dell'epoca miracolosamente conservati, partiture ed oggetti di culto. E' stato predisposto inoltre un delizioso catalogo, dal quale sono state reperite quasi tutte le informazioni di questo post.

Una parte dei costumi originali utilizzati nel 1914.
Qui una mia piccola galleria fotografica della Mostra:

mercoledì, novembre 19, 2014

Nove anni...

Questo blog, proprio in questi giorni, compie nove anni di vita.

Anche se da molto tempo non porto più su queste pagine la passione e l'ardimento, l'indignazione e la rabbia, a questo vecchio amico sono affezionato.

Non seguo più la politica. Le poche notizie al riguardo, che ogni tanto incautamente lascio passare per le orecchie, mi danno la nausea, come il profumo del vino ad un alcolista che si è disintossicato.

Non esprimo più opinioni al riguardo: e conto, se la cura prosegue bene, di smettere proprio di averne.

Sono molto più interessato, oggi, a capire cosa può accadere nel futuro, e mi è abbastanza chiaro che gli strumenti di analisi della realtà che ho usato fino a ieri sono insufficienti e superati.

Sono molto più distaccato dalle emozioni, anche. Quasi tutto ciò che un tempo mi faceva incazzare, oggi mi è sostanzialmente indifferente. Godo molto, di tante piccole e deliziose cose, ma relativizzo anche moltissimo.

Ho cambiato moltissimo la mia vita, nel corso di questi ultimi anni. L'ultimo grande cambiamento, pochi mesi fa, è stato tornare a vivere nella mia città, Torino. Questo ha significato un incredibile miglioramento della qualità della vita: basta pendolarismo, pochi minuti per andare al lavoro a piedi. Basta traffico, stress, e soprattutto il centro a 15 minuti di cammino. Con i musei, le mostre, i palazzi, i cinema, gli eventi... tutto a portata di cammino o di bicicletta.

Ho perso anche amici ed amiche importanti, in questi anni. Persone splendide, profonde, generose, positive, portate via dalla malattia. Non averle più accanto è triste, molto triste.

I miei figli sono diventati grandi, molto in fretta. I miei vecchi sono diventati molto vecchi, e devo iniziare ad accettare l'idea che tra non molto sarò io a rappresentare la generazione che si affaccia sulla fine. Ho un amore solido, importante, irrinunciabile, anche se forse il mio modo di amare oggi è troppo austero, troppo minimalista per rendere felice chi amo.

Inevitabilmente, devo prendere atto che invecchio. Che le mie risorse sono sempre più limitate, che sono sempre più stanco, che devo gestirmi bene, trattarmi bene, rispettare il corpo e l'anima per farli durare il più a lungo possibile. Prendo ormai atto con serenità che non sono riuscito a superare nessuno dei miei limiti storici, per pigrizia e incapacità, e rinuncio a pormi l'obiettivo di farlo domani. Galleggio, ma non ho mai imparato a nuotare. Stavo imparando a suonare, ma tralasciando per mesi di allenarmi ho dimenticato tutto. Ho smesso di scrivere e di disegnare (e non è che il mondo abbia perso chissà quali talenti). La mia memoria inizia a mostrare falle preoccupanti. Il cervello funziona ancora e reagisce bene, per fortuna.

Così, conduco una vita semplice. Continuo a camminare, ad andare avanti: a piccoli passi, come posso e riesco. Continuo ad essere curioso, attento, ad ascoltare e a guardare. Cerco di non rompere le palle al prossimo, di essere piacevole ed empatico, sperando di essere contraccambiato con la stessa moneta. Non penso più di cambiare il mondo con i miei pensieri e le mie parole. E' già tanto se riesco ancora a cambiare un pochino me stesso, per stare in piedi nel presente e non restare ancorato al passato.

Dunque auguri, mio vecchio blog. E grazie per avermi fatto da specchio, e di aver sopportato in questi anni le mie inutili esternazioni. Mi sei stato utile, a volte persino indispensabile nei  momenti che un tempo avrei definito difficili.

Ora, se non ti parlo più come un tempo, perdonami.

Ma non ti abbandono, no. E tu non abbandonare me, ti prego.

Restiamo ancora un po' insieme, qui, sotto questo albero. Lo so che Godot non arriverà più.
Ma aspettiamo lo stesso insieme e scambiamoci ancora due parole ogni tanto, dai...