martedì, maggio 26, 2009

Non lasciarsi trarre in inganno dalla...realtà

Me lo dico con una frequenza ossessiva, ma poi ricado sempre nell'errore.
L'errore è quello di credere che "essere informati" significhi avere una rappresentazione il più completa possibile, anche se sgradevole, della realtà.
E indicando quindi come "necessario" stare dentro la realtà, dedico tempo ed energie ad ingurgitare quella immondizia che oggi viene spacciata per informazione.
E poi, ancora, dedico tempo ed energie a giustificare e comprendere il divario tra la realtà che viene rappresentata dall'informazione, e quella che percepisco come mia personale rappresentazione della realtà.
Si, è vero, ci sono fonti di ogni tipo disponibili, in rete o fuori, per "farsi un'idea".
Si, è vero, è sempre possibile recuperare le prove della natura arrogante e bugiarda di qualsiasi potere, dimostrare che ci stanno ingannando.
E' sempre possibile trovare una rappresentazione minoritaria della realtà, dosando opportunamente le fonti, che risponda in fondo alle "aspettative" riguardo al proprio modo di vederla, la realtà.
Ma anche questa, in fondo, è intossicazione.
Un'intossicazione che ci estenua, e ci impedisce infine di crearla, la realtà.
Inseguire le rappresentazioni che ci vengono proposte al fine di trovare quella più "corretta" è, in fondo, uno sforzo insensato. Titanico ed insensato.
Così, per l'ennesima volta, mi dico che sono stanco. Stanco di leggere "notizie", di informarmi, di "conoscere" cazzate, di apprendere l'ultima menzogna del neoduce, di angustiarmi con le ultime previsioni sulla crisi, di indignarmi per la ennesima campagna xenofoba e razzista, di leggere dell'ennesimo morto ammazzato sul lavoro, dell'ennesimo corrotto, dell'ennesima ipocrisia clericale.
Tutto questo non mi serve, non ci serve a nulla: perchè a nulla serve, oggi, disporre della rappresentazione di una realtà su cui non è possibile incidere, ma che ci è fornita solo per costringerci all'interno di essa, per impedirci di uscirne.

Faccio alcuni esempi.
Il referendum sulla legge elettorale "porcata". Ci si è fatti il mazzo per mesi per individuare i quesiti, raccogliere le firme, fare in modo che si potesse far esprimere ai cittadini il proprio giudizio su una delle leggi più vergognose mai viste in occidente.
Ed ora, è bastato che il neoduce dicesse "a me conviene che vinca il sì" per far si che in pochi giorni tutto quel lavoro sia stato mandato al macero, che le tesi pro referendum siano state giudicate insensate da molti dei promotori, che ora il massimo dell'opposizione possibile sia far fallire il referendum perchè - probabilmente - "è più bello mettersela nel culo da soli che dare la soddisfazione a lui" (scusate il francesismo). E già che ci siamo, vogliamo farci mancare l'usuale sberleffo a quei coglioni del PD, rei di "non cambiare opinione" dopo averne discusso e votato?

La distruzione della scuola pubblica. Nonostante le impressionanti mobilitazioni di ottobre, e i lodevoli tentativi di resistenza da parte di onde, comitati e sindacati di base, il processo di devastazione sta andando avanti senza fare un plisset, toccando domani le medie, le superiori e le università, dopo aver già iniziato lo smantellamento della miglior primaria pubblica d'Europa. La rassegnazione e lo sconforto si irradiano ogni giorno di più tra chi tenta di mobilitare coscienze assenti e distratte, o realmente preoccupate in prevalenza da problemi di carattere quotidiano (dal peso dello zaino al "chi mi piglia il bambino il giovedì").
Sappiamo tutto e benissimo, su questo argomento: cosa sta accadendo, cosa accadrà. Quello che si perderà per sempre, in modo irreversibile. Eppure la nostra capacità di incidere, nonostante la rappresentazione di questa porzione della realtà sia perfetta, è diventata nulla. Dove per "nostra" intendo riferirmi ad una minoranza informata ed attenta alle cose che accadono nel paese - e ovviamente contraria a buona parte di esse per ragioni di cultura e sensibilità.

Questo Governo ha deciso che hanno legittimità solo le istanze rappresentate da se stesso e dalla propria visione della realtà: il resto non conta e non va ascoltato. In questo contesto, risulta chiara l'insofferenza non solo verso l'opposizione, ma verso il concetto stesso di "equilibrio dei poteri", e quindi l'attivo depotenziamento (e sputtanamento) dei poteri legislativo e giudiziario, che l'esecutivo vorrebbe riassumere in sè.
Questo cambio di paradigma - che è di fatto il passaggio da un sistema democratico ad uno che non lo è più - ha mandato in crisi il sistema di rappresentanza a cui eravamo abituati da tempo.
Bene o male, prima, qualcuna delle istanze poste dalle "minoranze" non allineate alle idee dominanti prima o poi veniva recepita. Ora no, è finita. Non contiamo più nulla, perchè chi ha in mano il gioco ha cambiato e sta cambiando le regole, e di certo non è venuto a chiederci se siamo d'accordo.
Possiamo anche prendercela (se ci solleva) con la sinistra che non ha capito, con il PD "che è il principale responsabile di tutto questo", con chi ci pare, ma il risultato finale non cambia. Non abbiamo più strumenti, a livello nazionale, per opporci al cambiamento delle regole, ed il cambiamento delle regole ci mette fuori gioco.

Ed anche invocare le maximobilitazioni, di fronte a questo scenario, serve a poco. Qualcuno ricorda ancora i due milioni e passa di persone scese in piazza con la CGIL il 4 aprile? Se anche non fosse giunto il terremoto a cancellare tutto dal panorama mediatico, io credo che egualmente, oggi, di quella manifestazione, di quella asserzione, di quello sforzo organizzativo non rimarrebbe nulla, così come nulla resta delle manifestazioni dell'autunno contro il progetto Gelmini/Tremonti.

Dunque, che fare?
Proprio per evitare che lo scoramento e la depressione ci tolgano le ultime energie, io credo che sia sempre più importante recuperare un ambito di azione in cui esista un minimo di relazione tra le energie profuse ed i risultati raggiunti.
Credo sia importante impegnarsi in progetti di cui possiamo essere artefici e protagonisti, di cui possiamo misurare gli effetti reali. Occuparsi di cose, fare cose che nascano e crescano dalla relazione con le persone che ci stanno vicine (e non intendo necessariamente in senso geografico).
Riappropriarsi insomma di una realtà in cui davvero esistiamo e contiamo, in cui possiamo incidere come protagonisti, ed in cui non siamo costretti ad essere solo spettatori passivi.
Se non possiamo impedire la deriva verso il totalitarismo a livello nazionale, possiamo sviluppare reti di resistenza locale che vadano in senso opposto a quello che vediamo intorno a noi.
Possiamo far politica nei piccoli centri, proporci per amministrare comunità, costruire progetti di solidarietà, immaginare e realizzare progetti reali di risparmio energetico, di un uso diverso della terra e dei suoi frutti.Immaginare e realizzare servizi alle persone innovativi, equi, solidali.
Son cose che si possono fare e che molti già fanno:e che ridanno fiducia nei propri mezzi, nella capacità di immaginare e realizzare un mondo possibile assai diverso da quello che leggiamo sui giornali, e che abbia al centro le persone con i loro bisogni reali.
Se riusciamo a mettere in pratica, almeno in parte, il mondo che sogniamo, almeno nei rapporti con le persone che ci sono più prossime, ci sono buone possibilità che quel mondo inizi ad esistere. Ed a diffondersi come un esempio.
Questo non ci salverà dal disastro collettivo di questo paese, ma ci consentirà di sapere da dove cavolo ripartire quando sarà il momento.

martedì, maggio 19, 2009

ESCLUSIVO - Il testo del discorso con cui Berlusconi riferirà in Parlamento sul caso Mills

"Riferirò in Parlamento", ha detto il Presidente del Consiglio alla notizia della pubblicazione delle motivazioni della sentenza Mills.

Possiamo fornirvi in esclusiva - grazie ad un suo anziano collaboratore in preda ad una crisi di coscienza - il testo del discorso che pronuncerà.

Signori!
Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare. Un discorso di questo genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi.

Sono io, o signori, che levo in quest'aula l'accusa contro me stesso.

Veniamo da una campagna giornalistica, immonda e miserabile, che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.
E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna.
Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l' illegalismo.

A tutto questo, come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il governo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni!

Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.
Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda!

Se il governo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!

Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.

In questi ultimi giorni molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo?

Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente.

Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione.

Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!


Voi vedete da questa situazione che la sedizione dell'opposizione ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza.


Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il Governo ed il Partito, sono in piena efficienza.

L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa.


Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.


Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area.

Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria.

"Piuttosto che dimettermi vi racconto un altro quintale di panzane..."

"Mentì per salvare Berlusconi"
Le motivazioni della condanna di Mills

MILANO - L'avvocato inglese David Mills è stato condannato a Milano a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari perchè agì "da falso testimone" - si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna -"per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l'impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati".

(19 maggio 2009)

I semi del passato

La quantità di cattiveria e di malignità che questo governo ha liberato dalle viscere degli italiani - per altro ben predisposte a donare il peggio - e messo in circolo nelle vene del Paese è tale che ormai qualsiasi tentativo di discussione, su qualsiasi argomento, diventa mera occasione per scatenare l’ennesima aggressione condita di improperi e suoni gutturali.
Il ritorno all’età della pietra è ormai quasi concluso: ridotto ai minimi termini il linguaggio, il passo successivo è il bastone, e le ronde sono l’anello di congiunzione tra il mondo civile che pensavamo di essere e la barbarie che, come popolo, abbiamo rivelato stracciando ogni velo di copertura.

Ogni giorno ci indicano nuovi nemici, e il popolino scemo, a comando, volge il ghigno osceno verso le nuove vittime, ululando e agitando i pugni.

Il popolo più “bastardo” e contaminato d’Europa, figlio di un gran numero di madri al seguito di un immenso esercito di invasori di ogni origine giunto qui nei secoli, ed il popolo che ha disperso i propri figli nel mondo in misura eguale a quelli che son rimasti qui, d’improvviso scopre voglia di “purezza etnica”, fa lo schizzinoso, si impaurisce, nega di esser simile per storia a quelli che ora vorrebbe respingere con chiassoso disprezzo. E nemmanco si vergogna di sé.

I ministri ormai sbraitano ed offendono chiunque senza ritegno, comportandosi peggio del peggior ubriacone da bar: tanto che si rende quasi necessario, ogni tanto, un passaggio nelle bettole degli angiporti per rinfrancar le orecchie. La Russa, Maroni, Bondi, Sacconi interpretano quotidianamente il potere come una sorta di gara di rutto libero.

La menzogna è a tal punto pratica quotidiana che non ci sono nemmeno più le energie per denunciarla, e perché ogni denuncia provoca un’altra marea di menzogne.

Ogni richiamo a “valori etici” produce sprezzanti pernacchie, sberleffi e gesti dell’ombrello, ad ogni livello: dalla bancarella del mercato alle sedi istituzionali.

Eppure, salvo gli amici con cui condivido questa angoscia, vedo intorno a me che la normalità dell’esistenza consiste nell’ignorare la distruzione di tutto ciò che era “noi”, accontentandosi di piccoli recinti individuali purchè vi sia lo spazio per i feticci che ancora ci concedono: pillole di benessere materiale che non si è disposti a perdere per nulla al mondo. Lavori idioti, automobili, televisori, le discussioni guidate dai media sono quel che ci resta di quel che eravamo e – forse – non siamo mai stati davvero, se lo sfarinamento della nostra anima è stato in fondo così rapido.

Io non riesco a capire da quale passato si sia generato questo orribile presente, ma credo che questo orribile presente stia bruciando ogni possibile idea di futuro di questo paese.

Ho adempiuto fin qui al mio compito di cittadino e genitore, e ne sono orgoglioso: ma a questa mia figlia che entra nei suoi 18 anni come una persona educata, rispettosa, consapevole, entusiasta non posso che augurare la fuga, prima che le esalazioni mefitiche i questo paese “incolto, depresso e corrotto, che questo governo rappresenta e alimenta”, come dice Adriano Prosperi su Repubblica di oggi, cancellino la sua legittima speranza di “essere”.

Fuggi, figlia mia, e poi fuggi anche tu, giovane figlio mio, mossi i tuoi prossimi passi in una scuola superiore che presto sgretoleranno come stanno facendo con le altre: perché sicuramente altrove esiste un posto dove poter coltivare la speranza. Un posto dove il male stia confinato nei suoi recinti fisiologici, guardato a vista dal bene, e non sia ancora lasciato libero di dilagare, e addirittura nutrito, coccolato, vezzeggiato.

Noi rimarremo qui, a pagare il prezzo di non aver visto né capito per tempo cosa diavolo ci stava accadendo. Dobbiamo pagare, perché abbiamo pensato che bastassero, a difenderci, il rispetto reciproco e i pochi baluardi che pensavamo solidi: la Costituzione, la Scuola Pubblica, i diritti conquistati negli anni Settanta.

Abbiamo visto trasformare in macerie quel che i padri avevano costruito. Abbiamo visto i moderni fascisti rialzare la testa, e riprendere in mano il paese con metodi nuovi e molto più efficaci.

Ma abbiamo dentro di noi i semi di un passato che sembrava civile.

Come i resistenti di “Fahrenheit 451” imparavano a memoria i libri che il governo bruciava, - per conservare e trasmettere la cultura che sarebbe altrimenti andata perduta- abbiamo il dovere di conservarli per un futuro che non siamo più capaci di immaginare.

Qualunque cosa accada.

martedì, maggio 12, 2009

Balle, balle, balle, sempre e fortissimamente balle.

Da MaledettoBugiardo.SenzaPudore.it:
"Non c'è quasi nessuno sui barconi che ha diritti d'asilo".

Da Repubblica.it:
"Secondo i dati dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati, nel 2008 oltre il 75% di coloro giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Più del 70 % delle circa 31mila domande d'asilo nel 2008 in Italia provenivano da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese."

Sarà una risata che lo seppellirà...


...ma non sarebbe male aggiungerci anche un fracco di legnate!:-)

Caracalla e Silvio

Caracalla decise, con la "Constitutio Antoniniana de civitate" nel 212, di concedere la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi inclusi nei confini dell'impero. Probabilmente non si trattò di un autentico afflato egualitario, ma di uno stratagemma per allargare la base imponibile per le tasse.

Il Nostro dice invece che "la nostra idea dell'Italia non è multietnica", e nel contempo incoraggia chi le tasse non le vuol pagare.

Chi diavolo l'ha detto che la Storia procede solo in una direzione?

venerdì, maggio 08, 2009

La strada è ancora lunga e difficile, Presidente Obama...

...e, purtroppo, lastricata di troppi orrori...

E ora?

C'è qualcosa che fa ancora più schifo e paura, di un governo cinico che rispedisce i disperati dritti in bocca all'orrore da cui fuggono, disinteressandosi del loro destino di persone.
C'è qualcosa che fa ancora più vomitare, di quel minus habens razzista che propone di applicare l'apartheid sulla metropolitana di Milano.
E' l'idea che tanti, molti, troppi cittadini di questo paese, quando sentono queste cose, riescano a dirsi "è giusto"! era ora, perbacco!"

Ieri sera, nell'ambito della campagna elettorale per le amministrative di giugno, ho partecipato ad una serata sulla scuola. Ho introdotto l'intervento dell'Assessore Regionale all'Istruzione riepilogando le forme dell'attacco finale alla scuola pubblica sferrato da questo governo: la finanziaria 2008, con 7,8 miliardi e 142.000 dipendenti tagliati. La legge 169/08, ex Decreto Gelmini. La proposta di legge Aprea, il colpo finale, che distruggerà l'idea stessa di scuola pubblica e statale aprendo gli organi di governo della scuola ai finanziatori privati, trasformando l'educazione pubblica nazionale da diritto a semplice merce, punendo i docenti e lasciandoli alla mercè del mercato, cancellando quasi totalmente ogni forma di partecipazione di genitori e studenti.
L'Assessore ha raccontato brutalmente la realtà: per quest'anno le Regioni sono riuscite a salvare molte scuole ottenendo deroghe, i dirigenti scolastici stanno facendo alchimie numeriche per mantenere il servizio scolastico in termini almeno di orario. La qualità no, quella è già perduta, e la nostra scuola elementare (una delle poche cose di cui potevamo vantarci in Europa) verrà umiliata, ridimensionata. I prossimi anni sarà difficile salvare ancora le scuole piccole, gli esperimenti, le specificità: tutto tritato nel calderone ideologico di un "risparmio" che colpisce uno dei beni più importanti di un paese, il SAPERE.

Alla fine della serata, dal pubblico, è intervenuto un signore francese che vive da poco nel nostro paese (che scelta coraggiosa...)
Si è (e ci ha) chiesto semplicemente: "ma se poi alla fine tutto questo colpisce i vostri bambini ed i vostri ragazzi, che avranno una scuola peggiore, perchè gli italiani lo accettano senza protestare?".
Gli abbiamo risposto che ad ottobre ci sono state imponenti manifestazioni contro la trasformazione in legge del Decreto Gelmini, e che buona parte dei docenti e dei genitori è contraria a quanto sta accadendo.
"A ottobre? sei mesi fa? ed ora? io guardando la tv italiana non ho mai sentito nè capito nulla di quello che avete spiegato stasera".
Ed ora? Ed ora nulla. Abbiamo allargato le braccia, provando un po' di vergogna. Troppo difficile spiegare ad un europeo come si vive in un paese che ha deciso di impiccarsi da solo, e chiede al proprio governo di insaponargli la corda.

giovedì, maggio 07, 2009

La Romania che non conoscevamo

Se innumerevoli sono le testimonianze letterarie disponibili su come si viveva nel totalitarismo sovietico ( e più che alla penna di Solgenitsin penso allo sguardo dissacrante di Viktor Pelevin, di cui è doveroso leggere lo splendido "Omon Ra"), ben più difficile è avere testimonianze su come si viveva negli stati satelliti di quell'impero, ed in particolare in quello dominato dal delirante Ceasescu (nel quale, ripensandoci oggi, dobbiamo riconoscere innumerevoli e inquietanti tratti preberlusconiani: dal culto della personalità alla volontà di controllo totale del pensiero e della vita dei governati, dal mito delle "new town" - con conseguente deportazione forzata dalle campagne - all'insofferenza per qualsiasi tipo di critica).
Vi consiglio la lettura, a questo proposito, di
"Il Re Bianco", di Gyorgy Dragoman: è il suo primo romanzo pubblicato in Italia (da Einaudi). Nato nel 1973 in Romania, esponente della minoranza ungherese perseguitata dal regime, Dragoman vive in Ungheria dal 1988.

La vicenda si svolge in una città imprecisata della Romania, e la presenza di un episodio in cui si parla dell'incidente di Chernobyl la colloca temporalmente nella seconda metà degli anni Ottanta.
Dzsata ha undici anni, quando gli agenti della Securitate, sotto le vesti di compagni di lavoro, portano via da casa suo padre.
Il ritorno del padre, previsto entro una settimana, subisce ritardi sempre più ingiustificabili, fino a quando diventa chiaro che non si trattava di "lavoro", ma di "lavori forzati": per aver firmato un manifesto contro il regime, è stato mandato a scavare il Canale tra il Danubio ed il Mar Nero, soprannominato il "Canale dei Morti" a causa del sacrificio di migliaia di prigionieri politici morti a causa delle massacranti condizioni di lavoro.
La madre di Dzsata è ebrea, ed è odiata dal suocero che - a causa della "sovversione" del figlio, che considerano istigata da lei - perde repentinamente la condizione di potente elemento della nomenklatura cittadina del Partito: la vita di tutti si fa difficile, ma Dzsata tenta di proteggere la madre, di non darle altri pensieri oltre a quelli -devastanti - legati alla scomparsa del marito.
Anche lo stesso Dzsata, in quanto figlio di un elemento politicamente inaffidabile, vive la sua esclusione ufficiale dalle strutture giovanili previste dal Partito, salvo esservi ammesso clandestinamente quando le sue qualità sportive diventano utili.
Dzsata vive la sua vita di ragazzino in una società dominata dalla crudeltà e dalla violenza, figlie dell'oppressione e di una società che ha perso il proprio senso morale. I suoi amici ed i suoi coetanei usano il coltello con disinvoltura: picchiano duro, rubano e terrorizzano.Eppure Dzsata conserva la sua innocenza di bambino: sogna, gioca, spera, si indigna, resiste. Gode di quel che riesce a strappare ad un mondo cupo, con il cuore limpido ed uno sguardo solare che attraversa il fango ed il degrado senza contaminarsi, nonostante i ruoli terrificanti rappresentati dagli adulti: i professori che mentono e spaccano le ossa, gli allenatori sadici, il nonno ormai prossimo alla follia causata dall'esclusione sociale.
Scopre la bellezza e l'umanità negli esclusi (l'operaio col volto devastato dal vaiolo), la riconosce, se ne nutre per sfuggire al disastro.
Memorabile il lungo capitolo finale dedicato al funerale del nonno, che il Partito celebra nel segno della menzogna: denso di colpi di scena, di emozioni, di momenti comici e grotteschi.

Libro utile per comprendere cos'era uno stato totalitario in cui le persone avevano abdicato al pensiero ed all'umanità: per capire, anche, cosa stiamo rischiando di diventare. E, al contempo, per mantenere la speranza in chi è puro.

lunedì, maggio 04, 2009

Un "tragico incidente"...

...che sfugge via, subito, scivolando sulla cattiva coscienza della nazione e lungo le home page dei quotidiani.
Non sappiamo come si chiamasse, la ragazza di 14 anni uccisa ad Herat, in Afghanistan, dai nostri soldati. Non c'è un nome, non ci sono foto di lei (salvo quella dell'auto con il lunotto sfondato): non ci sarà neppure cordoglio, salvo quello finto del Ministro Frattini che dà la colpa ai terroristi (sono stati loro a premere il grilletto?).
E' una delle decine di vittime delle guerre dimenticate. E va dimenticata, anche lei.
Ci sono cose ben più importanti di cui parlare, a partire dal priapismo del Presidente del Consiglio. Scompaiono così dalla memoria e dalle coscienze la tragedia del Pinar e la giovane donna incinta, abbandonata su una scialuppa in attesa del risveglio delle coscienze dei governanti italiani e maltesi.
E le duecentotrentasette persone (senza nome nè passato, di cui è rimasto solo questo numero assurdamente preciso) che hanno perso la vita poco più di un mese fa, nel Mediterraneo.

Questo è solo quel che conosciamo. Quel che, di tanto in tanto, sfugge al clamore inutile, o viene servito per qualche giorno (o qualche ora, come la notizia in apertura) per variare il menù delle emozioni a comando.

Tra veline e fettine, masticate distrattamente davanti al televisore, muore l'UOMO, inesorabilmente, da entrambe le parti dello schermo.

Abuso di armi di distrazioni di massa

Ecco, solo poche settimane dopo lo sgomento pieno di parole che fece del terremoto in Abruzzo un pretesto per stringersi in un falso e velenoso "volemose bene", confondendo vittime e indiretti carnefici; e solo alcuni giorni dopo aver appreso che saremmo morti in tanti, tantissimi per la pandemia, siamo ora sconvolti dall'uragano Lario, che scopre con parole allarmate che razza di uomo si è tenuta al fianco per anni (ma fino ad ora, ha vissuto con un sosia? con una controfigura?), peraltro con un livello di condivisione di spazi e tempi infinitamente inferiore a quello di una famiglia normale (il che ha probabilmente diluito il dolore).
E così bocche e cervelli si affollano di nuovo di tutto il possibile pur di non lasciare spazio alle cose importanti: l'interrogarsi sulla vita e sul senso di essa, l'interrogarsi su se stessi e sulla propria strada.
Anche l'occasione della crisi (che coloro che furono incapaci di prevederla dichiarano ormai conclusa e superata senza conseguenze) rischia di essere perduta: i meno consapevoli ne usciranno più poveri e più ignoranti, meno liberi e meno riconosciuti.
Mentre scivoliamo nel gruppo dei paesi "non più pienamente liberi" rispetto alla libertà di stampa, quel che la maggioranza silenziosa chiede non è più verità, più attenzione: ma un maggior livello di erogazione della droga mediatica, per dimenticare tutto, per sempre, ed evitare la fatica di esistere.

giovedì, aprile 30, 2009

Irene e le rose (racconto)

(Un racconto del 2007 rivisto sulla base dei consigli dei lettori dei Quindici.)

Era una caldissima mattina di luglio del 2022, quando Irene finalmente decise di trasferirsi nella piccola casa in collina che un tempo era appartenuta ai suoi nonni.

Lasciare la città in cui era vissuta sin da bambina non sarebbe stato facile, ma – finita l’università – Irene là non aveva più nessuno.

I suoi genitori erano tornati da tempo al paese di origine, ed i suoi amici erano andati via da mesi: da quando fu chiaro che la situazione, nonostante le assicurazioni del Governo, non sarebbe più migliorata.

Là, nel modesto appartamento del quartiere in cui era nata, Irene non sopportava più il silenzio delle lunghe giornate afose, rotte solo dagli altoparlanti montati sulle auto della polizia.

Percorrendo a bassa velocità le strade deserte del quartiere, quelle voci ricordavano ai cittadini che le razioni di acqua venivano distribuite solo una volta al giorno presso i punti di raccolta, e che la corrente elettrica ci sarebbe stata solo di notte, per poche ore.

Irene finì di preparare la valigia, con pochi abiti leggeri e qualche libro. Guardò l’ora, calcolando che per prendere l’autobus che l’avrebbe portata in collina c’era ancora una discreta quantità di tempo. Si sedette al tavolo della cucina, sfogliando distrattamente il quotidiano acquistato poco prima.

Era leggero, e di carta di pessima qualità: a causa delle Grande Crisi Idrica il numero di pagine era stato drasticamente ridotto per decreto, per risparmiare energia. In prima pagina era evidenziato, come ogni giorno, il riepilogo delle severissime misure prese dal Governo per fronteggiare la Crisi: il razionamento dell’acqua potabile, la proibizione di tutti gli usi diversi dall’agricoltura e dal consumo umano.

Una foto sgranata mostrava il panorama della pianura padana, ormai un’immensa piana desolata, arida, con l’orizzonte sfocato da nuvole di polvere ocra. Irene la guardò distrattamente, perché a quel paesaggio si era abituata nel corso degli ultimi anni, guardandolo dalla finestra della casa in collina durante le estati passate a studiare.

Viste dall’alto, solo le coltivazioni e gli allevamenti splendevano di un verde intenso, ma si trattava ormai di piccole macchie cromatiche, in un deserto di prati ingialliti e fiumi ridotti a esili fili argentei.

Anche il Po, poco a poco, era praticamente scomparso. Irene sorvolò distrattamente con gli occhi un articolo che raccontava delle decine di tendopoli sorte nel letto del fiume: erano centinaia coloro che speravano di sfuggire alla fame coltivando qualsiasi cosa nascesse vicino alle poche, residue pozze putride di quello che un tempo era considerato un Grande Fiume.

Irene guardò l’orologio a muro: ancora dieci minuti, poi avrebbe abbandonato per sempre quelle stanze, quel tavolo di legno su cui aveva preparato, china, un incredibile numero di esami. Appallottolò il giornale gettandolo nel cestino dell’immondizia, finì lentamente di vestirsi e uscì, chiudendosi per sempre quella porta alle spalle.

*

L’autobus uscì lento dalla città, ed imboccò la strada ai piedi della collina, da cui si vedeva in distanza la pianura arrossata dalle polveri e dai fumi di carbone: ai bordi delle poche coltivazioni rimaste risaltavano gli scintillii delle recinzioni di filo spinato e delle garitte da cui l’esercito sorvegliava ed impediva alle popolazioni assetate di avvicinarsi agli impianti di irrigazione.

Irene volse lo sguardo fuori dal finestrino, e guardò in lontananza, oltre l’orizzonte offuscato, le montagne senza neve.

Le ultime precipitazioni nevose si erano verificate oltre dieci anni prima, poi tutto era stato abbandonato: i paesi, le località turistiche, gli impianti di risalita restavano immobili e deserti a testimonianza di un tempo che non sarebbe più tornato.

La gente era fuggita dapprima in città, dove molti avevano iniziato a vivere sotto i ponti cercando umidità e riparo dal calore asfissiante. Ma quando anche in città i controlli del Governo sull’uso dell’acqua si fecero strettissimi, ed i primi sciacalli -che scavavano danneggiando le tubature dell’acquedotto per rubare il prezioso liquido e rivenderlo al mercato nero- furono uccisi dalle Forze dell’Ordine, molte famiglie decisero che l’unica speranza di sopravvivenza fossero i boschi delle colline intorno alla metropoli.

Si attendarono in molti, allora, sotto i faggi ed i castagni, ritornando ad una vita primordiale, vivendo di frutti di bosco e di baratti , ricevendo acqua e viveri dalle popolazioni locali che ancora disponevano di pozzi non esauriti. In cambio davano quel poco di prezioso che avevano salvato dalla fuga – gioielli, denaro – o si offrivano, finito questo e nella maggior parte dei casi, come forza lavoro disperata e sfruttata.

Irene aveva la fortuna di avere ancora un luogo dove andare, e tra pochi minuti sarebbe scesa nella piazza del piccolo paese in cui, d’estate, passava le vacanze: ora sarebbe stato il suo rifugio.

Scese in piazza, quando l’autobus si fermò cigolando ed aprì le porte: era passato da poco mezzogiorno, ed il caldo era anche lì intollerabile. La sua attenzione fu attratta da un manifesto rosso appeso al muro: il Sindaco invitava i paesani alla vigilanza, ed a chiudersi in casa di notte.

La collina, si leggeva, era popolata di sbandati e di persone poco raccomandabili che vivevano alla macchia. La gente aveva paura, soprattutto dei profughi che giungevano dalla Russia: nel 2015 gli Stati Uniti d’America l’avevano invasa per assicurarsi le immense risorse idriche del paese, anticipando di poco un analogo piano di occupazione da parte di India e Cina.

L’Unione Europea non si schierò con nessuno dei contendenti, ma il suo territorio fu invaso da centinaia di migliaia di profughi russi.

La casa era a poche centinaia di metri dalla piazza.Irene la raggiunse quasi correndo, aprì sferragliando la porta di ingresso con la grande chiave lasciatale in eredità, ed entrò aspirando a pieni polmoni il familiare odore delle vecchie mura, che la difendevano dalla calura esterna. Aprì una delle imposte e guardò fuori, sul giardino e sulla valle sottostante.
Il frutteto, il vecchio roseto e le ortensie, che i suoi nonni coltivavano, prima di morire, negli anni in cui non c’era ancora lo stato di emergenza, erano ormai morti e mummificati da tempo.
Da oltre cinque anni era assolutamente proibito usare l’acqua per scopi di giardinaggio. I vivai erano stati tutti chiusi, ad eccezione di pochi considerati di “interesse nazionale”, in cui si tentava di salvare dalla scomparsa – con uno specifico progetto governativo – le specie floreali e le piante originarie del paese. Qui, la coltivazione era ovviamente sorvegliata dalla polizia, come capitava per qualsiasi attività in cui l’acqua era disponibile in quantità normali – ed avrebbe quindi potuto attirare l’interesse delle popolazioni o della criminalità.

Lo sguardo di Irene spaziò da destra a sinistra, accarezzando quei colli amati.

La collina aveva quindi perso il suo aspetto vivace di molti decenni prima, ed erano scomparsi i vasi di gerani alle finestre, e dai giardini gli arbusti, le rose e le ortensie, gli orti, ed anche gli alberi da frutta non fiorivano più e seccavano in seguito alla lunga siccità. Anche se qualcosa fosse sopravvissuto, le leggi speciali della Grande Crisi Idrica impedivano severamente ogni forma di coltivazione autonoma ed individuale. Qualcuno lo faceva lo stesso, in clandestinità, nonostante le severe pene previste, per produrre qualche frutto stentato o qualche ortaggio rachitico – che aveva comunque un valore altissimo sul mercato nero.
Dal 2010 gli effetti dei cambiamenti climatici si erano fatti sempre più evidenti ed irreversibili, e la serie di inverni senza freddo e senza precipitazioni era continuata facendo capire che non si sarebbe trattato di episodi. I governi delle maggiori potenze mondiali (Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina, India) si erano riuniti per giungere ad un accordo che stabilisse un battuta di arresto nelle attività che avevano influenza sul clima, ma senza successo. Le potenze occidentali non intendevano ridiscutere il tenore di vita delle proprie popolazioni, le potenze emergenti non intendevano fermare i propri piani di sviluppo.
La situazione delle risorse idriche divenne così critica che ogni governo europeo dovette varare delle leggi speciali. La scarsità di acqua dolce impose una sorta di economia di guerra, che ebbe riflessi immediati sull’attività industriale e sulla economia.

Si interruppe l’erogazione dell’acqua via rubinetto, ed ogni famiglia aveva diritto ad una quantità giornaliera di acqua – erogata con le autobotti nelle diverse località – sulla base del numero dei componenti e della loro età.

Le lunghe code nelle piazze, con le taniche in mano, divennero presto familiari, ed in molti casi la principale attività quotidiana di molti componenti delle famiglie.

La quantità di acqua disponibile era così ridotta che presto divenne impossibile tenere pulite le case, lavare bene i piatti e farsi il bagno: l’acqua veniva usata esclusivamente per calmare la sete.

L’acqua minerale, nei negozi, era diventata rarissima ed a prezzi proibitivi: un genere di lusso che veniva comprato dai pochi privilegiati quasi di nascosto, ed a rischio di rapina.

Le piscine all’aperto, in stato di abbandono, si erano trasformate in polverosi parchi giochi per i ragazzi.

*

Gli amici di Irene si erano dispersi tutti, nel corso degli anni. Molti di loro si erano trasferiti nel Nord Europa, dove il clima era diventato quasi mediterraneo. La Norvegia, ad esempio, aveva quasi raddoppiato la sua popolazione nel giro di pochi anni, anche grazie al fatto che la neve ed il gelo – in inverno – erano sempre più limitati a poche settimane di vero inverno.

Irene, in quella piccola casa in collina, custodiva da sempre un segreto: ed una delle prime cose che fece, dopo essere arrivata, fu di andare, con il cuore in gola, a riappropriarsene.

Nel piccolo giardino ormai in abbandono, tra il capanno degli attrezzi ed il muro che divideva la casa dal terreno del vicino, in uno spazio di un metro quadro illuminato di rado dal sole, era sopravvissuto – seminascosto, clandestino, sovversivo - un cespuglio di rose Alba.

Irene soffocò un grido di gioia, nonostante le condizioni del cespuglio.

Miracolosamente e misteriosamente sfuggito alla morte per sete, il cespuglio non era più cresciuto in altezza da anni, ma conservava la capacità di emettere ancora due o tre rose l’anno – bianche, a fiore semplice, dal profumo forte ed intenso – che spuntavano come gioielli tra il rado fogliame, spesso decimato dal mal bianco.

Irene amava quelle rose, le amava pazzamente: rappresentavano per lei la vita, la speranza, il ricordo di tutto quello che di bello, profumato e dolce c’era nel mondo – il suo mondo – prima della Crisi, della polvere, della scomparsa della vita e dei colori.

Per qualche tempo dopo l’inizio delle leggi speciali, Irene aveva con ogni cautela (se l’avessero vista, sarebbe stata arrestata ) utilizzato l’acqua di un vecchio, piccolo pozzo presente nel giardino.

Una volta ogni due o tre settimane, in estate, tirava su un secchio di acqua, ormai verde e salmastra, per diffonderlo amorevolmente attorno al colletto del vecchio cespuglio, attorno al quale aveva scavato una piccola fossetta circolare in cui concentrare le poche forme di energia – acqua salmastra, appunto, residui di foglie secche e polverose, qualche manciata di erba strappata per strada… - che ancora poteva fornire alla pianta.

Irene aveva paura: che qualcuno la scoprisse.

Che le Forze dell’Ordine sentissero quel profumo, che qualcuno gettasse passando uno sguardo di là dal muro e la tradisse. Che qualcuno la vedesse al pozzo, o peggio ancora nell’atto di versare l’acqua alla base del cespuglio.

Poi, il vecchio pozzo si asciugò irrimediabilmente.

Per qualche tempo, Irene condivise la propria razione d’acqua con le rose. Ma la sete era spaventosa, e spesso dalla sua tanica, appena dopo averla ritirata, Irene donava parte della sua razione a famiglie del paese con figli piccoli, ammalati e piangenti.

Per lei ne restava pochissima, ed anche metterne da parte a sufficienza per le rose, ed innaffiarle ogni due settimane, divenne presto impossibile.

Così, Irene fu costretta a fare quel che non avrebbe mai voluto fare.

In paese, tra la gente in coda, tutti sapevano che il vecchio Robelli vendeva acqua al mercato nero.

Disponeva di un pozzo di acqua dolce che attingeva da una falda non ancora estinta, e poi aveva certi legami con qualche potente che gli consentivano – diceva la gente – di avere persino l’acqua corrente in casa per qualche ora al giorno.

Robelli, un settantenne dal viso prosciugato dall’avidità che viveva in una grande casa poderale ai margini del paese, accettava in pagamento qualsiasi cosa: denaro, preziosi, gioielli, ma anche capi di vestiario, lenzuola, asciugamani.

Non disdegnava il baratto con qualche giornata di lavoro forzato – il taglio della legna, principalmente. Ma si sapeva, si sapeva che lo si poteva pagare anche con il proprio corpo.

Molte donne del paese lo avevano già fatto, per disperazione, e soprattutto lo facevano le cittadine sfollate in collina, sperando che con il ritorno alla normalità ed alle case, quando la Crisi fosse finita, tutto sarebbe stato dimenticato come un brutto incubo.

In una sera di quella lunga estate, dopo aver atteso il tramonto e osservato con apprensione il cespuglio sempre più sofferente, Irene partì, nel buio, e si recò a casa di Robelli.

Irene, camminando verso la grande casa, ignorò le persone che, fuori dalla soglia, trattavano sommessamente con i dipendenti di Robelli – aveva dovuto assumere qualcuno per gestire i suoi traffici -; ignorò le loro occhiate sarcastiche e laide, e chiese di vedere il vecchio.

Due ore dopo, era di ritorno a casa con cinque litri d’acqua in tre bottiglie di plastica che nascose sotto la camicia. Aveva gli occhi colmi di lacrime ed il cuore in rivolta.

Lo scambio con Robelli era così insopportabile, per Irene, che tentò di evitarlo il più possibile. Ma vedere il cespuglio morire lentamente era una vista insopportabile, ed avrebbe fatto qualunque cosa – qualunque cosa – per evitarlo.

Le foglie cadevano inesorabilmente, una ad una, attaccate dalla malattia, ed alla fine dell’estate solo un’ultima, piccola rosa bianca stava per fiorire.

Irene la vide, nel giro di pochi giorni, sbocciare, rilasciare il suo delizioso profumo e poi, lentamente, ripiegare, abbandonarsi, sfiorire.

Quando l’ultimo petalo cadde a terra, Irene li raccolse delicatamente tra le mani: tuffò il suo viso in quel soffice profumo, lo inspirò a fondo ad occhi chiusi.

Capì d’un tratto, e irrimediabilmente, che il cespuglio aveva perso vita, speranza: che sarebbe stato, da quel momento, null’altro che un pezzo di legno contorto e morto.

Che tutto era finito.

Lasciò cadere i petali a terra, senza preoccuparsi – come aveva sempre fatto con estrema attenzione – di sotterrarli, per evitare che un refolo di vento potesse tradire l’esistenza delle rose ad occhi estranei.

Afferrò forte con le mani i rami nudi, sentì le spine morderle la carne, e il cuore sanguinare, e le lacrime roventi scivolare lungo la guance arrossate.

Stette lì, a lungo, immobile, ad aspettare che l’aria diventasse meno rovente, e il cielo rosso, ed infine stellato.

*

Poi, improvviso, si alzò il vento: un vento forte, impetuoso, selvaggio.

Strappo’ i petali caduti al suolo, li rialzò, li fece turbinare nella notte chiara.

Scompigliò i capelli di Irene, le sollevò la gonna fino a costringerla a muoversi.

Lei si alzò con difficoltà, e rivolse gli occhi verso il cielo, a guardare i petali bianchi che salivano a spirale, sempre più su.

Li vide passare, come uccelli, di fronte alla luna che si era fatta luminosa, immensa, spaventosamente vicina.

Irene sorrise: forse la speranza non era morta, non era scomparsa per sempre;aveva solo bisogno di trovare un nuovo luogo, una nuova casa, qualcuno – o qualcosa - che se ne prendesse cura.

Forse, semplicemente, non era più qualcosa che gli esseri umani potessero comprendere.

martedì, aprile 28, 2009

Qiu Xiaolong e l'ispettore Chen Cao

Mi sono appena bevuto d'un fiato, e con estremo piacere, l'ultimo ("Ratti rossi",2006) dei quattro libri di Qiu Xiaolong fino ad ora tradotti in italiano.
Avevo iniziato con "Visto per Shangai" (2002), e poi proseguito con il primo, bellissimo romanzo dell'intera serie, dedicata all'ispettore capo della polizia di Shangai Chen Cao: "La misteriosa morte della compagna Guan" (2000).
Amo il genere poliziesco: in questo caso, poterlo unire con una descrizione così dettagliata della Cina di oggi consente insieme di godersi l'intreccio ed imparare molte più cose su quel paese di quante se ne otterrebbero da uno degli innumerevoli saggi sulla Cina contemporanea scritti da Federico Rampini.
Chen Cao non è solo un ispettore capo, ma è anche un importante membro in ascesa del Partito Comunista, nonchè poeta e traduttore dell'amato Thomas Stearn Eliot (e qui il personaggio coincide con l'autore).
E' dunque combattuto tra la fedeltà all'organizzazione ed al Partito, in cui crede nonostante le continue delusioni che giungono dalla politica di "modernizzazione" (e qui pare di cogliere, nell'amarezza e nella delusione di Chen, una certa assonanza con alcuni tratti che Camilleri assegna spesso a Montalbano), e la curiosità verso la cultura del resto del mondo.
Il suo mondo è popolato di vecchi e prestigiosi compagni, protagonisti della rivoluzione, e giovani pescecani perfettamente a proprio agio nella più spericolata ed esagerata ricchezza, spesso incoraggiata dal Partito; da poliziotti tenaci e poveri costretti in case minuscole (da 8-10 metri quadri!) e vecchi vestiti lisi; da nuovi eroi della televisione commerciale e anziani funzionari di partito.
I dialoghi, in particolar modo quelli tra Chen ed i suoi superiori, sono spettacolari: in "Ratti rossi", ad esempio, il colloquio iniziale dell'ispettore con il compagno Dong, pezzo grosso del partito implicato in un caso di corruzione, è un capolavoro di comunicazione implicita, trasversale, mafiosa.
Noi giudicheremmo questi dialoghi allusivi ed evasivi, soprattutto per l'abitudine di citare versi risalenti ai tempi delle antiche dinastie imperiali, ma Chen ne trae motivi di riflessione utili per capire come il Partito intende procedere (ed in genere non sbaglia mai, anche quando decide di agire comunque di testa sua ignorando i messaggi che tentano di fermarlo).
Come in Montalbano ed in Vazquez Montalban, il cibo ha una grande importanza ed una grande attrazione sui personaggi dei romanzi. E' fondamentale, e segna i passaggi salienti dell'inchiesta, si tratti del menù tradizionale di un lussuoso ristorante sul fiume o di un piatto di spaghetti da asportare in un semplice chioschetto nei quartieri più popolari di Shangai.
(Raffaele Miraglia offre qui una bella e succulenta dissertazione sul rapporto tra Chen Cao - e gli altri personaggi dei romanzi- e la cucina cinese.)
Per quanto riguarda l'amore...Chen, persona colta ed attraente, non è per questo più fortunato dei suoi colleghi di carta di tutto il mondo (impossibile trovare un poliziotto, Maigret a parte, che possa vantare una vita sentimentale - o, addirittura matrimoniale - serena e "regolare").
Non ha una situazione disastrosa come il Kurt Wallander di Henning Mankell, o come il commissario Eberhard Mock del polacco Marek Krajewski: ma nessuna delle sue relazioni si compie, tantomeno quella - complicata dalla diversità culturale, che permane nonostante le infinite affinità - con la collega statunitense esperta di cultura cinese.
Il ritmo dei romanzi è tranquillo, ma non impedisce che i colpi di scena sorprendano il lettore con una discreta frequenza: e rendano impossibile abbandonare la vicenda e le pagine che la raccontano.
Chen non è propriamente un vincitore: nella sua ultima inchiesta, capisce di essere stato usato dal Partito come diversivo, sente il peso di due morti provocate dal suo agire, ma riesce comunque a colpire, con un atto di giustizia, un attimo prima di essere definitivamente esautorato.
Il suo ruolo nel partito è sempre in bilico, perchè la sua modernità è insieme necessità e pericolo per l'organizzazione. Chen si muove con attenzione tra i pericoli, usa con moderazione le sue conoscenze nel mondo di confine che ha contatti con le Triadi, riesce a mantenersi integro e degno di rispetto.
Ed anche se Qiu-Xialong non descrive mai l'aspetto fisico di Chen, alla fine ne ricaviamo comunque un'immagine gentile ed antica, ed al tempo stesso solida e moderna, di fronte alla quale viene spontaneo inchinarsi (e magari sedersi allo stesso tavolo per condividere una zuppa di ravioli).

lunedì, aprile 27, 2009

Milano, 25 aprile

E' il pomeriggio di un sabato radioso e caldo, a Milano , quando spuntiamo davanti ai bastioni di Porta Venezia in mezzo alla folla colorata e di ogni età convenuta per la manifestazione nazionale del 25 aprile promossa dall'ANPI.
Risaliamo lentamente il corteo antifascista, assai corposo ("Repubblica" dirà che eravamo sessantamila: non male per chi, come l'ANPI, non ha nè la struttura organizzativa nè il richiamo di un partito o di un sindacato).
Sfioriamo gli striscioni, le bandiere, i corpi delle persone che sono per l'ennesima volta scese in piazza per manifestare fisicamente la loro esistenza e la loro appartenenza: e ci sentiamo a casa, perchè siamo tra la nostra gente, sorridente e tranquilla.
I labari e gli striscioni, e soprattutto i partigiani dell'ANPI sono giustamente applauditi con calore dalla folla (almeno altrettanto numerosa) che fa da cornice al corteo lungo il suo percorso: c'è commozione, rispetto, riconoscenza, ed anche qualcosa che stringe il cuore, quando di tanto in tanto sorge spontaneo, lanciato da qualche voce che subito viene accompagnata amorevolmente da altre voci, un canto partigiano.
Giungono nel corteo Franceschini e Di Pietro, anch'essi applauditi e riconosciuti come "nostri".
Qualche problema in più ce l'ha la Brigata Ebraica, dal cui spezzone (accudito saggiamente ai lati dalla polizia) si erge anche un vessillo americano.
Ma la cosa, a differenza di altri partecipanti, non mi indigna nè mi turba: il nostro 25 aprile è stato possibile anche grazie (e non solo "malgrado") a quella bandiera, che in questo corteo ha molto più diritto di cittadinanza di altre entità che hanno molti più problemi a relazionarsi con questa ricorrenza.
Il corteo attraversa simbolicamente Piazza Fontana, a quasi 40 anni dalla Strage di Stato impunita, e si scioglie infine nell'immensità di Piazza Duomo, dove dilaga, occupandola tutta, ed ascolta ed applaude i relatori dell'ANPI, della FAIP e dell'ANED.
Qualche fischio per interposta persona, all'inizio del suo intervento, lo prende un Assessore del Comune di Milano, ma visto che in realtà ad essere fischiata è l'assenza della Moratti la contestazione finisce quasi subito.
Non così bene va, qualche intervento più tardi, al Presidente della Regione Formigoni. La piazza (TUTTA la piazza) copre interamente le sue parole con fischi ed urla.
Io tengo un atteggiamento sobrio, ma quando, in un attimo di abbassamento del livello sonoro della contestazione, lo sento dire che "il 25 aprile è diventata una data simbolo non solo della Liberazione dal nazifascismo, ma da ogni totalitarismo", allora scappa un urlo anche a me, perchè le ricorrenze non vanno riscritte a proprio piacimento, e questa deve rimanere quel che è: la Festa della Liberazione.
Ci rinfranchiamo con le parole di Epifani ("si può anche arrivare tardi, per ultimi, a capire il significato di questa data: ma bisogna farlo con la dovuta umiltà"), e poi del Presidente Emerito Oscar Luigi Scalfaro, che ci rimbrotta un po' per non aver ascoltato Formigoni e ci ricorda che "gli italiani sono eccezionali nei momenti eccezionali, ma nei momenti normali a volte avrebbero bisogno di una botta in testa".
Un ultimo applauso, e si va: con la consapevolezza che questa non potrà mai essere "la festa di tutti", ma solo di chi ha capito e scelto.

venerdì, aprile 24, 2009

Terremoto/2

Ricevo e pubblico:

"Ciao a tutti. Oggi è il 20 aprile 2009.

Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all'alba del 6 aprile 2009.

Io, fisso il mio sull'ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l'ombra..


Vi scrivo da Colle di Roio (AQ) uno dei paesini colpiti dal sisma del 6 aprile 2009.
Il mio paese.
Trovo molto difficile fare ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò.
E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell'autore.

Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in una quarantina di tende.
Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a Laura, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana dall'inaspettato evento), era andata sviluppandosi.

Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di polizia etc...) , inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e nel suo sistema organizzativo.

La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei volontari; il resto da' l'impressione di drammatica improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il problema fin dall'inizio.
Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell'inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in via XX settembre a L'Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa...) avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni...
Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza.

Ed invece mi trovo a dover raccontare che le prime venti tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti del sisma), con l'aiuto di una manciata di instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di mia proprietà, acquistato "sia mai dovesse servire", e con quello di un volontario; che siamo stati dotati di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso...) stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito dell'intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili; che che fino dieci giorni dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende. Vi ricordo che in Abruzzo ed a L'Aquila in particolare la primavera fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera...), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa.
Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza.
Condivido il ragionamento.

Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all'atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni.

Cosa comporta tutto questo?
Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra...poveri.
Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?
La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l'aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza domenicale???
A questo si aggiungano l'inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza.

Qualcosa di buono però ragazzi l'ho imparato.

Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune.

Un'ultima noticina.
Due giorni fa la Protezione
Civile si è riunita con gli esperti, ed ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all'alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e azzerasse l'economia e la vita di migliaia di persone...ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico...

Però dei regali li ho ricevuti.
Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rasseganzione, senza mai un lamento.

Un'altra cosa.

Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l'areo o la macchina e si faccia un giro per L'Aquila e d'intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle.
I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa...
Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville?

Le virtù umane travalican
o gli eventi, le sue miserie non hanno confini.

Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono amici.
La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.


Un saluto a tutti.

Pierluigi"

mercoledì, aprile 22, 2009

Schizzi di fango sul 25 aprile

So che Franceschini si rivolgeva all'Istituzione, al Presidente del Consiglio, quando ha avuto l'idea di invitare l'Istituzione stessa ad una doverosa presenza alle manifestazioni del 25 aprile.
Purtroppo l'Istituzione è oggi posseduta da chi sappiamo, e prima di parlare all'Istituzione occorrerebbe un esorcismo: perchè sennò la risposta viene sempre, sgraziata e stridula, dal demone del leader più amato del mondo dopo Kim Jong Il.
Ed ovviamente è andata così anche stavolta: la risposta è stata provocatoria, così come sarà provocatoria la presenza dell'Istituzione Posseduta, ovunque essa decida di andare.
Uno dei bollettini parrocchiali di quella fazione preannuncia infatti che l'omaggio principale dell'Istituzione Posseduta avverrà al cimitero americano di Nettuno, con una chiara, visibile scelta di ignorare la parte più sgradita dei "liberatori".
Ciò mi consola, perchè partecipando alla manifestazione di Milano avrei provato un fortissimo imbarazzo rispetto ad un eventuale presenza di costui. Avrei voluto applaudire l'Istituzione e contemporaneamente sputare in faccia al demone, e probabilmente avrei scelto infine il silenzio: ma la rovina della manifestazione sarebbe stata garantita.

Ma ecco che il risultato è stato ottenuto anche questa volta: invece di parlare del 25 aprile e di quello che rappresenta, parliamo degli schizzi di fango e dei fastidiosi rumori prodotti da chi odia la Repubblica del 25 aprile. L'ennesima arma di distrazione di massa, dopo una provvidenziale catastrofe nazionale, è usata per distrarre da quel che siamo diventati (per fortuna c'è chi riesce ancora a vederlo benissimo, e lo racconta senza specchi deformanti: non perdetevi il post odierno di Artemisia su come viene vista l'Italia dai corrispondenti dei giornali esteri!).

UPDATE: il bollettino parrocchiale non era ben informato: non andrà a Nettuno ma ad Onna, teatro nel 1944 di una strage nazista che costò la vita a 16 persone.


lunedì, aprile 06, 2009

Con Berlusconi, c'è sempre di peggio di quel che si vede

Ieri pomeriggio Lucia Annunziata ha segnalato una notizia presente sulla prima pagina del New York Times, chiedendosi se oggi sarebbe apparsa sui quotidiani nazionali.

Mentre verifico, intanto ve la do.

Dal New York Times (http://www.nytimes.com/2009/04/05/world/europe/05prexy.html?_r=1&scp=1&sq=erdogan%20berlusconi&st=cse):

"Efforts to sway Turkish officials over the leaders’ lavish dinner Friday at a casino in Baden-Baden, Germany, failed, as did a telephone call by Prime Minister Silvio Berlusconi of Italy to Turkey’s prime minister, Recep Tayyip Erdogan.

But behind closed doors, the deal was done. According to senior European diplomats, Turkey was given at least two NATO jobs, including a deputy to the deputy secretary general, who is an Italian."

Insomma: secondo la fonte del NYT, la Turchia ha accettato la candidatura di Rasmussen alla Segreteria della NATO non per la telefonata del Gran Giullare, ma in cambio di due posti nell'organizzazione, di cui uno tolto all'Italia:-)))

Ebbravo il telefonista!:-)))

PS: un applauso convinto ai ragazzi italiani che ieri, durante il discorso di Obama davanti al Castello di Praga, hanno innalzato lo striscione "Obama, sorry 4 Berlusconi!": l'ho visto apparire d'improvviso durante il servizio del Tg3, provando un moto di orgoglio (naturalmente la scena non si è vista su nessun altro telegiornale Rai...)

venerdì, aprile 03, 2009

Scomparire nel rumore più assordante

Mai, come in tempi di crisi, si fa così forte il dispiegamento delle "armi di distrazioni di massa".
La quantità di rumore artificiale è sempre più forte: persino Berlusconi deve portare all'estremo le sue spregevoli doti da giullare, affinchè oggi si parli della sua ennesima vergognosa performance da italiano in vacanza, e si dimentichi cosa sta accadendo, fuori, nella vita reale (obbligando anche il povero Obama a fare una figura peregrina: la foto di oggi con i leader del mondo obbligati a diventare clown sorridenti grazie al Nostro è una delle cose più tristi che sia dato di vedere).

Di Brunetta, insultatore e provocatore professionista di intere categorie di lavoratori, non parliamo nemmeno più: ma di certo sa come fare rumore anch'egli, e della qualità peggiore.

Molto meno rumore fanno le vetrine in frantumi, o il rumore dei manganelli sulle teste di chi scompare dalla vita insieme al proprio lavoro, da Riga a Londra a Strasburgo...e speriamo non domani a Roma, o il 25 aprile a Milano, anche se a chi non è più visibile non resta che offrire in sacrificio mattoni e teste da rompere, per invocare il diritto di esistere.

Assolutamente nessun rumore, invece, fanno le non-persone, gli altri, gli inesistenti per definizione.

Provate a cercare traccia, sui giornali, dei migranti dispersi solo tre giorni fa, al largo della Libia, in un naufragio che ha coinvolto almeno uno dei barconi della speranza (e della disperazione).
237 persone, è già un miracolo che di loro resti un numero preciso: uomini, donne, bambini scomparsi nel nulla, nel silenzio e nell'indifferenza, mentre i Gran Giullari ridono e spergiurano che tutto è a posto.


Dall'agenzia ASCA: