venerdì, giugno 03, 2011

Alzheimer avanzato

Giugno 2011...
Berlusconi: "Referendum inutili e senza conseguenze sul governo"

ROMA - Silvio Berlusconi torna a parlare del risultato delle amministrative. Intervenendo a La telefonata di Maurizio Belpietro su Canale5, il presidente del Consiglio ripete quanto aveva già detto: "Abbiamo subito un gol ma continuiamo a vincere e a condurre per 4-1". E continua riassumendo quello che a suo parere è stato l'esito delle elezioni degli ultimi anni: "Riconosciamo la sconfitta. L'abbiamo fatto anche nel '96, quando avvenne a seguito del ribaltone propiziato da Scalfaro, l'abbiamo fatto nel 2006 quando siamo stati battuti per 25 mila voti dai brogli della sinistra. Poi gli elettori hanno capito e dal 2008 abbiamo sempre vinto".

Il premier ribadisce poi la sua opinione sulle eventuali primarie nel Pdl: "Io non sono contrario, purché si arrivi ad essere certi che i votanti siano davvero sostenitori del nostro partito e non infiltrati della sinistra". Quanto alla scelta del nuovo nuovo segretario politico, Berlusconi assicura che Angelino Alfano avrà pieni poteri. "Alfano avrà tutti i poteri che gli verranno delegati attraverso la modifica dello statuto dal presidente (del Pdl, ndr), e sarà lui a dare ai tre coordinatori i compiti che riterrà opportuno conferire a ciascuno di loro", spiega il premier.

Al centro della conversazione, anche i prossimi referendum. Quello del 12 e 13 giugno sul nucleare , sostiene il presidente del Consiglio, sarà un voto "inutile" e in ogni caso "il governo rispetterà il
volere dei cittadini". "Non daremo nessuna indicazione ai nostri sostenitori che avranno anzi libertà di scelta - spiega - anche se questi referendum nascono da iniziative demagogiche". "Il quesito sull'acqua - prosegue - è del tutto fuorviante perché non è vero che la legge che si vuole abrogare voglia privatizzarla ma solo porre fine a sprechi. E sul nucleare - dice ancora - le norme sulla localizzazione delle centrali sono state già abrogate e quindi si chiede ai cittadini di votare sul nulla".

Ad ogni modo, assicura Berlusconi, "ci asteniamo dal prendere posizione e ci adegueremo alla volontà dei cittadini". E l'esito della consultazione "non avrà nulla a che vedere sul governo". Nessun problema, secondo il premier, neppure nei rapporti con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. "Dovremmo fargli un monumento - dice - perché stiamo uscendo dalla crisi senza adottare le misure che hanno invece adottato gli altri paesi europei". "Noi - aggiunge - non abbiamo aumentato nessuna imposta e non abbiamo messo mai, mai le mani nelle tasche degli italiani". "Abbiamo il dovere di arrivare al 2013 per onorare il patto con gli elettori del 2008 e dobbiamo arrivarci perchè è l'unico esecutivo in grado di garantire la governabilità", afferma ancora il Cavaliere.

(03 giugno 2011)



e Giugno 2006...


Referendum, l'attacco di Berlusconi
'Dare una lezione al governo Prodi'


<B>Referendum, l'attacco di Berlusconi<br>'Dare una lezione al governo Prodi'</B>

Silvio Berlusconi

ROMA - "Votare Sì per dare una lezione al governo Prodi, al governo con undici ministri comunisti, in cui ci sono ministri che vanno in piazza assieme ai centri sociali e con gli omosessuali, che mettono ex terroristi a capo delle commissioni parlamentari e che rappresentano il partito delle tasse". Per Berlusconi la campagna elettorale non è finita. Dai microfoni di Gr1, il leader della Casa della libertà getta benzina sul referendum costituzionale di domenica. Una raffica di accuse alle sinistra che ricalcano i toni accesi di tre mesi fa quando gli elettori erano chiamati a rinnovare il Parlamento.

"Il governo delle sinistre - ha attaccato ancora l'ex premier - si è rivelato essere quello che avevamo detto in campagna elettorale: lo schieramento dell'invidia sociale delle tasse. In questo senso il referendum acquista un valore politico che va al di là dei suoi contenuti".

"Dialogare con la maggioranza?", si è domandato il presidente di Forza Italia. "Se vincono i No sarà impossibile. Il dialogo per migliorare la riforma potrà cominciare solo se vinceranno i Sì".

Questo il messaggio di Berlusconi agli elettori e al governo della sinistra, quella sinistra "che usa sempre parole contrarie ai fatti".

(20 giugno 2006)

mercoledì, giugno 01, 2011

L'ennesimo rigurgito fascistoide

E ci risiamo. Di nuovo. Questa volta è il PDL a presentare una proposta di legge per equiparare i repubblichini ai partigiani.
Se cliccate qui, vedrete come ci provarono già nel gennaio 2006 e nel gennaio 2009: non aggiungerei una parola di più a quanto già detto allora. Ed allo schifo conseguente.

giovedì, maggio 26, 2011

Gli occhi di Ueshiba

Stumf!

Rimango sempre stupito del modo leggero in lei cui riesce a proiettarmi sul tatami.
Non riesco neppure a rendermi conto della traiettoria del volo: vedo solo il suo sorriso calmo, la sua mano che si avvicina alla mia e poi sento, un attimo dopo, la carezza soffice del tappeto, e vedo il mondo sottosopra.

Mi rialzo, rapido, e riassetto il keikogi.
Rieseguo l'attacco, levando e calando la mano destra a mo' di pugnale verso il suo capo - shomenuci! - , e di nuovo volo, verso il fondo della palestra, questa volta.

"Hatè!", urla secco il Maestro. E' finita, per oggi.
Ci allineiamo rapidi di fronte a lui, in posizione di seiza.
Chiudo gli occhi, respiro profondamente, ed immagino la mia energia vitale che entra ed esce dal mio KI, tre dita sopra l'ombelico, come una nebbia azzurra.
Ma lei è accanto a me, e il suo profumo leggero mi inonda le narici, mi solletica i sensi.
"Doumo arigatou gasteimazta", grazie per ciò che ci hai insegnato, sussurriamo collettivamente inchinandoci verso il ritratto del Grande Vecchio.
La lezione è finita.
Arretriamo a piedi nudi fino alla estremità più lontana del tatami.
Un ultimo inchino verso il ritratto del Fondatore, e poi si va.

Infilati i sandali, ci dirigiamo verso gli spogliatoi. Inspiro profondamente.
Adoro il profumo del cotone grezzo e spesso del keikogi impregnato del mio sudore, dopo due ore di fatica.

La seguo con lo sguardo, fino a quando scompare dietro la porta dello spogliatoio femminile.

Apro la porta del nostro, siamo in sette, entriamo silenziosi e dolcemente svuotati di tutte le tensioni.
Ci spogliamo e ci infiliamo sotto le docce - sensazione assolutamente meravigliosa.

La schiuma scivola via, portandosi nello scarico le tossine espulse dallo sforzo fisico.
Mi accarezzo il corpo con vigore e voluttà, pensando ad un racconto sensualissimo che ho letto di recente: mi fa sorridere, il contrasto tra questi corpi sudati e (spesso) tatuati e la sensualità di una doccia femminile preceduta da uno strip molto più eccitante del nostro.

Penso ad un sacco di cose, sotto la doccia.
Penso ad una vecchia canzone di Gaber, "Shampoo", e la canticchio tra me.
Penso a ciò che farò dopo.
Penso a lei. Che in questo momento, a pochi decine di centimetri da me, oltre questa parete, sta facendo la doccia.

Chiusa l'acqua. Accappatoio indossato(soffice).
Mi rivesto lentamente, sto bene da dio.

Saluto i compagni, esco e mi inebrio di luce crepuscolare e di frizzante aria di primavera.
Torno verso casa a piedi, solo.

Un sorriso mi increspa le labbra. La mente è vuota, libera.
So che ora potrei dirle tutto, se l'avessi qui di fronte a me: in silenzio, senza pronunciare nemmeno una parola.

Una di quelle parole che ci intossicano, ci avvelenano, ci zavorrano, quando cerchiamo disperatamente di tradurre in suoni e frasi e concetti le emozioni più elementari e naturali.

Mi siedo su una panchina, lo sguardo rivolto verso la collina. Le braccia rilassate sullo schienale, dietro a me. Gli occhi chiusi, a sentirmi.
No, non parlerò più. Non ne sento più il bisogno.

Non mi accorgo neppure che lei mi passa davanti e, come ogni lunedì pomeriggio, mi saluta gioiosa con un cenno e prosegue sconsolata di fronte alla mia indifferenza.

(Maggio 2003)

mercoledì, maggio 25, 2011

Fatemi capire.

Tremonti, di fronte a non so che genere di platea (giornalisti? funzionari?), per contestare il rapporto ISTAT di cui parlavo nel post di ieri afferma testualmente (qui la prova video):

"Leggo: un italiano su quattro è povero. Alzi la mano chi di voi è povero. Nessuno."

Tra una frase e l'altra non ci sono pause nè attese, ovviamente.

(Vieni, Tremò, vieni in un quartiere operaio a far lo stesso numero. Vedi come te le alzano, le mani. Addosso.)

E' come se io entrassi in un bar e dicessi:
"Leggo: un italiano su tot evade le tasse. Alzi la mano chi è evasore fiscale. Nessuno."
Quindi non esistono gli evasori fiscali. Se lo facessi, mi prenderebbero giustamente a schiaffi.

Ma io sono un pirla qualunque, e quello DOVREBBE ESSERE un ministro.

*

Dunque: nel decreto omnibus approvato ieri alla Camera c'è anche la moratoria sul nucleare. Lo scopo dichiarato è quello di evitare il referendum, perchè il disastro di Fukushima porterebbe gli italiani a votare con uno stato d'animo "troppo emotivo".
(In effetti i sardi sono stati assai "emotivi", sull'argomento).

Poi, nella Milano di questi giorni, è tutto un richiamo all'emotività più becera, cianciando di paure di zingari e islamici e terroristi e furti d'auto e annullamento della diversità di genere sessuale.

Allora, ci vorrebbe un provvedimento per sospendere anche il ballottaggio, no, visto che i milanesi stanno andando a votare con uno stato d'animo "troppo emotivo"?

martedì, maggio 24, 2011

Almeno tacete, perdio.

Non mi risulta che nessun esponente del governo (ma posso sbagliarmi) abbia commentato finora i terrificanti dati forniti dal rapporto annuale ISTAT sulla situazione del paese riferita al 2010.

(UPDATE 14.00 - Tremonti boccia il rapporto ISTAT: "So che ci sono i poveri ma francamente credo che quella rappresentazione sia discutibile. Tutte le statistiche dicono che in questo decennio la ricchezza non è scesa ma è salita" dice il titolare dell'Economia.)




Se la rappresentazione del paese fornita dalle cifre ISTAT è veritiera, costituisce la certificazione oggettiva del fallimento della classe dirigente, ed uno spietato atto d'accusa verso coloro che, con le proprie scelte (o non-scelte) stanno deliberatamente "uccidendo" una intera generazione di giovani (e, di conseguenza, le speranze di futuro di questo paese).

Traggo alcuni passi delle dichiarazioni del Presidente dell'Istat, dal comunicato stampa di ieri:
“l’occupazione sta ora crescendo prevalentemente nei servizi a più basso contenuto professionale, a fronte della riduzione del numero delle posizioni più qualificate. Ciò implica, a parità di altre condizioni, un sottoutilizzo del capitale umano, guadagni più bassi, minori prospettive di sviluppo”.

“I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità. Una quota sempre più alta di giovani scivola, non solo nel Mezzogiorno, verso l’inattività prolungata, vissuta il più delle volte nella famiglia di origine, e verso bassi livelli di integrazione sociale, soprattutto per quelli appartenenti alle classi sociali meno agiate.
Oltre il 40 per cento dei giovani stranieri abbandona prematuramente la scuola, alimentando un’area di emarginazione i cui costi non tarderanno a diventare evidenti.
Le donne vivono una inaccettabile esclusione dal mercato del lavoro.
Per di più, il carico di lavoro familiare e di cura gravante su di loro rende più vulnerabile un sistema di ’welfare familiare’ già debole, nel quale esse hanno cercato di supplire alle carenze del sistema pubblico. Peraltro, le donne sono ancora troppo spesso costrette a uscire dal mercato del lavoro in occasione della nascita dei figli. Ad essere investiti da una vulnerabilità crescente, insieme ai giovani e le donne, sono gli anziani. Povertà e deprivazione riguardano spesso le famiglie di ultrasessantacinquenni.
Inoltre, molti anziani con gravi limitazioni non sono aiutati né dalle reti informali, né dai servizi a pagamento, né dalle strutture pubbliche. La carenza di queste ultime produce così non solo un costo aggiuntivo per le famiglie, ma rischia di mettere in concorrenza la cura dei bambini con l’assistenza degli anziani, i cui bisogni crescono con l’allungarsi della vita. I necessari interventi volti al controllo della finanza pubblica non devono andare a discapito della capacità dei Comuni di svolgere interventi socio-assistenziali”.

Direi che non ci sono possibilità di equivoci.

I dati del rapporto ve li propongo riassunti in questo articolo a firma Galapagos, sul Manifesto. Uniti a queste considerazioni di Irene Tinagli sulla Stampa sul fatto che tre milioni di persone potenzialmente attive, nel nostro paese, non fanno più semplicemente nulla. Non cercano lavoro, non studiano. Sono socialmente morte, perchè esser vivi è sempre più umiliante.

Ed oggi, la Corte dei Conti dice che "per rispettare i nuovi vincoli europei sul debito occorrerà un intervento "del 3% all'anno, pari, oggi, a circa 46 miliardi nel caso dell'Italia".
46 miliardi di euro all'anno che saranno ovviamente inflitti (come sta accadendo in Grecia) a quella parte di paese che è già sfibrato, esausto, sfinito, a terra.
Sappiamo benissimo che non si toccheranno gli evasori fiscali, che sottraggono 100 miliardi di euro di gettito l'anno, nonostante gli sforzi della Guardia di Finanza, o la "tassa occulta" relativa alla corruzione, valutata in 60 miliardi l'anno, nè si vareranno patrimoniali per minimizzare almeno in parte la vergogna di una forbice di divaricazione tra ricchi e poveri che si fa sempre più ampia man mano che il paese va in rovina.
Si andrebbero a toccare i ceti di riferimento di chi governa adesso (molto meglio, come sempre, identificare ed additare come nemico chi ha etnie e religioni diverse, piuttosto che esecrare il comportamento del cumenda della porta accanto).

Mentre attendiamo di sapere chi sarà il prossimo nemico a cui addebitare la colpa del proprio fallimento (sono prossimi candidati gli alieni, alcune tribù indiane molto cattive, quelli che indossano calzini rossi e i suonatori di oboe), saremmo davvero molto grati a coloro che governano se avessero almeno il buon gusto di tacere, invece di sparare ogni giorno desolanti cazzate da cabaret.
Esse sono come sale versato sulle dolorose ferite del futuro assente, della povertà imminente, del disastro del territorio, della svendita di tutto (non potremo nemmeno andarci a suicidare in mare, perchè l'accesso alle spiagge privatizzate sarà rigorosamente vietato ai poveracci).

Perchè morire, come paese, è già abbastanza difficile, anche senza avere i potenti intorno che sghignazzano e ti prendono per il culo.

martedì, maggio 17, 2011

Emotional recorder (racconto inedito)

Nel giorno d’inverno in cui Diego Arvezzi riuscì finalmente a mettere a punto il suo registratore di emozioni, la prima cosa che fece fu incidervi la sua felicità.

Dopo sette lunghi anni di lavoro, lo strumento era finalmente pronto.

Prese la scatola grigia dal tavolo del laboratorio, e si recò in salotto, dal lato opposto della sua vecchia casa con giardino: aveva bisogno di un’atmosfera tranquilla per la prova definitiva.

Si sedette comodo sull’ampio divano, di fronte al camino; si mise una coperta sulle ginocchia – adorava farlo, nella stagione fredda - e appoggiò lo strumento al suo fianco. Prese e collocò delicatamente i contatti di gomma sulle tempie, collegati al registratore, poi sfiorò docilmente con l’indice destro il tasto “REC” e si lasciò andare, cercando di distillare quello che provava ripulendolo da ogni distrazione ed emozione di disturbo.

Rimase così per alcuni minuti, in silenzio: perfettamente felice. Quando ritenne sufficiente la quantità di registrazione, premette “STOP” e si tolse i contatti dal viso.

Aveva lavorato duro, in quegli anni, per incorporare nel suo strumento due funzioni che aveva sognato sin dall’inizio della ricerca. Il registratore poteva registrare e replicare, verso un soggetto umano, una emozione; ma poteva anche trasformare l’emozione registrata in una sequenza audio, che poteva essere diffusa in pubblico su una frequenza non udibile dall’orecchio umano.

L’idea dello scienziato era che si potesse trasferire ed infondere speranza, fiducia, felicità tra singoli esseri umani; ma che si potessero anche diffondere in modo massivo emozioni positive, da utilizzare ad esempio in luoghi di conflitto e di dolore.

La sua idea era che si potesse, ad esempio, bombardare un paese in guerra con sequenze di emozioni di amore, di pace, di solidarietà, per far giungere queste emozioni in modo massivo al maggior numero possibile di persone.

L’idea era anche quella di produrre apparecchi simili per uso personale e famigliare: per recuperare, nei momenti più difficili della vita delle persone, emozioni non sbiadite dal ricordo, per superare l’angoscia e la paura di non farcela.

Ora, il ricercatore era pronto per provare la prima funzionalità rivoluzionaria del suo strumento: il Ripristino delle Emozioni.

Per farlo, decise di abbassare in modo deciso il suo livello di felicità. Prese il quotidiano che aveva acquistato la mattina, prima di iniziare l’esperimento, e lo lesse a fondo.

Dopo una approfondita ed ostinata ingestione di violenze, corruzioni, guerre, catastrofi climatiche, scandali, recensioni di programmi TV, Arvezzi si sentì deluso, amareggiato, depresso al punto giusto per continuare l’esperimento.

Si rimise comodo: premette il tasto “INDEX”, poi il tasto “1” e, dopo aver riposizionato i contatti di gomma sulle tempie, sfiorò il tasto “PLAY”.

Appena un attimo dopo, senti fluire dentro di sé una sensazione di calore crescente; presto, questa lasciò il posto ad una euforia che si consolidò, negli istanti successivi, in quella felicità che Arvezzi riconobbe subito, senza alcun dubbio.

Spense lo strumento e staccò i contatti dal proprio corpo:chiuse gli occhi, e si lasciò andare, sul divano, ad un irrefrenabile pianto di gioia.

Quando si riprese, e l’effetto della felicità registrata finì, si fece spazio in lui una felicità nuova e diversa: il pensiero che la sua creazione, per la prima volta nella storia, poteva rendere gli esseri umani sorridenti e felici lo fece traboccare di gioia. Il mondo poteva finalmente cambiare, diventare più bello ed umano, e lui ne sarebbe stato l’artefice.

*

Soltanto una settimana dopo, in un pallido pomeriggio invernale, Arvezzi era seduto in attesa su un divano rosso, con la scatola grigia tra le mani, in un vasto salone al secondo piano del nobile palazzo romano in cui risiedeva il Ministero della Salute Pubblica.

La porta del Sottosegretario presso cui aveva appuntamento era ancora inesorabilmente chiusa: Arvezzi aveva mobilitato le sue conoscenze in ambito universitario, i suoi docenti e baroni, che gli avevano consentito di giungere fin lì ed ottenere un appuntamento; ma nessuno di essi se l’era sentita di spingersi fino a sponsorizzare apertamente la sua invenzione.

Sentiva il clima pesante di scetticismo che circondava la sua creatura, ma era certo che una dimostrazione pratica – se gliela avessero consentita – avrebbe dissipato ogni dubbio.

Dopo un’ora abbondante, il cigolio della pesante porta alla sua sinistra lo distrasse dal corso dei suoi pensieri. Un tizio grassoccio e vestito in modo costoso ma volgare lo squadrò con freddezza e lo invitò con un cenno ad entrare.

Arvezzi si alzò ed entrò, e subito la porta si chiuse alle sue spalle.

*

Camminando per le strade di Roma, distratto dal flusso di pensieri che lo attraversavano dopo quel pomeriggio al ministero, si dirigeva meccanicamente verso la stazione, urtando i passanti.

Era andato tutto malissimo.

Arvezzi aveva proposto al Sottosegretario di provare egli stesso il meccanismo, garantendogli che non ci sarebbero stati problemi di sorta, ma il funzionario lo aveva guardato come si guarderebbe un pazzo, affatto rassicurato dalle sue afffermazioni (“Guardi, l’ho provato più volte su di me, non c’è pericolo…”).

Nemmeno l’assistente aveva voluto sottoporsi al test. Non era rimasto altro da fare che provare su Saetta, il gatto del Ministero – avvistato nei corridoi ed attirato vigliaccamente nell’ufficio con la promessa di cibo.

Arvezzi aveva anticipato di non aver mai sperimentato il meccanismo su animali, ma il Sottosegretario non volle sentir ragioni.

Il felino reagì con morsi e graffi all’idea di farsi applicare due pezzi di gomma alle tempie, e dovettero tenerlo fermo in due mentre Arvezzi accendeva la macchina.

Ma Saetta non mostrò, né subito né in seguito, alcun sintomo di felicità: dopo alcuni secondi si divincolò al punto da sfregiare con gli artigli la mano del Sottosegretario, il quale - bestemmiando - comunicò a Arvezzi che il tempo dedicato a questo sciocchezza poteva ritenersi esaurito.

*

“Non poteva funzionare”, si diceva Arvezzi ripensando alla scena, consapevole dell’occasione perduta.

Presto fu al treno, dove salì e posò la preziosa valigetta con il registratore sopra i sedili di fronte al suo. Non le staccò gli occhi di dosso per tutto il lungo viaggio di ritorno a casa…

*

“Mooolto, molto interessante!” gli disse, qualche settimana dopo, il Responsabile delle Innovazioni nella sede milanese di Confindustria. Arvezzi non riuscì a trattenere un sorriso.

“Si, pensiamo che sia una invenzione interessante ed utile. Diffusa nelle fabbriche e negli uffici, potrebbe incrementare il livello di produttività generale eeee…ehi, ma dove diavolo va?”

Arvezzi uscì senza salutare, e sbattendo la porta. Pensò a suo padre, vecchio operaio comunista, ed alle occasioni di felicità che aveva avuto nella vita: tutte conquistate a fatica, strappate con i denti, e non certo diffuse gratis dai padroni per fregargli anche il diritto di essere incazzato!

*

“Mio caro”, gli disse mesi dopo l’Arcivescovo con la sua caratteristica pronuncia strascicata, “Lei ha creato qualcosa di veramente bello, di veramente vicino a Dio! Anzi, è sicuramente Dio che ha guidato la sua mente.

Perché questo nostro mondo ha un gran bisogno di serenità e di pace. Perché troppe cose strane turbano il cuore e le menti delle nostre pecorelle, che troppo spesso si perdono cercando la strada verso una felicità fasulla, vuota, lontana dalla retta via.

Questa sua invenzione di certo ci aiuterà a proporre il giusto, retto modello di felicità di cui gli uomini hanno bisogno. Di certo il Santo Padre…”

L’Arcivescovo si fermò, perché Arvezzi non lo ascoltava più. Aveva richiuso lo strumento nella valigia, aveva rispettosamente salutato con un inchino e si era diretto verso la porta.

*

Si diresse verso Piazza Duomo. Da lì veniva, sgradevole, lo strepito del Grande Comizio del Grande Presidente. Prima ancora che dalle parole aggressive, Arvezzi fu colpito dall’onda di rancore che saliva dalla folla, prima ancora di vederla.

Non era poi molta, quella adunata di fronte al palco, ma emanava una sorta di afrore odioso, che sembrava quasi riverberare sopra le teste in quel pomeriggio di primavera, caldo e morente.

Arvezzi ne fu colpito, come da uno schiaffo.

Si avvicinò cautamente al mixer. L’uomo che controllava il suono sembrava assente, semiaddormentato a causa del calore e stordito dalla valanga di parole.

Si mise a terra, alle sue spalle, ed estrasse la scatola grigia dalla valigetta. La accese, la mise in modalità di riproduzione, la posò a terra: prese dalla valigetta un cavo di connessione, lo collegò alla scatola e – con naturalezza – lo innestò su un canale del mixer.

Dopo pochi secondi, chiunque si trovasse ad osservare la folla ebbe la netta sensazione che su quei volti induriti, aspri e incattiviti si facesse largo un rilassamento generale, e fiorisse qualcosa che sempre più chiaramente assomigliava ad un sorriso.

Si percepì chiaramente che la voce iraconda che sovrastava la folla perdeva, progressivamente, il controllo su di essa.

Le persone iniziarono a guardarsi intorno, come a chiedersi perché diavolo fossero lì, e a mostrare segni di fastidio per lo sgradevole rumore che li avvolgeva.

Così, sorridendosi e scambiandosi frasi che divennero sempre più fitte, iniziarono ad allontanarsi verso gli angoli della piazza, sfuggendo all’asprezza di un suono ormai intollerabile.

Arvezzi sorrise, amaramente.

Quando la piazza fu quasi completamente svuotata, ed il Grande Presidente progressivamente incespicò e si inceppò, furente, per quello che ritenne un oltraggio – per il quale chiese im-me-dia-ta-men-te ai suoi uomini di trovare il colpevole -, Arvezzi incrociò lo sguardo interrogativo dell’uomo del mixer, al suo fianco, e sorrise anche a lui.

Con un improvviso colpo di tacco, sfasciò la scatola grigia che stava a terra; poi si girò e se ne andò, con le mani in tasca, fischiettando una stupida canzone dei tempi del liceo.

lunedì, maggio 02, 2011

Morto chi?

Accidenti. NON CREDO PIU' A NULLA.
Alla morte (e persino alla vita) di Bin Laden.
A quel che sento sulla Libia, e sulla Siria (perchè sull'Egitto e sulla Tunisia non sento più nulla).
Ma anche a quel che non sento, non leggo, non ascolto (qualche giorno fa non passava una banda rossa sotto un TG che diceva "50 morti nel Sud Sudan"? L'ho sognata?)
A quel poco che ricordo, ed a quel troppo che non si riesce più a ricordare (Lampedusa...il problema dell'immigrazione...la disastrosa situazione dell'economia italiana...la catastrofe di Fukushima...ah, si, ma è successo almeno un matrimonio reale fa, almeno una beatificazione fa, almeno un referendum fottioperai fa...)

E se restringo il campo (geografico e temporale) non sembra andar meglio.
Ieri, alla manifestazione del Primo Maggio a Torino, un pezzo di corteo ne butta fuori un altro e festeggia la vittoria con lo scalpo in mano. Anche in coda se le danno e si scambiano velenose accuse di reciproco carognaggio.
La folla approva, plaudente (la folla approva sempre gli atti di vendetta, e spesso anche la violenza come puro momento di spettacolo).
Molti amici approvano: io stesso mi trovo a pensare con piacere - sempre più spesso - alla morte del Satrapo, per pura vendetta (perchè so bene che nulla cambierebbe: il virus che da diciassette anni si è diffuso nel cuore e nella mente di questo paese non può scomparire con un semplice trauma; è necessario un processo di guarigione che durerà generazioni - ammesso che abbia mai inizio).

Insomma, ci si incarognisce, giorno dopo giorno. E si perde fiducia non solo in "verità collettive" di una certa dimensione, ma anche in piccole verità, quelle relative ad eventi che abbiamo sotto gli occhi e sulle quali DOVREMMO trovare una visione condivisa.

La miscela di queste due cose, secondo me, è esplosiva.

mercoledì, aprile 20, 2011

Vedere il futuro...

Domenica ho visitato, per l'ennesima volta (la quinta) la Fortezza di Fenestrelle, la "Piccola Muraglia Piemontese" che si erge lungo 635 metri di dislivello, dal XIX secolo, a difendere l'alta Valle Chisone dagli attacchi (mai avvenuti) dei nemici transalpini.

E' un'opera che colpisce per la sua dimensione, e per la sua complessità: un capolavoro di ingegneria non solo militare, ma anche civile.

Per costruirla ci sono voluti 122 anni di lavoro, a partire dal 1727.

Un piccolo stato "de coccio", stretto tra potenti e avversi vicini, in perenne crisi economica, è riuscito a condurre a termine un progetto di lunghezza incredibile passando attraverso il regno di un discreto numero di sovrani e la conduzione di decine di progettisti ingegneri civili e militari.

E' vero: trattavasi di monarchia retrograda e non democratica. Bastava ordinare affinchè venisse eseguito. Bastava tartassare i sudditi per recuperare (spietatamente) le risorse per un'opera miltare ciclopica.

Ma restan sempre 122 anni di continuità progettuale, boja fauss! Vorranno pure significare qualcosa, in termini di organizzazione dello stato...

Ora, quasi tre secoli dopo, tutta la capacità di "fare" sembra essersi trasferita esclusivamente nella politica degli annunci.

Abbiam visto posare infinite "prime pietre". Abbiam sentito annunciare infinite megaopere: il Ponte sullo Stretto, un discreto numero di centrali nucleari. In buona parte cazzate galattiche, inutili e dispendiose, per fortuna mai partite davvero.
La distruzione del territorio ed il consumo di suolo, negli ultimi decenni, hanno galoppato, ma con una quantità di microopere, di vandalismi individuali, di piccoli miserabili deturpamenti che non hanno mai assunto - nemmeno per sbaglio - il rango di "utilità pubblica".

Forse l'ultima opera di rilievo in questo senso sono stati i 1000 km di Alta Velocità ferroviaria, tra la fine degli anni '80 ed il 2009, costruiti tra Torino e Salerno. (Discutibili, inevitabilmente devastanti sotto molti punti di vista, e alibi per attuare una divisione "di classe" tra gli utenti: ma indubbiamente opera di rilievo ed utilità pubblica).

Il nucleare, che solo un mese fa era dato come scelta scontata e certa, si è sgonfiato come un palloncino, scomparendo nel nulla: forse tornerà tra sei mesi, quando non ci saranno più urne aperte nei dintorni, ma con le crescenti vocazioni "federaliste" di questo paese è assai improbabile che si dia il via ad una operazione di tale complessità (e ne sono contento, lo dico forte: ma c'è una bella differenza tra non fare le cose per scelta e non farle per ignavia...)

Anche dal punto di vista politico, l'approssimazione e la superficialità sono la regola.
I 75 componenti della Commissione per la Costituzione che, all'interno dell'Assemblea Costituente, redassero il testo della nostra Carta nel 1946, lavorarono per sei mesi: il testo fu poi discusso in aula per altri nove mesi.

Oggi, il primo cretino che passa si alza la mattina e propone di riscrivere un articolo della Costituzione (quanti articoli ha già proposto di riscrivere il solo Signor B.? Si è perso il conto, in questi anni).
Più rare (nel 2001, approvata da referendum, e nel 2005, respinta) le proposte di modifica più organiche e più ponderate (anche se, a posteriori, non troppo felici come esito).

Oggi, le leggi vengono scritte da tre maggiordomi in croce al servizio del Satrapo, in brevi riunioni, e hanno lo scopo di risolvere problemi contingenti, immediati, quasi sempre personali.
Usa e getta, a scadenza come lo yogurt.

Anche nella maggior parte delle imprese non è che vada molto meglio: il "vantaggio immediato" (per l'azionista) e la "velocità di azione" guidano le scelte, determinate da un ansiogeno "stare sul mercato globale" che produce effetti paradossali (come considerare "bravo manager" un amministratore delegato col maglioncino che continua a perdere da mesi quote di mercato e posti di lavoro nell'ordine che preferite).

L'unica nostra speranza, visto che non siamo più in grado di costruire cose complesse come la Fortezza di Fenestrelle, è che qualcuno venga ad invaderci :-) e ci reinsegni la lentezza, la pazienza, il modo di affrontare la complessità, di costruire le cose guardando finalmente al futuro - un futuro qualsiasi, purchè sia collocato finalmente più in là della prossima settimana o del prossimo mese.

venerdì, aprile 15, 2011

Miscellanea

Sono tre le cose che mi hanno colpito oggi, in modo particolare.

La prima, e più dolorosa, è la morte assurda di Vittorio Arrigoni a Gaza, provocata da un gruppo di subumani senza cervello nè ragione.
Quel che raccontava e quel che faceva (lo scudo umano per contadini e pescatori palestinesi, per difenderli dalla violenza militare israeliana) era importante e prezioso.

La seconda è questa cosa qui: ma il motivo per cui mi ha colpito non sta nella notizia in sè.
Il giornalista (?) Marco Pasqua di Repubblica decide di scrivere, sulla cronaca milanese, un articolo a sensazione: il tono dell'articolo (titolato "La prof negazionista del Manzoni:"Basta con il mito dell'Olocausto"") fa venire i brividi. Mi puzza da subito. Un grande quotidiano nazionale si scaglia contro una persona, contro una blogger?
Si, è proprio così. L'articolo estrae, sceglie, decontestualizza, non fornisce link diretti, fa credere che questa persona - una insegnante - abbia espresso opinioni antisemite. Lascia il dubbio (senza dir nulla di preciso al riguardo) che lo faccia anche a scuola. Ed esprime il suo giudizio: assoluto, perentorio, definitivo. Condanna! Ludibrio! Vergogna!

E il peggio è che non solo c'è chi ci va dietro, ma anche chi pensa di correre ancor più veloce del prode giornalista. E' il senatore del PD Roberto della Seta, che sul suo blog pubblica questa dichiarazione:

LA DOCENTE NEGAZIONISTA NON PUO' INSEGNARE

“Notizie di stampa riportano che una docente del liceo Manzoni di Milano è autrice di un blog dai contenuti chiaramente antisemiti e negazionisti, che ad esempio definisce l’Olocausto ‘un mito’. Come ho avuto modo più volte di dire, sono convintamente contrario che venga introdotto nel nostro ordinamento penale il reato di negazionismo in merito all’olocausto ebraico.

Invece chi sostiene tali scelleratezze è palesemente incompatibile con la funzione di educatore pubblico.

Per questo chiediamo al Ministro Gelmini di adottare tutte le misure disciplinari possibili per evitare che degli alunni siano costretti ad apprendere la storia e la filosofia da unapersona di tal genere.”

Ma vi rendete conto? "Notizie di stampa riportano che" vuol dire che il senatore non si è nemmeno preso la briga di andarle a leggere, le opinioni in questione.

Se uno non sa, dovrebbe tacere. Ennò, siamo in Italia. Della Seta non sa, ma emette la sua sentenza: "chi sostiene tali scelleratezze (che lui non conosce, ma giudica senza fallo) è palesemente incompatibile con la funzione di educatore pubblico".

Traduzione: io non so cosa dice o scrive questa persona, ma se Marco Pasqua dice che è cattiva io vado oltre, e dico che bisogna anche licenziarla! E chiedo che intervenga la Gelmini!

Io ho scritto una educata mail al senatore Della Seta, molto più educata delle sue parole che chiedono la morte civile e professionale di una persona che non conosce e di cui non fa nemmeno lo sforzo di conoscere le opinioni in modo diretto:

"Egregio Senatore,
sono un iscritto piemontese del PD che ha letto sul suo blog questo post:
LA DOCENTE NEGAZIONISTA NON PUO' INSEGNARE (...)

E' evidente che la sua dichiarazione trae ispirazione da questo articolo di Marco Pasqua su Repubblica:

http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/04/14/news/la_prof_negazionista_del_manzoni_basta_con_il_mito_dell_olocausto-14910024/

Posso dirle che mi terrorizzano entrambi, sia l'articolo che la sua dichiarazione?

Marco Pasqua compie un'operazione indecente. Usa la potenza di un articolo su un quotidiano nazionale per aggredire una persona per le idee che esprime, e non consente di verificarle direttamente: estrapola, riorganizza, decontestualizza, non fornisce link diretti ed esprime un giudizio perentorio, assoluto, senza permettere alla persona in oggetto di difendersi (certo, poi scrive un secondo articolo - http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/04/15/news/prof_negazionista_arrivano_gli_ispettori_e_lei_tutta_colpa_della_lobby_sionista-14951637/?ref=HREC1-10 - in cui presenta sempre nello stesso modo - estrapolando poche frasi da un contesto ben più ampio - quel che la persona scrive nel suo blog in risposta all'attacco).

Lei, Senatore, compie un atto egualmente indecente quando in nome di "notizie di stampa (che) riportano che" si spinge a chiedere il LICENZIAMENTO (!!!!) di un'insegnante, chiedendo l'intervento del Ministro (ben lieto, peraltro, di intervenire tutte le volte che si può configuare un "reato di opinione") per opinioni espresse in un blog personale, fuori dal contesto scolastico, e assolutamente lontane dall'essere etichettate banalmente come "contenuti chiaramente antisemiti e negazionisti".

Non entro nemmeno nel merito: io sono andato a cercare il blog "incriminato", ho letto quel che c'è scritto, mi sono fatto una personale opinione. Come "opinioni", appunto, sono quelle espresse nel blog. Complesse, intense, forse discutibili: ma non banalizzabili come ha fatto Marco Pasqua.

Al di là del merito, è il metodo che indigna: è profondamente fascista.

Faccia un duplice sforzo, Senatore, la prego: vada a leggere - con la sua testa ed i suoi occhi - quel che quella persona scrive, visto che ha deciso di esprimere la sua personale opinione su questi fatti.

E modifichi o ritiri la sua dichiarazione, e chieda scusa pubblicamente a questa persona per l'avventatezza, per la superficialità, per la leggerezza con cui si è accodato - in nome di una indignazione completamente fuori luogo - a chiedere la sua condanna a morte sociale e professionale basandosi solo su un (assai poco professionale) articolo di giornale.

Mi restituisca l'orgoglio di essere di sinistra: si può sbagliare, prendere una cantonata, ma ciò che dovrebbe distinguerci è anche la capacità di avvedersene e ammettere i propri errori. Con umiltà ed umanità.

La ringrazio per la cortese attenzione."

Non so se mi risponderà: se lo fa, ve lo dico. Per il momento registro con dolore questa orribile tendenza (da parte di chi si definisce DI SINISTRA) a giudicare senza sapere, a chiedere l'intervento del POTERE contro una persona per le sue opinioni, questa voglia di condannare, cancellare, sopprimere: questo è fascismo, sant'iddio!!

Naturalmente, massima solidarietà all'insegnante presa nel mirino, le cui opinioni- e per verificarlo di persona basta andare sul blog collettivo Cloro al clero, e leggere con la mente sgombra da pregiudizi - non sono affatto banalizzabili come "antisemite".

La terza cosa che mi ha colpito oggi è uno spaventoso articolo su "Repubblica" edizione cartacea, a pagina 17, intitolato "Se la crescita non accelera al 2% tagli alle spese vive per 35 miliardi" (sottotitolo: Studio Bankitalia: ecco i sacrifici imposti da qui al 2016), a firma di Roberto Petrini.

Questo l'incoraggiante incipit:
"Una stangata colossale. Un vero e proprio massacro epocale."
Si riparla della famosa "regola del debito", che l'Unione Europea imporrà ai paesi europei per rafforzare il Patto di Stabilità: tutti i paesi che hanno un debito superiore al 60% del PIL (e noi siamo oggi al 120%) devono ridurre lo scostamento del 5 per cento ogni anno.
Per l'Italia, equivale ad una somma annuale di 45 miliardi di euro.
Draghi ha detto che l'unico modo per salvarsi è avere una crescita annua del 2% del PIL. Se la crescita è all'1%, che è la media degli anni 2000-2005 prima della crisi economica, bisognerebbe mettere in programma, negli anni 2011-2016, tagli alla spesa corrente per 35 milardi di euro.
"Si tratterebbe, in altri termini, di una riduzione del 5,3% delle spese vive, sociali e di welfare, al netto di interessi ed investimenti."

Ovvero: quel che conosciamo oggi in termini di tagli alla scuola, alla cultura, alla sanità, ai trasporti, ai servizi ai cittadini, è semplicemente un piccolo aperitivo rispetto a quel che ci aspetta nei prossimi anni.

Io, fossi nell'opposizione, col cavolo che mi candiderei a vincere le prossime elezioni politiche.
Un governo serio dovrebbe imporre una patrimoniale per recuperare 4-5000 miliardi di euro, facendosi nemici tutti i poteri forti, e convincere i cittadini che la loro vita futura sarà come quella dei greci (di cui non si parla più per non deprimersi), e per farlo dovrebbe mandare i blindati per le strade, spararci addosso, gestire una probabile guerra civile.
Nessuno sano di mente può assumersi un simile compito in un paese dalle intelligenze devastate dalla TV.

Fossi nel PD, mi scioglierei: subito, adesso. Ma non per le ansie di purezza delle anime belle: bensì perchè pensare di governare un paese in bancarotta (morale prima che economica) , che continua a credere alle favole, ed è disposto ad ammazzare chiunque chieda un minimo di responsabilità e rispetto per le regole, è follia, follia pura.

Questo governo Titanic, che è disposto a sacrificare il futuro del 95% degli italiani per salvare il culo di uno solo, andrà avanti a raccontarci che gli unici problemi che esistono sono quelli del signor B: poi, quando arriverà il giorno del giudizio - tra due, tre, cinque anni- , scapperanno tutti, come i topi dalle navi che affondano, e ci lasceranno soli, soli a contemplare le macerie di quella che una volta era una nazione.

Si, forse beccheremo qualche piccolo topo in trappola e gliela faremo pagare cara.
Ma la vendetta mutilata sarà una gran misera soddisfazione.

giovedì, marzo 31, 2011

Povera gente


Lo spettacolo di Paolo Rossi e della Compagnia di Teatro Popolare è tratto da "El nost Milan" di Carlo Bertolazzi.

Riporto alcune note tratte dal sito rivoltaonline.it
"...Carlo Bertolazzi nasce a Rivolta d'Adda, in una casa sita in fondo alla via che oggi porta il suo nome, nel 1870. Giornalista e critico teatrale del "Guerin Meschino" e del quotidiano "Sera", di estrazione borghese, per un certo periodo esercita l'attività forense, per dedicarsi in seguito a quella notarile. Bertolazzi è autore di numerose commedie dialettali di stampo verista, nelle quali anticipa un modo moderno di fare teatro e pone l'accento, insistendovi, su temi sociali di ampio respiro. L'ambientazione nel mondo dei meno abbienti della Milano di fine Ottocento ha quale conseguenza logica la scelta linguistica del vernacolo milanese. Sarà proprio nel teatro in dialetto che Bertolazzi darà il meglio di sè, mentre i successivi tentativi in lingua risulteranno sbiaditi e di maniera. Domina nei suoi drammi la coralità ed epicità della rappresentazione, nella quale si inseriscono varie vicende individuali: in questo senso e per questo motivo Strehler ed il Piccolo Teatro ne sono gli interpreti più attenti. Il suo esordio come autore avviene con il dramma "Mamma Teresa" nel 1888; segue "La trilogia di Gilda" l'anno dopo e "La lezione per domani" del 1890. La sua opera più importante, “El nost Milan", divisa in due parti ("La povera gent" e "I sciori"), ha le sue prime rappresentazioni rispettivamente nel 1893 e nel 1895. Conosciuta ancor'oggi in tutto il mondo teatrale, questa commedia viene rappresentata dal Piccolo Teatro di Milano nel 1955, nel 1963 e nel 1980. Di queste rappresentazioni, Giorgio Strehler scrive: «Un tentativo di ridare voce alla cultura e al sentimento di una città».
(...)
Muore a Milano nel 1916."

La storia è ambientata a Milano tra barboni e malavitosi, e parlata in un milanese imbastardito a sufficienza per farlo comprendere (d'altra parte, dice Rossi, "Milanesi ghe n'è pù, si son sposati tutti con i cinesi: e i cinesi son gli unici a parlare il milanese, ormai. Ci sono cinesi in sala? Qualcuno? No? Bene, allora nessuno contesterà il milanese che parleremo durante lo spettacolo...":-))
Non mancano i riferimenti all'attualità, sufficientemente lievi da risultare simpatici e non invasivi rispetto allo spettacolo-canovaccio.
Molta improvvisazione, come è usuale in Rossi, ma anche solido mestiere.
Poi c'è questa grande attrice (e autrice dello spettacolo, ed inventrice di questo grammelot milanese spagnoleggiante) che si chiama Carolina De La Calle Casanova, bravissima, strepitosa ed inquietante nella parte di Marylin, una povera donna sciatta, che ha perso un marito ed un occhio ed ora è succube del malavitoso El Togasso: parla solo dialetto, dice "Porco Digheeeelll" ogni due per tre, confessa la sua ignoranza e semplicità da barbona ma ogni tanto si lascia andare a considerazioni sulla vita di una profondità sconvolgente...

Alla fine, applausi a scena aperta a tutta la compagnia!
A maggio lo spettacolo verrà riproposto al Piccolo di Milano, dove lo rappresentò Strehler negli anni '50...

Povera Gente

teatro carignano, TORINO

dal 22/03/2011 al 03/04/2011

testo e drammaturgia Carolina De La Calle Casanova
con Paolo Rossi
e
Carolina De La Calle Casanova, Paolo Faroni, Marco Ripoldi, Valentina Scuderi,
musiche dal vivo Emanuele dell’Aquila
scenografie realizzate da Gian Luca Albertin, Chiara Arsini e Olivia Fercioni – Accademia di Belle Arti di Brera
regia Paolo Rossi

La maledizione di Alex Drastico...

..che colpisce da sempre questo Governo, in questi ultimi giorni sta picchiando duro!
"...farti sordo, muto, ma non per sempre, minchia! Che la voce ti venga sporadicamente e per pochi secondi nei quali tu spari delle cazzate immani..."

Millecinquecento euro a tutti i migranti tunisini che accettano di tornare a casa.
Bisognerebbe allestire una tendopoli in Val Padana.
Mi sono attaccato ad Internet, l'altra notte, ed ho comprato una casa in un posto bellissimo. Per meno di due milioni di euro. Ora sono lampedusano anch'io.
Una nave sarà sempre disponibile al largo di Lampedusa per portare via chi è sbarcato.
Proporrò l'isola per il premio Nobel per la Pace.
Basterebbe diramare il seguente comunicato: "al fine di prevenire squilibri demografici e prevedibili reati sessuali, le Autorita' italiane, nei luoghi degli sbarchi, hanno allestito presidi sanitari, per l'immediata castrazione chimica dei migranti".
Foera d'i ball.
In 48-60 ore Lampedusa sarà abitata solo dai lampedusani.
Ma vaffanculo! (gestuale).
Il Governo concederà a Lampedusa una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria per un anno.
Abbiamo incaricato Rai e Mediaset di produrre servizi in tv per promuovere Lampedusa.
Ve ne dico una variopinta: abbiamo comprato pescherecci affinché non possano essere utilizzati per le traversate. Così quando sarò fuori dalla politica li userò io per mettere in piedi un'attività per il pesce fresco.
Suggerisco al sindaco di dotare l'isola di un po' più di colore e di verde.
Ho notato anche un degrado del verde, mi impegno per un piano del verde e di rimboschimento della vostra isola.
(Barzelletta) Durante un'indagine si chiede ad un campione di donne se vogliano fare l'amore con Berlusconi. Il 30% risponde 'Magari...', l'altro 70%, 'Di nuovo?"
Su quest'isola ritengo indispensabile un campo di golf. Ma anche un casinò: lo ritengo una mossa utile allo sviluppo del turismo sull'isola.


lunedì, marzo 21, 2011

Non poteva durare

Tre giorni in cui mi sono sentito italiano...e poi la GUERRA.
Dai fuochi d'artificio ai bombardamenti.
Incomprensibile.
Raccontano che serve a difendere i civili, e poi bombardano Tripoli.
Raccontano che si tratta di una no-fly zone, ed invece intervengono in una guerra civile schierandosi con una parte, contro l'altra.
Nessuno ci ha ancora spiegato chi siano "i ribelli", chi li armi: i nostri governanti dicono di conoscerli, di averli già riconosciuti. Di più non è dato sapere: c'è il cattivo, ci sono i buoni. Basta così, si apran le danze e le pance dei bombardieri.

Il Presidente Napolitano dice che "non siamo in guerra". Forse l'intenzione non era quella, ma in guerra ci siamo eccome. Pessimo modo per festeggiare il 150°.

In Parlamento, quasi tutti d'accordo tranne la Lega. Possibile che non si trovino altri che possano rappresentare i miei dubbi? Cos'è, il tricolore richiama sentimenti interventisti a cui è impossibile opporsi?

Non c'è nulla da fare. Fuorchè ammainare tristemente il tricolore.

venerdì, marzo 18, 2011

Torino, diciassettemarzoduemilaundici



Eravamo in duecentomila, nella notte tricolore di Torino, sotto la pioggia battente.
Quel fiume umano ed immenso, che sciamava con entusiasmo e gioia verso piazza Vittorio Veneto, aveva l'energia di una esondazione: travolgeva la città, la fertilizzava di suoni e risate, dissetava le piazze inaridite.
La miseria umana della Lega, annullata da questa potenza popolare, defluiva calpestata nei tombini, verso le fogne: inconsistente, inutile, scema, stonata. Nulla più che piscio di cane.

Questa passione, questa voglia di esserci, di affermare una appartenenza oltre lo schifo in cui il paese versa, è qualcosa di straordinario e bellissimo.

Non so quanto duri, ma non importa: c'è, è reale, vera, palpabile.
Quando, dopo i fuochi d'artificio - quando era l'una e la notte ancor giovane- la fanfara degli alpini ha intonato l'inno di Mameli, ci siamo messi in decine di migliaia a cantarlo a squarciagola, il viso rigato da una pioggia incessante: e la piazza ha tremato, e la città ha tremato, ed i topi son scappati, a nascondersi nelle loro tane.

E poi abbiamo di nuovo affollate le vie e le piazze, e la metro, fino a tarda notte.

Oggi è arrivato il Presidente Napolitano: accolto da affetto sincero e popolare.

Il presidente Cota, ieri, non è andato all'alzabandiera: perchè "aveva da lavorare", il reggiposacenere.
Oggi è riuscito persino, al Regio, a suscitate il brusio in una platea di vip: non è riuscito ad evitare di dire che "qualcuno usa questa festa per strumentalizzarla": probabilmente a casa non ha nemmeno uno specchio.
Mentre il Presidente Napolitano veniva applaudito, andando ad inaugurare il rinnovato Museo del Risorgimento, il presidente Cota si recava là di soppiatto, strisciando contro i muri: ma l'abbiamo visto, ahilui, e gli abbiam detto le sue.

(Con i leghisti, ormai, è necessario esser leghisti: se non vi sentite italiani, allora - in quanto "padani" - siete extracomunitari: secondo le vostre stesse logiche, dovete AN-DAR-VE-NE da questo paese!)

lunedì, marzo 14, 2011

Pillole radioattive

Le 52 centrali nucleari giapponesi sono in genere decisamente vecchie. Quella di Fukushima I è dotata di un reattore di seconda generazione, ha più di 40 anni. Oltre ad essere uno dei più grandi, è anche uno degli impianti più vecchi del mondo. Si dice che da noi il problema non ci sarà, perchè costruiremo centrali "moderne", di terza generazione (anzi, III+).
Si, certo: ma quarant'anni dopo la costruzione, che ne sarà di esse?

Il nuovo programma nucleare italiano (avviato con l’approvazione della legge 99 del 23 luglio 2009 riguardante “Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e con il relativo Decreto attuativo dell’art. 25 della medesima legge approvato nel 2010), prevede la messa in rete della prima centrale nucleare di III generazione all’orizzonte del 2020. (fonte: Enea).

Io pavento: i nostri discendenti si troveranno, nel 2060, alle prese con 10 centrali vetuste, che - temo - verranno forzatamente tenute aperte poichè nessuno, OGGI, affronterà il tema della dismissione e delle scorie, tema che verrà lasciato in eredità alle generazioni future (il ciclo di vita di una centrale nucleare è oggi valutato in circa 30 anni. Tra il 2020 ed il 2040 è possibile che venga resa disponibile la cosiddetta tecnologia nucleare di quarta generazione).

Credo che in questo paese, oggi, non ci siano NEMMENO LE CONDIZIONI per aprire un dibattito sul nucleare. Una classe dirigente corrotta, sospetta di collusione con le mafie, platealmente bugiarda, è sostanzialmente priva di affidabilità e di credibilità. Con gente del genere, impossibile pensare di ragionare sul futuro del paese, tantomeno sull'uso di una tecnologia intrinsecamente pericolosa. Persino i governi dei paesi normali raccontano balle sul nucleare, figuratevi il nostro.

Ricordo che negli anni '80, quando era attiva la centrale nucleare di Caorso, le misure di sicurezza erano copiate da quelle americane (i piani erano simili a quelli delle centrale di Three Mile Island, che ebbe un grave incidente nel 1979). Peccato che i raggi delle aree previste per le evacuazioni fossero stati ridotti di un fattore 10. I 30 km dei piani statunitensi erano stati ridotti a 3. Perchè? Beh, semplice: con i piani di sicurezza americani, in caso di incidente si sarebbero dovute evacuare entrambe le città di Piacenza e Cremona, che distano in linea d'aria una ventina di km dalla centrale. E dove le mettiamo 200.000 persone e passa? Impossibile.
E allora, dividiamo per 10. Questo è il modo serio in cui si affronta l'emergenza in Italia.

Uhm, la cosa fece scuola anche in altri campi: nel 1986 il Ministro della Sanità Donat Cattin moltiplicò per 10 il limite concentrazione di atrazina (un erbicida cancerogeno) ammesso nell'acqua potabile. L'ordinanza fu prorogata per tre anni, fino a quando le aziende si decisero ad eliminare l'atrazina dai diserbanti.

Ah, Donat Cattin...son giusto passati vent'anni dalla sua morte. Un grande democristiano di sinistra, davvero, di spessore. Partigiano e sindacalista, fu sempre vicino al mondo del lavoro e fu padre, con Gino Giugni, dello "Statuto dei Lavoratori". Quando il figlio Marco fu arrestato come appartenente a Prima Linea, lasciò la politica per 5 anni.
Come tutti coloro che fanno, sbagliò molto, e - visto il suo carattere deciso - sempre in modo molto clamoroso. Atrazina a parte, fecero scandalo la frase "L'AIDS ce l'ha chi se la va a cercare", e la sua posizione contro l'uso del preservativo in piena fase di diffusione del virus.

Fu sempre Donat Cattin, come Ministro dell'Industria, a varare il Piano Energetico Nazionale che, nel 1975, prevedeva la costruzione di 20 centrali nucleari da 1000 MW: il piano fu poi ridotto a 6 impianti, e ne furono effettivamente costruiti solo due (Caorso, 860 MW e Trino Vercellese, 260 MW), che si aggiunsero ai preesistenti di Latina e Garigliano. (Fonte: Aspo Italia).

giovedì, marzo 10, 2011

Una carta d'identificazione per i razzisti del Piemonte

di MARCO STRABUZZO

Una carta di identificazione, una "Piciu Card" per tutti i razzisti che transitano per la nostra regione che, dopo tre mesi di permanenza in Piemonte verranno posti di fronte alla scelta: o rinunciare al razzismo o andarsene. E incentivi economici, per favorire il rimpatrio dei deficienti. Sono due delle principali misure della proposta di legge che il Popolo Stufo di Questi Imbecilli si appresta a presentare in Consiglio regionale e che ha come obiettivo il contrasto all’idiozia nei territori del Piemonte. Primo firmatario della legge è Gianni Videtesto che ieri l’ha illustrata nel corso di un sopralluogo in alcune sezioni della Lega Nord e del PDL della periferia torinese.

"Le condizioni di vita in cui versano i razzisti e i problemi sociali che essi creano richiedono un intervento normativo che definisca linee di azione più adeguate " spiega Videtesto. Per questo il consigliere PSDQI propone alcune norme piuttosto dure, destinate a suscitare polemiche: ogni razzista dovrà essere identificato e potrà rimanere in un appartamento non più di tre mesi, oltre i quali bisognerà scegliere tra intelligenza o stupidità. E quindi in questo secondo caso, migrare in un'altra regione.

All’arrivo in Piemonte poi a ciascun razzista verrà consegnata una card di identificazione. E verranno ammessi solo quelli con documento di identità valido e senza condanne passate in giudicato. Chi, dopo 90 giorni di permanenza, non si sarà fatto furbo sarà, in base a una direttiva europea, immediatamente allontanato. Ogni razzista dovrà pagare al Comune in cui sosterà una quota giornaliera per la difesa dall’idiozia, che sarà assegnata nel bilancio comunale alla voce cultura. Ogni luogo di concentramento dei razzisti verrà sorvegliato da un nucleo di polizia dedicato e sarà istituito un Commissario regionale per la tutela dal razzismo e il contrasto all’imbecillismo, con il compito di monitorare la presenza razzista, identificare e segnalare irregolarità o situazioni di abusivismo e definire azioni di inserimento sociale dei razzisti. Infine saranno stanziati incentivi economici per il rimpatrio che stimolino i razzisti (anche privi di mezzi) a tornare in patria o ad andare comunque in altri territori.

"Sono norme indispensabili — dice Videtesto — per superare l’attuale emergenza razzista, causata da anni di miopia politica e che oggi porta a fenomeni di illegalità, insicurezza ma anche scontri e disagi sociali. È necessario ora affrontare il problema razzismo con misure strutturate e complesse che non risolvano la questione solo in modo momentaneo. È infatti evidente che di fronte a persone che ragionano, usano la testa e rispettano le regole, e hanno gli stessi diritti e doveri dei cittadini piemontesi non solo venga favorita l’inclusione sociale ma anche si vadano ad abbattere tutte quelle condizioni degradanti in cui oggi vivono i razzisti".

Ohhh...scusate, non ho saputo resistere. Purtroppo la notizia (vera e lurida) è questa qui (grazie a Daniele Sensi per averla segnalata).

lunedì, marzo 07, 2011

Domandina...

Ma come farà, la Lega, a sostenere come candidato alla carica di sindaco di Torino uno che si chiama COPPOLA?

(Qui sotto, la distribuzione del cognome Coppola in Padania e in Italia...)

Ciao Alberto!

Alberto (Granado) se ne è andato, anche lui. Nel sonno, dolcemente, a L'Avana.
Le sue ceneri, su sua richiesta, verranno sparse tra Cile, Perù e Venezuela, paesi percorsi nel famoso viaggio con il Che (iniziato sulla mitica Poderosa, che ben presto abbandonò i due per consegnarsi alla leggenda).
Per ricordarlo, riporto qui un pezzo di un post che scrissi un po' di tempo fa, quando ebbi la fortuna di ascoltare Granado dal vivo (che da Torino e dalle mie parti ci passava ancora spesso e volentieri, negli ultimi anni...)

(26 ottobre 2009)
E' un omino che ha superato abbondantemente gli ottanta (L. lo chiama "il nonno"), simpatico e consumato dal tempo (ed il suo tempo è stato molto più ricco del nostro...): è piccino, fa tenerezza.

Guardandolo, viene istintivo pensare: ma come sarebbe oggi il Che, se fosse ancora vivo?
Sarebbe un simpatico e lucido vecchietto alla Granado od alla Pertini, o continuerebbe a raccontare ai nipoti sempre lo stesso episodio di guerriglia, ormai obnubilato dal tempo?
Per fortuna il destino e la storia ci consentono di eludere la domanda...
Parte l'intervista (condotta da un giornalista di Repubblica) e la platea, che riempie la grande sala, si commuove ovviamente quando Granado, con semplicità, parla "dell'amico Ernesto", del socialismo, dell'uomo al centro dell'azione, del Che come essere umano in carne ed ossa, nè icona nè eroe, ma uomo che semplicemente faceva quel che pensava fosse giusto.
Racconta delle visite del Che a Santiago de Cuba, dove Granado dirigeva il centro di formazione per i medici cubani dopo la rivoluzione.
Narra aneddoti di quel viaggio avventuroso, racconta l'entusiasmo del Che conosciuto quando Granado aveva vent'anni e Guevara 14, dice che il viaggio, la rivoluzione ed il Che sono interconnessi, non ci sarebbero forse stati gli ultimi due senza il primo, in cui Guevara costrui la sua visione rivoluzionaria.
La conferenza dura quasi un'ora, nonostante l'età Granado è arzillo ed incontenibile, mette spesso in crisi la traduttrice perchè "ha troppe cose da dire ma poco è il tempo rimasto", e noi applaudiamo, lo sentiamo vicino, semplice ma grande.
Ci accoglie dicendo "grazie per essere venuti a sentire un vecchietto", ci lascia dicendo "ricordate che bisogna sempre percorrere la via del socialismo, e imparare a dire NOI invece di IO".

Ho la fortuna di appartarmi con il grande Alberto dopo la conferenza, mentre giovani e leggiadre fanciulle si recano a rendergli omaggio (e lui apprezza, sornione, persino quando i ruoli si rovesciano ed è lui che riceve il baciamano...).
Una ragazza romena, esplosiva per fisicità e comunicazione, gli chiede di parlare dell'amore. Granado è stanco ma non si ritrae e filosofeggia: "L'amore è pace, non può esistere senza la pace"; la ragazza gli regala una poesia.

martedì, marzo 01, 2011

(Miserrimi) deliri istituzionali

Il disprezzo per le istituzioni, manifestato quotidianamente dal Satrapo Contumace, si diffonde come un cancro, e raggiunge luoghi ameni e (si pensava) protetti dal contagio.

Ecco, ad esempio, cosa è accaduto nel piccolo comune della provincia di Torino in cui abito (1700 anime ai piedi della collina).

Un bel giorno di settembre dell'anno scorso, l'anziano rappresentante di una associazione locale scrive al sindaco una lettera di questo tenore.

"Il prossimo anno, 2011, si celebrerà il 150° anno delll'Unità d'Italia.
Per tale occasione Questa Amministrazione, per commemorare l'evento, potrebbe promovere una iniziativa in tal senso.
Ci permettiamo di suggerirne una: intitolare una via od una piazza ad Umberto II di Savoia, Re d'Italia, persona che riteniamo meritevole di questo omaggio."

E sin qui, nulla da dire: trattasi di opinioni. Uno può proporre anche di intitolare un viale a Gengis Khan, considerandolo simbolo della resistenza all'imperialismo occidentale: il mondo è bello perchè è vario. Ma il bello viene adesso:

“Il referendum Monarchia/Repubblica, come ormai tutti sanno, fu taroccato; ciò nonostante il re Umberto II accettò il falso risultato, sacrificando non solo la Sua persona, ma anche la Dinastia per risparmiare al Suo popolo sangue e dolori.

Falso sarebbe affermare che non aveva altre possibilità. All'aereoporto di Ciampino il Comandante Generale dei Reali Carabinieri disse: “Maestà, i Carabinieri sono ai Suoi ordini” . Chiaro era ed è il significato della frase; ciò nonostante il re preferì ignorare la frase e sacrificarsi.

Tale atteggiamento vale bene una via”.

Ora, se io sono il Sindaco di un paesino e ricevo una missiva del genere, l'unica cosa ragionevole che posso fare è invitare l'anziano signore in questione al bar, offrirgli un bicchiere di rosso, dargli una pacca sulla spalla, spiegargli che, insomma, ha un po' esagerato...e poi magari anche scrivergli una cortese lettera di risposta, in cui ringrazio per la proposta, ma evidenzio che una Amministrazione della Repubblica non può accettare che la premessa a tale proposta sia l'illegittimità della Repubblica stessa...

Ecco, un Sindaco normale avrebbe fatto così.
Il nostro, no.

In data 14 febbraio 2011, un verbale di deliberazione della Giunta Comunale ad oggetto "Intitolazione piazza ad Umberto II di Savoia" accoglie la proposta, destinando un quadrato di terra (assai tristanzuolo, invero) per ricordare ai posteri il Re di Maggio.

OGGETTO: INTITOLAZIONE PIAZZA AD UMBERTO II DI SAVOIA.
LA GIUNTA COMUNALE
Premesso che l’Associazione XXX ha proposto, con nota acquisita al n. 4155 del 21/09/2010, in occasione delle Celebrazioni del 150° Unità d’Italia, l’intitolazione di una Via o Piazza ad Umberto II di Savoia Re d’Italia, persona ritenuta meritevole dell’omaggio;

Atteso che tale istanza è condivisibile, ed a tal fine viene individuata la Piazza antistante la Torre Civica esistente nel Borgo Antico alla confluenza tra Via YYY e Via ZZZZ;
Ritenuto opportuno approvare l’avvio delle procedere necessarie per arrivare a detta intitolazione;
VISTI:
- il D. Lgs. N. 267/2000;
- lo Statuto Comunale;
- il D.P.R. n. 223/1989 ed, in particolare, l’art. 41;
- il Regio Decreto-Legge 10 maggio 1923, n. 1158 convertito dalla Legge 17 aprile 1925 n.
473;
- la Legge 23 giugno 1927, n. 1188 e, in particolare, l’art. 4;
Con voti unanimi e favorevoli, legalmente espressi per alzata di mano
DELIBERA
1. di approvare l’intitolazione ad Umberto II di Savoia della Piazza posta in Borgo Antico alla
confluenza tra Via YYYY e Via ZZZZ antistante la Torre Civica;
2. di avviare la procedura per arrivare in tempi rapidi a detta intitolazione;
3. di inviare copia della presente deliberazione alla Prefettura di Torino per le procedure di
competenza.
Con successiva separata votazione unanime e favorevole, legalmente espressa per alzata di
mano
delibera di dichiarare, stante l’urgenza, la presente deliberazione immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134, comma 4, del D. Lgs. N. 267/2000.
VISTO: si attesta la regolarità tecnica dell’atto;
IL RESPONSABILE DEL SERVIZIO
(Pinco Pallo)

Ora, a parte che questa delibera formalmente fa acqua da tutte le parti (manca la planimetria allegata, non si citano le norme più recenti, non si indica che - per legge - l'intitolazione di una via o piazza può avvenire solo dopo l'approvazione da parte del prefetto), la cosa drammatica è la frase in grassetto: atteso che tale istanza è condivisibile.

La Giunta dunque condivide che il referendum Monarchia/Repubblica "come ormai tutti sanno, fu taroccato"?
Condivide il fatto che Umberto II si sacrificò accettando "il falso risultato"?
La Giunta, emanazione della Repubblica e prevista dalle leggi Repubblicane, dichiara dunque di esser essa stessa illegittima?

Delirio. Delirio puro. La scuola del Satrapo Contumace, assai più della scuola pubblica, inculca ormai stronzate straordinarie nei cervelli dei tifosi.

(Oh, in paese abbiamo deciso che non gliela facciamo passare a nessun costo, questa porcheria: o la ritirano o si dimettono, in qualità di Rappresentanti Istituzionali di una Repubblica che non riconoscono).